lunedì 29 luglio 2013

MARTIRIO PER I DIRITTI


Nella trepida attesa per la possibile conferma della prima sentenza definitiva di condanna, i fans del “principale alleato di governo del PD” si affannano a paragonarne la possibile persecuzione carceraria a quelle che colpirono Gandhi, Mandela e via esagerando.

In effetti Gandhi, Mandela , ecc. si battevano per i diritti dei popoli oppressi.

Berlusconi invece si agitava per i “diritti Mediaset”.

 

domenica 21 luglio 2013

SUL RUOLO DIDATTICO DI PIERO BOTTONI, E QUELLA PARETE DI ARMADI IN AULA QUINTA

Su “Urbanistica Informazioni” n° 247, negli atti del seminario di presentazione a Roma,  marzo 2013, dell’ultimo libro di Giuseppe Campos Venuti “Amministrare l’urbanistica, oggi”, l’intervento di Federico Oliva afferma tra l’altro:



Tale giudizio sul ruolo didattico di Piero Bottoni mi sembra storicamente inesatto, ed ingeneroso,
Proprio nel 67-68  frequentavo il 1° anno di Architettura a Milano, aderendo nell’ambito della “sperimentazione” al “gruppo Bottoni”, cui partecipai anche nell’anno successivo, ricavandone un’impronta culturale abbastanza netta (anche perché negli anni successivi gli interessi politici extra-disciplinari assunsero un peso crescente).

Arrivavo da un liceo di provincia e anche se non ero del tutto sprovveduto (mia sorella e mio fratello mi avevano preceduto di pochi anni nella facoltà) lo ero abbastanza da non sapere chi fosse Campos Venuti: per qualche ora anzi credetti che il suo nome, aggiunto “a mano” all’ultimo momento nella lista delle proposte formative della sperimentazione, fosse un latinismo goliardico per indicare uno “spazio per chi altri fosse venuto” (come arrivò in quei giorni anche Giancarlo De Carlo), una esaltazione dell’apertura pluralista della stessa sperimentazione (ma perché “campos”, accusativo plurale? E poi “venio” fa”ventum”…).
D’altronde anche Piero Bottoni era riuscito  a tornare alla facoltà di Milano solo nel 1964, e ad insegnare urbanistica, con cattedra, solo dal 1967,  quando era già piuttosto anziano e stanco (rammento che morì da docente “sospeso” nel 1973, pochi giorni prima della nostra laurea), ma rappresentò un netto stacco rispetto al vecchio Istituto di Urbanistica dei Dodi, Morini, Cerutti (con cui pure aveva collaborato professionalmente, anche per la logica “partitoria” degli incarichi per i PRG): forse parlava soprattutto della sua urbanistica (quella di Le Corbusier e dei CIAM, non  di meno), ma seppe anche raccogliere intorno a sé altre personalità molto valide e anche differenziate (vedi oltre).

Gruppo Bottoni e gruppo Campos si erano spartiti l’aula V, ed erano divisi solo da una fila di armadi: da ciò una certa rivalità, ma anche reciproche curiosità, anche perché in quegli anni le presentazioni iniziali ed i seminari finali delle “ricerche” erano deliberatamente aperti all’intera facoltà (un numero teorico massimo di poco più di 1000 persone, quindi ancora abbastanza gestibile).
Anche dal gruppo Campos, un po’ origliando oltre la parete, un po’ leggendo dispense e libri, e poi frequentandolo ufficialmente – e un poco contestandolo - nel 70 o 71, penso di avere imparato parecchio (tranne a fare le cordate dentro al PCI, in facoltà e nelle federazioni, perché ho frequentato l’ambiente, che in provincia era molto contiguo al nostro più o meno velleitario estremismo, ma non mi ci sono mai iscritto).

Dal gruppo Bottoni – forse soprattutto da Meneghetti e D’Angiolini - penso di avere imparato di più, e non solo cose ristrettamente “bottoniane” come la coerenza regionale tra investimenti/reddito/popolazione o tra flussi e tendenza insediativa, ma diversi approcci alla città e al territorio (con esclusione forse di tematiche agli antipodi, quello che D’Angiolini spregiava – sbagliando -come “urbanistica delle contesse” e che perciò anch’io ho letto molto più tardi, da Joseph Rykvert a Jene Jacobs):
-          per l’ampiezza eclettica e provocatoria della bibliografia “propedeutica” (avevamo voluto abolire il bienno propedeutico, e l primo anno mi diedero subito da commentare – ad esempio - l’intervista al prof. Sandulli sulla questione costituzionale degli espropri)
-          per la ricchezza culturale e di esperienza militante nell’eloquio dei docenti (c’erano anche Vercelloni e Redaelli, e poi i laureandi “mini-docenti”) nelle lezioni formali ed informali
-          per i collegamenti esterni con personaggi politici di rilievo (in questo caso della sinistra PSI), sul fronte legislativo per il superamento della crisi indotta dalle Sentenze Costituzionali sugli espropri, come Achilli e Cutrera; oppure accademici, come Lucio Gambi che insegnava alla Statale
-          per l’alleanza di potere in facoltà (anche qui c’era parecchio da apprendere sulle cordate …) con Aldo Rossi e Guido Canella, le cui tematiche (soprattutto di Rossi, perché il Canellismo non l’ho mai capito bene) ci portavano a misurare con altro occhio la città, le sue forme, i suoi tessuti, la sua “architettura”,

E così tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70 (anche prima di farmi illuminare dal gruppo Campos) già mi era capitato di rintracciare Astengo in vecchi numeri di “Urbanistica” (Gubbio), ma anche di “Metron” (il Piano Territoriale per il Piemonte), e anche Leonardo Benevolo, e di inserire nei viaggi lungo l’Italia la Falchera o le fabbriche di Ivrea, l’università di Urbino ed il binomio Sassi/La Martella a Matera.
E di aderire, ad esempio, ad Arona Nostra, e alla sua battaglia vincente per realizzare il Parco dei Lagoni  alla faccia delle contesse di D’Angiolini (persona con cui era facile anche dover cordialmente litigare di brutto; come anche con Meneghetti ….).

mercoledì 17 luglio 2013

LA SOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL GIOVANE CIVATI (ED ALTRI)


Pippo Civati, con diversi interventi dal suo blog “Ciwati” (come con ciwetteria si chiama), ove riproduce in audio-video l’intervento conclusivo del convegno nazionale promosso di recente a Reggio Emilia, e con il libro “Non mi adeguo – 101 punti per cambiare”, illustra i contenuti della sua candidatura alla segreteria del PD.

In attesa che la proposta si formalizzi in un documento congressuale, poiché non mi piace applicarmi ai video (una mia piccola resistenza alla video-crazia) e poiché però mi interessa molto  il “versante di sinistra” del PD, espongo alcune brevi e non sistematiche considerazioni sul libro “Non mi adeguo” e su vari testi reperiti sul blog.

A partire da una critica serrata agli errori del PD dalle primarie in poi e dalla necessità quindi di “vendicare Rodotà e Prodi”, Civati propone una cura di coerenza, trasparenza e democraticità (declinata anche in precisi strumenti di organizzazione – es. “fondazione” unica, direzione nazionale snella, autofinanziamento -  e consultazione – es. referendum in rete -, con poche differenziazioni dalle più strutturate proposte di Barca, che Civati ha commentato/riciclato con un suo documento “Attenti al catoblepa”).

Su questi temi mi è facile concordare, tranne in un punto: secondo Civati  potrebbe essere utile – dopo gli incontri in streaming di Bersani e poi di Letta con i capigruppo del MoVimento 5 Stelle – che i vertici del PD “prendano un caffè con Grillo” (mentre l’esplicita attività di “lobbyng” dello stesso Civati sui singoli parlamentari del M5S non sembra aver dato grandi frutti).

Tale invito al dialogo, poco credibile come prospettiva politica, si associa alla carenza da parte di Civati di una valutazione approfondita sul M5S, sulla sua struttura e sui suoi programmi: cioè - vorrei capire -  una volta bevuto il caffè, si può seriamente collaborare a livello nazionale con chi ipotizza l’imminente catastrofe socio-economica, auspica la morte di tutti (gli altri) partiti e si candida a governare con spirito totalitario?

Ma le carenze più gravi, a mio avviso, dell’attuale linea di Civati, risiedono nei contenuti programmatici di carattere socio-economico (a meno che Civati si accontenti di democratizzare il partito e poi mandi a governare - con loro programmi - Renzi, perché sa cercare consenso in TV, oppure Letta, perché ha imparato a nuotare tra i Caimani):
-          in generale, perché non è detto che per “101 punti” passi una  linea, se questa non è enunciata nei suoi presupposti di fondo: quale valutazione sulla crisi? sul rapporto Europa/mondo? sui limiti delle risorse del pianeta e sui conflitti sulla distribuzione di tali risorse tra ricchi e poveri, tra Occidente e paesi emergenti? quale ruolo per l’Italia? cosa e come produrre? La giusta opposizione ai paradisi fiscali, alla corruzione, alle collusioni oligopolistiche del capitalismo italico e all’assetto attuale delle istituzioni Europee mi sembrano opzioni solo oppositive, per l’appunto, ed insufficienti ad illuminare una prospettiva alternativa;
-          in particolare, perché i singoli spezzoni di proposte programmatiche, oltre la linea dei diritti e della trasparenza, pur se spesso condivisibili (esempio: risparmio del consumo di suolo, tracciabilità dei pagamenti, banda larga) mi sembrano nel complesso poco motivati e poco approfonditi e talora alquanto contradditori:
o   tasse: ridurre le tasse sul lavoro va senz’altro bene (meglio sarebbe anche recuperare, e azzerare per il futuro, l’iniquo “fiscal drag”, adeguando invece in automatico gli scaglioni fiscali all’indice di inflazione), ma la prospettiva di comprimere la spesa pubblica “eliminando gli sprechi” mi sembra vaga e demagogica, se non si indica “quali sprechi”, non si ragiona sugli effetti depressivi che comunque il calo della spesa pubblica comporta sulla domanda interna e se si esclude a priori la necessità di rispondere a molti bisogni sociali oggi compressi, da sempre (esempio gli asili-nido) oppure dai tagli “lineari” degli ultimi governi (istruzione e formazione, ricerca, assistenza)
o   reddito minimo: a parte la contraddizione con l’imperativo di ridurre la pressione fiscale, la proposta è messa lì piatta piatta, senza considerarne i costi complessivi e senza rispondere alle intelligenti obiezioni, anche antropologiche – ad esempio – di Laura Pennacchi oppure alla problematica evidenziata da Pierre Carniti, ambedue diversamente orientati invece a massimizzare le occasioni di lavoro (anche per fronteggiare il bisogno di beni sociali) e le modalità di distribuzione del lavoro che scarseggia
o   contratto unico: ricopiato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, ma senza affrontare le critiche mosse a questo modello teorico di “tutele crescenti” (pur migliore di quello di Pietro Ichino) da chi – come i sindacati – deve misurarsi quotidianamente con i contratti che ci sono, e giustamente difende l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, vedendo nel suo indebolimento una strada inclinata verso “tutele decrescenti”.
o   legge elettorale e forma dello stato: non è dato sapere in merito il pensiero di Civati, ma solo che la prima è comunque urgente e che riformare la seconda può essere pericoloso.

Spero che lungo la strada verso il congresso la proposta di Civati si contamini con altre riflessioni più profonde (vedi Reichlin, e anche Barca) e ne sorga una più solida prospettiva per una nuova unità a sinistra, dentro e fuori il PD: vendicare Prodi contro i 101 famosi e oscuri “franchi tiratori” a mio avviso non è abbastanza per definire una linea politica, neanche se si schierano in un libro 101 brillanti slogan o tweet o  post; per superare finalmente il Berlusconismo non basta l’anti-berlusconismo, neanche se elevato al quadrato o al cubo: occorre una strategia sociale ed economica.

L’assenza di una strategia complessiva (che faccia i conti con le dimensioni planetarie della crisi) è un  limite comune ad altre “correnti di pensiero” del PD (e a maggior ragion delle “correnti e basta”, quelle di fatto senza altro pensiero che gli organigrammi di potere):
- dai neo-keynesiani che ipotizzano un indefinito rilancio della domanda interna (e forse del debito pubblico) senza considerare il concreto rischio di un tramonto epocale dei modelli di produzione e consumo
- agli ecologisti  che si accodano all’ottimismo tecnologico (alla maniera di Rifkin e altri – vedi miei post in proposito) ma non affrontano i nodi del “finanz-capitalismo” e del divario con i paesi poveri (su questo è meglio Tabacci);
- fanno eccezione gli eco-lab, molto più chiari nelle enunciazioni di valori e di prospettiva, che però mi sembrano poco attenti alle tematiche della crisi della forma-partito (riproporre oggi il segretario eletto dai soli iscritti, senza valutare chi siano gli iscritti e i non iscritti, e come si formi il consenso in questi 2 livelli).

 

LA SOLITARIA SAGGEZZA DEL VECCHIO REICHLIN


Alfredo Reichlin, andando oltre i suoi consueti (e poco ascoltati) interventi brevi su l’Unità, talvolta forse un po’ astratti, ma spesso stimolanti, ha proposto un documento più ponderoso come riflessione pre-congressuale per il PD, che parimenti mi pare destinata a scarso ascolto (anche perché parla di contenuti e non di formule o nomi per la leadership).

Il testo mi pare meritevole di riepilogo ed approfondimenti, anche perché Reichlin è stato tra i pochi osservatori di area PD a  vedere per tempo gli aspetti  strategici della crisi e la sua radice in quello che Luciano Gallino ha definito come “Finanz-capitalismo” (vedi mio Post in proposito).

(A margine:  nel testo di Reichlin ho notato e annotato anche una polifonia di citazioni rivolte esclusivamente al mondo cattolico: tattica congressuale o strategia ideologica?)

Partendo appunto dalla crisi, Reichlin ne vede la specificità italiana come crisi economica, di identità e di rappresentanza politica (con una carenza complessiva di una classe dirigente che tenda all’interesse generale) ed i contorni internazionali in questi termini (in gran parte irreversibili):
-          rottura del compromesso tra capitalismo e democrazia, che consentiva il welfare,
-          deperimento dei poteri statali, a fronte delle oligarchie finanziare sovranazionali (vedi Paolo Prodi sulla rottura nella civilizzazione del capitalismo),
-          tramonto della centralità europea, sotto la spinta delle nuove potenze economiche mondiali
-          uso dell’immenso esercito di riserva dei lavoratori dei popoli poveri per attaccare la civiltà del lavoro europeo, i diritti democratici ed i vecchi ”ceti medi”,
-          caduta della “guerra fredda”  e del ruolo italiano di alleato privilegiato nell’asse atlantico,
-          società che diviene “castale” e affida la politica ad un ceto di notabili,
-          scomposizione del sistema dei partiti di massa quali “religioni civili”.

La finanza è necessaria per lo sviluppo e la ricerca tecnologica, ma storicamente i “mercati” sono frutto di regole politiche, per impedire la prevaricazione dei più forti: ora invece una finanziarizzazione senza regole aggredisce i tessuti sociali e mette in pericolo il futuro della specie umana dì della vita sul pianeta Terra (vedi in merito anche la posizione di Papa Bergoglio).

Lo sfruttamento non si esaurisce nei rapporti di lavoro, ma investe tutta la condizione umana.

Nel contempo l’economia non è in grado di determinare l’insieme dei comportamenti nelle società complesse post-industriali, e lo stesso sviluppo alimenta bisogno e produzione di valori immateriali non riducibili ai mercati.

Pertanto in qualche misura risultano insufficienti le visioni limitate al conflitto stato/mercato ed anche a quello profitto/lavoro.

Sono evidenti le difficoltà delle forze riformiste in una “società che in questi anni è stata negata come tale, cioè come un insieme di legami storici, culturali, anche ancestrali” e raccontata invece come una somma di “individui immersi in un eterno presente” e rapportati solo al consumo e al denaro.

Su questa diagnosi (che mi sembra largamente condivisibile, ma non mi risulta altrettanto condivisa dentro il PD), si innestano le indicazioni propositive di Reichlin, che, francamente, mi sembrano convincenti in questi primi punti:
-          politica interna ed estera non sono separabili, solo su scala europea (includendo il Mediterraneo) si può trovare la forza per regolare i mercati finanziari, contrastando le oligarchie dominanti,
-          le lotte per la democrazia divengono credibili se si dimostrano capaci di affrontare le “reali potenze che ci sovrastano”, riconquistando un ruolo di effettiva sovranità per i cittadini e per i loro diritti,
-          la politica della sinistra deve riuscire a “produrre senso”, oltre il balbettio elettorale, ed il conseguente disprezzo, che non è solo qualunquismo: occorre ridare “cittadinanza”  a tutti, a partire dagli ultimi, e costruire non solo programmi, ma associazioni, insediamento culturale, “ideologia”: “una visione, un progetto collettivo ed una idea di società”;

ed invece più vaghe e poco strutturate nei seguenti decisivi passaggi:
-          è necessario un nuovo modello sociale, ove dare voce non solo al lavoro, ma ad una “nuova umanità”, una “nuova idea di sviluppo”, contro le rendite e le consorterie, costruendo un “blocco storico” che leghi lavoro, bellezza e qualità della vita, valorizzando l’autonomia e la dignità delle persone contro ogni forma di alienazione (con un positivo ruolo quindi dell’umanesimo cattolico),
-          dentro a  questo disegno, la giustizia sociale non si può ridurre a formule di “pari opportunità” (che escludono di fatto i ceti subalterni) ed occorre assicurare una dignità al lavoro, contro la precarizzazione, anzi a tutti i lavori, comprendendo l’importanza dell’impresa (oltre la concezione classista),
-          “Mettere le persone in condizione di esprimere le loro capacità di lavorare e di riprodursi, di dare un senso alla convivenza ed ai legami sociali, diventa la condizione necessaria perché lo sviluppo globale sia sostenibile”: ciò attraverso “lotte per l’emancipazione” e non mere chiacchere sui valori.

Il limite del discorso mi sembra che risieda nella mancanza di indicazioni sui contenuti effettivamente praticabili di queste lotte, e sulla modalità di organizzare i soggetti disponibili alle lotte, soprattutto se si esce dal perimetro dei conflitti dei lavoratori contro lo sfruttamento e si spazia, come pure è giusto, attraverso l’ambiente ed i territori; inoltre, quanto assomiglia a tutto questo l’attuale PD? Come potrebbe evolvere in tal senso?

Il PD, spiega Reichlin (confortandosi a vicenda con Castagnetti) – unico partito in qualche modo sopravvivente nella rottura in atto del circuito società/partiti/istituzioni – salva se stesso solo se salva la democrazia italiana e si impegna, anche sotto il profilo morale, a “ridare un’anima all’Italia”, insediandosi nella storia del paese (non cancellando il passato), e proponendo la sinistra (in quanto attenta agli ultimi) come nuovo “partito nazionale”.

Occorre pertanto superare l’attuale immagine confusa del PD, non limitarsi a cercare un leader o ad assommare cordate di potere.  

ANCORA SULLA SOVRANITA’


1 - La deportazione in Kazakistan di una mamma e una figlia innocenti, nella migliore delle ipotesi (ovvero “all’insaputa” del Ministro) indica una efficiente sudditanza degli organi della Polizia di Stato agli ordini dell’Ambasciatore Kazako.
2 – Il voto sugli F35 dei senatori  PD (esclusi Casson, Puppato, Mineo e pochi altri) esplicita la quasi totale assenza di sovranità degli elettori delle primarie del Centro-Sinistra, che a quanto pare avevano votato su linee programmatiche non coincidenti con l’intervento del Senatore Latorre, riassumibile all’incirca così: “il rancio è ottimo ed eccellente” (cioè la spesa per armamenti ci piace proprio, non è solo che accettiamo per tenere in piedi gli accordi di governo delle “larghe intese”).

Ciò non ostante, con abnegazione  e sprezzo del pericolo (mio e dei miei pochi lettori), proseguo la mia esplorazione su alcuni documenti politici pre-congressuali del PD, per i motivi e con i criteri che ho esposto il mese scorso (POST “Dopo le macerie”), pubblicando 2 post su REICHLIN e su CIWATI ED ALTRI.

sabato 6 luglio 2013

FINALE DI PARTITO, SECONDO MARCO REVELLI



Marco Revelli in “Finale di Partito” - Einaudi 2012, pagg. 117 -  svolge una analisi approfondita e di taglio scientifico sul fenomeno della crisi dei partiti, andando oltre i facili scandalismi sulla “casta” ed oltre le schermaglie quotidiane del chiacchiericcio politico-giornalistico.  
Benché ricco di note e citazioni, in quanto ancorato ad un vasto repertorio di dati elettorali e connessi nonché ad un solido retroterra di letture storiche e sociologiche (che includono alcuni degli autori recensiti nel mio blog, da Luciano Gallino a Zigmunt Bauman e che sono comparate criticamente, come anche a me piace fare), il libro risulta agile e leggibile, anche perché scritto con indubbie capacità narrative.

Il testo prende le mosse, con un’apparenza di “instant book”, dagli “tsunami” elettorali del 2012  in Grecia (politiche ripetute) ed in Italia (amministrative), ma – pur non potendo prevedere i successivi sviluppi italiani del 2013 (recupero di Berlusconi e straripamento di Grillo alle politiche in febbraio, con successivi sgonfiamenti alle amministrative di maggio-giugno; “mancata vittoria” del PD a febbraio e sua tenuta, ma con perdita di voti assoluti, nelle comunali) - conserva la validità delle sue considerazioni di fondo sulla crisi dei partiti nella società occidentale post-moderna (rispetto al secondo Novecento), che si possono così schematizzare:
in un quadro sociale caratterizzato da:
o   globalizzazione (e crisi)
o   salto tecnologico dei media e delle comunicazioni
o   scolarizzazione di massa
o   diffusione e poi incertezza del benessere
o   frammentazione sociale e individualismo
si manifesta un inevitabile parallelismo tra crisi del modello produttivo “fordista” e del sistema statuale “burocratico-weberiano” e crisi dei partiti di massa in quanto “fabbrica della decisione e del consenso”, con crescenti manifestazioni di intolleranza da parte della base elettorale verso le espressioni oligarchiche del potere formalmente “democratico”. 

L’intreccio tra impresa fordista, burocrazia moderna e partiti di massa è indagato da Revelli fin dal suo sorgere, nel primo Novecento, con il supporto tra l’altro del pensiero di Antonio Gramsci; nell’insieme queste forme organizzative tendono a “combinare un insieme complesso di uomini e di tecniche secondo un piano di perfetta razionalità, in modo tale da massimizzare i risultati minimizzando i costi”: economie di scala, specializzazione  delle mansioni, gigantismo, integrazione verticale (fare tutto all’interno dell’azienda ovvero dell’organizzazione); sul finire del secolo invece, data l’insostenibilità dei costi fissi dell’impresa fordista a fronte della saturazione parziale e della volatilità dei mercati,  emergerà il “toyotismo”, puntando invece su decentramento, delocalizzazione, esternalizzazione, “reti lunghe” e “autonomazione”, e arrivando a sostituire quindi la mano visibile dell’organizzazione (che faceva tutto in proprio con costi crescenti) con la “mano invisibile del mercato” (dove tutto può essere acquistato a prezzi decrescenti).

La “necessaria” deriva oligarchica dei partiti è descritta da Revelli appoggiandosi (a mio avviso su questo con limitato distacco critico), alle tesi espresse nel 1911-12 di  Roberto Michels, intellettuale e attivista proveniente dalla socialdemocrazia tedesca, poi approdato al fascismo italiano passando, come Mussolini, dall’esperienza dell’anarco-sindacalismo di Sorel (e subendo l’influenza di Pareto e Mosca e delle loro teorie cinico-conservatrici sulla formazione e riproduzione delle élites).
Secondo Michels, in accordo con lo scientismo del suo tempo, esiste una “ferrea” legge che determina, dato l’alto numero dei simpatizzanti e militanti di base (e la assoluta ininfluenza che può esprimere l’azione di ciascuno di essi senza l’organizzazione), la necessità di una articolazione piramidale del partito, con organismi centrali in grado di controllare le strutture di servizio (finanziamento, stampa, sicurezza), le cariche elettive nelle istituzioni, e di assumere le decisioni, strategiche e tattiche, con la dovuta rapidità.
L’aspetto rigido dell’organizzazione si accentua per i partiti rivoluzionari od antagonisti.
Sulla gerarchia funzionale tra base, quadri intermedi e vertice nazionale, si innestano tipici comportamenti psicologici, sia da parte delle masse (delega fideista e tendenziale culto della personalità) sia da parte dei capi, che – sulla scorta della professionalità acquisita -  tendono inesorabilmente a considerarsi insostituibili e quindi rafforzano le loro posizioni con meccanismi di cooptazione.
(Silvano Andriani recentemente su “l’Unità”, appoggiando il tentativo di rifondazione del PD da parte di Fabrizio Barca, liquidava le tesi di Michels come non-attuali: potrei condividere  questo giudizio, se venisse però dettagliatamente dimostrato, come Andriani non fa; lo stesso Barca nel suo documento “Un partito nuovo per un buon governo”, pur richiamando più volte il testo di Revelli, si defila in realtà dal confrontarsi a fondo  nel merito della ineluttabilità o meno dell’oligarchia – vedi mio Post del 23-06-13)

Nelle trasformazioni del secondo Novecento, Revelli prende in considerazione diverse letture, da quella di Schumpeter che vede la democrazia rappresentativa come un’oligarchia temperata, con possibilità di scelta tra diverse élites, a quella di Sennet che evidenzia l’ipertrofia dell’Io, il crollo del confine tra sfera privata e sfera pubblica per i leaders, umanizzati dal gossip ma comunque separati in un “mondo a parte”, fino alla società liquida di Bauman (rimando al mio Post) e alle visioni di Ronald Inglehart sull’individualismo “metropolitano” e sulla prevalenza dei “bisogni immateriali” (che sgretola l’omogeneità dei bisogni materiali su cui si fondavano i partiti di massa).

Su questo sfondo, la ricerca di Revelli si concentra soprattutto sulla crisi dei partiti di massa della sinistra europea, travolti dalla crisi del fordismo nella capacità di rappresentare i bisogni sociali, colpiti dalla volatilità elettorale e – con il volontariato dei militanti in calo – stretti nella morsa tra i costi incomprimibili dell’organizzazione storica (i funzionari) ed i nuovi e crescenti costi esterni per la comunicazione specializzata sui media, che non può essere auto-prodotta (per questioni di professionalità, di tecnologia e di insediamento nel mercato dell’audience); con il tentativo delle primarie come evento democratico, che copre, ma non corregge, la rigidità delle oligarchie interne.
In particolare il testo analizza  la curva esponenziale delle spese per le campagne elettorali, sia negli USA e Canada, sia in Europa, e individua una costante statistica per cui comunque risulta vincente il candidato che ha potuto spendere di più.
Una tendenza che spiega perché i partiti, ormai ridotti ad uno stato tra il liquido e il gassoso, risultino compressi in una morsa triangolare, tra il potere economico, quello mediatico, ed i comportamenti sempre meno prevedibili della base elettorale

Nella parte finale di “Finale di partito”, Revelli si interroga  sui possibili esiti delle evoluzioni in atto e sulla prospettiva di una democrazia senza partiti, così come la democrazia dei partiti sostituì quella dei notabili tipica dell’Ottocento (quando la base elettorale era ristretta dal censo e assai limitati erano i mezzi di comunicazione).
Tra le ipotesi considerate da Revelli:
- la “democrazia del pubblico” secondo Bernard Manin, che non si riferisce ai “beni comuni”, bensì al pubblico delle rappresentazioni mediatiche, “audience” da conquistare da parte di “imprenditori politici” (l’Italia di Berlusconi e poi di Grillo&Casaleggio a mio avviso costituiscono validi esempi);
- la mitologia della democrazia “istantanea”  secondo (per l’appunto) Grillo&Casaleggio, che attribuiscono alle nuove tecnologie un imminente salto  sociale democratizzante, simile a quello della riforma luterana (resa possibile dalla stampa di Guttemberg), con un superamento dei vecchi media settoriali ed una esaltazione dei caratteri – post-ideologici e post-leaderistici (?!) – della “rete” e della sua trasparenza, accessibilità e immediatezza: ma – osserva lo stesso Revelli, già nel 2012 – lo stesso MoVimento 5 Stelle risulta esposto alle leggi della gerarchia, e la riduzione del confronto ad un Clik binario (si/no) ovvero referendario schiaccia tutte le necessarie mediazioni ed articolazioni, deprimendo il patrimonio stesso di un’utenza più istruita (Revelli trascura inoltre la scarsa trasparenza tecnica che può imperversare nel web proprio per le sue intrinseche complessità, e di cui lo spionaggio massiccio degli USA anche tramite i social-network tipo FaceBook, e la stessa opaca company di Casaleggio sono recenti esemplificazioni);
- la “contro-democrazia” di Pierre Rosanvallon, che non coincide con l’antipolitica, perché – malgrado i rischi del populismo – nelle società iper-complesse, dove regnano la fine dell’ottimismo tecnologico, il rischio e  l’imprevedibilità economica, e vengono meno le “basi materiali della fiducia sociale”, tuttavia il “popolo”, consapevole di non esercitare “il potere”, sempre più svolge direttamente compiti di controllo, di “interdizione” , configurando una sorta di “democrazia negativa”, che cresce in proporzione alla “entropia rappresentativa” cioè al logorarsi delle forme tradizionali di rappresentanza;  Revelli accenna su questo tema anche al dibattito tra Laclau, che intravede nel populismo una  positiva ricostruzione del “noi” oltre l‘individualismo, e Zizek, che invece ne evidenzia le pericolose artificialità, trattandosi di forme di riunione di un popolo socialmente dissolto: sullo sfondo le “masse negative” di Elias Canetti (e di mio aggiungerei anche le riflessioni di Maffesoli sulle “nuove tribù);
- le forme di democrazia locale, care a Ulrich Beck (e anche a Magnaghi ed altri, vedi mio Post sul “Localismo cosmopolita” del 27-02-13), e verso cui propende forse lo stesso Revelli, che vedono una nuova cittadinanza attiva dal basso, preparata ed esigente, su livelli per il momento “orizzontali” e “sub-politici”, ma anche capace di protagonismi a scala nazionale, come i referendum sull’acqua, giustamente difesi – nota Revelli a inizio di volume – dalla Corte Costituzionale con una storica sentenza che esplicita i limiti di sovranità degli eletti rispetto alla sovranità degli stessi elettori (Revelli in una recente intervista non esclude nemmeno, dall crescita dei movimenti, una possibile rigenerazione dei partiti).                  

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Recentemente il vice-ministro Stefano Fassina, alla presentazione del libro di Pierre Carniti “La risacca – il lavoro senza lavoro“, ne raccomandava una sorta di obbligo di lettura per tutti i (numerosi) candidati alla Segreteria del PD; io volentieri (in attesa di leggere Carniti, anche se al PD non sono nemmeno iscritto) aggiungerei l’obbligo di leggere “Finale di Partito” di Revelli (e bibliografia connessa), nonché di girare per il Paese (come sta meritoriamente facendo Barca, pur senza candidarsi), per capire nel concreto la distanza tra “circoli” e società, e tra lo strato dei militanti/simpatizzanti ed il mondo del vertice nazionale del Partito.

Mi rendo conto di aver sempre un po’ sottovalutato il tema del Partito, dai tempi giovanili  del collettivo Autonomo dii Architettura di Milano e di Lotta Continua, fino al mio saggio sulla Sostenibilità urbana  (vedi pag. “Parte IV” e post “Proposte di legislazione ---“ del 15-03-13)  privilegiando sempre i temi della società “tal quale” e – nel suddetto saggio – il problema “in astratto” della organizzazione del consenso e di un programma riformista radicale, senza analizzare la concretezza della sinistra italiana oggi.

Non sono forse in questo isolato; il tema dell’organizzazione politica è stato confinato a lungo, a sinistra, nell’ambito dell’ideologia oppure degli oscuri specialisti in statuti e regolamenti, salvo aprire – senza troppe riflessioni – ai maghi dei sondaggi e delle primarie (cioè in sostanza all’ideologia della comunicazione pubblicitaria): ed oggi sembra che nel PD (tranne Barca – con Civati nella sua scia - , Reichlin e pochi altri) si discuta di “regole” (a partire dallo stesso Matteo Renzi) solo per favorire o impallinare Matteo Renzi.
A sinistra del PD in merito non vedo molte luci (tranne gli intellettuali d’area, come  Revelli), e all’orizzonte solo l’abbagliante deserto del non-statuto di Beppe Grillo (molti, troppi, gli accecati dai miraggi).  

Revelli mi ha chiarito come pochi altri prima (ad esempio femministe ed operai nella dissoluzione di Lotta Continua attraverso il congresso di Rimini - 1975) lo spessore sociale della stessa questione del Partito (allora un partito presunto rivoluzionario, oggi uno o più partiti presunti riformisti).
Ne nasce uno stimolo – a mio avviso importante per tutta la sinistra – a considerare la continuità tra l’approccio scientifico/sociologico e quello storico/politico sia ai temi della società (e quindi dei programmi) sia ai temi dei soggetti politici (e quindi dell’organizzazione), senza artificiose e cristallizzate separazioni.
Sempre nella consapevolezza “scientifica” di stare nell’età dell’incertezza, e quindi di porsi domande senza essere sicuri di trovare le risposte.

venerdì 5 luglio 2013

SOVRANITA’ LIMITATA D’EGITTO

I golpe militari non mi convincono, neanche se appoggiati dalle masse, e dalle masse laiche.

Bene che vada si passa  da una “dittatura della maggioranza” ad un'altra “dittatura della maggioranza”.

E nel contempo si rischia di fomentare l’estremismo islamista (vedi Algeria: anni di guerra civile e ancora nessuna vera democrazia).

giovedì 4 luglio 2013

SOVRANITA' LIMITATA


Una volta si diceva che i “paesi satelliti” dell’U.R.S.S. avevano sovranità limitata.

Anche adesso però possiamo fare alcuni esempi:

-          Lo spionaggio a senso unico degli americani sugli alleati europei

-          La Ministra degli Esteri Bonino che – dopo una vita di obiezioni di coscienza -  in proposito dice, grosso modo, che il rancio è ottimo ed eccellente

-          La indisponibilità di Italia ed Europa a dare asilo alla Talpa che sta svelando il suddetto spionaggio (ed anche a lasciar volare presidenti stranieri nei nostri cieli: sopra Ustica comunque non li consiglierei i passeggeri illustri a riprovarci)

-          Il tabù degli F 35, su cui persino il Parlamento non avrebbe sovranità, figurarsi i cittadini (perché invece non proviamo ad abrogare con referendum la “legge sulle armi” dello scorso dicembre 2012?)

-          Tutti i tabù – il buon Prodi compreso -  sulle basi militari U.S.A. e N.A.T.O., vecchie (e ricche di uranio impoverito) e nuove (Dal Molin di Vicenza).