Berlusconi, a mio avviso, fa male a lamentarsi per la puntualità dei magistrati napoletani sul caso De Gregorio.
Se l'avviso di garanzia per compravendita di senatori gli arrivava PRIMA delle elezioni, rischiava di vincerle con qualche centinaia di migliaia di voti in più, da parte di elettori che apprezzano il genere.
POST SCRIPTUM
LA MIA VOLEVA ESSERE IRONAI ALLA SWIFT.
MA HO LETTO CHE AI VERTICI DEL P.D.L. PENSANO DAVVERO A SIMILI VALUTAZIONI
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- "LA SOSTENIBILITA' URBANA (AL TEMPO DELLA CRISI)": INDICE E BIBLIOGRAFIA
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giovedì 28 febbraio 2013
mercoledì 27 febbraio 2013
ELEZIONI, SENNO DI POI E ALTRI SENNI
Scrivo alcune riflessioni sugli esiti elettorali, per sfuggire al senso
di depressione e frustrazione, e puntare ancora una volta sugli strumenti della
ragione, anche se non è per nulla
consolatoria.
Con il senno di prima, vorrei commentare i risultati elettorali del
centro-sinistra richiamando 2 punti, presenti nel mio testo di settembre sul
programma di Bersani:
-
L’insufficienza delle proposte di riduzione dei
costi della politica, centrate sul concetto di compensi ai politici riferiti
alla media europea: rammentavo che pensioni e stipendi degli italiani (quelli
che uno stipendio ce l’hanno) sono molto inferiori alla media europea; anche se
in Parlamento non sarebbe passato nulla, il PD poteva fare proposte stringenti
sul tema e rendere nota tale battaglia;
-
La mancanza di una visione pienamente
ambientalista ed anche “terzo-mondista” sui temi della scarsità di risorse e
della loro equa ripartizione (vedi PAGINE del mio blog): detto così pare solo
un buon argomento da usare per perdere ancora più voti, ma tuttavia ritengo che l’approfondimento di
questi aspetti programmatici sulle effettive possibilità di uscire
strategicamente dalla crisi europea (e non solo riproponendo la ripresa della
crescita sui vecchi modelli di sviluppo, in parte logorati e alla lunga insostenibili)
sia al fondo necessario nel confronto con l’ambientalismo del movimento 5
stelle, che mi sembra in verità piuttosto autarchico e meccanicista, anche se ha in qualche misura
monopolizzato l’attenzione di una parte dell’elettorato sensibile alla
questione; se si punta sulla verità contro la demagogia, a mio avviso la
veritàva allargata dall’europa all’intero mondo, ed anche ai figli dei figli
dei nostri fratelli umani meno fortunati.
Con il “senno di durante”, mi è sembrato che nella campagna
elettorale, dopo la salita di Monti, la ri-discesa di Berlusconi e l’esplosione
del caso MontePaschi, siano emerse soprattutto:
-
La limitata capacità di porre all’attenzione con
più nettezza le proposte di programma sui singoli temi (lavoro, istruzione, sanità,
ecc.), un po’ anche per il tono
colloquiale/minimalista del candidato Bersani, certo di apparenza simpatica e
affidabile, ma spesso vago con i suoi “un po’ di lavoro in più” “qualche ragionamento
sugli F35” (molto più chiaro sui
diritti, dalle coppie di fatto ai figli degli immigrati); ciò a maggior ragione
a fronte di giornalisti interessati come sempre più ai gossip e agli
schieramenti che non ai contenuti, o prevenuti come Gian Antonio Stella,
che per dimostrare che “i partiti sono
sempre tutti uguali, sull’argomento “cultura”, ad esempio, ha condotto una sua
ricerca NON sui testi dei candidati, bensì solo sulle notizie sui candidati stessi riportate
dall’ANSA (cosicché alla fine la stampa rispecchia solo se stessa);
-
L’atteggiamento difensivo sulle “agende altrui”
(agenda Monti, pan-defiscalizzazione berlusconiana) e la scarsa promozione
delle effettive diversità del centro-sinistra, dalle primarie al rispetto delle
indagini giudiziarie e conseguente pulizia delle liste (sul MontePaschi, la
minaccia di “sbranare” PDL e Lega, pur giustificata dalle travi nei loro occhi,
è potuta apparire come una sorta di richiamo all’omertà di stampo Craxiano; non
era possibile invece prendere le distanze da Mussari&C. già a partire
dall’acquisto di AntonVeneta a quel prezzo?).
Con il senno di poi non è corretto discettare, sia perché “dovevo
dirlo prima”, sia perché non si sa mai nulla sulle alternative mancate della
storia (cosa sarebbe avvenuto se avesse vinto Renzi, oltre al fatto che
tanti elettori, come me, non iscritti al PD - forse non l’avrebbero votato? era possibile ed
auspicabile spingere per elezioni anticipate a fine 2011, applicando al tattica
maoista di “annientare il nemico quando arretra"? Ma il PdL è nemico o solo
avversario?): però rinvangare diviene essere utile, quando possono derivarne proposte valide anche per
l’oggi e il domani, quali ad esempio:
-
Una moratoria sul finanziamento pubblico ai
partiti: il principio del finanziamento per me resta valido, contro la ben
presente minaccia della “plutocrazia” (vedi tutto l PDL, più Monti e
Montezemolo, ecc., Grillo come persona incluso): ma poiché da alcuni decenni
agli italiani proprio non va giù, forse è meglio rinunciarvi per qualche anno,
puntando a contrastare la plutocrazia con la sola solidarietà militante di quelle
centinaia di migliaia di persone che già contribuiscono con il loro lavoro
volontario ai seggi delle primarie e ad ogni altro gazebo, corteo e
manifestazione (tessuto umano e potenziale base anche finanziaria che la destra
di tipo plutocratico non ha);
-
Estendere il metodo democratico di consultare
iscritti ed elettori dalle sole primarie per la selezione dei candidati alla
scelta delle priorità programmatiche, senza regalare questo strumentodella
consultazione tematica/telematica al Movimento 5Stelle ed anzi sfidandolo sul
terreno dell’effettivo coinvolgimento di massa (vedi confronto impari tra
primarie del centro sinistra e “parlamentarie” dl 5 stelle) (sulla democrazia a
5 stelle vedi anche mio post “rappresentanze”).
Che dire invece sull’insieme del voto degli italiani? Lascio per ora
l’argomento ai professionisti, cioè agli analisti dei flussi, ed anche agli
analisti della psiche, perché di SENNO
ne vedo poco, soprattutto nei quasi 10 milioni che ri-votano Berlusconi (non
credo possano essere tutti ricchi, abusivisti od evasori).
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L’ESPLORAZIONE DELLA CITTA’ DIFFUSA COME PREMESSA PER NUOVE ALTERNATIVE
Interessanti
mi sembrano i tentativi di esplorare e comprendere non solo in generale, ma
analiticamente e nel concreto, con strumenti adeguati e senza demonizzazioni,
le fattispecie della realtà metropolitana e della circostante “città diffusa”,
non per elogiarla acriticamente (alla maniera di Koolhaas),
ma per fondare proposte alternative specifiche, da sottoporre al confronto con
i soggetti presenti in tali territori (vedi ad esempio in campo teorico i
lavori del Gruppo di Lavoro INU sulla ‘città diffusa’ Piazzini
2010).
Abbastanza rappresentativo di tali
attenzioni, sul versante più proclive a ‘lisciare il pelo’ allo ‘stato di cose
presente’ è il testo “L’anticittà” di
Stefano Boeri Boeri 2011,
che, riprendendo precedenti scritti e ricerche, e con
l’ambizione di proporre radicali mutamenti dei punti di vista e di
interpretazione della realtà urbana, individua come “anticittà”
-
sia i fenomeni di emarginazione ed
antagonismo (anche illegale) di una periferia che non è più “una cintura” bensì
un “arcipelago”, - sia le “presenze edilizie solitarie ed ammassate senza una logica evidente” di villette, palazzine, capannoni, centri commerciali, disseminati nel territorio, in un processo di “erosione”, “frammentazione”, “dissipazione” e “diluizione delle relazioni urbane”: “un fiume che raccoglie in rivoli le energie vitali --- e le spinge verso l’individualismo e la frammentazione”.
Il testo espone una ricognizione su vari e nuovi modi di lettura
e interpretazione del mondo attuale e in particolare della città europea, su
come:
-
osservare (dall’alto, da mezza altezza,
dal basso, in diagonale),
-
denominare (città e periferia, confini
e flussi, modi di abitare e coabitare),
-
fotografare e narrare (per indizi, per
campioni, per sequenze)
mirando così a costruire e valorizzare
“atlanti eclettici” :
“la moltitudine si ricompone in un
numero ridotto di figure spaziali introverse e ripetute all’infinito,
specializzate anche se ibride”, “razionalità settoriali che condensano la
moltitudine dei sussulti individuali”; “un arcipelago di sottosistemi
decisionali, protagonisti di una competizione orizzontale”.
Il testo, nel proporre i nuovi punti di vista, mostra una
costante e variamente motivata insoddisfazione per il sapere consolidato (che a
mio avviso nel frattempo si è evoluto e non è rimasto poi così bi-dimensionale
e zenitale come Boeri racconta, dalla “forma della città” secondo Aldo Rossi
alle applicazioni terragne ed oblique di Google-earth, passando anche per i
migliori piani comunali e di area vasta), e talora banalizza il pensiero altrui
(ad esempio attribuendo a Manuel Castells una concezione dello ‘spazio dei
flussi’ come “liscio --- supporto piano e orizzontale” che non ho trovato nei
suoi testi, molto attenti invece alle differenze locali e globali, ed a cui
Boeri contrappone l’esistenza di corrugazioni, muri e recinti, a mio avviso già
ben presenti in Castells così come in Saskia Sassens - Perulli 2009).
Verso la conclusione il testo assume
‘d’ufficio’ un punto di vista ambientale (criteri
di sostenibilità pienamente condivisibili, ma non desunti dal racconto
dell’Anticittà) ed avanza una serie di proposte praticabili, per
valorizzare le spinte spontanee dell’Anticittà (e riconciliarle alla Città?), proposte denominate nell’insieme
“urbanistica dei luoghi”, che si articolano in:
-
promuovere comunità locali di impresa,
-
sviluppare la democrazia deliberativa
dal basso, in nuovi municipi entro le aree metropolitane,
-
produrre e scambiare energia attraverso
una rete di edifici virtuosi,
-
limitare il consumo di suolo e
valorizzare l‘agricoltura peri-urbana ed intra-urbana come produttrice di
alimenti e benessere,
-
trasformare in vegetali parti minerali
della città (tetti e muri verdi, boschi-in-città),
-
accettare la rinaturalizzazione
selvaggia di parte dei vuoti urbani (secondo le intuizioni di Gilles
Clément),
-
densificare gli insediamenti se
prossimi ai nodi del trasporto pubblico,
-
prevenire l’abbandono di parti di città
con una attiva politica immobiliare e di housing sociale.
Si tratta di un paniere di proposte in gran parte presenti negli altri testi esaminati in questa rassegna, o comunque con essi compatibili: sfugge però in questa parte del testo la peculiarità dell’asse politico-culturale avanzato da Boeri in relazione alle premesse descrittive specifiche, ovvero al dualismo tra città ed anticittà ed alla pretesa insufficienza delle altre scuole di pensiero.
URBANISTICA E ARCHITETTURA – ARCHITETTURA DELLA CITTA’
Un
limite delle posizioni teoriche dell’Urbanistica Riformista di Campos Venuti e
Oliva, anche se più varia è la prassi, e vivace l’attenzione culturale dell’INU
da loro guidato (vedi le riviste dell’Istituto, ed anche il convegno di Genova
nel 2006 sul ‘Progetto urbano’), è la separazione tra pianificazione e architettura urbana: la
giusta considerazione sulla inefficacia dei Piani Regolatori Generali
“disegnati” e la coerente separazione tra Piani Strutturali e Piani
Operativi rischia di impoverire ambedue
i livelli riguardo alla necessaria attenzione alla ‘forma’ della città e di
delegare tutte le scelte tipologiche e morfologiche, relative ai fabbricati ed
agli spazi pubblici, al momento della progettazione architettonica, isolata dal
dibattito generale sulla trasformazione urbana, e quindi alla
auto-referenzialità degli architetti ed all’impronta costruttiva dei
committenti (immobiliaristi, imprese, singoli privati).
Il
tema sembrerebbe non riguardare strettamente la sostenibilità, mentre a mio
avviso è centrale per cercare di perseguire una effettiva vivibilità collettiva
degli spazi urbani, e quindi valori culturali e sociali che sono però anche
ambientali (paesaggio urbano, qualità edilizia, qualità della vita) ed
economici (efficacia della densificazione, successo della mobilità ‘dolce’,
costi e benefici delle aree ed attrezzature ad uso collettivo).
Lo
affronta con brillante esposizione Graziella Tonon con l’articolo “Urbanistica
e architettura: un rapporto da rinnovare”, Tonon
2011, che è
però limitato dall’orizzonte, pur importante, dell’insegnamento nelle facoltà
di Architettura e di Pianificazione, mentre Giancarlo Consonni, nel testo “La
difficile arte. Fare città nell’era della metropoli” Consonni 2008 articola in modo più completo
la proposta di una diversa urbanistica che divenga architettura della città:
-
sia
nella lettura della genesi storica della metropoli contemporanea (a partire
dagli opposti caratteri della città antica e medioevale, e dallo sviluppo e
crisi della città industriale) e dei limiti della risposta che architetti e
urbanisti del “movimento moderno” fanno dato ai problemi della modernità (con
Jane Jacobs e Ildefonso Cerdà – tra gli altri - contro il Le Corbusier teorico
dei CIAM ed i suoi epigoni, e soprattutto contro i contemporanei cantori della
bellezza del caos e del frammento, tipo Koolhaas): schematicamente si può
riassumere che per Consonni la metropoli
contemporanea tende a innestare contenitori isolati (architettura dei bunker)
su una ipertrofica rete di trasporti e comunicazioni, finendo per consumare,
con lo sprawl, non solo lo spazio (frammentato e disperso dalle reti), ma
anche il tempo (spostamenti obbligati su lunghe distanze, congestione),
degradando la campagna e disperdendo gli spazi della socialità, della
convivenza tra diversi e della conseguente sicurezza spontanea, surrogata dalla
segregazione e “militarizzazione”;
-
sia
nella formulazione di criteri alternativi per la progettazione, come “luoghi” a
misura d’uomo degli spazi urbani e
paesaggistici, valorizzando la complessità dei “contesti” (cum-texere: operare
su tessuti storicamente stratificati, polimorfi e polifonici), spaziando, con ampia
competenza letteraria e poetica (vedi soprattutto il cap. “L’ospitalità dei
luoghi – la riconquista possibile”)
anche sui campi attigui delle altre arti: danza, teatro, romanzo,
musica: secondo Consonni (se mi è possibile riassumere in breve prosa una
poetica espressa in linguaggio letterario alto) è necessario e possibile
ricreare, anche nella modernità, isole urbane a misura pedonale, orientate alla
liberazione del tempo, riconfigurandone la stratificazione diacronica con la
progettazione di nuovi spazi di relazione (archetipo della “radura” e
ripristino di corretti rapporti tra cielo e terra, tra verticale e orizzontale)
e collegandole con “strade vitali”; contro l’isolamento estremizzato di tecnica
(funzionalismo), natura (illusione della città giardino) e storia (mimesi
stilistica), occorre trovare l’equilibrio tra opposte polarità, quali artificio/natura,
ordine/complessità, aperto/chiuso, moto/quiete (ecc.), riscoprendo - nella
massima attenzione alla dimensione sociale (necessità che la VAS sia
“Valutazione Sociale Strategica) - altri archetipi progettuali, tra urbanistica
ed architettura: la soglia, la penombra, l’interferenza, la permeabilità.
Le riflessioni e proposte di Tonon e Consonni non sono scevre dalla consapevolezza delle ragioni strutturali della crisi della città e delle dominanti socio-economiche (con frequenti riferimenti a Mc Luhan) ed anche ideologico-culturali (il “nemico … non sta solo fuori di noi …: è la diffusa perdita di senso”; mentre outlets, centri commerciali e cinema multi-sale godono di un effettivo successo di massa), che rendono difficile l’immane compito di “civilizzare” la metropoli contemporanea.
Ma gli autori
sembrano concentrati soprattutto ad un approccio intellettuale, sia ‘dall’alto’
(interessanti considerazioni, e suggerimenti ai legislatori, sui limiti
concettuali della attuale legislazione sul suolo, ridotto a concetto
catastale-geometrico, e sulla mancanza di relazioni tra “beni paesaggistici” e
“beni culturali”, e cioè di attenzioni ai luoghi, ai tessuti e per l’appunto
alle stesse “relazioni” tra i diversi elementi di interesse), sia ‘dal basso’,
ma limitatamente ad una battaglia per culturale per “addetti ai lavori”,
progettisti e amministratori, senza una prospettiva di articolazione strategica
dei modi e dei mezzi, dei soggetti e delle alleanze, per avvicinarsi alla
rifondazione urbana e paesaggistica auspicata (e dichiarata, ma non dimostrata,
necessaria e possibile).
Valgono quindi, a
maggior ragione, le domande poste nel precedente paragrafo all’Urbanistica
Riformista.
Ho scelto di commentare
Tonon e Consonni (oltre che per personale simpatia ed antica vicinanza
studentesca), per il peculiare fascino della loro scrittura, ma è doveroso
segnalare che analoghe proposte orientate alla qualità urbana della città
compatta sono avanzate in Italia, da diverse altre scuole (vedi ad esempio AAVV-Dal Pozzolo 2002, Giovannini
2009, AAVV-Colarossi e Latini2009) e che a simili
attenzioni si perviene anche attraverso i ragionamenti eretici di Marco Romano Romano 2004 , nonché – a mio
avviso – seguendo gli esiti meno formalistici e auto-referenziali della scuola
di Aldo Rossi e della sua “Architettura della Città” Rossi 1965 (meno
meccanicista nella parte propositiva della “analisi urbana” di Muratori e
Caniggia, ritenuta da Consonni inadeguata a descrivere “le manifestazioni
mature della metropoli contemporanea” Caniggia
e Maffei 1979 ).
AGGIORNAMENTO GENNAIO 2014
Nel numero 150-151 di "Urbanisitca", il contributo teorico di Ennio Nonni sulla “bio-urbanistica” (qualcosa di molto diverso dalla sommatoria di tante bio-architetture), cerca di abbracciare in uno stesso discorso le metropoli dei paesi ricchi (che consumano suolo per l’irrazionalità delle espansioni periferiche a volumi isolati oppure a villette, ma garantiscono servizi e spazi pubblici) e quelle dei paesi poveri (che si espandono per l’inarrestabile migrazioni nelle baraccopoli) e – valutando comunque criticamente la praticabilità dell’obiettivo del risparmio di suolo a fronte della pressione migratoria, che non è esclusa neanche per le città del mondo ricco – propone di perseguirlo, nella nostra realtà, sostituendo le periferie esistenti con organismi urbani compatti ed integrati (simili ai nostri “centri storici” ma anche all’urbanità che esprimono le stesse favelas); la proposta mi sembra convergente con quelle che ho riepilogato come “architettura della città”, e mi pare presenti – come le altre da me ivi riepilogate – un sostanziale difetto, e cioè di non spiegare come si può conseguire tale indirizzo, nelle nostre società, in termini di consenso antropologico (ancor prima che politico e di mercato).
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Sergio Lironi
I NUOVI STANDARD ECOLOGICI
Federico Oliva, in quanto presidente dell’INU, ha
svolto considerazioni analoghe a quelle di Campos Venuti nell’articolo
richiamato (a parte la nostalgia berlingueriana) nella relazione introduttiva
al 27° Congresso dell’INU, Livorno 2011, mentre nel precedente 26° Congresso ad
Ancona nel 2008 l’INU aveva promosso una larga integrazione delle tematiche
ambientali nel dibattito sulla pianifciazione urbanistica e territoriale;
inoltre, con precedenti testi Oliva&C 2005 e
con le pubblicazioni sui piani progettati, tra cui quello di Reggio Emilia, AA.VV.- Galuzzi 2008 aveva assunto
frontalmente parte della tematica ecologica nella teoria e nella prassi dei
piani comunali urbanistici, proponendo una precisa gamma di densità edilizie
(per Reggio Emilia comprese tra 0,3 e 1,2 m3/m2 di densità territoriale) e formulando nuovi standard specifici di verde pubblico e privato (con
quantità minime di piantumazioni, arboree ed arbustive), al fine di raggiungere
un equilibrio tra emissioni ed assorbimento di CO2.
- qualche sottovalutazione delle problematiche
Tali
prescrizioni di Oliva&C hanno il pregio di essere concrete e precise; però
si pone il dubbio se non comportino:
-
alcune
semplificazioni positivistiche (assumendo di fatto come costanti le variabili
relative a motorizzazione, modalità di trasporto, emissioni in atmosfera di
case e veicoli); - qualche sottovalutazione delle problematiche
o
del
consumo di suolo, perché non spingono a densità molto elevate (anche riguardo
ai livelli necessari per conseguire una efficienza del trasporto pubblico e per
innescare positivi effetti di multi-funzionalità e vivacità urbana,
o
della rete ecologica, perché tendono ad
equiparare il verde urbano (pubblico, privato e condominiale) al verde
agro-forestale, sostenendo anzi che il verde urbano inquina meno di certa
agricoltura intensiva (e per giunta assistita). Ciò può essere vero oggi, ma
“la continuità dei suoli agricoli extra-urbani dovrebbe essere considerato come
un valore positivo, paesaggistico ed ambientale (come il buio ed il silenzio,
necessari per valorizzare il suono e la luce) ed inoltre ‘un’altra agricoltura
è possibile’ (vedi gli esperimenti di “Terra madre” e di “Kilometro zero”), per
cui occorrerebbe conservare questi spazi come riserva strategica per una
possibile alternativa verso una relativa auto-sufficienza alimentare alla
globalizzazione, attualmente drogata dalla esternalizzazione dei costi
ambientali dei trasporti su terra e su mare; il che sembra più difficile (ma
forse non impossibile) a partire dal verde pubblico e condominiale” (Vailati-Vecchi 2010)
PER UN INQUADRAMENTO PIU' AMPIO, VEDI ANCHE, IN QUESTO BLOG, "PAGINE - PARTE 3^" E "BIBLIOGRAFIA"
L'URBANISTICA RIFORMISTA
Giuseppe
Campos Venuti, con l’articolo “Città sostenibili e austerità”, Campos Venuti 2011, tende a riallacciare il ciclo
di esperienze dell’urbanistica riformista (da Bologna anni 60 al paradigma INU
per il nuovo piano a metà anni ’90 alle successive verifiche e riflessioni)
alla battaglia culturale di Enrico Berlinguer (rimasta minoritaria anche a
sinistra) per “l’austerità” in risposta
alla crisi degli anni ’70, così sintetizzata: “non una generica riduzione dei
consumi ma la limitazione di quelli improduttivi e parassitari, allargando
quelli produttivi e sociali”.
Rivendicando
di aver affiancato la posizione berlingueriana, in particolare con il volume “Urbanistica e austerità”,
Campos Venuti ripercorre la “lunga marcia della sostenibilità urbanistica in
Italia”, dalla riduzione all’indispensabile delle espansioni private al
contenimento delle densità eccessive, dalla conquista degli standards di spazi
pubblici alla tutela delle aree agricole “per la produzione alimentare e la
difesa ambientale”, dall’attenzione al paesaggio alla introduzione “del verde
indispensabile ad assorbire l’anidride carbonica emessa dalle nuove auto nei
percorsi urbani”, fino al recepimento delle norme europee per la qualità
energetica degli edifici.
Affronta
poi, in sintonia con il recente 27° congresso INU di Livorno, il tema della
crisi urbana sullo sfondo della nuova socio-economica e finanziaria mondiale e
nell’intreccio, specificamente italiano, con il peso del debito pubblico, la
debolezza dei bilanci comunali ed il
ruolo delle rendite, finanziaria e fondiaria, proponendo interessanti elementi
di riflessione (anche per il superamento di alcuni carenze e difetti
applicativi delle leggi regionali ispirate dal modello INU), sui seguenti
problemi, inerenti alle modalità attuali della pianificazione urbana e territoriale
in Italia:
-
rafforzamento
del carattere non-conformativo delle
previsioni di trasformazione dei piani strutturali e del carattere attuativo
dei piani operativi (da non sovradimensionare e con scadenza della
edificabilità non utilizzata nel quinquennio),- gestione attiva e non solo “regolativa” degli interventi sui tessuti esistenti,
- “compensazione perequativa” e “contributi di sostenibilità” finalizzati al contenimento della rendita ed al suo recupero in favore della città pubblica e gli obiettivi ecologico-ambientali,
- pianificazione di area vasta (integrati a tutti gli aspetti paesistici e ambientali) adeguata a fronteggiare e governare la “metropolizzazione”, sostituendo – ove necessario - i troppo angusti piani comunali, e connessa con piani regionali concentrati sulla localizzazione delle risorse di livello regionale/statale/comunitario.
In
tal modo, secondo Campos Venuti, l’urbanistica (e quindi, come soggetto, gli
enti locali virtuosi e l’arco delle forze politiche e sociali connesse) può
contribuire ad una uscita positiva dalla crisi, combattendo la rendita che
(resta) “la causa di fondo della crisi urbana, strettamente integrata alla
crisi economica, entrambe legate alle
scelte improduttive della finanza” “probabilmente la prima non si potrà
risolvere separata dalla seconda”.
Le formulazioni più generali
dell’Urbanistica Riformista (come sopra riassunte da Campos Venuti), senza
assolutamente voler trascurare i meriti acquisiti per come concretamente
continuano a sperimentare e teorizzare la possibilità di migliorare i piani
urbanistici e tramite di essi la realtà urbana, mi sembra pongano la necessità di
approfondire le seguenti riflessioni di fondo, che trascendono in parte la
specificità disciplinare (in parte già lasciate aperte dallo stesso Campos
Venuti):
-
la metropolizzazione può
effettivamente essere governata ed “umanizzata” dalla pianificazione, in Italia
ed altrove (sviluppando proposte tipiche dell’urbanistica riformista, come le
nuove polarità ed il trasporto pubblico su rotaia)?- quali sono le forze, le alleanze e le modalità per suscitare il necessario consenso sociale nella battaglia per piegare la rendita a finalità urbane pubbliche ed ecologiche?
- risulterà possibile, con queste battaglie locali, salvare il welfare urbano nello scontro economico e finanziario a livello “globale”?
la contrapposizione alle rendite può aprire la strada ad uno sviluppo veramente sostenibile, oppure i limiti ambientali comportano una più radicale revisione del concetto di sviluppo?
LA RISCOPERTA DEGLI ARCHETIPI OVVERO GLI ASPETTI STRUTTURALI E MAGICI DELLO STATUTO DEI LUOGHI
Muovendo
dal filone culturale di Magnaghi, Anna Marson in “Archetipi di Territorio” Marson 2008 approfondisce
il rapporto storico tra uomo e luoghi, cercando nell’uno e negli altri gli
“Archetipi” antropologici e territoriali, che hanno presieduto agli
insediamenti umani, fino alla rottura concettuale del Rinascimento ed alla
definitiva lacerazione in epoca moderna, anche per effetto della strasbordante
potenza tecnologica.
L’accattivante
racconto attraversa dapprima Acqua, Terra, Aria, Fuoco, e poi Centro, Confine,
Giardino, Selva, alla ricerca delle tracce archeologiche e storiche e delle
speranze di rifondazione (in una nuova sacralità laica) dei principi ecologici
nelle relazioni tra uomo/donna e
ambiente e delle radici antropologiche nella concezione dell’abitazione e
dell’urbanità, rivisitando numerose ricerche e scuole di pensiero (tra cui
spiccano quelle di Gustav Jung, Marija Gimbutas, Giovanni Ferraro e Joseph
Rykwert, Martin Heidegger e Christian Norberg-Schulz - Christian Norberg-Schulz 1979 Ferraro 2001 Rykwert
2003).
Marson
propone una nuova cultura della progettazione, che preliminarmente ascolti con
umiltà i sussurri e le grida dei Quattro Elementi, della terra e del
fuoco, nonché “quelle conoscenze, almeno
parzialmente inconsce e poco codificate, che ognuno di noi, come essere umano, porta con se
geneticamente”, per – non solo – “adattarsi ai progetti che la natura ha già
disegnato, ma di dialogarvi a partire dalle esigenze umane e quindi sociali
essenziali, sedimentate nella stratificazione storica degli insediamenti a
partire dalla quale possiamo ritrovare regole di lunga durata, codificate negli
archetipi di territorio”.
Il limite dell’opera mi pare stia nella mancanza
di indicazioni sociologiche e politiche per portare questa appassionante
battaglia culturale fuori dalle accademie, e costruire consenso e tendenze
alternative negli utenti (e quindi poi forse nei committenti) delle case, delle
città e delle metropoli.
Considerando che
l’individuo/consumatore può essere ancora facilmente indotto a pensare, acquistando
od abitando o anche solo desiderando ad esempio una villetta a schiera - e
quindi mentre concorre a distruggere o dissipare suolo, paesaggio, risorse
naturali - di attingere privatamente a gran parte degli archetipi in
questione, ma sotto la forma caricaturale di Piscina, Barbecue, Orto,
Recinzione, “Godimento esclusivo terra/cielo” (come dice la pubblicità
immobiliare), probabilmente con qualche forma di architettura vernacolare che
risalga anche alla storia locale, e vantandosi di risparmiare energia perché la
costruzione ricade in “classe A”.
Da valutare a
parte il recente impegno diretto della professoressa Marson come Assessore
Regionale al territorio per la Toscana (mentre la scuola territorialista di
Magnaghi si cimenta attivamente con la redazione dei Piani Territoriali e
Paesaggistici di importanti territori, dalla provincia di Prato alla Regione
Puglia), in analogia storica con l’impegno politico-amministrativo diretto di
importanti maestri dell’urbanistica riformista, da Astengo a Detti, da Campos
Venuti (e di molti suoi allievi milanesi) a Cervellati, nonché Lodovico
Meneghetti (di cui sono stato allievo), che in proposito ha anche teorizzato il
ruolo dell’”urbanista condotto”.
PER UN INQUADRAMENTO PIU' AMPIO, VEDI ANCHE, IN QUESTO BLOG, "PAGINE - PARTE 3^" E "BIBLIOGRAFIA"
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