giovedì 9 ottobre 2014

IL NOMADISMO SECONDO MICHEL MAFFESOLI

Di Michel Maffesoli, di cui già ho recensito (alla PAGINA 2 paragrafo 4) il più recente ed ampio “Il tempo delle tribù. il declino dell'individualismo nelle società postmoderne”   (2004), nonché  “Reliance. Itinerari tra modernità e postmodernità” (2007), ho avuto modo di leggere anche il precedente “DEL NOMADISMO – Per una sociologia dell’erranza”, edito nel 1997 (traduzione Milano, Franco Angeli – 2000, pag. 167), che espone più radicalmente alcuni elementi fondanti del suo pensiero:
-          l’insufficienza della moderna razionalità universalista a comprendere i comportamenti erranti, devianti e per l’appunto “nomadi”,
-          la presenza latente ed oscillante, anche nelle società “stanziali”, al di sotto del loro “morbido totalitarismo”, ed anche nei singoli individui, di elementi nomadi, “politeisti” e dionisiaci, che si sottraggono alle logiche unitarie e produttive.
-          le molteplici radici storiche di tali forze alternative, ad esempio tra gli “ebrei erranti” e tra i ”goliardi” medioevali, tra i monaci itineranti giapponesi e tra gli esploratori portoghesi,
-          la recente crescita di queste correnti, e la previsione dell’Autore di un ulteriore crescita, in una nuova chiave femminile, cooperativa ed ecologica; in questo ambito anche una qualche lettura positiva del fenomeno del lavoro precario, visto come libera scelta soggettiva.

Benché ami richiamare alcuni maestri della sociologia moderna, da Simmel a Durkheim, da Weber ad Adorno (ben contro-bilanciati ovviamente da abbondanti citazioni di Rilke, Nietzche, Cioran, Jung, ecc.), il testo di Maffesoli, letterariamente affascinante e leggibile, rifiuta con evidenza qualunque riferimento quantitativo e qualunque ragionamento sui dati materiali, e si presenta soprattutto come un trattato antropologico, appoggiato alla storia quel tanto che gli serve: non sempre con rigore, ad esempio:
-          quando nega ogni pretesa di dominio nella storia antica del popolo ebraico;
-          quando separa la mobilità medievale dai pellegrinaggi – esaminati a parte – oppure ignora i fenomeni conseguenti all’assetto patrimoniale del maggiorascato, sia tra i nobili, da cui la cavalleria (ed anche chierici non sempre “regolari”), sia tra i piccoli possidenti contadini, da cui molti migranti, artigiani o anche senz’arte;
-          quando proclama, con la “modernità”, la fine del nomadismo, mentre di poveracci in movimento è piena anche la storia del moderno lavoro salariato, che si nutre all’origine dal pauperismo urbano post-medievale;
-          dove identifica la riforma luterana con la piena razionalità monoteista, senza cogliere quanti demoni e abissi risiedano nelle pratiche religiose del nord-europa e quanto il mondo protestante sia stato specifico terreno di cultura della psicanalisi, da Maffesoli ascritta correttamente (ma ristrettamente) all’erranza ebraica..

Questo eccesso di apriorismo è a  mio avviso evidente, riguardo all’oggi (e confrontando ad esempio le documentate posizioni di Manuel Castells), soprattutto su tre fronti:
-          la libertà, incertezza e promiscuità sessuale, cui l’Autore inneggia, appare come una costante – pur oscillante – nei secoli, senza cogliere la fondamentale svolta derivante dai metodi contraccettivi del secondo novecento, che offrono un ruolo più indipendente alla donna e sottraggono in parte il maschio al dilemma responsabilità/irresponsabilità (mentre in passato il libertinaggio costituiva privilegio maschile);
-          la prevalenza di valori positivi (femminili-cooperativi-ecologici) nei “nuovi movimenti” mi sembra auspicabile ma difficile da dimostrare come dato di fatto, sia nelle “tribù metropolitane” (si veda ad esempio la perdurante violenza maschilista degli “antagonisti” oppure delle tifoserie “sportive”), sia nelle avanguardie dei popoli oppressi e migranti, tra cui emergono per ora gli estremisti islamici;  
-          il precariato dei rapporti di lavoro, pur apprezzato da consistenti minoranze giovanili, si dimostra essere sempre più un obbligo derivante dalle “leggi del mercato”, dettate da quei diversi nomadi che si chiamano capitale finanziario e vari agenti della globalizzazione.

Pertanto Maffesoli sul Nomadismo non mi ha convinto: ma ritengo che sollecitazioni di questo tipo (condotte tra l’altro da Maffesoli con un linguaggio molto “razionale”, diversamente dagli eccessi anche linguistici –ad es.- di Luc Nancy oppure di Derrida) debbano essere raccolti da tutti i cultori della razionalità, che non può limitarsi e farsi schiacciare nella difesa di un vecchio e limitato ordine del pensiero (vedi ad esempio la trilogia senile di Eugenio Scalfari), ma deve saper comprendere, con l’umiltà del saper-di-non-sapere, tutte le problematiche umane, incluse le pulsioni dionisiache e le tendenze al nomadismo, i demoni e gli abissi, il corpo e l’anima (come propone, parlando di architettura e urbanistica, anche Graziella Tonon nel testo che ho poc’anzi recensito).    

RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO 2014

Il “Rapporto 2014” del Centro di ricerca sui Consumi di Suolo (costituito da INU, Dipartimento DAStU del Politecnico di Milano e da Legambiente), edito on-line dall’INU e redatto da Arcidiacono, Di Simine, Oliva, Pileri, Ronchi e Salata, con sottotitolo POLITICHE, STRUMENTI E PROPOSTE LEGISLATIVE PER IL CONTENIMENTO DEL CONSUMO DI SUOLO IN ITALIA, mantiene quanto promette:
- un ampio esame delle problematiche teoriche relative alle modalità di misura del consumo di suolo (se riguardi la sola superficie “coperta” da fabbricati, quella altrimenti impermeabilizzata oppure quella a vario titolo “occupata” per gli usi urbani, e come valutare in tale ambito, ad esempio, il verde pubblico) e sullo stato dell’arte nella effettiva misurazione in Italia (con spiccate differenze tra diverse regioni e realtà locali, ma con il recente apporto unitario di ISPRA e quello promesso in futuro dall’ISTAT) ed in Europa, con lo standard comune consolidato di “CORINE Land Cover” (che però utilizza un reticolo a larghe maglie, con unità di 25 ettari), gli ulteriori approfondimenti con i progetti LUCAS e HR Built-Up Areas (quest’ultimo con foto satellitari con risoluzione di soli 20 metri);
- una rappresentazione sintetica delle problematiche concrete del consumo di suolo in Italia (complessivamente, secondo ISPRA, dal 3% negli anni 50 ad oltre il 7% attuale), in relazione ai diversi usi del suolo e modelli insediativi, con attenzione alle differenze tra regioni, nonché ai disturbi indiretti indotti dalla frammentazione del suolo non occupato, e con approfondimenti specifici in territorio lombardo sulla provincia di Lodi (e sugli effetti, talora perversi, del Piano Provinciale), sulle nuove infrastrutture (assai “consumose”) e sui parchi regionali e dintorni (in tali intorni si condensano specifiche pressioni differenziali);
- una articolata denuncia (soprattutto da parte di Paolo Pileri) del deficit istituzionale, ed anche culturale, che in Italia impedisce una seria tutela della risorsa primaria costituita dal suolo (in confronto con le esperienze europee più avanzate, a partire dalla Germania), e che si annida soprattutto nella crescente e mal-intesa autonomia decisionale dei singoli comuni, mentre i fenomeni ambientali prescindono dai confini amministrativi;
- una rassegna delle iniziative e proposte di legge in materia di risparmio nel consumo di suolo, a scala regionale (seguita anche da interessanti contributi specifici per Lombardia, Piemonte e Toscana) – finora per lo più solo buone intenzioni - ed a scala nazionale, che testimoniano la crescita di una sensibilità diffusa sull’argomento, cui non corrispondono finora interventi adeguati; con approfondimento delle criticità del disegno di legge dell’ex ministro Catania (che al momento della stesura del Rapporto era ancora all’ordine del giorno, mentre ora appare sepolto dalla nuova valanga di cemento del decreto sblocca-Italia) i cui limiti principali sembrerebbero il mantenimento di una logica incrementale per gli insediamenti (seppure frenata) e la mancata assunzione del nuovo principio della “rigenerazione urbana” come asse portante per il governo del territorio (nota: la logica “incrementale frenata” pare insita anche nel Piano Territoriale Metropolitano di Barcellona, che a fine volume viene presentato come innovativo, e di cui comunque si può apprezzare l’incisività, rispetto alla fumosità prevalente nei Piani di Area Vasta nostrani);
- la formulazione (Edoardo Zanchini e Federico Oliva) della suddetta “rigenerazione urbana”, ovvero del risanamento complessivo dei tessuti insediativi carenti sotto il profilo qualitativo ed energetico (e talora anche statico/antisismico), come fronte di investimento (ma anche di risorse endogene) per un nuovo sviluppo delle città all’interno dei loro confini, alternativo ad ogni ulteriore espansione (una sorta di continuo flusso temporale tra i diversi usi urbani, nello spazio consolidato delle città).

Nell’insieme questo testo costituisce un notevole contributo teorico-pratico sulla questione del consumo di suolo e – assieme alla lettura degli ultimi numeri delle riviste Urbanistica ed Urbanistica Informazioni (non invece le ultime rassegne di Urban-promo, che nei fatti trattano in prevalenza casi di ulteriori espansione) – conferma il deciso impegno sul tema di gran parte degli intellettuali vicini all’INU.
Dovrebbe stupire pertanto il reciproco ignorarsi con il contiguo ambito di “Salviamo-Il-Paesaggio” (cui pure aderiscono tra gli altri FAI, WWF, Italia Nostra, Slow food e Legambiente, quest’ultima partner dell’INU nello stesso CRCS), che si occupa del medesimo tema con iniziative concrete, locali e nazionali, seppur forse un po’ velleitarie, come il censimento dal basso sul consumo del suolo e l’ipotesi di un disegno di legge di iniziativa popolare.
E che da parte sua, oltre ad ignorare il CRCS, assume talvolta – a scala locale – anche gli urbanisti dell’INU come bersaglio (vedi atti della recente 3^ assemblea nazionale).
Manca invece qualsivoglia sforzo di entrare nel merito delle reciproche posizioni teoriche generali.
E che sarebbe a mio avviso invece molto interessante, ad esempio, approfondendo i giudizi sul disegno di legge di riforma urbanistica presentato dal ministro Lupi: dalla lettura comparata, a distanza, infatti emerge una visione possibilista dell’INU (vedi Oliva su UrbInf n° 255) ed una stroncatura di Salv.Paes. che ha ospitato nel suo sito un documento critico firmato tra gli altri da Vezio De Lucia e Francesco Indovina.
Riservandomi di esprimere anche qualche mia valutazione (soprattutto se il testo Lupi diventerà nell’agenda-Renzi qualcosa di più di un soprammobile decorativo), segnalo che qualche punto di contatto teorico si potrebbe paradossalmente riscontrare addirittura tra la “liquidità immobiliare” di Lupi, che pure parte dalla valorizzazione della proprietà, e la evanescenza del possesso, cui arriva il prof. Maddalena (lectio magistralis alla suddetta 3^ conferenza di Salv.Paes.), a partire dai “beni comuni”; e che forse una linea unitaria può essere cercata tra tutti coloro che perseguono il risparmio del consumo di suolo (e non possono esimersi dal valutare le modalità della connessa “rigenerazione urbana”).


martedì 30 settembre 2014

CALIFFATO

In attesa del dibattito – finalmente – al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul nuovo “Stato Islamico” in Irak e Siria, mentre gli USA già guidano una coalizione di “volonterosi”, composta da bombardatori occidentali, occidentali ambigui (tra cui l’Italia) e stati ed entità mediorientali che dovrebbero metterci le truppe di terra, senza sottovalutarne per quanto mi riguarda la pericolosità, vorrei analizzarne – per quel che da lontano ci risulta dai media – le caratteristiche effettive che dovrebbero giustificare contro di esso un intervento armato, e che mi pare ricadano nel seguente elenco:
-        -  Ferocia, esibita con la esecuzione in video di ostaggi incolpevoli
-      - Aggressività, in atto come  secessione/sovversione delle realtà statuali di Irak e Siria e minacciata propagandisticamente al “resto del mondo”
-         - Totalitarismo ed intolleranza religiosa (e maschilista), con episodi di schiavismo e pulizia etnica.

Se il mix di questi aspetti è inquietante, occorre però riflettere anche sul grado di acquiescenza finora mostrato da gran parte del mondo civile nei confronti di altri soggetti che in un passato recente e nell’oggi manifestano simili tendenze sull’uno o sull’altro di tali versanti.
Ad esempio, per la ferocia possiamo rammentare il comportamento degli stessi USA  verso prigionieri od accusati mai regolarmente processati (da Abu Ghraib a Guantanamo, da Abu Omar alla stessa esecuzione di Bin Laden  e parte della famiglia); per l’aggressività e la sovversione gli oppositori libici del pur crudele dittatore Gheddafi oppure il putsch del generale Al Sisi contro il legittimo governo dei Fratelli Mussulmani in Egitto; per il totalitarismo religioso e maschilista l’Arabia saudita; per l’intolleranza religiosa la politica di oppressione della Cina in Tibet; e purtroppo tanti altri esempi.
L’IS o ISIL o ISIS sta forse esagerando in tutte le suddette specialità, e preoccupa soprattutto per le tendenze allo schiavismo e alla pulizia etnica, ma giudicarlo e contrastarlo al di fuori dell’ONU (o senza aver prima condotto ogni tentativo per un pronunciamento dell’ONU) mi sembra moralmente inaccettabile e politicamente avventurista (nonché incostituzionale, se si ricorre alla guerra, per quanto riguarda l’Italia e l’art. 11 della sua Costituzione).

Ho apprezzato le parole di papa Francesco, in Albania, contro la “violenza praticata “in nome di Dio”.
A proposito di ferocia, a Papa Francesco (ed in seconda battuta agli amici, laici e cattolici, dediti i pellegrinaggi a Santiago di Compostela) vorrei dedicare, come pro-memoria, l’immagine di “Santiago Matamoros” che campeggia in un venerato “retablo” della Cattedrale di Granada e che è parimenti diffusa in altre chiese di Spagna, ed inneggia plasticamente alla “violenza praticata (in altri tempi) in nome del Dio cattolico”: San Giacomo comparve in battaglia (o in sogno) nell’anno 844 a fianco dei cristiani, facendoli vincere, ed è raffigurato mentre trafigge i nemici moriscos  (è pur vero che erano nemici e invasori, ma pur sempre uomini; e va a finire che i loro discendenti si ricordano del trattamento ricevuto dai re cattolici nella reconquista della Spagna).




CASTEL-VEGAS

E’ stato inaugurato da alcuni giorni il “nuovo centro commerciale” di Castelletto sopra Ticino, in sostanza il completamento sul fronte nord della “strada mercato” del Sempione, nell’unico segmento significativo finora rimasto “verde” lungo l’asta della Strada Statale 33 dal Ponte sul Ticino fino ad Arona (circa 8 chilometri, nei comuni di Castelletto e Dormelletto: fa eccezione ormai solo la villa Tesio).
L’operazione ha comportato un notevole consumo di suolo già agricolo e boschivo, per una estensione di circa 10 ettari (100 mila metri quadrati), mentre lungo l’asse del Sempione e nei dintorni non mancano edifici abbandonati, non solo industriali, perché nella realtà ormai avanza già anche il “commerciale dismesso” (vedi ad esempio a Dormelletto le aree Liolà ed ex-coin/carrefour ecc.), segnali di crisi non solo congiunturale di un modello consumistico forse non più “sostenibile”.
Tuttavia questa scelta, fortemente voluta dalle Giunte di “sinistra” che governano il Comune di Castelletto negli ultimi 2 decenni, ed accettata con qualche torcicollo dalla Regione (ove destra e sinistra si sono alternate), risulta conforme:
-          alla lettera, più volte riscritta in peggio, della Legge Regionale varata dal prof. Astengo nel 1977 (ma non certo conforme allo spirito iniziale della legge e allo spirito del povero Astengo, che avevano ben chiaro già allora l’obiettivo della “tutela del suolo” e soprattutto di quello agro-forestale)
-          al Piano Territoriale Provinciale, che ha facilitato gli insediamenti vagamente “produttivi” e più largamente commerciali in prossimità dei caselli autostradali, con disastrosi esiti paesaggistici (oltre a Castelletto e Arona/Paruzzaro, Borgomanero-sud, Biandrate, Agognate e Galliate: ilmeno peggio è forse l’outlet di Vicolungo, malgrado gli immensi parcheggi solo a raso), senza per questo riuscire a risparmiare da analogo scempio altri assi stradali, come la SS 32 a Pombia/Varallo Pombia, oppure la SS 629 a Caltignaga) 
-          al Piano Regolatore comunale, a tal fine appositamente modificato dagli anni ’90 in questa specifica area, già destinata in precedenza come “zona F” ad un mai precisato progetto di parco di rilievo sovracomunale, e orientato in favore della “strada mercato” a partire dagli anni ’70, con indubbi successi sotto il profilo occupazionale (degli esordi della vicenda  sono stato personalmente testimone ed anche attore-non-protagonista, o forse vittima di effetti collaterali) .

Premesso quanto sopra circa il “peccato originale” dell’intervento, è interessante osservare che il Comune ed i Promotori si vantano dei contenuti ecologici del nuovo “parco commerciale”, evidenziando:
-          le coperture ricche di pannelli foto-voltaici (su cui non ho nulla da ridire, visto che in questo caso almeno si evita di spalmare i pannelli sul suolo coltivabile)
-          il sistema del verde, progettato niente meno che da Andreas Kipar, con la piantumazione di numerosi alberi ed arbusti (non si menziona invece il numero di piante preesistenti abbattute …), confezionando anche in mezzo agli empori un mini-bosco in memoria del vero bosco che qui prima tranquillamente abitava (sembra un po’ la gabbia del panda allo zoo, con la implicita didascalia “habitat in via di estinzione, XXI secolo”).
Indubbiamente la presenza di un po’di verde (probabilmente i primi parcheggi alberati su 8 chilometri di strada-mercato) e dei pannelli foto-voltaici, nonché la progettazione organica dell’insieme dei 10 ettari rappresentano qualche passo avanti rispetto a gran parte dei precedenti episodi di insediamento commerciale sul Sempione (guardando anche ai pessimi precedenti lungo lo stesso asse in Lombardia, da Vergiate a Somma Lombardo/Arsago/Casorate e poi peggiorando da Gallarate a Milano).
Ma, come diceva Lenin in altra occasione, è opportuno misurare con i passi avanti anche i passi indietro (oltre al suddetto peccato originale); ad esempio, anche rispetto al recente intervento di Esselunga, BriKo &C alle “Tre Strade” (innesto tra S33 e SS 32):
-          il marciapiede antistante agli ingressi dei vari negozi poteva essere un “boulevard” (senza andare lontano, si guardi al notevole calibro stradale della parte pedonale di viale Repubblica ad Arona, progettato a metà Ottocento), invece è assai più stretto di quello di Esselunga-Briko&C, e come quello privo di alberature o porticati o altra ombreggiatura e/o riparo dalla pioggia (che qui da noi è frequente e fastidiosa, ora anche d’estate),
-          tale percorso è interrotto sia da rami di viabilità forse non indispensabili, sia dagli accessi ai pochi parcheggi interrati (che sono separati e non connessi a sistema, come avrebbe potuto essere se avessero avuto accesso da Nord, sfruttando il naturale dislivello che avrebbe reso superflue le rampe),
-          gli snodi viabilistici di accesso e deflusso risultano di rango decisamente inferiore a quelli imposti a suo tempo a Esselunga&C (ed anche a Bennet); soprattutto risulta incomprensibile lo scarico di una delle uscite sulla preesistente via Cicognola, che ha un calibro del tutto inadeguato per una circolazione a doppio senso con i nuovi carichi di traffico derivanti dal nuovo “parco” commerciale.

Inoltre l’immagine complessiva dell’insediamento, sia pure più ordinata del caos dilagante lungo l’asse del Sempione (e peggio ancora, volendo vedere, a Ghemme/Romagnano e tra Oleggio Castello e Borgomanero), non va oltre l’assemblamento casuale di banali capannoni pre-fabbricati, dipinti con i colori dei vari marchi aziendali.

ANCORA SULL'ART. 18

TESTO DEL 22-09-14

Mi son preso la briga di rileggere la mozione su cui Renzi vinse le primarie per la Segreteria del PD nello scorso inverno, nonché il mio commento in materia di lavoro e diritti, dove constatavo la mancanza di precisi contenuti e l’assenza di attacchi all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, esplicitamente presenti invece nella precedente campagna renziana (quella in contrapposizione a Bersani).
Si trattava probabilmente di una furbizia tattica (d'altronde anche nella recentissima lettera a tutti gli iscritti del PD Renzi non è esplicito nel proporre l’abrogazione del diritto al reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti ingiustamente licenziati).
Renzi preferisce attaccare gli oppositori interni al PD, accusandoli di voler scendere dal suo 41% di consensi al loro 25%, ed i sindacati, rinfacciandogli di aver subito la divisione tra “garantiti” e precari, ed imputando a tutti i critici la colpa di conservatorismo (come se la sua riforma fosse l’unica possibile).
(inoltre quel 41%, riferito alle europee e solo al 60% di votanti, non è per nulla garantito nel futuro, ed era dovuto anche ad eccezionali circostanze, a partire dalle sparate in auto-rete di Grillo).
In attesa che tutte le carte del “job act” siano tradotte dall’inglese e messe in chiaro (è decisivo capire se la nuova forma di contratto “a tutele crescenti” sarà “unica”, a danno di tutte le forme di precariato, oppure andrà solo ad aggiungersi in linea facoltativa o sperimentale), le voci e i comportamenti  nelle ultime settimane fanno intendere che comunque il governo punta ad uno strappo contro l’art. 18, per ora probabilmente solo per i neo-assunti (andando così a sancire una nuova divisione tra giovani e anziani).
Dal momento che questo orientamento non proviene dal PD (né dalla sua storia, né dal suo ultimo congresso, come sopra richiamato), e  nei penultimi tempi  non era nemmeno al centro delle rivendicazioni padronali, bensì è invocato esplicitamente dalle destre politiche (interne ed esterne alla maggioranza) e suggerito più o meno felpatamente dalla BCE ed altri ambienti europei e/o finanziari (anche se il modello Fornero, ora vigente, parrebbe simile alla normativa tedesca), si può supporre che Renzi lo assuma più per questo (pressioni di Draghi?) che non per la moderata paura che può per ora fargli il moderato Alfano.

Poiché in questa fase ed anche su questo tema sindacati, componenti minoritarie del PD ed ultra-sinistra hanno il fiato corto (benché il diritto sia attivo ancora per quasi 8 milioni di lavoratori), è difficile capire se passerà facilmente questo ulteriore abbassamento delle garanzie sul posto di lavoro (mi stupisce Michele Serra, che si aggiunge al coro di chi lo ritiene un inutile simulacro, come scegliere le tende di una casa che sta crollando, lui dice).

Nel merito della questione, per parte mia (anche per essere passato molti anni fa per una dura esperienza di licenziamento discriminatorio, sia pure in altro contesto normativo) resto molto affezionato all’art. 18, mi duole che non diventi costitutivo dei rapporti di lavoro dell’intera Europa (che al momento tutela meglio gli scoiattoli ed i formaggi tipici), anziché essere cancellato dall’Italia (patria di Beccaria e anche di Brodolini, e non solo di Pareto e Berlusconi) proprio per far piacere ad una certa Europa, e non capisco perché una sinistra pragmatica non lo proponga a coronamento del nuovo contratto a tutele crescenti, che in sua mancanza cresceranno assai poco (pare si preveda al massimo un indennizzo monetario).     

Occorre arrivare tanto a destra, sempre per “compiacere i mercati”?     

giovedì 28 agosto 2014

LA CITTA' NECESSARIA DI GRAZIELLA TONON

Con “LA CITTA’ NECESSARIA”  (Mimesis/architettura Milano/Udine 2013, pagg. 114, € 12,00) l’architetto prof. (e poetessa) Graziella Tonon riprende ed ampia i temi di  testi suoi e di Giancarlo Consonni (anch’egli architetto, prof. e poeta) già da me considerati al paragrafo 17 “Urbanistica e architettura-Architettura della Città” del mio saggio sulla sostenibilità urbana (pag. 3 di questo blog).

Il libro è articolato “a sandwich” in 3 parti, quelle iniziale e finale dedicate ad analisi e proposte in generale sulla degenerazione del territorio e del paesaggio metropolitano, soprattutto in Italia, mentre una lunga parte centrale è costituita da un racconto molto puntuale, ma non pedissequo, sulla complicità degli architetti e urbanisti, dei diversi indirizzi culturali (razionalisti, novecentisti), nella distruzione dei tessuti urbani milanesi pre-moderni sia negli anni ’20-30 (sventramenti del piano Albertini, ai tempi del “piccone demolitore” e fascista) sia nel dopoguerra (distruzioni belliche e modalità di ricostruzione).
Seguendo la narrazione stupisce che con una intellettualità, anche progressista (tra cui – da giovane - anche il maestro Piero Bottoni, successivamente pentito) così schierata in favore dell’automobile e degli spazi ad essa dovuti (al punto di immaginare autostrade sotterranee in luogo della metropolitana e lo smantellamento dei tram), il Comune di Milano, in anni saldamente democristiani, sia riuscito invece a costruire un decente embrione di servizio metropolitano, integrato con la permanenza di gran parte della rete tramviaria pregressa.  

Nelle parti più generali, l’Autrice contrappone ai teorici contemporanei della “bellezza del caos anti-urbano” una serie di corposi argomenti, fondati appunto sulla dimensione del corpo umano e sul benessere della “mente”, negando che l’architettura e l’urbanistica possano essere gestite come “produzione di oggetti artistici” (analogamente a pittura e/o scultura) e tanto meno come occasioni per rappresentare e celebrare il disordine della modernità (assecondando nel frattempo tutti i più banali appetiti della speculazione fondiaria).
Richiamando l’armonia della città antica (ed anche di quella ottocentesca) ed in particolare la sapiente costruzione e/o progettazione degli spazi vuoti tra i fabbricati (cortili, strade, piazze) come “interni urbani”, luoghi di vita e interazione sociale, Graziella Tonon, oltre  criticare con veemenza le odierne periferie metropolitane, propone all’attenzione di architetti e urbanisti la necessità di re-inventare nuovi spazi urbani vivibili, mediante un approccio “olistico”, che superi la separazione (teorica e pratica) tra l’architettura e l’urbanistica e tra una ragione astratta (che isola le singole funzioni) e la concretezza della vita, che è mente e corpo (e poesia).

Condividendo in gran parte queste posizioni, innanzitutto per quanto riguarda la formazione dei progettisti, ne individuo però i limiti – per quanto espresso in questo volume - nella mancanza di una proiezione sociologica ed antropologica, cioè nel cercare di capire perché in questa società (anche oltre le patologie specifiche italiane) le città crescano in questo modo, con un sostanziale consenso, almeno iniziale, di gran parte degli utenti (in quanto cittadini/elettori ed in quanto consumatori/acquirenti sia dei prodotti edilizi sia delle merci e dei servizi spacciati, ad esempio, nei centri commerciali o nelle multi-sale o in altri divertimentifici artificiali); e quindi come questa giusta battaglia culturale debba intrecciarsi con altre battaglie politiche, socio-economiche e culturali, con quali forze e con quali soggetti attivi.
In assenza di questa ricerca, anche lo sforzo progettuale più comprensivo della molteplicità degli aspetti umani da riconnettere nella città rischia di essere troppo soggettivo ed autoreferenziale.

Un breve commento specifico vorrei riservarlo alla gradevole leggibilità del testo, ancorché irto di citazioni e di contenute note (lodevolmente a piè di pagina), grazie ad uno stile letterario alto ma non impervio.


A proposito di citazioni, ho cercato di unire, come sulla settimana enigmistica, i puntini da 1 a N dei “rimandi con favore” (es. Ceronetti, Baudrillard, Mumford, Galimberti, Arturo Martini, Heidegger, Tessenow, Foucault, Huizinga, Nietzche) per cogliere un pensiero di riferimento, che andasse oltre la ricchezza del retroterra culturale ed umano dell’Autrice, ma non mi è sembrato di cogliere nessuna figura generale (né filosofica, né socio-politica): il che rende a mio avviso più ambiziosa, ma più fragile, la costruzione intellettuale di Graziella Tonon.

TEMPI DURI PER IL PACIFISMO

Tempi duri per il pacifismo, anche se resta valido in campo, ove riesce ad essere presente, il pacifismo pratico e militante di Emergency, dei Medici Senza Frontiere e di altri encomiabili volontari, che mostrano il volto migliore dell’Occidente (ma i popoli oppressi non dimenticano per questo le ingiustizie del dominio coloniale europeo, rinnovato negli ultimi decenni dai soprusi del capitalismo globale e neo-coloniale).

Oltre 10 anni fa, contro la decisione anglo-americana di attaccare militarmente il regime di Saddam Hussein, si era formato nel mondo un vasto schieramento di opinione pubblica, intrecciato con la posizione cauta e saggia di alcuni governi europei e del Vaticano, ed era sembrato che potesse influire sugli sviluppi diplomatici ed impedire l’inizio della guerra.
Quel movimento  aveva molte ragioni, come la storia ha poi dimostrato (anche agli elettori USA, che hanno poi scelto Obama), sia riguardo alle menzogne sulle armi di distruzioni di massa (che per fortuna l’Irak non possedeva), sia riguardo agli esiti disastrosi della guerra, non solo in numero di irakeni morti e feriti, ma anche per gli effetti di de-stabilizzazione dei precari equilibri etnici e religiosi della regione mesopotamica e di moltiplicazione (e non estinzione) dei focolai di rivolta jihadista, sia in loco sia altrove (Africa, Europa).
Parimenti poco efficace e molto coloniale la spedizione in Afghanistan, con una ambigua copertura dell’ONU (ed una ancor più ambigua partecipazione italiana forzando l’interpretazione dell’art. 11 della Costituzione).
In generale gli USA e l’Occidente, ossessionati dal rischio del formarsi di “Stati-canaglia” (salvo comportarsi come canaglie essi stessi, da Mossadeq al Vietnam, dal Cile al Nicaragua e dintorni), hanno finito per favorirne l’insediamento; il che è ambivalente, perché da un lato rafforza lo spirito e la logistica delle rivolte, ma d’altro lato le rende più facile bersaglio (rispetto alle guerriglie) ed inoltre è anche un modo perché gli estremismi si stemperino nel confronto con la pratica quotidiana del governo e della ricerca del consenso (vedi ad esempio Iran e lo stesso Vietnam).   
(Disgustoso inoltre, ma anche poco “producente” se non di vendette e spirito di rivalsa, l’assassinio di Bin Laden ordinato dal premio Nobel per la Pace Obama, in luogo di una sua cattura per sottoporlo ad un processo equo al tribunale dell’Aia).

Tra le vittime dirette della guerra voluta da Bush e Blair (con l’appoggio anche di Aznar, Berlusconi, ed altri), però, oltre a Saddam ed alla sua dittatura, bisogna contare anche lo stesso pacifismo, inteso come movimento politico; per vincere, nel 2003, avrebbe dovuto rafforzarsi al punto da influire a fondo sull’opinione pubblica di USA e Gran Bretagna, i regimi democratici più antichi, ma anche tra i più intrisi di classismo, razzismo e militarismo; così non è stato, e nel successivo decennio le nostre bandiere della pace si sono consunte e risulta molto difficile risollevarle per influire sulle sorti dell’umanità.
In particolare, nei conflitti in corso, le mozioni pacifiste non possono trovare alcun ascolto diretto presso aggressori del tipo ISIS ed altri aspiranti Califfati (ma nemmeno tra le fazioni ucraine), né  hanno alcuna efficacia verso i governi occidentali, già indecisi sul da farsi, e certo più propensi ad azioni militari limitate (bombardamenti e incursioni di commandos) o indirette (armare i Curdi, come in precedenza si armarono i talebani contro l’URSS e Saddam contro Khomeini, ed in realtà anche contro gli stessi Curdi…), che non a sperimentare difficili operazioni di “polizia internazionale” come l’ONU riuscì in passato a svolgere, con truppe di terra ad armamento leggero (e non senza clamorosi insuccessi come a Srebrenica).


Personalmente resto affezionato ai miei ideali pacifisti (che cercai anche  di “mediare” con la diffusa aggressività nei movimenti post-68), ma mi duole constatare che la non-violenza segnala nella storia poche vittorie, oltre a quelle grandiose di Gandhi, di Mandela e di Havel&C (tacendo però sui loro eredi politici), avvenute in specifiche condizioni  di territori occupati da potenze ed oligarchie forse ormai “stanche”, e mancano sperimentazioni vincenti di resistenza disarmata ad aggressioni militari “totalizzanti” (ad esempio, limitandosi al ‘900, Hitler e nel suo piccolo Mussolini, i Giapponesi in Cina, la Cina in Tibet, Mladic&C, ecc.), quali sembrano essere gli attuali “Califfati”.