giovedì 23 febbraio 2017

DOPO IL REFERENDUM - 3 - E DURANTE UNA SCISSIONE: VOCAZIONE MINORITARIA?


Più o volte ho criticato la linea della “vocazione maggioritaria” del PD, da Veltroni a Renzi, e le ambiguità che ha determinato sia nello statuto  e nella materiale organizzazione di quel partito, sia nelle proposte di politica istituzionale, culminate d’altronde nella sconfitta del referendum costituzionale (la cui improbabile vittoria avrebbe forse potuto in vece santificare tale impostazione).

Mi pare però di cogliere, a sinistra di Renzi, e concretamente tra gli scissionisti ex-PD di queste ore, una sostanziale (e fallimentare) “vocazione minoritaria”:

-          durante la campagna referendaria, gran parte delle critiche ad un assetto più snello e maggioritario del Parlamento erano agganciate al persistente timore del possibile uso scriteriato di questi nuovi assetti di potere in favore degli avversari, fossero essi Berlusconi, Renzi, lo spauracchio di Mussollini o (da ultimo) la pauraccia di una vittoria  del M5S al ballottaggio: mai che sia sorto il dubbio che persino da sinistra potesse scaturire una egemonia ed una capacità di governo per avvalersi di tali strumenti per una seria politica riformatrice. Non intendo certo proporre io uno smantellamento delle garanzie, né lo volevo fare aderendo alle limitate modifiche costituzionali connesse al SI referendario, ma mi sembra opportuno stigmatizzare questa sfiducia a-priori della sinistra nelle proprie buone ragioni, che porta molti sinistri ad aggrapparsi sempre e solo alle leve dei freni ed ai limitati poteri di interdizione delle minoranze, interne ed esterne alle potenziali aree di governo;



-          nella surreale sceneggiata della scissione (talora anche “sceneggiata muta”, vedi la mancanza di seri interventi di merito nelle varie riunioni degli organi dirigenti nazionali  del PD) la principale costante che è emersa è stata la paura verso Renzi e la certezza che sarebbe stato comunque impossibile batterlo nei congressi e nelle primarie, con il vacuo pretesto, tutto procedurale, che “ci vorrebbe più tempo”: si conta così poco sul popolo che si vorrebbe rappresentare?

-          Si disprezza così tanto il corpo elettorale che sta alla base del PD, sia a livello di iscritti che di simpatizzanti? E’ pur vero che Renzi, quando era forte, ha saputo accumulare in suo favore anche molto consenso opportunistico, soprattutto tra i quadri dirigenti e intermedi, “renziani della seconda ora”: ma ora c’è un Renzi vistosamente indebolito, e per fortuna si è anche riaperto, ovunque nel mondo, un qualche dibattito più ampio sulla strada da intraprendere per uscire dalla crisi e per contrastare il dilagante Trumpismo….



-          nella prospettiva della costituenda “cosa” a sinistra del PD (così come nella formazione di Sinistra Italiana) il minoritarismo continua ad essere una stella polare di riferimento, e gli orizzonti oscillano dalla pura opposizione di testimonianza (forse qualcuno ha anche residue velleità rivoluzionarie) alla conquista di un peso contrattuale per condizionare da sinistra un ipotetico nuovo centro-sinistra; capisco che il realismo possa essere utile per capire la realtà e non illudersi di facili scorciatoie di successo attraverso al propaganda di più giuste proposte, ma quello che mi pare manchi radicalmente è la capacità o la voglia di capire quello che si muove (o magari anche ristagna) al centro della società, dove non a caso i formano, con significative basi sociali, i fenomeni del blairismo, del renzismo ecc., quando va bene, e del berlusconismo, del salvinismo e del grillismo quando va un po’ meno bene. La questione, mi sembra, non è quella di sventolare o meno l’idea, ad esempio, di una imposta patrimoniale, ma di studiare come costruire un consenso maggioritario su simili proposte (più verso Gramsci che verso D’Alema…).

venerdì 17 febbraio 2017

CARO ENRICO ROSSI

Caro Enrico Rossi,
con riferimento al Tuo testo su Huffington Post del 15 febbraio, condivido le premesse che fanno risalire alla fondazione del Partito Democratico e alla linea di Veltroni/Lingotto la formalizzazione di una linea politica “subordinata ai valori del mercato” ecc.ecc., che per altro veniva da lontano, e non solo dall’Ulivo e dalla Margherita, ma anche in gran parte dalla lunga storia del PCI-PDS-DS.
Tant’è che nel PD personalmente non mi sono mai riconosciuto più di tanto, pur votandolo di fatto fedelmente per il saggio principio del “male minore” (soprattutto alle ultime elezioni europee) e perché le liste residuate o sorte alla sua sinistra, pur esprimendo per lo più validi contenuti sociali, non mi pare abbiano finora mostrato una effettiva strategia alternativa, ovvero una proposta che dica come e con quali forze e alleanze si conseguono gli obbiettivi desiderati (insomma non amo troppo il voto di testimonianza, soprattutto quando attorno si aggirano Berlusconi, Salvini, Grillo e tutto il peggio che ora emerge nel mondo).
Ho anche condiviso, come elettore indipendente, il Tuo recente appello “Prima il congresso”, per rivendicare una urgente ed opportuna riflessione del PD sulla linea politica con cui uscire dalla sconfitta referendaria e dalla perdurante crisi sociale.
Non capisco, però e perciò, in quale modo soggetti interni alla storia del PD, e che comunque fin qui hanno condiviso o subìto il Partito del Lingotto ed anche il suo discutibile Statuto, avendo deciso (finalmente?) di proporre una alternativa al Renzismo, invece di provare a sconfiggerlo nell’ambito del Congresso, per l’appunto ottenuto, si propongono all’improvviso di fuggire dal PD, lamentando troppa fretta nel congresso medesimo e manifestando in sostanza assai poca fiducia nel popolo che intendono rappresentare.
La parte finale del Tuo testo del 15 febbraio non lo spiega per nulla.

Aldo Vecchi 

martedì 14 febbraio 2017

URBANISTI A RISCHIO... (E NON SOLO LORO)

Negli stessi giorni in cui il prof. Berdini è prossimo a dimettersi da assessore all’urbanistica di Roma dopo aver affermato e smentito, a mezza bocca ed a mezzo Stampa, come e quanto quella Sindaca non funziona ed accenni di gossip su fatti privati della Sindaca, l’ex consigliere torinese del M5Stelle Bertola esprimeva una precisa e preoccupante analisi sulla deriva del Movimento, meritoriamente riportata da “Il Fatto – quotidiano” del 11.02-2017, che allego perché ne ritengo utile la conoscenza e diffusione.
Perla sua decorosa carriera di urbanista, avrei preferito che fosse stato Berdini a formulare le dichiarazioni di Bertola (dopo aver avuto l’occasione di osservare il M5Stelle da vicino per diversi mesi, dall’osservatorio privilegiato dell’intellettuale-assessore “esterno”); ed avrei preferito anche che altri famosi urbanisti, come Cervellati e De Lucia, si fossero dissociati, come ha fatto Asor Rosa, dall’umiliante appello (allegato) di un gruppo di intellettuali (tra cui anche Emiliani, La Regina, Tomaso Montanari) imploranti la suddetta Sindaca Raggi di tenersi l’Assessore Berdini dalle stupefacenti dichiarazioni.
In realtà del prestigio degli urbanisti mi interessa assai poco. Mi preoccupano assai di più le sorti dell’Italia e del mondo in questa difficile fase: l’imperturbabile elettorato del M5Stelle non aiuta a sperare bene, e la piaggeria nei suoi confronti da parte del fior fiore degli intellettuali già-di-sinistra ancor di meno.
Quanto aiuti lo “spigoloso” dibattito in corso nel PD ed alla sua sinistra temo sia assai poco, e mi riservo di tornarci (per ora il fatto che il tentativo di rilancio di Renzi passi comunque attraverso un qualche congresso, lento o rock che sia, mi sembra rappresenti il minimo della decenza, già da me reclamato; se poi Renzi si prendesse uno o più anni sabbatici, impiegandoli a studiare il finanz-capitallsmo e dintorni, sarebbe ancora meglio).


M5s, il dissidente Bertola: “Temo Ventennio grillista, Movimento cambi registro”

POLITICA
L'ex consigliere comunale, tra i fondatori del meetup di Torino, scampato pochi mesi fa a una richiesta di espulsione, pubblica un duro post sul suo blog personale. In cui se la prende con "vip televisivi" e "politici in carriera", ma anche con lo "squadrismo diffuso nella base"
di Andrea Giambartolomei | 11 febbraio 2017

Più informazioni su: Beppe Grillo, M5S, Torino, Vittorio Bertola
Cambiare il registro per evitare la deriva autoritaria di un movimento fatto di “Vip televisivi” e di “politici in carriera”. Vittorio Bertola, uno dei primi esponenti grillini, tra i fondatori del meetup a Torino e per cinque anni consigliere del Movimento 5 Stelle al fianco dell’attuale sindaca Chiara Appendino, teme un “ventennio grillista“. Lo scrive in un lungo post sul suo blog, evidenziando alcuni  “segnali preoccupanti” da cambiare: “Se il M5S vuole governare il Paese, è il momento che i suoi eletti e i suoi sostenitori cambino registro – se ne sono capaci”.
La sua riflessione parte dalle reazioni e dai commenti molto violenti letti dopo la vicenda delle polizze vita intestate alla sindaca di Roma Virginia Raggi dal suo capo di gabinetto Salvatore Romeo. Reazioni violente che non hanno risparmiato neanche lui, attivista dissidente verso la nuova direzione cinquestelle, già una volta a rischio espulsione. A dicembre la proposta formulata da alcuni grillini ortodossi venne ritirata e ora lui resta formalmente nel M5s, in cui non milita più per ragioni di lavoro, ma soprattutto perché “non condivido la direzione che ha preso il movimento e non c’è modo di metterla in discussione – ci spiega -, quindi partecipare è inutile”.
Secondo l’ex consigliere “preoccupante non è soltanto lo squadrismo diffuso della base”, ma anche la condotta di eletti e vertici che “non si dissociano mai da questi comportamenti, ma stanno zitti o peggio aizzano la folla contro chi dissente, contro i giornali, contro i giudici”.
Prima, questi atteggiamenti “squadristi” venivano minimizzati: “Dall’interno noi abbiamo sempre, credo a ragione, derubricato la cosa a folklore marginale di pochi idioti”. E questo avveninva anche perché il M5s aveva un’altra attitudine: “Brulicava di partecipazione, di riflessioni sulla democrazia, di assemblee, di decisioni collettive – che, ricorda – bilanciava ampiamente il ruolo e il tono forte dei due capi politici, e il seguito personale carismatico di Beppe Grillo nella pancia del Paese”.
Ora la situazione gli sembra profondamente cambiata. Sulla partecipazione prevalgono le decisioni dei vertici e il ruolo di “Vip televisivi o comunque politici in carriera”: “Nessuna decisione è più presa dal basso; le discussioni avvengono tra eletti, in stanze chiuse, e vengono poi trasformate in propaganda con cui indottrinare la base e l’elettorato, o al massimo in qualche plebiscito online dall’esito già scritto”.
Questo modus operandi diventa più grave nel contesto attuale, fatto di discussioni politiche molto dure, di una crisi economica ancora forte e di una forte frattura sociale, condizioni che Bertola ritiene simili a quelle precedenti al Ventennio fascista: “Ricorda davvero il periodo di cent’anni fa che precedette il fascismo, peggiorato ulteriormente dalla novità della pressione socioculturale dovuta a flussi migratori non gestiti e probabilmente ingestibili”.

CORRIERE DELLA SERA, 09 FEB 17

L’appello degli intellettuali pro-Berdini
Nel frattempo, mentre il destino di Berdini era appeso un filo (ma già da mesi in Campidoglio più di qualcuno lo definiva un dead man walking) ieri pomeriggio un gruppo di intellettuali ha inviato una lettera alla Raggi per chiederle di ripensarci: «Non per amicizia ma perché stimiamo profondamente Paolo Berdini quale urbanista competente, coraggioso, schierato da sempre a favore degli interessi generali contro la piaga della speculazione, dell’urbanistica contrattata, dei peggiori abusi - è l’appello rivolto all’inquilina di Palazzo Senatorio - chiediamo a lei, sindaca di Roma, di cancellare la “riserva” e respingere in modo netto le dimissioni presentate da Berdini dal ruolo-chiave di assessore capitolino. Sarebbe un gesto di grande intelligenza politica». Tra i firmatari: Alberto Asor Rosa, Alessandro Bianchi, Pier Luigi Cervellati, Nino Criscenti, Vezio De Lucia, Andrea e Vittorio Emiliani, Maria Pia Guermandi, Adriano La Regina, Elisabetta Kelescian, Eugenio Lo Sardo, Paolo Maddalena, Cristiana Mancinelli Scotti, Tomaso Montanari, Gaia Pallottino, Fulco Pratesi, Vittorio Roidi, Bernardo Rossi Doria, Carla Sepe. «Quanti credono che a Roma, dopo tanti, troppi anni di governo del territorio realizzato con l’assenso dei principali detentori di aree, dei maggiori costruttori e immobiliaristi, si debba risolutamente voltare pagine - aggiungono - la chiamata di Paolo Berdini da parte dell’attuale maggioranza rappresenta un atto di radicale novità e una garanzia di storica discontinuità rispetto ai pesanti fardelli e ai guasti speculativi del passato che hanno sfigurato Roma e cementificato l’Agro. Un incidente frutto di una desolante smania di «scoop» ad ogni costo non può, non deve bloccare un processo di riforma dell’urbanistica romana che può risultare davvero epocale. Si farebbe ancora una volta il gioco dei cementificatori e dei distruttori di Roma».




martedì 31 gennaio 2017

TRUMP, NO GRAZIE

Di fronte alla “escalation” dell’America di Trump, su cui molto è stato detto e non ho nulla da aggiungere, vorrei invece invitare a riflettere su 4 proposte concrete di contro-escalation:

come cittadini consumatori: evitare di acquistare prodotti MADE IN U.S.A.

come cittadini italiani: ridiscutere la presenza di basi americane in Italia (ciò che più brutalmente si diceva come “buttiamo a mare le basi americane”)

come cittadini europei: rilanciare l’Unità Europea a tutti i livelli possibili

come cittadini del mondo: spostare l’ONU da New York (a Ginevra, per cominciare).

Aldo Vecchi

martedì 24 gennaio 2017

URBANISTICA N° 155

casaINU,


Il quarto numero della serie di “Urbanistica” con direzione Oliva, mantiene meglio dei precedenti la promessa di occuparsi più della città (europea) che dei “piani”: ma evidentemente i due aspetti sono troppo intrecciati per consentire un pieno dispiegamento di tale promessa “impossibile”..

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L’insieme degli articoli e dei servizi sui rapporti tra città e “grandi eventi”, con approfondimenti sulle vicende di Barcellona dal post-franchismo ad oggi, sulle “capitali europee della cultura” e su Milano/Expo 2015, propone a mio avviso materiali e punti di vista assai interessanti sulla dibattuta questione se i grandi eventi giovino o meno alla riqualificazione urbana e territoriale (ed alle casse pubbliche) , ma lasciano un po’ delusi nelle conclusioni, perché sia i fautori che i detrattori in sostanza rinunciano ad individuare parametri oggettivi di valutazione.

Certamente le quantificazioni non sono facili, come evidenziano gli stessi testi, sia perché nella materia del confronto entrano rilevanti componenti immateriali (quali ad esempio la crescita o decrescita culturale della popolazione, l’effetto o meno di socializzazione, ecc.), sia perché indefinito è l’ambito territoriale di rilevazione (dove finiscono i territori potenzialmente avvantaggiati e dove iniziano quelli invece svantaggiati).

Come lettore, forse ingenuamente, mi aspettavo comunque di più: forse potrebbe essere utile un ritorno sul caso di Torino/Olimpiadi 2006, dove vistosi sono gli impianti abbandonati, soprattutto fuori città, ed altrettanto innegabile la rinascita della città centrale; dove a suo tempo operava un apposito osservatorio ambientale inter-atenei e dove i bilanci comunali e la condizione delle periferie sono stati pesantemente giudicati da un recente risultato elettorale.

Su  Milano ho apprezzato gli equilibrati giudizi di Pasqui ed altri, sia sui successi e ambiguità dell’esposizione in quanto tale, sia sulle ricadute (per lo più positive) di Expo nelle aree urbane, da quelle di consolidata frequentazione a quelle più di recente offerte alla fruizione pedonale, e la puntuale ricapitolazione delle complesse vicende di direzione politica, di valorizzazione immobiliare e di ridefinizione progettuale, ancora oggi aperte sull’incerta destinazione futura di gran parte dell’area: gli Autori però, oltre a tali incertezze, stigmatizzano soprattutto la scelta di acquisizione dei terreni  a prezzi di mercato, ma mi sembra trascurino il “peccato originale” del consumo di un milione di m2 di terreno agricolo (seppure in nome della nutrizione dell’umanità) e della mancanza di un piano di riutilizzo dei manufatti (emblematica a mio avviso la demolizione tramite ruspe dei discutibili corpi in acciaio e vetro posati in piazza Castello).

Su Barcellona mi limiterei a manifestare la mia personale invidia verso il tipo di alternativa politica che viene narrata come “centro-destra” dopo un trentennio di governi locali di sinistra: malgrado alcune incertezze e confusioni, alla Giunta Comunale del periodo 2011-2015 vengono attribuite attenzioni alla rinaturalizzazione e alla connettività, alla pedonalità ed all’autosufficienza energetica, al rilancio produttivo ed alla qualità abitativa… .Guardando anche all’articolo sulla cintura verde di Colonia, promossa nel lontano 1919 dal giovane borgomastro cattolico Konrad Adenauer, mi chiedo perché in Italia ci debba invece quasi sempre capitare la solita destra immobiliarista e reazionaria.

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Un commento mi pare meriti la ricerca di Montrone,Perchinunno,Rotondo,Selicato sulle aree di disagio sociale ed abitativo nell’ambito delle grandi città italiane, finalizzata a sganciare la selezione delle situazioni più meritevoli di  intervento dalla mera pressione mediatica/elettorale, attraverso l’esame di diversi dati socio-economici che si intersecano con la povertà (istruzione, lavoro, consumi) ed approfondimenti sulle condizioni abitative, con la comparazione  tra diversi sofisticati strumenti statistico/matematici.

Mi pare però che si delinei una sproporzione tra la raffinatezza dei processi di calcolo e:

- da un lato la obiettiva rozzezza dei dati di base utilizzati (i collaudati censimenti ISTAT con cadenza decennale e riferiti alle difformi ed eterogenee “sezioni di censimento”)

- d’altro lato al ricorso, da parte degli stessi Autori, al vecchio “buon senso comune”, ovvero alla buona o cattiva fama dei quartieri in esame, come unico elemento di riscontro sul campo per la verifica della bontà delle operazioni intraprese, oppure della maggiore o minore bontà dei singoli algoritmi sperimentati.

Forse l’argomento richiede un maggior impegno, sia da parte del sistema statistico nazionale (innanzitutto nel rivedere la mappa delle sezioni) sia da parte dei ricercatori indipendenti, nella ricerca di riscontri da nuove fonti (ad esempio dal flusso delle informazioni di natura telematica) e con rinnovate missioni sul campo.

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In “Primo Piano” dovrebbe risultare l’intervista del Direttore (ed ex-presidente dell’INU) Federico Oliva, all’attuale Presidente Silvia Viviani: ma, se posso esprimermi francamente, mentre mi sono risultate assai chiare (ed opportune) le domande (del tipo: dove va l’INU, che bilancio trarre da 20 anni di leggi regionali variamente influenzate dal modello INU del 1995, che fare dei Piani oggi, ecc.) , le ampie e argomentare risposte mi sono giunte al fine oscurate dal diluvio di parole impiegate dalla Presidente. Ho l’impressione che di fronte ad una “società liquida” e quindi difficile da misurare con i vecchi strumenti disciplinari, si finisca per delineare una vaga “urbanistica gassosa”, “transcalare” forse, ma molto evanescente.

KUWAIT, CRIMEA


Mentre molti personaggi politici italiani (da Salvini a Grillo, da Berlusconi allo stesso Prodi), sulla via di Trump, propongono di togliere le sanzioni alla Russia di Putin per l’invasione della Crimea, mi sfuggono le differenze di merito rispetto all’invasione del Kuwait da parte dell’Irak di Saddam Hussein, che nel 1991 si meritò una guerra di invasione benedetta dall’ONU.

giovedì 19 gennaio 2017

L’ANTROPOLOGIA, “CONTRO L’URBANISTICA” DI FRANCO LA CECLA


“Contro l’urbanistica. La cultura delle città” dell’antropologo Franco La Cecla è un agile libretto (150 pagg. nel formato tascabile della collana “Le Vele” dell’editore Einaudi – Torino 2015), che coinvolge anche temi molto importanti, forse più grandi del testo stesso, nel senso che richiederebbero un maggior approfondimento, critico e bibliografico (e non solo dotte citazioni volanti).

All’inizio del testo, che è intervallato da piacevoli resoconti di viaggio in diverse città del globo (invero non sempre pertinenti alle parti più strettamente saggistiche), La Cecla prende spunto dai movimenti delle masse che in anni recenti hanno occupato piazze e parchi, in Egitto, Turchia, Hong Kong (e U.S.A., con una qualche sopravvalutazione, a mio avviso, del movimento Occupy Wall Street), per evidenziarne la “corporeità”, in contrasto con i teorici di una realtà sociale ormai solo virtuale e “smart”.

L’argomento più rilevante, esplicitato nei capitoli centrali del libro (che allora forse andava intitolato ”Contro l’urbanesimo”, se non sembrasse nostalgia di Bottai), è però quello della crescita tendenziale degli insediamenti urbani, che l’organizzazione dell’ONU HABITAT presenta come inevitabile ed auspicabile, fonte di universale prosperità, mentre l’Autore, anche sulla scorta dei divergenti rapporti di altri organismi internazionali (e più in generale appoggiandosi, senza svilupparlo, al pensiero alternativo di correnti come TERRA MADRE), non ritiene invece:

-          né ineluttabile, perché incentivato dalle politiche di sostegno all’agricoltura capitalistica monocolturale che espelle di continuo i piccoli agricoltori dalle campagne (espulsione accentuata dai mutamenti climatici indotti dallo stesso sviluppo agri-intensivo ed urbano-centrico),

-          né positivo, perché l’incremento della popolazione inurbata, nella maggior parte delle aree metropolitane, va solo ad ingrossare gli “slums”  e la povertà di massa (La Cecla accenna all’eccezione di Singapore, che immagino dirigista ed ecologica, ma da La Cecla di più non è dato di sapere).

Nella sua urbano-clastia, La Cecla sbeffeggia le teorie e le consulenze di Richard Florida sulla cresta dell’onda delle “classi creative”, secondo La Cecla   travolte inesorabilmente dalla crisi iniziata nel 2007, e stigmatizza più in generale tutta la competizione verso il “marketing urbano” delle “città mondiali”, sul modello drogato di Barcellona/Olimpiadi   (e qui secondo me va ascoltato solo in parte, perché guardando a Torino/Olimpiadi ed a Milano/Expo, pur nutrendo molti dubbi sul rapporto costi-benefici, caricando sui costi non solo gli investimenti, ma anche l’innegabile consumo di suolo agricolo o forestale, resta da valutare un indubbio salto di quantità e di qualità permanente riguardo ai flussi turistici acquisito, nel bene e nel male, dalle due città).

Inoltre La Cecla si spinge a censurare gli studi di Saskia Sassens, a suo avviso troppo spinti verso la previsione di una tendenziale prevalenza delle metropoli, anche se in realtà la Sassens ne ipotizza il successo in contrapposizione al declino degli Stati nazionali, e richiama l’attenzione alle nuove disuguaglianze ed alle aree di povertà interne alle metropoli, in sostanziale consonanza con le argomentazioni dello stesso La Cecla.  

Perché comunque è proprio nella vitalità degli slums, ed in generale nelle componenti corporali ed informali del vivere urbano (ad esempio elogiando il cibo di strada, la cui qualità è garantita dall’immediato giudizio dell’utenza popolare – argomento a mio avviso non scevro da un certo liberismo -), che La Cecla vede i materiali di una vera cultura delle città, contro le mortificazioni dei regolamenti di igiene e polizia e contro le colpevoli acquiescenze degli urbanisti verso gli interessi del capitale immobiliare.

Non illuminata dalla capacità di ascolto e dalla curiosità girellona degli antropologi, l’urbanistica, che è l’esplicito bersaglio del testo di La Cecla, si sforza invano di interpretare la realtà urbana, usando statistiche, grafici e paradigmi astratti; e – quando è costretta ad esperire la “partecipazione” – la stinge in modalità edulcorate ed inautentiche, dimenticando le lezioni di Jane Jacobs e i meriti storici di alcuni precursori (in Italia: Doglio, De Carlo) e non seguendo l’esempio di “Architecture for Humanity”, organizzazione non profit di progettisti al servizio dei bisogni delle comunità locali, finanziata mediante lasciti e donazioni di fondazioni filantropiche (non importa se emanazioni di imprese multinazionali).

Soprattutto in Italia, dove si manifesta resistenza ad introdurre lo strumento nord-europeo della Valutazione di Impatto Sociale, che verrebbe disciolta nella più generica valutazione ambientale (La Cecla, pur cogliendo giustamente una certa strumentalità rutinaria nelle applicazioni della Valutazione Ambientale Strategica per i Piani ed i Programmi,  non si misura con la vigente normativa sulla VAS, che ben ne delinea anche le componenti sociale ed economica e la fondamentale chiave partecipativa, e da ultimo gli obblighi di terzietà nel procedimento, rispetto agli autori dei piani).

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Non ritengo necessario espormi troppo nella difesa degli urbanisti italiani, anche perché ha già in buona parte provveduto autorevolmente Federico Oliva (già presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ed ora direttore della rivista “Urbanistica”) sul n° 263 del 2015 di “Urbanistica Informazioni, con l’articolo “Per l’urbanistica”, distinguendo anche riguardo alle effettive responsabilità storiche dei progettisti nella formazione delle “periferie operaie”.

Per parte mia, pur dichiarandomi positivamente stimolato dalle osservazioni e provocazioni di La Cecla, mi sentirei di testimoniare però:

- che esperienze di “committenza alternativa” sono praticabili anche al di fuori del modello “Emergency” di “AFH”: ad esempio lavorando come tecnici negli enti locali, alle dirette dipendenze dei rappresentanti dei cittadini, come mi è capitato di fare nei trascorsi decenni (ma anche nel mondo cooperativo);

- che quasi tutti i contenuti critici ed alternativi di La Cecla li ho potuti conoscere da tempo, oltre che talora sul campo, proprio sulle riviste dell’INU (se gli urbanisti spesso razzolano male, quanto a prediche almeno mi sembrano parecchio aggiornati); 

- che anche La Cecla (come già Guy Standing e David Harvey), mi sembra cadere nella “prova locale”, cioè laddove anch’io, come altri lettori, pur con modesti occhi non specialistici, ho potuto osservare gli stessi fenomeni descritti dall’Autore; mi riferisco alla descrizione di Milano, in coda al capitolo 8, che per La Cecla è vivace solo nei luoghi dei nuovi immigrati (via Padova, via Paolo Sarpi) e per il resto solo insieme di luoghi di shopping devitalizzato (e per giunta con i marciapiedi in asfalto): a me invece negli ultimi anni è parso che milanesi e turisti vivano con una certa soddisfazione, non sempre mercantile, la molteplicità degli spazi e dei percorsi pedonali (e delle panche e sedili pubblici, e dei dehors di bar e ristoranti) che si sono aggiunti al tradizionale asse Castello-Duomo-S.Babila, e cioè ad esempio, quanto meno, da un lato la Darsena/PortaTicinese e dall’altro, malgrado la discutibilità delle torri con e senza alberi sui balconi di piazza Aulenti, il tracciato Garibaldi-Como-Isola.

(nota: a pag. 98 La Cecla afferma perentoriamente che “Milano non ha mai avuto un piano regolatore un progetto pubblico per il suo futuro”; ciò non è vero, e a mio avviso sarebbe più utile conoscerli,  i Piani passati e presenti di Milano, per criticarne meglio la discutibile trasformazione).