domenica 8 ottobre 2023

UTOPIA21 - LUGLIO 2023: ALDO SCHIAVONE: SINISTRA?

 Suggestioni e perplessità sollevate dal “manifesto” proposto da Aldo Schiavone per una nuova sinistra universalista e “umanista” (ma poco attenta a clima e ambiente).

 

Di Aldo Schiavone ho già recensito nel 2020 “Progresso” 1,2.

“Sinistra” 3 riprende alcuni concetti base del precedente saggio (che aveva uno sguardo storico lungo quanto la specie umana):

-       la consapevolezza delle potenzialità del progresso tecnologico per una completa emancipazione dell’”umano”

-       l’ipotesi di una nuova soggettività “impersonale ed universale”, capace di criticare e superare i limiti storici della tecnologia incarnata nel capitalismo.

Concetti che Schiavone inserisce ora in un ambizioso tentativo di definire un “manifesto” per la Sinistra in Italia, che include da un lato una analisi del quadro politico nazionale e internazionale (e in particolare della sinistra post-comunista) dopo la caduta del socialismo reale e d’altro lato una rilettura dei rapporti capitale/lavoro/tecnologia, su cui fondare una nuova adeguata ideologia.

 

Il testo è stato pubblicato durante la fase congressuale del Partito Democratico, ed ha assunto una qualche notorietà mediatica, anche per l’entusiastico apprezzamento da parte di Walter Veltroni (ed una più distratta attenzione da parte del candidato segretario Stefano Bonaccini).

La proposta di Schiavone per altro non è entrata in rapporto dialettico con le mozioni congressuali, ma si sviluppa su un suo terreno più “alto”, affrontando però temi che a mio avviso possono essere di utile riflessione nell’ambito delle sinistre.

 

Nelle vicende della sinistra italiana dopo il 1989 Schiavone sottolinea soprattutto il repentino abbandono di ogni strumento di critica (marxista) ai rapporti sociali, senza alcuna riflessione su questo stesso abbandono (valutazione a mio avviso valida per i gruppi dirigenti dei PDS, DS e poi PD, meno per l’insieme delle sinistre: ma ciò con effetti pratici trascurabili).

Il necessario ritorno alla analisi dei rapporti di produzione, secondo Schiavone, deve avvenire in termini nuovi, secondo il seguente schema di lettura, che esclude ogni riferimento alle vecchie “classi sociali”; anzi, escludendo a-priori che sia ancora possibile la “lotta di classe”:

-       un segmento di lavoro alto, qualificato, che si intreccia sempre più con il capitale attraverso contrattazioni individuali in cui il salario sconfina nella compartecipazione al profitto

-       una fascia residuale di lavoro salariato tradizionale, sempre più marginale per effetto di mutamenti tecnologici e delocalizzazione

-       un inferno di precarietà e lavori dequalificati, subalterni e saltuari, ai limiti della semi-schiavitù.

 

Mentre il capitalismo, rinnovandosi al ritmo della tecnologia, realizza il “valore” non più in proporzione alle quantità di lavoro incorporato nelle merci, ma soprattutto per la quantità di tecnologia inclusa nei prodotti, sempre più immateriali.

 

Riferisco più avanti sulle mie perplessità riguardo a tali affermazioni.

 

Rilevo subito invece quanto l’invito di Schiavone alla Sinistra, perché torni allo studio dei rapporti di produzione, si vanifichi di fatto:

-  sia a fronte di tali sommarie conclusioni proposte dall’Autore,

- sia dalla successiva tesi di Schiavone secondo cui lo stesso frenetico progresso tecnologico, consustanziale ma anche conflittuale con i rapporti sociali capitalistici, innescherebbe una “inquietudine”, un “inappagamento”, una “attitudine alla ricerca del nuovo e del cambiamento” e finalmente ad una “specie di ragione critica” che però “non corrisponde al punto di vista di un soggetto ben individuato. E men che meno a quello della classe operaia. La forma liquida, a legami deboli, della società contemporanea impedirebbe comunque identificazioni così precise.”  ---- Tale ragione critica “è, invece, in quanto tale, patrimonio di tutto l’umano”.--

Stanti i limiti intrinseci alle destre sovraniste e corporative, solo una nuova Sinistra, universalista, ma anche capace di valorizzare le identità nazionali e di promuovere dal basso una identità europeista, potrebbe raccogliere questa spinta emancipativa (superando l’attuale comprensibile disincanto verso la politica), e contrapporla al sistema di potere tecnocapitalista, a scala sovranazionale.

Non per riproporre però il vecchio e superato egualitarismo socialista, bensì per porre barriere di natura “etica”, da cui derivare (attraverso opportune tassazioni, locali e internazionali) le risorse per assicurare a tutti i fondamentali beni comuni, tra cui l’istruzione, la sanità, il cibo, nonché una forma sociale di lavoro, liberato dai ricatti semi-schiavistici del precariato.

Lasciando libera, in parallelo, a quanto ho capito (e certamente non condiviso), la dinamica capitalistica delle retribuzioni.

Nonché il sistema di potere delle imprese, al di fuori di ciò che divenisse “bene comune” (categorie verso cui l’Autore si dimentica di citare ambiente, clima ed energia: una dimenticanza che mi sembra grave nel XXI secolo).

 

Non mi dilungo sui dettagli di questa visione utopistica, anche affascinante, sui beni comuni sottratti al capitalismo (che è già presente in parte nel welfare socialdemocratico e per altri versi in esperienze di autogestione più o meno antagonistica), perché mi colpisce la grande debolezza teorica dell’Autore sulla soggettività, direi quasi idealistica, di questa sinistra disincarnata dalle condizioni sociali (che pure dovrebbe inutilmente studiare).

E penso che tale debolezza sia connessa alla lettura che Schiavone fa del rapporto capitale-lavoro, perché a mio avviso:

-       il segmento alto del lavoro creativo rimane pur sempre in buona parte lavoro dipendente (così è in Microsoft, Apple, Amazon, Google, ecc.), ed è in prospettiva aggredito dall’impiego dell’Intelligenza Artificiale, più di quanto non lo sarà il lavoro “tradizionale”, che in buona misura già è stato ristrutturato con la robotizzazione;

-       il segmento intermedio del lavoro tradizionale, seppur marginalizzato nel potere contrattuale e nel ruolo politico, è ben lungi dallo scomparire, sia nei paesi occidentali che a maggior ragione nel resto del mondo (basta guardare senza pregiudizi qualche statistica nazionale ed estera);

-       la tecnologia incorporata nei prodotti, più o meno immateriali, è comunque lavoro incorporato, perché la tecnologia non può incorporarsi da sola (anche i Robot e l’I.A. sono prodotti del lavoro umano);

-       la lotta di classe marxisticamente classica è forse finita e irriproducibile, ma resta immanente il conflitto oggettivo tra profitto e salari, tra capitale e lavoro, e i suoi riflessi nelle strutture del potere.

 

Aggiungo che pressoché nulla è l’attenzione di Schiavone per le problematiche ambientali, dal debito storico del suo amato “Progresso” rispetto alle energie fossili che ne hanno consentito lo slancio ‘finale’, al debito ambientale attuale dei paesi sviluppati verso il resto del mondo, per concluderne che a mio avviso “Sinistra” è un manifesto da conoscere soprattutto per muoversi ‘in direzione ostinata e contraria’: ad esempio studiare sì il sistema di potere tecnocapitalista, ma anche le sue relazioni con l’ambiente e con tutti i soggetti sociali, variamente sfruttati, dominati e manipolati nel mondo, per tentare ancora una volta di fondare alternative a partire dalle loro condizioni oggettive e soggettive, per quanto frantumate e disperse esse siano od appaiano.

Considerando anche che la crisi bio-climatica impone scadenze comuni a tutta l’umanità, ma forse più sensibili per gli sfruttati, i dominati ed i manipolati, che non per gli sfruttatori, i dominatori ed i manipolatori.

 

aldovecchi@hotmail.it

 

 

Fonti:

1.    Aldo Schiavone – PROGRESSO – Il Mulino, Bologna 2020

2.    Aldo Vecchi - ALDO SCHIAVONE E IL PROGRESSO – su UTOPIA21, novembre 2020 - https://drive.google.com/file/d/1siZxLeu_EVYxsgHD_IQNoMVN0wXWrzga/view?usp=sharing

3.    Aldo Schiavone – SINISTRA! UN MANIFESTO – Einaudi, Torino 2023

 

UTOPIA21 - LUGLIO 2023: IL NUOVO CODICE DEI CONTRATTI

 Ombre e luci ad una prima lettura del complesso provvedimento 

Sommario: - il nuovo codice e le vecchie tendenze a ridurre la partecipazione alle gare - la rifondazione dei principi curata dal Consiglio di Stato (e il minor ruolo dell’Autorita’ Nazionale Anti-Corruzione) - altri principi, e altri aspetti controversi 

IL NUOVO CODICE E LE VECCHIE TENDENZE A RIDURRE LA PARTECIPAZIONE ALLE GARE 

La recente approvazione definitiva del Codice dei Contratti (Dlgs. 36/31-03-2023) 1 da parte del Governo Meloni, al termine di una procedura avviata da una legge delega del precedente governo Draghi, ha sollevato un qualche clamore mediatico soprattutto per le innovazioni (e conferme) in materia di innalzamento delle soglie economiche per le gare di appalto, la generalizzazione dei sub-appalti ed il ritorno dell’”appalto integrato” (cioè con la progettazione esecutiva affidata alla stessa ditta appaltatrice). Tutte scelte, che ad avviso di molti commentatori (a partire dalla stessa Autorità Nazionale Anti-Corruzione 2…), vanno in direzione contraria alla trasparenza ed al rigore amministrativo, ma sembrano coerenti con l’attuale clima politico, ed in buona misura sono state anticipate dai precedenti governi, in nome dell’efficienza e della fretta indotte da crisi economiche e pandemiche prima, e dagli orizzonti del PNRR poi. Richiamando i miei precedenti articoli in materia 3,4, infatti rammento: - la possibilità di affidare incarichi diretti, senza alcuna gara, già limitata all’importo di 40.000 € fino al 2019, era stata innalzata “provvisoriamente” a 139.000 € (servizi) oppure 150.000 € (lavori): ora viene stabilizzata in tali importi; - sub-appalto: il decreto Semplificazioni del governo Draghi lo aveva esteso dal 30 al 50% dell’importo contrattuale, prevedendo comunque dal 2024 l’allineamento al 100% previsto dalle norme europee; il nuovo Codice anticipa di 6 mesi questo esito (a mio avviso infausto, anche se ”comunitario”), pur consentendo qualche limitazione in specifici casi. Quanto all’estensione delle “procedure negoziate” (gare cui sono comunque invitate da 5 a 10 ditte, preselezionate con procedure comunque di una qualche trasparenza) fino alla soglia delle gare “europee” di 5,3 milioni di Euro, in luogo di “gare ad evidenza pubblica”, cioè aperte a chiunque sia qualificato e si candidi “al momento”, mi pare la meno pericolosa tra queste innovazioni.  Viceversa mi sembra pericolosa la pertinace insistenza (da ultimo per mano del Ministro Salvini) ad ammettere ancora come “stazioni appaltanti qualificate” (seppure “con riserva”, cioè provvisoriamente), una miriade di piccoli comuni, spesso non adeguatamente attrezzati, accontentandosi che siano riuniti in “Unioni”, una forma di aggregazione intercomunale che in molte Regioni è del tutto fragile e casuale, perché volontaria e temporanea. Inoltre viene elevato da 150.000 € a 500.000 € l’importo delle gare comunque gestite dalle piccole stazioni appaltanti “non qualificate”. Quanto sopra aggravato da una maggior facilità di suddividere gli appalti in “lotti”, ed una esplicita benevolenza, verso gli “operatori locali”. 


LA RIFONDAZIONE DEI PRINCIPI CURATA DAL CONSIGLIO DI STATO (E IL MINOR RUOLO DELL’AUTORITA’ NAZIONALE ANTI-CORRUZIONE) 

Però la partita del Codice dei Contratti è assai più complessa e ricca di luci ed ombre. Si tratta infatti di una riforma ambiziosa, derivante dalle oggettive difficoltà e dalle diffuse resistenze nella applicazione del precedente Codice (seppur recente, 2016) e più in generale dalle spinte e controspinte succedute a “Tangentopoli” ed alla crisi della cosiddetta “prima repubblica”: la prima riforma organica del vecchio sistema amministrativo risalente, come impianto, al Regno d’Italia è datata 1994 (legge “Merloni”) ed ha subito poi alterne modifiche nell’alternanza tra centro-sinistra, centro-destra e “governi tecnici”, tenendo conto del succedersi delle Direttive europee in materia di appalti. La delega dal Parlamento al Governo per l’attuale Codice è strettamente imparentata con il PNRR, che include il Codice stesso tra le “riforme” scadenziate nel Piano, e per l’impronta “produttivista” che la pervade. Per la stesura del testo il governo (Draghi) si è affidato al Consiglio di Stato, organo costituzionale piuttosto anfibio, perché ad un tempo consultivo e giurisdizionale (suprema corte della giustizia amministrativa), che in precedenza già aveva redatto delicati e validi “testi unici”, come quello vigente in materia di espropriazioni. Complementare a tale ruolo del Consiglio di Stato è la riduzione delle competenze dell’ANAC, Autorità Nazionale Anti Corruzione, che aveva ispirato il precedente testo e le cui “Linee Guida”, finora decisive nell’interpretazione del Codice, verranno soppiantate (a decorrere dal luglio 2023) dai puntuali “allegati” al nuovo Codice, che si qualifica così come testo omnicomprensivo ed immediatamente applicabile, relegando l’ANAC a compiti più generici di registrazione e di sorveglianza. Il nuovo Codice enuncia alcuni “principi fondamentali”, tra cui (come riassume l’ANCE, Associazione Nazionale dei Costruttori Edili 5 ): - “Principio del risultato: indica l’interesse pubblico primario della disciplina e presuppone che le stazioni appaltanti perseguano l’affidamento del contratto e della sua esecuzione con la massima tempestività, con il migliore rapporto possibile tra qualità e prezzo e nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e concorrenza. - Principio della fiducia: nell’azione legittima, trasparente e corretta della pubblica amministrazione, dei suoi funzionari e degli operatori economici. - Principio dell'accesso al mercato: le stazioni appaltanti e gli enti concedenti favoriscono, secondo le modalità indicate dal codice, l’accesso al mercato degli operatori economici nel rispetto dei principi di concorrenza, di imparzialità, di non discriminazione, di pubblicità e trasparenza, di proporzionalità.” 

 Riporto in merito il commento esplicativo dell’Avv. Claudio Guccione su Altalex 6 : “…concorrenza. Quest’ultima non è più, come potrebbe trasparire nell’approccio della normativa eurounitaria, una finalità, bensì la modalità per conseguire il miglior risultato possibile nell’affidamento ed esecuzione del contratto. Ed ancora, quello del risultato costituisce criterio prioritario per l’esercizio del potere discrezionale, in sostanza, nella funzione assegnatagli di principio guida per la soluzione del caso concreto, si rivela il principio di maggior rilievo tra quelli enunciati dal codice.” Ed ancora “Con il principio della fiducia … si prova a fare breccia nella cd. burocrazia difensiva, nota anche come paura della firma. Come esplicitato nella relazione illustrativa al codice la fiducia che viene riconosciuta ai pubblici funzionari non è incondizionata ma rappresenta una sorta di contropartita di ciò che l’ordinamento si aspetta dall’azione amministrativa, ossia il perseguimento del risultato. Importante, inoltre, lo spartiacque tracciato tra ciò che, ai fini della responsabilità amministrativa, costituisce colpa grave – la violazione di regole e l’omissione delle ordinarie cautele - e ciò che invece non può ritenersi tale: la violazione o l’omissione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o a parerei delle autorità competenti.” 


ALTRI PRINCIPI, E ALTRI ASPETTI CONTROVERSI 

Altri principi ribaditi ed esaltati dal nuovo Codice sono la digitalizzazione e la semplificazione, mentre restano, ma in qualche misura ridimensionati od offuscati, i principi della programmazione e della sostenibilità, in particolare con la limitazione dei casi e la compressione dei tempi per le procedure di “pubblico dibattito” preliminari all’approvazione dei progetti; inoltre nelle “Conferenze dei Servizi” le amministrazioni pubbliche dissenzienti avranno meno possibilità di bloccare un’opera, perché obbligate a motivare il proprio dissenso con una proposta alternativa. Però pian piano si estendono comunque i “CAM”, Criteri Ambientali Minimi, sorretti dai progressi a scala europea dalle disposizioni sulla “tassonomia” e dal principio “DNHS = Do No Significant Harm”: prevede che gli interventi non arrechino nessun danno significativo all'ambiente, e si applica ad esempio, ma con fatica, nel PNRR. Ritengo che il Codice dovrà essere esaminato più approfonditamente sotto diversi aspetti, - alcuni più tecnici, come il passaggio da 3 livelli di progettazione (preliminare, definitivo ed esecutivo) a 2 soli livelli (fondendo i primi due nel nuovo “progetto di fattibilità tecnico-economico” - altri più socio-politici, evidenziati dai diversi – e talora contrapposti – commenti di varie organizzazioni e da singoli analisti. Ad esempio la CGIL 7 , molto critica sull’estensione dei sub-appalti e sulle gare, sottolinea però quanto ottenuto nelle fasi finali della stesura in materia di “nuove tutele dei lavoratori negli appalti pubblici, con l’obbligo di applicare il contratto nazionale in vigore per il settore e di inserirlo nei bandi di gara, insieme all’obbligo di inserimento di clausole sociali per garantire la continuità occupazionale”. Mentre le organizzazioni degli imprenditori, piuttosto soddisfatte, auspicano solo correzioni marginali. 8-9 Per parte mia, dalla lettura del testo e di altri commentatori, ritengo opportuno richiamare ancora l’attenzione critica su: 

 - la delimitazione e attenuazione della casistica che definisce i possibili conflitti di interesse, e parimenti delle cause di esclusione dei contraenti per reati pregressi e simili; - la riduzione dei requisiti e delle garanzie richieste ai privati che propongono “finanza di progetto” od altre forme di partenariato pubblico-privato (PPP); - la debole premialità in favore delle imprese che certificano la parità di genere (mentre non sono previste premialità per l’assunzione di giovani lavoratori, criterio invece vigente nel PNRR); - il ritorno degli automatismi della revisione dei prezzi, riconosciuta nella misura dell’80%, qualora in corso d’opera aumentino (o diminuiscano…) di oltre il 5%; soluzione ragionevole, in tempo di inflazione, che però, come noto, non vale per i salari e stipendi (e nemmeno per le pensioni). 

aldovecchi@hotmail.it 


Fonti: 1. DLGS. n° 36/2023 - https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/03/31/23G00044/sg 2. ANAC https://www.anticorruzione.it/-/nuovo-codice-degli-appalti-ecco-le-modifichee-i-miglioramenti-che-anac-richiede-al-parlamento 3. Aldo Vecchi – INDOVINA CHI VERRÀ AVVANTAGGIATO DAL DECRETO ‘SBLOCCA-CANTIERI’ – su Utopia21, maggio 2019 - https://drive.google.com/file/d/1OsFpPydw5oWs7JIkd0ihI2wWH_O28pUd/view?usp =sharing 4. Aldo Vecchi – ANCORA SEMPLIFICAZIONI: E SI PROFILA IL SUBAPPALTO TOTALE - su Utopia21, luglio 2021 - https://drive.google.com/file/d/1u89xrB9YypJaApcBIppQggKPeyvxjJC/view?usp=sharing 5. ANCE - https://ance.it/wp-content/uploads/allegati/Tabella_sintesi.pdf 6. ALTALEX, Claudio Guccione - https://www.altalex.com/documents/2023/04/03/codice-contratti-pubblici-g-uprincipali-novita 7. CGIL - https://www.filcams.cgil.it/article/homepage/tra_luci_e_ombre_e_i_pericolosi_passi _indietro_del_nuovo_codice_dei_contratti_pubblici

mercoledì 24 maggio 2023

UTOPIA21 - MAGGIO 2023: LA CITTA’ E I DESIDERI SECONDO GIANDOMENICO AMENDOLA

 

Un testo sulla complessità della città contemporanea, tra sogni e bisogni, immaginario e desideri, anche alla luce del percorso storico verso città ideali, utopiche o distopiche

 

Sommario:

-       premessa

-       la divaricazione delle domande sociali

-       carrellata storica sulle utopie (urbane)

-       recepire l’immaginario, costruire il futuro

 

 

PREMESSA

 

“Desideri di città. Utopie Speranze Illusioni” del sociologo Giandomenico Amendola, raccogliendo in parte testi già in precedenza elaborati, intesse alcuni ragionamenti sulla città come soggetto e come oggetto di “desideri”, che mi sembra opportuno suddividere in 3 parti:

-       una introduzione sulle domande sociali che oggi investono le città e i tentativi di pianificarle; 

-       una breve storia dell’utopia, con approfondimenti sui temi urbani;

-       una panoramica sul pensiero contemporaneo in materia di “città migliore”, con particolare attenzione all’immaginario.

 

Più volte, ma a mio avviso un po’ frettolosamente, l’Autore precisa che nelle città “la società si condensa”, trascurando perciò il resto del mondo, forse ridotto a contorno da cui si sogna e si desidera la città (come nel capitolo su “L’immaginario urbano degli italiani” – da pag. 122 - , che però si riferisce ai film di Fellini e all’Italia del 1961); mentre a mio avviso le tematiche trattate nel testo meriterebbero – parlando dell’Europa- una estensione “al territorio”, sia dove di fatto è comunque urbano, ancorché meno “denso”, sia dove forse ancora non lo è, le “aree interne”, altrimenti appannaggio della sola “mitologia dei borghi” (con tutto il rispetto per il “paesologo” Franco Arminio).

 

 

 

LA DIVARICAZIONE DELLE DOMANDE SOCIALI

 

Le domande sociali sono indagate da Amendola, partendo dalla constatazione della frammentazione dei soggetti e dalla difficoltà di ascolto per chi governa, anche nelle città medie che più facilmente potrebbero essere città “felix”, suggerendo una divaricazione tipologica tra le tendenze in atto, che contempla pertanto (astrattamente separate):

-       la “città della competizione” o “città-impresa”, che nel quadro della de-industrializzazione e della concorrenza globale, vede il “marketing urbano” convergere nella omologazione di “città-vetrina”;

-       la “città spettacolo”, dove prevalgono commercio e svago, apparentemente aperte ai desideri di tutti, gerarchizzando però nei prezzi chi può o non può permetterselo;

-       la ”città pachwork”, che combina variamente le differenze;

-       la “città delle possibilità”, che appare su misura come un esercizio di “zapping”;

-       la “città bella”, che punta sull’attrazione, rendendosi leggibile con la “narrazione”;

-       la “città sicura”, che rischia però di frantumarsi in isole sorvegliate, che espellono fuori dai confini ogni variabile indesiderata.

 

Nella fatica di comporre spinte divaricanti, Amendola accomuna un poco tutti i tentativi di pianificazione, dalla città industriale in poi (mettendo in un uno cesto, ad esempio, Haussman e Cerda, Geddes e Munford, Le Corbusier e tutto il CIAM), in quanto visioni “dall’alto” della città come sistema od organismo, contrapponendo loro l’esperienza soggettiva della “città dei cittadini”, vista “dal basso”, da scrittori e pensatori, attraverso una lunga linea che va da Poe/Baudelaire/Benjamin….   a Jane Jakobs, Debord e De Certau.

In questo ambito, addebitando agli urbanisti demiurghi gli insuccessi delle mega-strutture (emblematica la definitiva demolizione delle torri di Pruitt Igoe presso St.Louis, progettate da Minoru Yamasaki), l’Autore sembra attribuire una maggior saggezza alla nascente sociologia (superata la fase più determinista della scuola di Chicago): “Chi governa deve rispondere non solo ai bisogni, come nel passato, ma anche ai desideri. Richard Sennett, proclamandosi urban anarchist, contrappone nell’opera ‘La coscienza dell’occhio” la città di Apollo, regolata e perfetta, a quella di Dioniso, che rifiuta la routine e il banale come principio guida della progettazione” [1].

E, per inciso, Amendola incrina anche il mito della “progettazione partecipata” sperimentata dall’architetto Giancarlo De Carlo a Terni, villaggio Matteotti (1969), rivelando che “i rapporti dei sociologi vennero consegnati solo quando i cantieri erano già in piena attività, e i giochi, quindi, già fatti.”

 

 

 

 

 

 

CARRELLATA STORICA SULLE UTOPIE (URBANE)

 

La carrellata storica[2] sulle Utopie (e Distopie, che in parte assomiglia ai riassunti già da me commentati dei filosofi Carlo Altini e Franco Mordacci), si sofferma in particolare sulle proiezioni architettoniche ed urbanistiche dei vari autori, a partire da Tommaso Moro (anno 1516: strade curvilinee larghe venti piedi, case di 3 piani con giardino fronte e retro, facciate da completare a cura degli utenti) attraverso Louis Sebastian Mercier (nel 1771 per l’anno 2440: strade ampie e illuminate, fontane, tetti verdi, veicoli solo per anziani e malati) fino a Giulio Verne (nel 1889 per l’anno 2890: strade larghe 100 metri con grattacieli alti 300, temperatura costante, aerei omnibus locali e intercontinentali a 1500 km/h), ed inoltre evidenzia (illustrando anche alcune parziali realizzazioni di progetti utopici):

-       il passaggio dalle città utopiche rinascimentali poste in “altri luoghi” ad “ucronie” proiettate in tempi futuri (anche perché nel frattempo l’intera Terra era stata esplorata);

-       nel percorso dal Settecento proto-industriale all’Ottocento pienamente industrializzato (nei paesi a capitalismo più sviluppato), una progressiva presa di distanza dagli entusiasmi per il progresso fino ad esplicite scelte anti-industriali ed “anti-urbane”, come le Garden Cities;

-       una specie di fuoco d’artificio finale nelle teorie di Lefebvre sul “diritto alla città”, che si intrecciano con gli slogan del ’68 parigino, quali “sotto l’asfalto, la sabbia”[3], liberando in qualche misura i sogni e i desideri dal confronto concreto con i bisogni e con le risorse (con il rischio a mio avviso di perdersi in vicoli ciechi di soggettivismo autoreferenziale, come accaduto per parte dei movimenti giovanili degli ultimi anni 70; come slogan rappresentativo suggerirei “vogliamo tutto”).

 

 

RECEPIRE L’IMMAGINARIO, COSTRUIRE IL FUTURO

 

Nei capitoli finali, mentre dà atto ad architetti ed urbanisti della loro intrinseca propensione a immaginare il futuro, in quanto professionisti del “progetto”, Amendola rivendica alle scienze sociali (superate le oscillazioni iniziali della sociologia verso una pura registrazione di leggi permanenti) una capacità di lettura critica della società, foriera di cambiamenti, ed intrecciata con l’inespresso, i sogni e l’immaginario.

Riproducendo anche  - senza commenti e quindi, suppongo, condividendola – la seguente citazione da Edgar Morin (che a mio avviso esprime un “caso limite” di una realtà più complessa in materia di libertà individuale e condizionamenti sociali): “Questo complesso di immaginari … costituisce una secrezione placentare che ci avvolge e ci nutre. Anche allo stato di veglia e anche fuori dallo spettacolo, l’uomo cammina, solitario, circondato da una nuvola di immagini, dalle sue ‘fantasie’. E non soltanto questi sogni da desto: gli amori che egli crede di carne e di lacrime sono cartoline postali animate, rappresentazioni deliranti. Le immagini scivolano fra la sua percezione e lui stesso, gli fanno vedere ciò che egli crede di vedere. La sostanza immaginaria si confonde con la nostra vita d’anima, la nostra realtà affettiva”.[4]

L’Autore constata che nel mondo contemporaneo, salvo alcuni tecnologi molto presi dalla propria specializzazione, scarseggiano proiezioni/previsioni compiute sul futuro e tanto meno su “città ideali”,

-       per la consapevolezza della complessità di tutti i fenomeni sociali ed a maggior ragione delle dinamiche urbane,

-       per la velocità di accavallamento di tecnologie sempre nuove,

mentre è diffusa una tensione critica sul presente che porta comunque a “costruire il futuro”.

 

Nella sua conclusione, piuttosto ottimistica, l’Autore postula che nel dialogo interdisciplinare e nel concreto ascolto delle frammentate domande sociali, anche inespresse, siano possibili percorsi inclusivi per progettare la trasformazione delle città, ma a mio avviso lascia aperte (anche utilmente) le contraddizioni tra

-       città e non città

-       bisogni oggettivi e desideri soggettivi

-       partecipazione democratica e strategie globali.

 

In particolare a mio parere oggi (nei paesi occidentali) le forme di partecipazione democratica sono sì molto compresse – dai condizionamenti sociali, pubblicitari e mediatici, ancor prima che dalla stratificazione dei poteri tecno-capitalisti e statuali –, ma la liberazione dei ceti e soggetti subordinati è un orizzonte insufficiente per fronteggiare i problemi strategici comuni all’intera umanità, che si possono compendiare nel concetto di crisi ambientale.

Il problema non è solo che oltre al pane vogliamo le rose: vogliamo un mondo che sia ancora in grado di offrire pane e rose, per tutti.

Rammentando anche le preoccupazioni di Hans Jonas circa la difficoltà delle democrazie nel perseguire finalità ecologiche: difficoltà aumentate dai fenomeni populisti e sovranisti, in cui le rappresentanze popolari sono inquinate da tonnellate di propaganda di varia origine.

 

 

aldovecchi@hotmail.it

 

 

Fonti:

1.    Giandomenico Amendola – DESIDERI DI CITTA’. UTOPIE SPERANZE ILLUSIONI – Progedit, Bari 2022

2.    Francesco Indovina - ORDINE E DISORDINE NELLA CITTÀ CONTEMPORANEA – Franco Angeli, Milano 2017



[1] La contrapposizione Ordine/Disordine come chiave di reinterpretazione delle problematiche della pianificazione è anche al centro del testo di Francesco Indovina “Ordine e disordine nella città contemporanea” 2, da me recensito su Utopia21 3  ; Francesco Indovina è anche autore di una recensione 4 sul presente testo di Amendola.

[2] Non mi hanno convinto, in termini storici, né la sbrigativa affermazione che solo dal Rinascimento il futuro scende dal cielo/divino alla terra/umanità (smentita dallo stesso Amendola richiamando Platone prima e gli affreschi senesi del Lorenzetti poi), né l’audace accostamento delle costituzioni nate dalle rivoluzioni americana e francese con il pensiero di Adam Smith e con quello di Charles Darwin, per l’evidente anacronismo di quest’ultimo

[3] Secondo Amendola, slogan situazionista: “Nel dato c’è il possibile…. Nella città esistente c’è il possibile dei diritti”

[4] Tale rappresentazione a mio avviso corrisponde, ad esempio, al personaggio interpretato da Monica Vitti in “Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca”, film di Ettore Scola del 1970, o ad altri film, come “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen (1985), che non alla realtà media dell’uomo medio.

UTOPIA21 - MAGGIO 2023: IL PRESUNTO “PIANO MATTEI”

 

Finora non è per nulla un “Piano”, ma solo una serie di annunci, dai contenuti poco precisi, salvo forse una certezza: la priorità alle energie fossili

 

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato spesso di un “Piano Mattei” per incrementare e qualificare i rapporti economici tra Italia (od Europa) ed Africa.

Tali dichiarazioni per lo più sono state assorbite dall’opinione pubblica, senza particolari commenti ed approfondimenti.

 

Ha fatto eccezione il quotidiano “Domani” del 17 aprile, che in un articolo di Davide Maria De Luca intitolato “Il piano Mattei di Giorgia Meloni non esiste (e se esistesse non funzionerebbe)” 1 esordisce affermando “ll governo dice di voler riscrivere i rapporti tra Italia e Africa, garantire nuove fonti di energia, fermare immigrazione e terrorismo. Ma a sei mesi dall’annuncio, del fantomatico piano non c’è una slide mentre la premier si limita a ribadire gli accordi già sottoscritti.”

E più avanti precisa:

-       “Ispirato al fondatore dell’Eni Enrico Mattei … il piano dovrebbe garantire all’Italia nuove fonti di energia tramite la stipula di accordi con paesi come Algeria e Libia. Ispirato alla visione ‘terzomondista’ di Mattei, che puntava ad accordi favorevoli alle élite locali dei paesi produttori di materie prime per battere la concorrenza dei giganti petroliferi del dopoguerra, il piano dovrebbe includere un generale ripensamento delle politiche di aiuto internazionale così da ‘aiutare i migranti a casa loro’.

-       Nato come una generica promessa elettorale nel programma di Fratelli d’Italia per le elezioni 2022 … e poi promosso a obiettivo di governo nel discorso di insediamento di Giorgia Meloni lo scorso 22 ottobre, oggi il piano Mattei è diventato uno degli elementi centrali della comunicazione del governo. Il problema è che a sei mesi dal suo annuncio, del piano non c’è traccia.

-       Intanto però, il Def taglia le risorse per la cooperazione internazionale nei prossimi tre anni, mentre la legge di Bilancio fallisce di nuovo l’obiettivo Onu di portarle ad almeno lo 0,7 per cento del Pil.”

 

In effetti proprio a metà aprile la Presidente del Consiglio ha reso noto che il “piano”, da concordare a livello europeo, verrà presentato in autunno; ed ha specificato che i nuovi rapporti Europa/Africa non dovranno avere gli antichi caratteri predatori.

 

Al che mi permetto di rilevare:                                                                                         

-       che le risorse per non essere “predatori”, sono tutte da inventare, sia sul fronte interno (vedi sopra il richiamo di De Luca al DEF), sia sul fronte europeo, dove – stanti i precedenti della ritrosia italiana ad approvare il Fondo anti-crisi bancarie MES e della crescente diffidenza europea sull’uso nostrano del PNRR – non pare così facile suscitare la formazione di nuovi fondi, da finanziare con tasse o debito comunitari;

-       che i buoni propositi anti-predatori (a parte l’oggettiva ironia del provenire da chi ha sconfessato del fascismo solo l’abominio delle leggi razziali, e mai invece l’abominio coloniale e bellicista) dovrebbero fare i conti con l’insieme degli scambi commerciali in senso lato (e quindi brevetti, prestiti, noli, assicurazioni, ecc.): una svolta epocale che – qualora gli stati e le imprese europee la accettassero – non si può improvvisare da qui ad ottobre.

 

De Luca, inoltre, riportando anche il parere di Marco Giusti, esperto di politiche energetiche, sostiene che “se anche il governo dovesse riuscire a mettere in piedi il suo piano, difficilmente potrà raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è posto … non siamo più ai tempi di Mattei. Non si tratta di estrarre gas e petrolio a condizioni più vantaggiose per i paesi produttori. Da quella fase siamo usciti da molto tempo.

Nel caso dell’Algeria, ad esempio non stiamo parlando di un paese che viene rapinato sul gas. Anzi, trattenere i profitti energetici del paese fa parte della mitologia della classe dirigente. Il problema è semmai di redistribuzione, ossia il fatto che in molti paesi ricchi di materie prime i profitti delle esportazioni vengono monopolizzate dalle élite locali in modo predatorio, senza portare benefici alla popolazione.

Ma il governo Meloni non sembra intenzionato a ridiscutere il modo in cui i governi di Algeria, Libia o Nigeria utilizzano i profitti della vendita di gas e petrolio. Si è limitata a ribadire gli accordi già sottoscritti all’epoca del governo Draghi”.

 

Di mio aggiungerei qualche ulteriore considerazione:

-       gli accordi commerciali promossi da Mattei erano segnali di modernità, però in senso nazionalista, rispetto all’ortodossia atlantica e alla connessa egemonia monopolistica delle cosiddette “sette sorelle” sul mercato degli idrocarburi; il governo Meloni, che ribadisce fedeltà atlantica ad ogni piè sospinto[A], intende ancora correggerla in senso nazionalistico, con l’Europa come mero sfondo?

-       i ruoli  dei partner mediorientali e africani (estrazione di materie prime) e dell’Italia (importazione e prima trasformazione) nella divisione internazionale dei cicli produttivi erano però cristallizzati da quegli accordi in posizioni che oggi delineano il passato (energie fossili e “predazione attenuata”) e non il futuro (energie rinnovabili e partenariato veramente non-predatorio);

-       in particolare, l’ipotesi di intensificare l’importazione di gas africano tramite metanodotti (unito al Gas Naturale Liquefatto tramite navi e rigassificatori) mira a configurare l’Italia come una sorta di “hub” delle energie fossili a servizio dell’Europa, incrementando investimenti destinati a prossima dismissione ed in settori a basso lavoro aggiunto, cioè un ruolo subalterno nelle strategie della transizione energetica e digitale;

-       Mattei non è ricordato come un campione di neutralità rispetto alla stampa, ai partiti e alle loro correnti, in un sistema che complessivamente si poteva denominare “regime democristiano”; forse era l’ENI ad affidare missioni allo Stato, più che non lo Stato ad affidarle all’ENI. Riproporre un Piano (se e quando sarà un vero Piano, con obiettivi, importi, scadenze) denominandolo Mattei indica un rimpianto per quel tipo di intrecci tra politica ed aziende di Stato? Allora non si farebbe prima a chiamarlo “Piano Descalzi”?.

 aldovecchi@hotmail.it

 

 

 

Fonti:

1.    Davide Maria De Luca - IL PIANO MATTEI DI GIORGIA MELONI NON ESISTE (E SE ESISTESSE NON FUNZIONEREBBE) – su “Domani” del 17 aprile 2023 - https://www.editorialedomani.it/politica/italia/piano-mattei-giorgia-meloni-africa-rqdureiy

 

 



[A] Al punto di inviare 2 navi da guerra, accodate alla flotta U.S.A:, nell’Oceano Pacifico (leggasi: crociera dimostrativa anti-cinese), al di fuori di qualsivoglia mandato della NAT0, e di qualsivoglia confronto parlamentare