mercoledì 23 luglio 2025

UTOPIA21 - LUGLIO 2025: UNA SELEZIONE DAL RAPPORTO ISTAT 2025

Dal testo del Rapporto 1, una rapida panoramica sulle variazioni a breve termine e tre approfondimenti tematici a più lungo periodo: produttività, pressioni ambientali e nuzialità.

PER LEGGERE L'ARTICOLO COMPLETO DI FIGURE: https://drive.google.com/file/d/1B0XzE0Ygqlibl60uzAeIkdDcHdvUZ6Y3/view?usp=drive_link

Sommario:

  • premessa

  • elementi emergenti nel breve termine

  • approfondimento strutturale sulla produttivita’

  • approfondimento sulle pressioni ambientali

  • approfondimento sulla nuzialita’

  • i saluti istituzionali

appendice i: capitolo 3 “una società per tutte le età” 

introduzione  e principali risultati

appendice ii - capitolo 4 “sistema economico e generazioni",

introduzione e principali risultati

(in corsivo le poche parole dell’Autore).




PREMESSA


Considerando che l’anno scorso ho estratto dal Rapporto Istat annuale soprattutto dati utili a evidenziare alcune criticità profonde nel medio periodo (occupazione, salari, istruzione terziaria, divari sociali di reddito, genere, generazione e territorio)2, in buona parte riprese anche nel recente articolo sulle disuguaglianze 3, già orientato dai dati Istat per il 2024 (divari di ricchezza e di reddito, lavoro povero), in occasione del nuovo Rapporto annuale 2025 1, ho pensato di concentrare l’attenzione - dopo una breve rassegna sugli elementi emergenti nel breve termine (ove ho introdotto miei titoletti per facilitare la lettura) -  solo su alcuni temi di approfondimento (produttività, economia circolare, nuzialità.), segnalando però che il Rapporto si estende - anche con ricerche originali - soprattutto sulle questioni relative alle diverse fasce di età: Capitolo 3 “Una società per tutte le età” e Capitolo 4 “Sistema economico e generazioni", di cui in Appendice riproduco i rispettivi paragrafi iniziali, riassuntivi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        




ELEMENTI EMERGENTI NEL BREVE TERMINE


2024: quadro d’insieme


Nel 2024, l’economia italiana è cresciuta allo stesso ritmo moderato del 2023, ed è proseguito il rientro dalla forte dinamica inflazionistica che aveva caratterizzato il biennio 2021-2022. L’occupazione ha continuato a espandersi, ed è stato conseguito un parziale recupero nel potere di acquisto dei salari reali. Gli indicatori di finanza pubblica hanno registrato un netto miglioramento, anche se il debito pubblico misurato in rapporto al Pil è tornato ad aumentare.


2025: prospettive e rischi


Nel primo trimestre del 2025 si è confermata l’espansione dell’attività economica, ma sono anche aumentati i rischi per la crescita e per il contenimento dell’inflazione, soprattutto di origine esterna. Le prospettive per l’anno in corso sono quindi molto incerte e condizionate dall’evoluzione delle tensioni internazionali sul piano politico e commerciale.

Restano inoltre da affrontare sfide importanti che da tempo limitano la crescita economica e le opportunità di benessere nel nostro Paese, come confermato dalla dinamica debole della produttività. …. 


PIL


Nel 2024 il Pil mondiale è cresciuto a un ritmo lievemente superiore rispetto al 2023. La crescita è stata robusta negli Stati Uniti (+2,8 per cento) e in Cina (+5,0 per cento), mentre l’UE27 ha segnato un modesto recupero (dallo 0,4 all’1,0 per cento). Per molti paesi, tra cui l’Italia, un importante fattore di traino della crescita è rappresentato dalla domanda estera, la cui evoluzione è al momento molto incerta.

L’Italia ha mantenuto, per il secondo anno consecutivo, un ritmo di crescita dello 0,7 per cento, che riflette un debole contributo positivo della domanda estera netta e un rallentamento della spesa per consumi e, soprattutto, per investimenti. La crescita del Pil dell’Italia è risultata inferiore a Francia e Spagna, mentre la Germania ha sperimentato il secondo anno di contrazione.


occupazione e produttività


L’occupazione è cresciuta nel 2024 a un ritmo sostenuto (+1,6 per cento l’aumento degli occupati secondo le stime di Contabilità nazionale), ma la sua dinamica settoriale, a fronte di una più modesta crescita del valore aggiunto, ha contribuito a determinare una flessione dello 0,9 per cento nella produttività del lavoro misurata per occupato e dell’1,4 per cento per ora lavorata. Tra 2019 e fine 2024 l’occupazione misurata dalla Rilevazione sulle forze di lavoro è cresciuta del 3,8 per cento, come in Germania, ma meno che in Francia e – soprattutto – in Spagna, e i disoccupati si sono ridotti di oltre il 40 per cento, ben più che negli altri Paesi, per l’effetto congiunto di fattori economici, dell’evoluzione degli inattivi e della riduzione della popolazione in età di lavoro.



inflazione e retribuzioni


Nel 2024 l’inflazione al consumo è stata in media di anno pari all’1,1 per cento (secondo l’Indice armonizzato - IPCA), riflettendo il forte calo dei prezzi dei beni energetici. L’incremento dell’indice dell’Italia è risultato significativamente inferiore al 2,4 per cento medio dell’UEM. L’inflazione è tornata a crescere dall’ultimo trimestre del 2024 e ha confermato la tendenza al rialzo nei primi mesi del 2025.

Nel 2024 le retribuzioni nominali sono cresciute a un ritmo superiore a quello osservato per il tasso di inflazione. Gli aumenti salariali, in accelerazione rispetto all’anno precedente, hanno consentito un parziale recupero della marcata perdita di potere di acquisto del biennio 2022-2023. Tra gennaio 2019 e la fine del 2024, la crescita delle retribuzioni contrattuali è stata pari al 10,1 per cento a fronte di un aumento dell’inflazione (IPCA) pari a 21,6 per cento.


deficit e debito pubblico


Nel 2024 il deficit pubblico in Italia si è ridotto dal 7,2 al 3,4 per cento del Pil. Tra le altre principali economie europee, si è avuta una riduzione marginale del deficit in Spagna e un lieve peggioramento in Francia e Germania. In Italia il saldo primario (al netto della spesa per interessi) è tornato in avanzo dopo quattro anni; l’incidenza del debito pubblico è tuttavia salita lievemente, al 135,3 per cento del Pil, per la bassa crescita del Prodotto interno lordo a prezzi correnti e l’aumento della spesa per interessi.



APPROFONDIMENTO STRUTTURALE SULLA PRODUTTIVITA’


Alla ricerca delle ragioni profonde delle debolezze sociali e ed economiche dell’Italia rispetto agli altri grandi paesi europei, che è materia di ampi dibattiti teorici (tra i più recenti, il contributo di Alessandro Penati su “Domani” 4) e di scarsi provvedimenti operativi, il rapporto Istat 2025 offre interessanti contributi attorno alla questione della produttività.


crescita modesta e produttività: introduzione


La crescita modesta dell’economia italiana nell’ultimo decennio ha risentito di condizioni macroeconomiche sfavorevoli lungo quasi tutto il periodo, ma anche di alcune caratteristiche relative alla struttura del sistema produttivo – quali la dimensione delle imprese, la specializzazione in settori tradizionali e il limitato contenuto tecnologico/innovativo dei prodotti – a loro volta negativamente associate all’efficienza e all’incremento della produttività. 

Nel 2024, in particolare, è diminuita la produttività del lavoro, del capitale e, soprattutto, la produttività totale dei fattori, che misura il contributo della conoscenza e dell’innovazione all’incremento di efficienza dei processi di produzione.

Nel periodo 2019-2023 la crescita del valore aggiunto in Italia, come nelle altre principali economie dell’UE, è stata più sostenuta nelle attività industriali ad alta tecnologia e nei servizi intensi in conoscenza rispetto agli altri settori. Lo sviluppo e la diffusione della conoscenza nell’economia non possono prescindere dalla disponibilità di capitale umano. In questo ambito in Italia l’incidenza delle cosiddette “Risorse umane in scienza e tecnologia” (occupati con un titolo universitario e/o che lavorano come professionisti e tecnici, e occupati in professioni in ambito scientifico e tecnologico) – pari a quasi il 40 per cento degli occupati nel 2023 – è inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a Germania e Spagna e 17 rispetto alla Francia.

Il profilo di crescita realizzato dall’economia italiana nell’ultimo decennio è stato nel complesso positivo, ma con un ritmo piuttosto modesto: al periodo di stagnazione successivo alla fase recessiva del 2011-2013 (la cosiddetta crisi del debito sovrano) ha fatto seguito un periodo di ripresa moderata, esauritasi già prima della crisi del 2020 collegata alla pandemia; il rapido recupero dei livelli pre-pandemici nel biennio 2021-2022 è stato seguito da una fase di crescita a ritmi contenuti e concentrata in settori scarsamente dinamici in termini di produttività e innovazione. Tali risultati sono riconducibili sia a fattori di contesto internazionali sia alla debolezza della domanda interna, sulla quale hanno inciso le dinamiche inflazionistiche e la perdita di potere di acquisto delle famiglie.


produttività per fattori di produzione 


Gli indicatori di produttività possono fare riferimento a un solo fattore di produzione, lavoro o capitale, oppure possono considerarsi contestualmente capitale, lavoro e progresso tecnologico. Quest’ultima misurazione della produttività dei fattori di produzione è denominata contabilità della crescita e si realizza nel quadro dei conti economici nazionali per quantificare il contributo di aspetti non direttamente osservabili – quali, ad esempio, innovazione, conoscenza, organizzazione del lavoro – e riassunti nella componente di Produttività Totale dei Fattori (PTF), che riflette l’efficienza complessiva con cui gli input primari lavoro e capitale sono utilizzati nel processo di produzione.

Nel 2024 tutte e tre queste dimensioni di produttività hanno segnato una flessione. Focalizzando l’analisi sulla competitività del sistema delle imprese, ed escludendo quindi dal campo di osservazione le attività di locazione di beni immobili, le attività del personale domestico, tutte le attività economiche appartenenti al settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche e quelle delle organizzazioni e degli organismi internazionali, la produttività del lavoro è diminuita del 2,0 per cento (+0,3 per cento l’incremento medio annuo tra il 2014 e il 2024) per effetto di un aumento delle ore lavorate maggiore del valore aggiunto, che si riscontra soprattutto in alcune tipologie di servizi ad alta intensità di lavoro (ad esempio turistici …). Anche la produttività del capitale è calata, ma appena dello 0,2 per cento (+1,6 per cento l’incremento medio nel periodo 2014-2024), per effetto di un incremento più sostenuto dell’input di capitale rispetto a quello del valore aggiunto, mentre la PTF si è ridotta dell’1,3 per cento (+0,7 per cento il tasso di crescita medio annuo nel decennio considerato) …

Scomponendo la dinamica del valore aggiunto nei contributi derivanti dall’utilizzo dei fattori primari capitale e lavoro, e dalla PTF, a fronte di una variazione media annua dell’1,6 per cento del valore aggiunto tra 2014 e 2024, la PTF ha contribuito per 0,7 punti percentuali (0,9 punti nel quinquennio che precede la crisi pandemica e 0,6 tra il 2019 e il 2024) (Figura 1.17).


diffusione della conoscenza: personale tecnico


Lo sviluppo della conoscenza e la sua diffusione nelle attività produttive non possono prescindere dalla disponibilità di capitale umano con formazione e competenze adeguate. Considerando l’aggregato delle Risorse Umane in Scienza e Tecnologia (RUST), qui definito come occupati con un titolo universitario e/o che lavorano come professionisti e tecnici, e in professioni in ambito scientifico e tecnologico, l’Italia è in una condizione di ritardo rispetto alle maggiori economie UE27 (Figura 1.23).


In Italia, l’incidenza delle RUST sul totale degli occupati (15-74 anni) sfiora il 40,0 per cento nel 2023, circa 10 punti percentuali in meno rispetto alle quote di Germania e Spagna e 17 nei confronti della Francia. Questo dato va associato sia al minore sviluppo delle attività che fanno un uso più intenso di RUST, sia alla minore presenza di dipendenti con queste caratteristiche (titolo di studio e/o inquadramento professionale) nelle singole attività. Con riferimento a questo secondo aspetto, l’Italia è ultima nella manifattura, mentre nei servizi a elevata intensità di conoscenza, pur mantenendo una posizione arretrata, le differenze con gli altri paesi sono molto più ridotte.

La disponibilità di RUST al suo interno comprende la presenza di personale dedicato alle attività di R&S, ed è strettamente connessa alla diffusione della digitalizzazione: elementi, questi, fondamentali per rendere più efficienti i processi produttivi e creare nuove opportunità di affari e di lavoro.

Nel 2023, in Italia la spesa in R&S delle imprese è intorno allo 0,8 per cento del Pil (era poco più di 0,9 nel 2019), valore nettamente più basso rispetto a Francia e Germania (l’1,4 e il 2,1 per cento rispettivamente) e simile alla Spagna. La Germania si conferma il paese più innovativo anche in termini di brevetti depositati: 3,0 ogni 10 mila abitanti nel 2023, contro 1,5 della Francia, 0,9 dell’Italia e 0,4 della Spagna (Figura 1.24, sinistra).

Se prendiamo, inoltre, in considerazione alcuni indicatori chiave della digitalizzazione – l’uso di servizi di cloud computing, la diffusione della fatturazione elettronica e dei software gestionali (Enterprise Resource Planning - ERP), l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) nelle imprese con almeno 10 addetti – l’Italia presenta un quadro di luci e ombre (Figura 1.24, destra).





incidenza della digitalizzazione


A confronto con le altre maggiori economie dell’UE27 sono relativamente più diffusi l’uso dei servizi di cloud computing (circa il 60 per cento delle imprese, nel 2023) e la fatturazione elettronica, ormai universale in Italia. L’uso del cloud è stato favorito da incentivi pubblici con una forte adesione da parte delle piccole e medie imprese (PMI), e la diffusione della fatturazione soddisfa un obbligo normativo specifico: si tratta, in entrambi i casi, di interventi di successo da parte della politica, ma che non richiedono un investimento aggiuntivo in competenze. La diffusione dei software gestionali (ERP), ormai un fatto acquisito nelle imprese più strutturate, è analoga nei paesi considerati, ovunque con progressi modesti nel tempo. Emerge, per contro, un deficit crescente nella diffusione dell’IA nei processi produttivi anche nel caso delle imprese di dimensioni maggiori, per l’utilizzo della quale è più rilevante la dotazione di capitale umano, e che nell’ultimo biennio è aumentata con grande rapidità. In associazione con la minore diffusione dell’IA, si osserva che molto meno diffuso è pure l’impiego diretto di specialisti in ICT all’interno delle imprese; a mitigare questo quadro, la quota di imprese che offre formazione ICT ai dipendenti è in linea con le altre maggiori economie …

Questi dati e gli altri indicatori chiave di digitalizzazione si riflettono in una quota di imprese con un indice composito di intensità digitale elevato o molto elevato in leggera riduzione tra 2022 e 2024, mentre nelle altre tre economie è in crescita, anche se in Italia resta più elevata rispetto alla Francia.

Il ritardo digitale, tecnologico e di conoscenza che caratterizza le imprese italiane sconta le caratteristiche del tessuto produttivo e, in particolare, la prevalenza di imprese con dimensione media molto contenuta, la cui internazionalizzazione è trainata da quelle più grandi.



APPROFONDIMENTO SULLE PRESSIONI AMBIENTALI


Con riferimento a numerosi articoli su UTOPIA21, di Fulvio Fagiani 5,6,7, ed al mio articolo dello scorso settembre sui “flussi di materia” 8, il Rapporto Istat 2025 raccoglie ed espone dati significativi sulla lenta ma positiva evoluzione degli assetti socioeconomici italiani ed europei nella direzione della fuoriuscita dalle energie fossili e verso l’auspicata “economia circolare”. Anche se sappiamo che i traguardi restano lontani.

 

introduzione


La riduzione degli impatti negativi sull’ambiente naturale e sul clima esercitati dalle attività antropiche rimanda a cambiamenti nei modelli di consumo e di produzione, con un utilizzo meno intensivo di risorse naturali non rinnovabili. Confrontando il 2023 con il 2008, a fronte di una leggera crescita del Pil, in Italia si è avuta una riduzione del 23,1 per cento dei Consumi di energia delle unità residenti, del 32,0 per cento delle emissioni climalteranti e del 40 per cento circa del Consumo materiale interno. Tra il 2005 e il 2024 l’Italia ha triplicato la produzione da fonti rinnovabili, fino a circa 130 TWh, ma resta ancora indietro rispetto ai quasi 380 in Germania, e agli oltre 160 in Spagna e 150 in Francia dove, però, il nucleare – considerato energia pulita – concorre rispettivamente per ulteriori 55 e 380 TWh circa.


Nel dibattito sul rapporto tra economia e ambiente, l’evoluzione positiva della relazione tra risultati dell’economia e pressioni ambientali è nota come “disaccoppiamento” (decoupling). Il disaccoppiamento può essere relativo, se denota un rallentamento delle pressioni ambientali rispetto alla crescita economica, o assoluto, se le pressioni si riducono a fronte di una crescita del Pil.

Confrontando il 2023 (ultimo anno per il quale sono disponibili queste informazioni) con il 2008, in Italia il livello del Pil è cresciuto dell’1,4 per cento, ma nello stesso periodo si sono ridotti del 23,1 per cento il Consumo di energia delle unità residenti (Net Domestic Energy Use - NDEU …), di oltre il 32 per cento le Emissioni climalteranti (cosiddetti gas a effetto serra), e di circa il 40 per cento il Consumo materiale interno (Domestic Material Consumption - DMC …) (Figura 1.32, sinistra).

Nel 2023 il disaccoppiamento per i flussi diretti dell’Italia risulta assoluto perché, rispetto all’anno precedente, a fronte di una crescita sia pure modesta del Pil (lo 0,7 per cento) sono diminuiti gli indicatori fisici di Consumo di energia delle unità residenti (-4,5 per cento), Emissioni di gas climalteranti (-5,3 per cento) e Consumo materiale interno (-6,4 per cento).


“Le tre dimensioni del consumo di energia, delle emissioni e del consumo di materiale, anche se al lordo dell’impatto ambientale prodotto indirettamente in altri paesi tramite le produzioni importate …, hanno come fattore comune un miglioramento dell’efficienza energetica e ambientale di produzione e consumi, ma possono rispecchiare anche aspetti di natura congiunturale.”


emissioni di gas climalteranti


Le emissioni di gas climalteranti sono diminuite in misura analoga in Spagna e Francia (5,5 e 5,6 per cento) e maggiore in Germania (il 9,3 per cento, complice il calo di quasi il 5 per cento della produzione industriale); tutti e quattro i paesi nel 2023 presentano un’intensità di emissione sul Pil al di sotto della media europea: la Francia, in particolare, ha il valore più basso, anche grazie all’uso prevalente della fonte nucleare (Figura 1.32, destra).



….. sul calo del Consumo di energia delle unità residenti nel 2023 hanno inciso soprattutto la riduzione dell’impiego di gas naturale e carbone nella produzione di elettricità, il minor consumo (e produzione) da parte delle industrie energivore e il minor ricorso al riscaldamento, anche grazie al clima particolarmente mite specialmente nei primi mesi dell’anno e all’incremento dell’efficienza energetica del settore civile (anche per gli interventi di riqualificazione energetica sostenuti dal Superbonus e da altre forme di incentivazione). Nel settore dei Servizi, invece, i consumi energetici sono aumentati del 6,4 per cento, trainati dai trasporti (Figura 1.33, sinistra).

La riduzione nel 2023 del 5,3 per cento delle emissioni di gas climalteranti nell’atmosfera è riconducibile a fenomeni della stessa natura. Essa origina principalmente dall’industria della Fornitura di energia elettrica, gas vapore e aria condizionata, che ha immesso in aria il 22,2 per cento in meno di gas climalteranti rispetto al 2022. Tale risultato è stato generato dalla contrazione sia della produzione complessiva di elettricità (-6,9 per cento), sia dell’uso in tale produzione di combustibili fossili (in particolare gas naturale e carbone), grazie al maggiore ricorso a fonti rinnovabili. Al contrario, nel 2022 si era registrato un innalzamento delle emissioni climalteranti per effetto del cambiamento del mix energetico utilizzato nella produzione di energia elettrica in risposta alla crisi energetica e alla siccità record nel corso dell’anno, che era andato in favore dell’impiego di prodotti energetici a maggiore intensità di carbonio. Al risultato del 2023 hanno contribuito anche la riduzione delle emissioni delle industrie manifatturiere e del riscaldamento domestico, mentre, al contrario, sono cresciute le emissioni nel comparto dei Trasporti (+9,1 per cento) (Figura 1.33, destra).



Grazie a un migliore mix di fonti, l’intensità di emissione di CO2 dei consumi energetici – ovvero il rapporto tra emissioni e Consumo di energia delle unità residenti a fini energetici – nel 2023 si è ridotta del 2,4 per cento rispetto al 2022 (dopo essere cresciuta del 2,0 nel 2021 e del 2,7 per cento nel 2022) e dell’1,5 per cento rispetto al 2019.


flussi di materia


Per quanto riguarda i flussi di materia, le stime preliminari per l’Italia relative al 2023 evidenziano una riduzione del Consumo materiale interno. Tuttavia, questo dato va confrontato con la crescita negli ultimi anni dei flussi netti dall’estero e, quindi, dei flussi indotti a livello globale e delle corrispondenti pressioni sulla natura.

Nel complesso, questi dati suggeriscono una tendenza alla riduzione delle pressioni generate direttamente dall’economia dell’Italia e dei principali paesi europei. Per l’Italia, in particolare, le evidenze di breve periodo 2022-2023, seppur legate a fattori contingenti, si innestano su un andamento di lungo periodo complessivamente favorevole degli indicatori selezionati.








APPROFONDIMENTO SULLA NUZIALITA’


Nell’articolo sul Rapporto Istat 2024, avevo dato largo spazio alla questione del cosiddetto “Buco demografico”. Ora mi sembra opportuno riprodurre quasi integralmente il paragrafo 3.1.1. del Rapporto 2025, che analizza in prospettiva storica i dati relativi ai matrimoni, evidenziando il carattere radicale dei mutamenti avvenuti ed in atto nelle strutture familiari.


“I matrimoni, la nuzialità e le nuove forme familiari


Negli ultimi quaranta anni i matrimoni hanno registrato una progressiva e continua diminuzione, al netto di brevi oscillazioni dovute a fattori congiunturali. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso le nozze erano oltre 400 mila, alla fine degli anni Novanta erano scese a poco più di 280 mila. La crisi economica del 2008 ha accentuato il ritmo della diminuzione. Nel 2020 il numero dei matrimoni si è dimezzato, da oltre 180 mila del 2019, a 96,8 mila, per effetto delle misure di contenimento della pandemia da Covid-19, con molte celebrazioni rinviate agli anni successivi e altre mai recuperate. Nel 2023 i matrimoni sono stati 184.207, in diminuzione rispetto all’anno precedente (-2,6 per cento).


A influenzare il calo delle nozze è in primo luogo la riduzione delle generazioni più giovani dovuta alla denatalità persistente (cfr. par. 2.1.1 e 3.1.2); anche a parità della propensione a sposarsi, infatti, ciò comporta un inevitabile calo del numero assoluto di matrimoni. In secondo luogo, si osserva un cambiamento radicale nei comportamenti e nelle scelte familiari. Le unioni libere sono sempre più diffuse, sia come alternativa stabile al matrimonio, sia come fase iniziale che talvolta precede le nozze. Non è infrequente che i matrimoni vengano celebrati dopo anni di convivenza, anche in presenza di figli già nati. Il passaggio alla vita adulta segue, dunque, percorsi più diversificati rispetto al passato. Per gli uomini nati tra il 1982 e il 1986, la quota di quanti si sono sposati o sono andati a convivere è del tutto analoga (22 per cento circa per entrambe le scelte), ma molto diversa da quanto riscontrato in passato (per i nati nel 1957-1961 sei su dieci hanno lasciato la famiglia di origine per sposarsi e il 5,0 per cento per andare a convivere). Per le donne il matrimonio era e resta la motivazione prevalente di uscita dalla famiglia di origine, ma si dimezza dall’82,8 per cento della generazione 1957-1961 al 40,4 per cento della generazione 1982-1986, mentre crescono le unioni libere nelle coorti più recenti (dal 3,6 al 26,1 per cento delle corrispondenti generazioni) ….

La diminuzione della propensione al matrimonio è confermata dal calo dei tassi di primo-nuzialità. A partire dalla generazione del 1970, le curve mostrano un progressivo abbassamento dei livelli e un marcato posticipo delle prime nozze (Figura 3.1). Tuttavia, questo slittamento non è compensato da un recupero nelle età successive, determinando un numero crescente di primi matrimoni mancati. 



Nelle generazioni più giovani, la tendenza è ancora più evidente. L’evoluzione appena descritta può essere efficacemente narrata mettendo a confronto tre generazioni: le figlie, le attuali quarantenni (nate nel 1983), le loro madri (nate in media nel 1958) e le loro nonne (nate in media nel 1933). Per le donne nate nel 1933 il tasso di primo-nuzialità realizzato entro i 40 anni è stato pari a 879 matrimoni per mille donne, 870 per le nate nel 1958, mentre è crollato a 578 per le loro figlie (nate nel 1983); quest’ultimo valore è inferiore a quello che la ipotetica generazione delle madri aveva raggiunto già entro l’età di 25 anni (647). Nel Centro-nord il divario generazionale è ancora più marcato: il tasso di primo-nuzialità cumulato a 40 anni passa, nel Nord, da 856 per le nate nel 1933 a 477 per le nate nel 1983 e da 902 a 507 nel Centro.


Nel Mezzogiorno la flessione è meno accentuata: si passa da 890 della generazione del 1933 a 712 per la generazione del 1983 e i livelli sono decisamente più alti rispetto al resto del Paese … (Figura 3.2).






Passando dalle ipotetiche nonne alle ipotetiche madri delle attuali quarantenni si completa la prima transizione demografica, mentre nel passaggio dalle madri alle figlie si realizzano le


Nel nostro Paese è possibile individuare due tappe principali nell’ambito del processo della seconda transizione. La prima va, orientativamente, dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso alla metà degli anni Novanta. Gli anni Settanta si aprono all’insegna della legge n. 898/1970 sul divorzio e si concludono con l’approvazione della legge n. 194/1978 sull’aborto ... 

Nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia e tra le modifiche sostanziali apportate vi sono: l’innalzamento a 18 anni dell’età minima per contrarre il matrimonio, il passaggio dalla potestà del marito sui figli alla potestà condivisa dei coniugi, l’eguaglianza tra coniugi, un nuovo regime patrimoniale della famiglia (separazione dei beni o comunione legale/convenzionale), la revisione delle norme sulla separazione.

Parallelamente si verifica uno straordinario incremento dell’istruzione femminile. Peraltro, il tempo necessario al completamento degli studi è uno dei principali fattori di posticipo tanto della nuzialità quanto delle nascite: una maggiore propensione allo studio contribuisce a procrastinare la decisione di formare una famiglia e di procreare. È, infatti, il calo della nuzialità e della fecondità, per effetto anche della posticipazione, il tratto distintivo della seconda tappa della seconda transizione demografica ….

La portata di queste trasformazioni si può efficacemente apprezzare confrontando i principali indicatori di nuzialità negli anni di calendario in cui le tre generazioni di donne compivano 40 anni (cioè rispettivamente negli anni 1973, 1998 e 2023), una età importante in cui generalmente sono già maturate le principali scelte in termini di formazione e discendenza familiare (Tavola 3.1).




Nel 1973, anno in cui la generazione delle ipotetiche nonne raggiunge i 40 anni, sono stati registrati 418,3 mila matrimoni, di cui il 95,9 per cento costituito da primi matrimoni celebrati con rito religioso; l’età media al primo matrimonio era pari a 27,2 anni per gli uomini e a 24,0 per le donne. I tassi di primo-nuzialità totali, distinti per sesso, sono una misura trasversale attraverso la quale si può valutare quanti primi matrimoni siano attesi da un’ipotetica generazione di 1.000 individui.

Sono superiori a 1.000, come avviene nel 1973, per un effetto congiunturale imputabile all’aumento della proporzione di nozze in giovane età, che incrementano il valore complessivo dell’indicatore.

I profondi cambiamenti legislativi degli anni Settanta hanno dato impulso nei decenni successivi al consolidarsi e all’emergere di nuovi comportamenti familiari: tra questi, in primo luogo, la rilevante riduzione dei primi matrimoni, ma anche l’emergere dei divorzi e dei matrimoni successivi. Nel 1998, quando la generazione delle ipotetiche madri raggiunge i 40 anni, i matrimoni sono già scesi a 280 mila, in particolare per il crollo delle prime nozze con tassi quasi dimezzati rispetto al 1973 (581 e 622 primi matrimoni rispettivamente per mille uomini e mille donne). L’età media al primo matrimonio, in rapida crescita, arriva nel 1998 a 30,2 e a 27,2 anni, rispettivamente per uomini e donne. I secondi matrimoni (o di ordine successivo) al contrario crescono fino all’8,7 per cento del totale delle celebrazioni. Aumenta rapidamente anche la quota di matrimoni civili, più di uno su cinque nel 1998. Nel 2023 sono state celebrate in Italia poco più di 184 mila nozze, di cui con il rito civile 58,9 per cento. Il rito civile è chiaramente più diffuso nelle seconde nozze (95,0 per cento), essendo spesso una scelta obbligata, ma va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (47,5 per cento nel 2023). Anche la scelta del regime patrimoniale di separazione dei beni (74,3 per cento) si conferma in crescita rispetto al passato (47,1 per cento nel 1998).

Si osserva un progressivo avvicinamento del modello nuziale femminile a quello maschile, in particolare per quanto riguarda l’età al matrimonio. Questa tendenza riconducibile anche all’aumento del livello di istruzione tra le donne che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, ha contribuito ad accelerare la posticipazione delle nozze. L’evoluzione è evidente anche nella composizione dei matrimoni per titolo di studio. Nel 2023, il 45,9 per cento delle unioni coniugali coinvolge almeno uno sposo con un titolo di studio elevato, per l’innalzamento generale del livello di istruzione, a fronte del 5,8 per cento nel 1973 …. Ancora più marcato è l’aumento dei matrimoni in cui entrambi i coniugi possiedono un titolo elevato: si passa dall’1,5 per cento nel 1973 al 17,7 per cento nel 2023 (Tavola 3.1).

Per le donne anche il lavoro diventa una componente importante, che influisce sui percorsi di vita e sulle scelte riproduttive. Il numero di donne che al momento del matrimonio sono in condizione non professionale diminuisce in modo significativo rispetto al passato: il peso percentuale delle casalinghe si riduce dal 21,6 del 1998 al 4,1 per cento del 2023.

Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso emergono con chiarezza anche i comportamenti familiari tipici della seconda transizione demografica. Crescono le nuove forme familiari all’interno delle quali si annoverano i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite.

Tra le forme familiari in espansione rientrano anche le unioni libere (oltre 1 milione e 700 mila) e le famiglie ricostituite coniugate (840 mila in media nel 2023-2024), che insieme rappresentano quasi una famiglia su dieci …. Le unioni libere sono ormai diffuse tra celibi e nubili, che rappresentano circa due terzi dei casi, come alternativa o fase precedente al matrimonio; circa un quinto è rappresentato da nuove unioni per separati e divorziati, mentre le unioni libere con almeno un vedovo sono meno frequenti.

La diffusione di unioni libere e ricostituite coniugate è più marcata nel Centro-nord e nelle aree urbane, dove rappresentano un quinto delle coppie, rispetto a poco più del 10 per cento nel Mezzogiorno. Tra le coppie in unione libera l’assenza di figli è leggermente più frequente (42,2 per cento) rispetto a quelle coniugate in prime nozze e in costanza di unione (40,7 per cento), anche per effetto dell’età più giovane e del rinvio della genitorialità.

Tuttavia, si registra una crescita costante delle nascite fuori dal matrimonio tra coppie mai coniugate, anche al secondo figlio. Questo suggerisce l’emergere di un nuovo modello familiare, orientato alla genitorialità indipendentemente dal vincolo matrimoniale, spinto sia da ragioni economiche sia da un cambiamento nei valori sociali.”



I SALUTI ISTITUZIONALI


Nella registrazione della Relazione del Presidente dell’Istat Chelli in una sala di Montecitorio 9, mi ha colpito il linguaggio dell’ onorevole Paolo Trancassini (Fratelli d’Italia), in rappresentanza della Camera dei Deputati, non dissimile da quello utilizzato l’anno precedente dalla Vice-Presidente Anna Ascani (Partito Democratico) e consono ai contenuti inclusivi e di attenzione a diversità e disuguaglianze che caratterizzano le ricerche e i testi dell’Istat.

Non so se dolermi per l’incoerenza tra tali parole diplomatiche e l’azione politica della maggioranza di centro-destra oppure rallegrarmi per l’incoerenza tra tali parole diplomatiche e gli espliciti contenuti anti-inclusivi del riferimento mondiale delle destre, l'amministrazione Trump.




aldovecchi@hotmail.it

Fonti:

  1. ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2025 -  https://www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-annuale-2025-la-situazione-del-paese-il-volume/

  2. Aldo Vecchi - DAL RAPPORTO ISTAT 2024 - su UTOPIA21, luglio 2024 - 

https://drive.google.com/file/d/1eGDNHyObg9bQol5qyMrGH-MdZRtRSrna/view?usp=sharing

    1. Aldo Vecchi – DISUGUAGLIANZE IN ITALIA. CRONICHE? - su UTOPIA21, maggio 2025 - https://drive.google.com/file/d/1hVxfLlZRUYQL8qH40XoqxtUtalvE3ZTx/view?usp=drive_link.

    2. Alessandro Penati - L’ITALIA È CONDANNATA ALLA CRESCITA “ZERO VIRGOLA” DALLA SUA CLASSE DIRIGENTE—   - su “Domani”, 8 giugno 2025 - https://www.editorialedomani.it/economia/litalia-e-condannata-alla-crescita-zero-virgola-dalla-sua-classe-dirigente-iiwajcvn

    3. Fulvio Fagiani – I RISCHI CLIMATICI CHE MINACCIANO L’EUROPA – Pubblicato su UTOPIA21 di maggio 2024 - https://drive.google.com/file/d/1KHfcw_JNgRx54sKBf7PpBl0DUq3ROhB1/view?usp=drive_link.

    4. Fulvio Fagiani – Fulvio Fagiani – IL PIANO NAZIONALE INTEGRATO ENERGIA E CLIMA: L’ITALIA VUOL TORNARE A CANDELE E CALESSE? – Pubblicato su UTOPIA21 di settembre 2024 - https://drive.google.com/file/d/1PyIKNI7jItE1fp6E_maOVhxylXdb99FS/view?usp=drive_link.

    5. Fulvio Fagiani -Fulvio Fagiani – QUALCHE BUONA NOTIZIA DALLE RINNOVABILI E DALL’EIROPA – Pubblicato su UTOPIA21 di gennaio 2025 - https://drive.google.com/file/d/1E_zcz5X690wG9aY7DkHZvjz3ydaCWbgo/view?usp=drive_link.

  1. Aldo Vecchi - ISTAT: FLUSSI DI MATERIA ED ECOSISTEMI - su UTOPIA21, settembre 2024 - https://drive.google.com/file/d/1z6gwdttZKdb0ddnQAT7K1ImlDC0ropp1/view?usp=drive_link

  2. ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2025: PRESENTAZIONE AL PARLAMENTO

https://www.youtube.com/watch?v=sSSKWIioi7c





APPENDICE I: CAPITOLO 3 “Una società per tutte le età” 

INTRODUZIONE  E PRINCIPALI RISULTATI


L’aumento straordinario della sopravvivenza ha trasformato radicalmente la struttura della popolazione italiana, dando origine a una società in cui oggi convivono insieme più a lungo diverse generazioni. I loro percorsi di vita hanno contribuito a ridefinire il contesto demografico, sociale ed economico del Paese. Osservarne l’evoluzione della struttura e dei comportamenti significa cogliere i cambiamenti in atto, ma anche programmare in modo più efficace gli interventi necessari per gestire meglio le possibili traiettorie e criticità future.

Per comprendere le esigenze di una popolazione che invecchia, ma che, al contempo, chiede nuove opportunità, è indispensabile adottare il punto di vista generazionale, analizzando i cambiamenti dei percorsi di vita. L’allungamento della vita in buona salute e il maggiore livello di istruzione hanno ampliato gli orizzonti delle generazioni, ma anche introdotto nuove sfide e divari: vivere a lungo non è uguale ovunque, né per tutti. Se da un lato aumentano gli anni vissuti in autonomia, dall’altro persistono forti divari territoriali e socioeconomici.

È attraverso l’approfondimento delle dimensioni territoriali che tali dinamiche possono essere comprese nella loro complessità e nelle implicazioni per il benessere collettivo. Gli squilibri tra generazioni nei territori evidenziano le specificità locali, in termini sia di tendenze demografiche sia di fattori come la tipologia familiare, che possono influenzare il potenziale supporto sociale, specie quello informale, e la capacità della società di far fronte alle sfide poste dall’invecchiamento.

Le analisi per generazione confermano un cambiamento profondo nel modo in cui si entra nella vita adulta. L’uscita dalla famiglia avviene sempre più spesso attraverso la convivenza informale, mentre il matrimonio e la genitorialità sono rimandati, o talvolta evitati del tutto. La nuzialità mostra una tendenza alla diminuzione e alla posticipazione, con una crescente diffusione di unioni libere e famiglie ricostituite. Il calo della fecondità, il più marcato degli ultimi decenni, e la crescente instabilità coniugale completano il quadro di una transizione demografica in cui i legami familiari si diversificano e si ridefiniscono nel tempo.

Appare evidente come il nostro Paese sia connotato da un modello di fecondità bassa e tardiva da molte generazioni. Alla fine della loro storia riproduttiva, le donne nate all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso avevano avuto in media circa due figli per donna, se residenti nel Nord e nel Centro, mentre quasi tre nel Mezzogiorno. A partire dalle nate negli anni Sessanta si nota un processo di progressiva convergenza, al di sotto dei due figli per donna, in tutte le ripartizioni. Nel Nord già la generazione del 1933 era al di sotto dei due figli per donna, nel Centro quella del 1939; nel Mezzogiorno, invece, bisogna arrivare fino alla generazione del 1961.

Ma il dato di rilievo è che nel passaggio dall’ipotetica generazione di madri nate nel 1958 a quella delle loro ipotetiche figlie nate nel 1983, che hanno superato oggi i 40 anni, raddoppia la quota di donne senza figli (dal 13 per cento al valore stimato del 26 per cento), con un picco di circa tre donne su dieci nel Mezzogiorno. Parallelamente si riscontra un’accentuata posticipazione dell’età alla nascita del primo figlio, che aumenta il rischio di avere un numero di figli inferiore alle attese o di non averne affatto.

Differenze rilevanti tra le generazioni si apprezzano quando si considerano gli stili di vita. A partire dai nati degli anni Cinquanta, si osservano miglioramenti continui nei comportamenti legati alla salute: calano i fumatori e cresce l’attenzione alla pratica sportiva. Accanto a questi segnali positivi, emergono tuttavia nuove criticità: aumentano i casi di sovrappeso e di obesità già dall’infanzia, si diffondono nuove forme di fumo (sigarette elettroniche, prodotti a tabacco riscaldato), e tra i più giovani preoccupano i fenomeni di ubriacature dovute soprattutto al consumo di superalcolici.

Si è spostata in avanti anche l’età in cui si diventa anziani: i 75enni di oggi possono contare di vivere in media lo stesso numero di anni dei 64enni degli anni Cinquanta. Ma questi progressi non sono uniformi: restano marcati i divari legati al territorio, al genere, alla condizione socioeconomica.

È soprattutto nei territori più fragili, come le Aree Interne, che l’invecchiamento si intreccia con lo spopolamento, la bassa fecondità, l’emigrazione giovanile e la ridotta attrattività per i flussi migratori dall’estero. In questi contesti, la presenza di anziani soli è più frequente e rischia di rendere ancora più fragile che altrove la rete di supporto informale (famiglia, amici, vicinato) su cui contare.

Un elemento cruciale che segna le nuove generazioni di anziani è l’aumento del capitale umano: oggi più istruiti rispetto al passato, i nuovi anziani vivono mediamente meglio, attivi più a lungo e con maggiori risorse culturali. Tuttavia, anche su questo fronte emergono disuguaglianze, con le Aree Interne che presentano una minore quota di popolazione con titoli medio-alti rispetto ai Centri. Questo svantaggio si riflette, più in generale, sul benessere individuale.



APPENDICE II - CAPITOLO 4 “Sistema economico e generazioni",

INTRODUZIONE E PRINCIPALI RISULTATI


A due anni dall’uscita dalla crisi sanitaria il nostro Paese ha superato i livelli di attività pre-pandemici, realizzando un costante ampliamento dell’occupazione e, nell’ultimo anno, un parziale recupero dei salari reali. D’altra parte, dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso l’economia italiana presenta un rallentamento del ritmo di crescita, che si è aggravato dall’inizio del secolo corrente in cui si è indebolito anche l’andamento della produttività.

Questi fattori hanno prodotto effetti negativi sulla dinamica dei redditi e, più in generale, sulle prospettive di realizzazione personale e di benessere economico. Il rallentamento della crescita contraddistingue gran parte dei paesi che hanno raggiunto una fase matura di sviluppo economico e attraversano una fase di declino demografico. Tuttavia, in Italia l’intensità e l’interazione di questi fenomeni hanno prodotto effetti assai più marcati sull’economia e nella società.

In questo Capitolo i vincoli e le opportunità economico-professionali degli individui nel corso degli ultimi decenni, al loro ingresso e durante la permanenza nel mercato del lavoro, sono considerati secondo una prospettiva di confronto generazionale. Si approfondisce come i mutamenti occorsi – in particolare, la crescita dell’età media e del livello di istruzione della popolazione – si riflettano sulle sfide del futuro. L’analisi è realizzata, in gran parte, integrando a livello micro alcune tra le principali fonti statistiche e amministrative dell’Istat.

Le evidenze principali delle analisi svolte possono essere così riassunte.

Nel nuovo millennio, il ridotto tasso di crescita economica ha limitato in Italia, più che in altri paesi dell’UE27, le prospettive di maggiore benessere economico: dal 2000 al 2024, il Pil reale del nostro Paese è cresciuto meno del 10 per cento, mentre ha registrato incrementi intorno al 30 per cento in Germania e Francia, e superiori al 45 per cento in Spagna.

Nello stesso periodo, l’occupazione è cresciuta a un tasso più sostenuto (+16 per cento) e comparabile a Francia e Germania. Tuttavia, la crescita delle opportunità di occupazione è stata favorita dall’espansione delle attività dei servizi ad alta intensità di lavoro e bassa produttività e, poiché la produttività del lavoro è cresciuta anche negli altri settori meno che nelle altre principali economie europee, in Italia si è registrato un ristagno del Pil reale per ora lavorata e, di conseguenza, della dinamica salariale di medio-lungo periodo.

I cambiamenti strutturali in atto hanno incrementato il peso dell’occupazione più qualificata, anche se in misura inferiore rispetto alle altre maggiori economie europee. Negli anni più recenti è aumentata rapidamente anche la quota di occupati in professioni associate alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che rappresentano una componente strategica per la competitività e l’innovazione dell’intero sistema economico.

La diffusione dell’istruzione è stata la trasformazione più importante nel modificare le caratteristiche e le opportunità professionali delle diverse generazioni. Tra l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso e il 2023, la quota di laureati tra i 25-34enni è salita dal 7 a oltre il 30 per cento, e fino al 37,1 per cento tra le donne, che in questa classe di età hanno raggiunto tassi di occupazione analoghi a quelli dei coetanei laureati.

Nel 2024, in termini reali il reddito da lavoro per occupato era inferiore del 7,2 per cento rispetto al 2004, con decrementi in tutte le classi di età. La maggiore partecipazione al mondo del lavoro ha comunque prodotto effetti positivi. La contrazione dei nuclei familiari, l’aumento dei componenti attivi sul mercato del lavoro e la maggiore diffusione della proprietà dell’abitazione hanno permesso di compensare pienamente la riduzione dei redditi individuali, con una crescita del 6,3 per cento del reddito familiare equivalente. Inoltre, se si considera il periodo 2011-2022 – prima della temporanea caduta del potere di acquisto dovuta al recente episiodo inflazionistico – la quota di adulti tra i 18 e i 65 anni che hanno percepito redditi da lavoro imponibili è aumentata in misura rilevante (dal 62,7 al 70,4 per cento), e si è avuta una crescita del 4,2 per cento del reddito mediano in termini reali.

Tra i fattori che contribuiscono maggiormente a incrementare le opportunità di lavoro e di crescita professionale, le analisi realizzate hanno confermato come più elevati livelli di istruzione forniscano ancora un premio in termini di maggiori salari e il territorio condizioni notevolmente le opportunità da cogliere, penalizzando alcune ripartizioni del Paese (Mezzogiorno) e specifiche aree in difficoltà localizzate anche nel Centro-nord (aree periferiche o in declino industriale).

In un contesto di prospettive limitate e condizionamenti territoriali e familiari, la capacità e le scelte individuali hanno continuato a fare la differenza. Considerando la popolazione dei circa 550 mila giovani nati nel 1992, appena maggiorenni nel 2011 e trentenni nel 2022, tra le famiglie a bassa istruzione oltre un terzo dei giovani non arriva al diploma secondario superiore, ma quasi un quinto ha completato un ciclo universitario.

La crescita dei livelli di istruzione e l’invecchiamento degli addetti hanno modificato le caratteristiche del capitale umano delle attività economiche in misura differenziata nel sistema produttivo. Tra il 2011 e il 2022, l’età media degli occupati è salita di 2,4 anni e il livello di istruzione di 0,7 anni di studio equivalenti per addetto. Il rischio del mancato ricambio generazionale è concentrato nelle unità economiche di dimensioni minori, in larga parte di autoimpiego del titolare o meno efficienti.

Inoltre, la dotazione di capitale umano qualificato sotto i 35 anni ha favorito il successo delle imprese nell’adozione delle tecnologie digitali, e influito positivamente sull’attività innovativa e sulla performance occupazionale e di crescita economica.


venerdì 23 maggio 2025

UTOPIA21 - MAGGIO 2025: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE?


Mentre incombe la “crisi dei dazi”, il rapporto Oxfam, i dati Istat e la

Relazione ministeriale sugli indicatori BES consentono di fare il punto

sulle disuguaglianze di ricchezza e reddito in Italia, e sul carattere

cronico che stanno assumendo.

Sommario:

- premessa

- il rapporto Oxfam: “Disuguitalia”

- Istat: prime proiezioni sui dati per il 2024

- Ministero Economia e Finanza: il bicchiere mezzo pieno negli indicatori B.E.S.

- commento


PREMESSA

Mentre preparo questo articolo è in pieno svolgimento lo scontro politico/economico

internazionale sui dazi per le merci importate, tra gli U.S.A. di Donald Trump e gran parte

del restante mondo. Quale che sarà l’effetto specifico di simili decisioni sulle esportazioni

italiane, l’impatto complessivo della fase di incertezza, che si annuncia sui mercati a scala

globale, risulterà molto probabilmente assai rilevante per tutte le variabili socio-economiche

e quindi anche per la questione delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza in ambito

italiano, di cui intendo occuparmi a partire dai rapporti Oxfam e Istat e dagli indicatori sul

Benessere Equo e Solidale (anche come riportati dal Ministero Economia e Finanza):

precisando che si tratta di documenti in parte sfasati come riferimenti temporali.

Anche se la tempesta finanziaria in atto vanifica le capacità di previsione degli economisti

(ed in particolare le raffinate simulazioni econometriche elaborate dal MEF per ciascuno

dei prossimi tre anni), si può ragionevolmente considerare che la questione dei divari di

reddito e di ricchezza resterà aperta ed anzi, come è finora avvenuto nelle precedenti fasi

di crisi economica (esclusi i riassetti post-bellici), tenderà ad acuirsi, a svantaggio dei ceti

subalterni: pertanto ritengo che possa essere utile riepilogare la situazione italiana in

materia “prima della crisi dei dazi”, una situazione che a sua volta risulta molto influenzata


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 2

dalle recenti “crisi inflattiva connessa alla guerra in Ucraina” e “crisi per la pandemia

Covid19” (perché comunque la storia evolve assai più di crisi in crisi che non per proiezioni

lineari).

In questo articolo (richiamando in proposito alcuni miei precedenti articoli A) non

approfondisco né i caratteri specifici delle diversità sociali (per genere, per età, per

argomento, vedi sanità-istruzione-lavoro ecc.) né le articolazioni territoriali, su cui mi riservo

di ritornare: concentrando l'attenzione sugli elementi basilari del reddito e della ricchezza e

sulla loro (scarsa) dinamica, ne colgo una preoccupante tendenza alla cronicità delle

disuguaglianze, che non mi appare tanto un retaggio di antico sottosviluppo quanto la faccia

aggiornata della modernità.


IL RAPPORTO OXFAM: “DISUGUITALIA”

Il rapporto Oxfam 2025 B, i cui aspetti relativi alle disuguaglianze a scala planetaria sono

stati esaminati nel precedente numero di UTOPIA21 da Fulvio Fagiani C, comprende una

sezione dedicata alle disuguaglianze in Italia, da cui riporto solo gli indicatori fondamentali.

- ricchezza

dati desunti “dal lavoro analitico condotto dai ricercatori di Banca d’Italia sui conti distributivi

sulla ricchezza netta delle famiglie nel nostro Paese” a metà 2024:

“- il 10% più ricco delle famiglie detiene quasi 3/5 della ricchezza nazionale (59,7%); ...

- la metà più povera delle famiglie italiane detiene appena il 7,4% della ricchezza nazionale.

...

- il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più

povera dei nuclei familiari del nostro Paese (il rapporto era pari a 6,3 appena 14 anni fa, alla

fine del 2010, il primo anno disponibile nella serie storica di Banca d’Italia);

- reddito

“La dinamica dei redditi netti delle famiglie italiane è oggi aggiornata, nelle rilevazioni di

ISTAT, alla fine del 2022, un anno che si è contraddistinto per gli impatti più duri della crisi

inflattiva che si è abbattuta sul nostro Paese. Il proseguimento della ripresa economica ed

occupazionale successiva alla crisi del COVID-19 ha visto i redditi familiari crescere in

termini nominali del 6,5% rispetto al 2021. In termini reali tuttavia i redditi delle famiglie

italiane sono diminuiti del 2,1% su base annua, in conseguenza di un marcato aumento

(+8,5%) dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo nella media del 2022...

Lo shock inflattivo ha ulteriormente acuito la contrazione di lungo corso dei redditi familiari

in termini reali. Tra il 2007 (l’anno precedente la grande crisi finanziaria) e il 2022, i redditi

reali delle famiglie italiane si sono ridotti in media del 7,2% (la contrazione si era assestata

al 5,3% al termine del 2021). La riduzione presenta significative differenze territoriali con le

famiglie al Centro Italia e nel Mezzogiorno che continuano a scontare perdite superiori alla

media nazionale e significativamente più marcate rispetto ai nuclei familiari residenti nelle

aree del Nord-ovest e Nord-est del Paese...”


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 3

- rischio di povertà

“Nel 2023, il 18,9% della popolazione residente in Italia (circa 11 milioni e 121 mila individui)

risultava a rischio di povertà (di reddito), disponendo di un reddito netto equivalente inferiore

al 60% della mediana nazionale. Un dato in calo rispetto al 20,1% del 2022.”

- povertà assoluta

“Nel 2023 il fenomeno della povertà assoluta mostrava in Italia un quadro preoccupante ma

sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Poco più di 2,2 milioni di famiglie per

un totale di 5,7 milioni di individui versavano in condizioni di povertà assoluta, non

disponendo di risorse mensili ... sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi il cui

consumo è ritenuto essenziale per vivere in condizioni dignitose. ... Il consolidamento

dell’andamento positivo del mercato del lavoro nel 2023 non ha comportato la riduzione

dell’incidenza della povertà di famiglie ed individui, ostacolata dall’impatto dell’inflazione.” 1

“... L’evoluzione della povertà assoluta in Italia nel periodo decennale intercorso tra il 2014

e il 2023 vede l’incidenza della povertà a livello familiare salire dal 6,5% all’8,5% e quella

individuale passare dal 6,9% al 9,7%...”

“L’evoluzione della povertà assoluta conferma come il fenomeno non interessi più, come un

tempo, soprattutto le famiglie più anziane, ma sia oggi più diffuso tra le famiglie con età

media più giovane. Al mutamento dei profili di povertà familiare hanno contribuito il

peggioramento della qualità occupazionale e le più fioche prospettive di progressione di

carriera per i più giovani, cristallizzati in condizioni reddituali meno floride e tassi di risparmio

più esigui. ...

Negli ultimi anni il reddito da lavoro è risultato sempre meno in grado di tutelare individui e

famiglie dal disagio economico. Complessivamente, l’incidenza di povertà individuale tra gli

occupati è aumentata tra il 2014 e il 2023 di 2,7 p.p. [ punti percentuali ] con andamenti

molto differenziati a seconda della tipologia dell’occupazione, se dipendente o autonomo.”


1 Nel dettaglio dei dati Istat, riepilogati da Oxfam, il quadro della povertà assoluta in Italia è così articolato : “L’incidenza

delle famiglie in povertà assoluta risulta più alta nel Mezzogiorno rispetto alle altre parti del Paese, ma al contempo è il

Meridione d’Italia a rappresentare l’unica macro area geografica dello Stivale in cui l’incidenza di povertà a livello

familiare sia diminuita su base annua. L’incidenza di povertà è più elevata nei Comuni più piccoli, fino a 50 mila abitanti.

Titoli di studio più elevati costituiscono un maggior baluardo contro la povertà, più concentrata (e in crescita su base

annua) tra le famiglie con persona di riferimento in possesso di al più la licenza di scuola elementare. Se nel 2023 la

povertà assoluta interessa in Italia quasi 1 famiglia su 5 con persona di riferimento in cerca di occupazione, elevati valori

dell’incidenza contraddistinguono anche i nuclei con persona di riferimento occupata, a conferma di quanto nel nostro

Paese il lavoro non basti ad evitare la condizione di indigenza. Per le famiglie con persona di riferimento operaio e

assimilato l’incidenza di povertà assoluta (in crescita dal 2022) ha toccato nel 2023 il valore più elevato della serie

dell’ultimo decennio. L’incidenza di povertà assoluta tra i minori si attesta nel 2023 al 13,8% (valore massimo della serie

dal 2014), in crescita di 0,4 p.p. rispetto al 2022. Critiche sono anche la condizione di disagio dei nuclei familiari numerosi

(con 5 o più componenti e con tre o più figli minori), l’incidenza di povertà assoluta per le famiglie con almeno un

componente straniero (rispetto a quelle composte da soli italiani) e la diffusione della povertà tra le famiglie che vivono

in affitto (rispetto a quelle che vivono in abitazioni di proprietà).


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 4

- il ‘lavoro povero’

“L’incidenza della povertà nel periodo in esame è aumentata tra i dipendenti di 3,2 p.p.,

passando dal 5% all’8,2% con un balzo più marcato per le categorie professionali più basse

come gli operai e assimilati che hanno visto l’incidenza salire dall’8,7% al 14,6% (+5,9 p.p.).

...

Il quadro descritto evidenzia ancora una volta come il celebrato aumento del tasso di

occupazione degli ultimi anni sottovaluti quanto il lavoro non rappresenti oggi, per troppi,

specialmente tra gli occupati alle dipendenze, una tutela efficace da situazioni di grave

difficoltà economica, e riaccende l’attenzione sulla necessità di introdurre misure capaci di

contrastare il peggioramento della condizione economica dei lavoratori a basso reddito e

delle loro famiglie.”

... “Le basse retribuzioni costituiscono la manifestazione più diretta della povertà lavorativa.

Bassi profili retributivi annui e disparità retributive sono il risultato della diversa

combinazione delle componenti che determinano la retribuzione annuale dei singoli

lavoratori: la retribuzione oraria, il numero di ore lavorate nell’arco di un mese e il numero di

mesi lavorati nel corso di un anno.

In Italia una quota consistente e stabile nel tempo di lavoratori dipendenti si colloca in aree

a bassa retribuzione. Circa il 59% dei lavoratori con esperienze di lavoro dipendente tra il

2015 e il 2022 ha sperimentato almeno un anno a bassa retribuzione annuale e nel 2022,

ultimo anno per cui sono disponibili i dati, l’incidenza delle basse retribuzioni annuali si è

assestata a poco meno del 30%, interessando 4,4 milioni di lavoratori alle dipendenze.

L’incidenza risulta maggiore per chi è occupato con contratti non standard, soprattutto a

termine, con valori che toccano oltre il 90% per chi è impiegato a tempo parziale. Le famiglie

in cui sono presenti dipendenti sotto la soglia della retribuzione annuale (il 35% delle famiglie

con almeno un componente dipendente) hanno la probabilità doppia di collocarsi nel 20%

più povero, in termini reddituali, delle famiglie, rispetto al resto delle famiglie con dipendenti.”

... “Tra i fattori determinanti per il rischio di povertà lavorativa (su base familiare) figurano

notoriamente il basso livello di istruzione, la nazionalità straniera, la tipologia

dell’occupazione (con il rischio di povertà consistentemente più elevato della media tra i

lavoratori autonomi), la bassa intensità e la precarietà dell’impiego.”

- altri temi del rapporto Oxfam

Nei capitoli successivi il Rapporto Oxfam si occupa dei seguenti connessi argomenti, che

non ritengo utile però riassumere in questa sede (anche perché in parte già affrontate da

altri articoli di Utopia21):

- analisi puntuale delle politiche governative in materia di fisco, lavoro e sussidi sociali,

non orientate a ridurre le suddette disuguaglianze, bensì “in direzione ostinata e

contraria"

- approfondimenti sui rischi sociali insiti nella proposta di legge per l’autonomia

differenziata tra le Regioni (con intervista al costituzionalista Gaetano Azzariti) e sui

risvolti sociali delle criticità del sistema sanitario (con intervista al dott. Nino

Cartabelotta, presidente della fondazione Gimbe)


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 5

- dettagliate ‘raccomandazioni’ di Oxfam per profonde riforme a sfondo egualitario in

materia di contrasto alla povertà, di tutele contrattuali, di prelievi fiscali su redditi,

patrimoni, eredità (contrastando evasioni e condoni) nonché sui flussi finanziari

internazionali, di cooperazione internazionale (con attenuazione dei debiti cronici dei

paesi poveri).


ISTAT: PRIME PROIEZIONI SUI DATI PER IL 2024

L’Istituto Nazionale di Statistica, mentre annunciava - a partire da quest’anno - lo

spostamento della pubblicazione del “Rapporto BES” (fondato sugli indicatori per il

Benessere Equo e Solidale) da aprile a novembre, ha comunque reso noti i principali

aggiornamenti dei valori assunto dagli indicatori BES nel 2024, in parte tramite specifico

comunicato D, in parte con dati confluiti in Eurostat (e ripresi da “La Repubblica” del 26 aprile

25 E) ed in parte all’interno di un complessivo tabulato F


, come riporto di seguito,

puntualizzando i dati più coerenti con quelli gestiti da Oxfam (che per lo più si basa su

quantificazioni relative al 2023 o al 2022).

I nuovi dati Istat sono stati utilizzati in anteprima anche nella Relazione BES allegata dal

Ministero Economia e Finanze al recente Documento di Economia e Finanza, su cui riferisco

nel prossimo paragrafo.

- rischio di povertà

“Nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023

era il 22,8%), si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà,

in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro.

La quota di individui a rischio di povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 (18,9%) e

anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane quasi

invariata (4,6% rispetto al 4,7%); si osserva un lieve aumento della percentuale di individui

che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (9,2% e 8,9% nell’anno precedente).” ...

“A livello territoriale, nel 2024, il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza

di rischio di povertà o esclusione sociale (11,2%, era 11,0% nel 2023) e il Mezzogiorno

come l’area del paese con la percentuale più alta (39,2%, era 39,0% nel 2023).” D


- disuguaglianza nel reddito netto tra il 20% più ricco ed il 20% più povero: F

2020 2021 2022 2023 2024


5,7 5,9 5,6 5,3 5,5


- povertà assoluta: F


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 6

2020 2021 2022 2023 2024


7,5% 9,1% 9% 9,7% 9,7%

- ‘lavoro povero’

“In Italia sale il rischio di povertà tra le persone che lavorano anche se impegnate a tempo

pieno: nel 2024 gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale al

netto dei trasferimenti sociali sono il 9%, in aumento dall'8,7% registrato nel 2023. Una

percentuale più che doppia di quella della Germania (3,7%). Questo uno dei fatti salienti che

emerge dalle tabelle Eurostat appena pubblicate secondo le quali, invece, sono il 10,2% i

lavoratori di almeno 18 anni occupati per almeno la metà dell'anno (sia full time che part

time) a rischio povertà, anche questi in aumento rispetto al 9,9% del 2023.In Spagna la

percentuale dei lavoratori impegnati full time poveri è del 9,6% mentre in Finlandia è al

2,2%.” E


MINISTERO ECONOMIA E FINANZA: IL BICCHIERE MEZZO PIENO NEGLI

INDICATORI B.E.S.

Pur basandosi sulla stessa base di dati elaborata dall’Istat e da Bankitalia, la Relazione

presentata a marzo 2025 dal Ministro Giorgetti G, individua motivi di conforto, ad esempio

nella previsione, per il triennio 2024-2027 di “una sostanziale stabilizzazione della

disuguaglianza e della povertà assoluta”: ciò considerando che “...Gli anni più recenti

sono stati caratterizzati dal susseguirsi di shock molto intensi che hanno avuto conseguenze

avverse su tutte le principali aree economiche internazionali, ma sono state ancora più

rilevanti per l’Europa. In Italia, la fiammata inflazionistica generata dagli aumenti delle

materie prime energetiche ha prodotto effetti avversi particolarmente intensi sulle fasce di

reddito più basse, maggiormente esposte agli aumenti di prezzo di beni (energetici e

alimentari) che hanno un peso maggiore nel loro paniere di beni di consumo

rappresentativo. Le politiche di contenimento dell’erosione del potere di acquisto dei

consumatori, messe in atto dal Governo a partire dal suo insediamento, si sono dimostrate

efficaci nell’attenuare di molto la dimensione del fenomeno, come catturato da diversi

indicatori del dominio ‘Benessere economico’. Ciò vale per i valori relativi al 2023, appena

resisi disponibili, e per le proiezioni preliminari per il 2024.”

“...Più in generale, negli ultimi anni non sono mancati progressi in diversi ambiti BES. In

primo luogo, sono senz’altro da evidenziare i risultati positivi registrati per il tasso di mancata

partecipazione al lavoro. Quest’indicatore coglie una dimensione rilevante rispetto alla

favorevole evoluzione in corso nel mercato del lavoro; si potrebbero inoltre citare anche la

rilevante riduzione del numero di giovani che non lavorano e non studiano (c.d. NEET) e il

deciso aumento del peso relativo dei contratti a tempo indeterminato rispetto a forme di

lavoro precario...”


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 7

A quanto sopra, contenuto nella Premessa a firma del Ministro, si aggiunge nella seguente

Relazione, in particolare, che per “...La disuguaglianza del reddito netto (rapporto

S80/S20), misurata dal rapporto fra l’ammontare del reddito disponibile equivalente del

quinto di popolazione con il reddito più alto e quello del quinto con il reddito più basso, ....il

dato definitivo per il 2022 si attesta a 5,3 punti e la stima aggiornata per il 2023, fornita

dall’Istat in occasione della presente Relazione, prospetta una sostanziale stabilità

dell’indicatore. Se confrontato con il 2020, unico anno dal 2017 in cui il rapporto S80/S20 è

aumentato, si rileva una riduzione sostanziale della disuguaglianza (-0,6 punti), riconducibile

al favorevole andamento dell’attività economica, dopo lo shock pandemico, agli strumenti di

sostegno economico emergenziale e alle nuove misure introdotte con la Legge di Bilancio

2023.

L’incremento dell’indicatore previsto nel 2024 (+0,2 punti) può essere imputato al fatto che

le stime, date le caratteristiche del modello di microsimulazione utilizzato, non tengono conto

delle dinamiche dell’occupazione e dell’evoluzione dei redditi primari. Gli incrementi

dell’occupazione registrati negli ultimi anni potrebbero aver ridotto il ricorso alle misure a

sostegno del reddito e dell’inclusione (dal 2024 è operativo l’Assegno di Inclusione - AdI - e

dal settembre 2023 il Supporto per la formazione e il lavoro - Sfl) che sono invece

considerate nelle simulazioni.”

Frase a mio avviso piuttosto oscura, ma che farebbe pensare ad una maggior occupazione

che fa diminuire i sussidi e però nel contempo anche i redditi della fascia più povera (un

lavoro così povero che guadagna meno dei sussidi?).

Mi permetterei inoltre di ricordare che nella analoga Relazione di marzo 2024 H il Ministero

invece prevedeva “Nel 2024 l’indicatore torna sul livello registrato nel 2022, con una

riduzione di 0,1 punti rispetto al 2023 ... Le nuove misure a sostegno del reddito e

dell’inclusione .... incidono positivamente sull’indicatore .... “


COMMENTO

Al di là di questa peculiare ‘arrampicata sugli specchi’, il pensiero ministeriale mi sembra

che si possa condensare come segue: anche se la congiuntura è difficile, la povertà è

rimasta stabile e ciò va considerato un buon risultato, da confermare nel triennio futuro; la

riduzione dei divari non è nel nostro programma.

(Forse per i ricchi l’esistenza dei poveri è un bisogno antropologico, per poter esercitare sia

l’autostima sia la filantropia...).

Inoltre la sottolineatura propagandistica sui progressi dell’occupazione, mentre non

aumentano i redditi reali, nasconde la realtà di un lavoro povero (vedi sopra il rapporto

Oxfam), ma più povero di prima, perché solo così tornano i conti (più occupati che

guadagnano di meno, sennò il PIl sarebbe aumentato assai di più): vedi in proposito anche

il recente intervento di Gian Marco Martignoni su Utopia 21 di marzo I

.


Riscontro infine con piacere che anche il Presidente della Repubblica, in occasione della

ricorrenza della Festa del Lavoro, abbia rilevato la gravità del problema dei livelli salariali


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Utopia21 – maggio 2025 A.Vecchi: DISUGUAGLIANZE IN ITALIA: CRONICHE? 8

(con qualche eco persino nella maggioranza governativa2


, anche se il filo conduttore della


propaganda meloniana resta un rancio sempre ottimo ed eccellente).


aldovecchi@hotmail.it


Fonti:

A. Aldo Vecchi - ATTORNO AL RAPPORTO B.E.S. 2023 - su UTOPIA21, maggio 2024

https://drive.google.com/file/d/1mba4N2esfhHSVTpgLFlwP0ggwLdCDSwi/view?usp

=drive_link

B. https://www.oxfamitalia.org/disuguaglianza-poverta-ingiusta-e-ricchezza-immeritata/

C. Fulvio Fagiani - DISUGUAGLIANZE NEL MONDO - su UTOPIA21, marzo 2025 -

https://drive.google.com/file/d/1x1Edqg5uY25M7NzIcCtpTfp351WpEULN/view?usp

=drive_link


D. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/REPORT-REDDITO-CONDIZIONI-

DI-VITA_Anno-2024.pdf


E. https://finanza.repubblica.it/News/2025/04/28/eurostat_poverta_cresce_anche_tra_


gli_occupati_full_time-

31/#:~:text=Il%20rischio%20di%20povert%C3%A0%20in,aumenta%20tra%20gli%2


0over%2065.

F. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Tabella_12-indicatori_ITA.xlsx

G. https://www.dt.mef.gov.it/it/news/2025/bes_2025.html

H. https://www.dt.mef.gov.it/it/news/2024/bes_2024.html

I. Gian Marco Martignoni - L’ANDAMENTO DELL’OCCUPAZIONE NELLA REALTÀ,

NON NELLA PROPAGANDA - su UTOPIA21, marzo 2025

https://drive.google.com/file/d/1E9q2r6_FxlvAzzeTQcVzkS6xBCjZ1aXO/view?usp=drive_li

martedì 25 marzo 2025

UTOPIA21 - MARZO 2025: LOGISTICA E CONSUMO DI SUOLO: LA NUOVA LEGGE REGIONALE LOMBARDA

LOGISTICA E CONSUMO DI SUOLO: LA NUOVA LEGGE REGIONALE LOMBARDA 

di Aldo Vecchi


Mentre in tutta Italia prosegue il consumo di suolo, in parte per le attività logistiche, la Regione Lombardia ha emanato una legge specifica, meritoria anche se tardiva e variamente criticabile. E si profila la pressione insediativa anche per i ‘data center’.


Sommario:

  • il rapporto ISPRA 2024 sul consumo di suolo

  • il peso della logistica 

  • la legge della Regione Lombardia

  • il dibattito sulla legge regionale

in corsivo i commenti più personali


IL RAPPORTO I.S.P.R.A. 2024 SUL CONSUMO DI SUOLO


Anche per l’anno 2023 l’annuale Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” a cura del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), pubblicato il 3 dicembre 2024 presso la sede dell’ISPRA, A conferma che “... Complessivamente il consumo di suolo rimane ancora troppo elevato, anche se con una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente e continua ad avanzare al ritmo di circa 20 ettari al giorno, ricoprendo nuovi 72,5 km2 (una superficie estesa come tutti gli edifici di Torino, Bologna e Firenze). Una crescita inferiore rispetto al dato dello scorso anno, ma che risulta sempre al di sopra della media decennale di 68,7 km2 (2012-2022) e solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali (poco più di 8 km2, dovuti in gran parte al recupero di aree di cantiere). 

… Nel 2023 risultano cementificati più di 21.500 km2, dei quali l’88% su suolo utile. In aumento la cancellazione del suolo ormai irreversibile con nuove impermeabilizzazioni permanenti pari a 26 km2 in più rispetto all’anno precedente. Il 70% del nuovo consumo di suolo avviene nei comuni classificati come urbani secondo il recente regolamento europeo sul ripristino della natura (Nature Restoration Law). Nelle aree, dove il nuovo regolamento europeo prevede di azzerare la perdita netta di superfici naturali e di copertura arborea a partire dal 2024, si trovano nuovi cantieri (+663 ettari), edifici (+146 ettari) e piazzali asfaltati (+97ettari). In calo costante quindi la disponibilità di aree verdi: meno di un terzo della popolazione urbana riesce a raggiungere un’area verde pubblica di almeno mezzo ettaro entro 300 metri a piedi.

Richiamando i miei articoli sugli analoghi ‘rapporti ISPRA’ di precedenti anni, si può constatare che - malgrado gli impegni assunti dall’Italia verso l’Europa - il consumo di suolo procede, debolmente contrastato qua e là da leggi regionali comunque piuttosto timide, ed in assenza di una adeguata normativa nazionale.



IL PESO DELLA LOGISTICA


In questo contesto ”… Nel 2023 la logistica ricopre altri 504 ettari in un solo anno, una crescita attribuibile principalmente all'espansione dell’indotto produttivo e industriale (63%), mentre la grande distribuzione e le strutture legate all’e-commerce contribuiscono rispettivamente per il 20% e il 17%. Il fenomeno si concentra prevalentemente nelle regioni del Nord Italia, con un massimo di superfici consumate in Emilia-Romagna (101 ettari), Piemonte (91 ettari) e Veneto (80 ettari). “ 


Anche se 500 ettari su 21.500 corrispondono a poco più del 2,3%, a fronte di una incidenza della logistica sul PIL ben superiore (ma forse difficile da calcolare, vedi in nota la divergenza tra fonti pur socialmente convergenti, tra  il 5,4% de ‘Il Sole-24ore’ e l’8,2% della stessa Confindustria: dipende probabilmente da un diverso perimetro delle attività incluse nei dati, con inclusione o meno di vari tipi di trasporto e di stoccaggio, quest’ultimo interno o esterno alle aziende produttrici), occorre considerare che le attività logistiche mirano a estensioni libere, continue e pianeggianti, e quindi più di altre si candidano spesso a consumare suoli agricoli e non a trasformare terreni già edificati .

Inoltre si prospettano ulteriori incrementi delle attività logistiche in Italia, soprattutto sul fronte dell’e-commerce, perché la penetrazione attuale sui consumi delle famiglie si aggira sul 20%, contro incidenze oltre il 30% nel Nord-Europa, e quindi con forti probabilità di allineamento a quel modello sociale (in parallelo dovrebbe crescere tale tendenza nel Centro-Sud, oggi arretrato rispetto alle regioni centro-settentrionali).



LA LEGGE DELLA REGIONE LOMBARDIA


Tali argomenti sono stati approfonditi in uno dei convegni di Urbanpromo a Firenze nello scorso novembre F, che in particolare ha anche esaminato la recente Legge Regionale Lombarda 8 agosto 2024, n. 15 “Disciplina degli insediamenti logistici di rilevanza sovracomunale” G, primo ed unico provvedimento legislativo in materia a scala nazionale.

Se la Lombardia non figura per il 2023 tra le regioni con maggior consumo di suolo per ‘usi logistici’, lo è stata comunque nei precedenti anni, con un accumulo concentrato a ridosso di caselli autostradali e svincoli di tangenziali, soprattutto dentro ed attorno all’area metropolitana milanese, nonché nelle provincie meridionali, più ricche di aree libere e più baricentriche rispetto ai mercati interregionali. 

Appare quindi appropriato, anche se comunque meritevole, che sia stata la Lombardia la prima Regione italiana a farsi carico di un disegno normativo in materia di controllo delle localizzazioni degli insediamenti logistici (su sollecitazione iniziale del Partito Democratico, che dall’opposizione aveva presentato una sua proposta di legge già nel 2021), mentre le altre regioni tentano di  arginare il fenomeno con le ordinarie leggi sul territorio e sul consumo di suolo, leggi talora ben impostate, ma per lo più impotenti rispetto agli errori accumulati nei decenni precedenti e tradotti in eccessive previsioni di edificabilità nei piani comunali ancora vigenti.


La nuova legge lombarda, che riguarda le attività di stoccaggio e smistamento di merci ad esclusione degli interporti intermodali, si occupa solo degli insediamenti che definisce di “rilevanza sovracomunale”, in quanto superiori a tre ettari di estensione lorda (escluse le aree verdi compensative) e delega alle Province ed alla Città Metropolitana di Milano, sulla base di linee guida nel frattempo già deliberate dalla Giunta Regionale, il compito di adeguare entro due anni i propri Piani Territoriali e di coordinare e controllare i Piani di Governo del Territorio dei singoli Comuni, riservandosi un ruolo maggiore solo per maxi-insediamenti superiori a 20 ettari. (La competenza meramente comunale permane perciò solo per interventi inferiori a 3 ettari, che restano possibili in qualunque area a destinazione produttiva).

L’insieme della Legge e dei Criteri, pur esprimendo ragionevoli contenuti rispetto al consumo di suolo, alla priorità per il riuso delle aree dismesse, alla perequazione intercomunale ed alle verifiche sugli impatti sul traffico veicolare e sulla compatibilità ambientale, definisce soprattutto modalità procedurali, rinviando per quanto attiene alle quantità ed alle strategie territoriali all’impianto generale della legislazione regionale, cioè alla Legge n° 12/2005 - con le successive modificazioni finalizzate al controllo del consumo di suolo ed alla rigenerazione  urbana - ed ai Piani Regionali Territorio&Paesaggio: un impianto abbastanza ricco di buone intenzioni a medio-lungo termine ma povero di stringente operatività a breve termine (ove prevalgono i soliti piani comunali sovradimensionati). 



IL DIBATTITO SULLA LEGGE REGIONALE


Afferma l’Assessora Regionale Claudia Maria Terzi: “...con pragmatismo lombardo vogliamo mettere ordine nel settore e agevolare uno sviluppo del territorio che sia armonico e sostenibile” H


Mentre per il Consigliere Matteo Piloni, del Partito Democratico I: “...non si tratta di mettere le briglie, ma di governare una realtà che negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale, soprattutto in Lombardia, dove si produce il 33% del fatturato nazionale. Speriamo solo che non sia troppo tardi e, anche se sicuramente molti buoi sono già scappati, questa legge rappresenta pur sempre un punto di partenza per poter meglio sostenere il settore, dal punto di vista economico, ambientale e con un’attenzione particolare alla qualità del lavoro.” Su quest’ultimo aspetto, in realtà, il PD ha ottenuto solo l’approvazione di un Ordine del Giorno che “...impegna la Giunta lombarda ad attivarsi per promuovere l’applicazione delle corrette e idonee condizioni contrattuali e reddituali dei lavoratori e delle lavoratrici impiegati nel comparto, … anche con riferimento alle disposizioni concernenti la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” (cioè francamente, molto poco, almeno per ora).


Più critica la posizione di INU Lombardia e di Legambiente, che - nell’ambito della consultazione preliminare all'approvazione della legge - in un documento congiunto   J:

- premettendo che “…quello della logistica industriale è …un settore  capace di esprimere un valore aggiunto che avrebbe potuto consentire di avviare iniziative di risanamento e reinsediamento di attività produttive in aree deindustrializzate, spesso lasciate al degrado, restituendo vitalità a territori in sofferenza e riutilizzando sedimi e perimetri produttivi dismessi, sovente da bonificare: un governo del processo, con adeguate garanzie messe in campo dal settore pubblico, avrebbe potuto generare una cascata di investimenti utili a rigenerare superfici e complessi abbandonati. Quello a cui abbiamo assistito è stato invece un processo disordinato di accaparramento immobiliare di terreni agricoli liberi - soprattutto in aree a forte connotazione rurale in quanto di più facile trasformazione - spesso lasciando a se stessi preesistenti siti dismessi e degradati”,

- e rilevando le criticità  sociali intrinseche al processo di localizzazione selvaggio in atto: “...Nonostante la crescita dei processi di automazione, infatti, la logistica industriale genera grandi opportunità occupazionali per il territorio, una parte importante delle quali è però costituita da mansioni a bassa qualifica e basso livello di tutela [ciò anche per la mala pratica, anche da parte di grossi gruppi, del subappalto a cooperative, che incrementa il precariato ben oltre le dimensioni ‘fisiologiche’ dei fabbisogni di punta stagionali; fenomeno arginato solo in parte da sindacati e magistratura] . Ne consegue che i Comuni che accolgono i nuovi insediamenti – generalmente di piccole o piccolissime dimensioni demografiche – spesso non possono far fronte al fabbisogno di servizi che esprimono gli addetti delle imprese logistiche e i loro familiari: servizi di housing e di trasporto pubblico in primis, ma anche sociosanitari, scolastici e di sicurezza. Il rischio è dunque che un processo ingovernato porti opportunità che il territorio non è in grado di cogliere, e che anzi generi sacche di disagio e di difficile integrazione, oltre che di competizione per l’accesso a servizi essenziali, con le conseguenze più gravi a carico dei nuovi arrivati, oltre che dei residenti, anche dei Comuni circostanti e dei capoluoghi, che si trovano a dover far fronte a una repentina forte crescita di bisogni senza peraltro beneficiare delle risorse economiche generate dalla fiscalità locale”

- hanno avanzato invano alcune proposte di emendamento, che a me sembrano assai condivisibili, tra cui: 

  • - non assentire “... nuove previsioni di insediamenti logistici in territori in cui sono disponibili aree dismesse per la stessa funzione”

  • “divieto di proporre ambiti territoriali per la logistica all’interno delle aree agricole strategiche così come individuate dalle Province/Città Metropolitana” e comunque definire “...criteri compensativi che dovrebbero essere adottati nel caso gli insediamenti logistici occupassero ulteriore suolo libero (agricolo o naturale)”

  • “... applicazione della perequazione territoriale indicando misure di redistribuzione degli ‘oneri e onori’ prodotti dall’intervento tra tutti i Comuni interessati, nonché prevedere misure di definizione degli oneri capaci di equilibrare le distorsioni attuali nelle logiche economiche localizzative”

  • “abbassare la soglia” per la rilevanza sovracomunale da 3 ettari a 1 ettaro

  • e, direi soprattutto, allargare la … disciplina della presente legge anche ai ‘data center’, che, … espongono il territorio a forti pressioni trasformative, in particolare per quanto riguarda il consumo di suolo [aggiungerei anche di energia, minore ovviamente l’impatto sui trasporti], estendendo anche a questa tipologia di insediamenti gli obblighi di valutazione ambientale già previsti, per disciplina nazionale, sugli insediamenti logistici, oltre all’obbligo di riutilizzo di aree dismesse.


aldovecchi@hotmail.it 



Fonti:

  1. https://www.isprambiente.gov.it/files2024/area-stampa/comunicati-stampa/comunicato-stampa-ispra-cs-2024.pdf

  2. https://www.ilsole24ore.com/art/la-logistica-vale-541percento-pil-ma-stenta-trovare-personale-AFkmIoRB

  3. https://www.confindustria.it/home/notizie/Industria-Trasporti-Logistica-e-Infrastrutture-Confindustria-presenta-documento

  4. https://www.uominietrasporti.it/professione/89-e-lincidenza-della-logistica-sul-pil-russo-conftrasporto-scontiamo-ancora-un-deficit-di-attenzione/

  5. Aldo Vecchi - CONVERSAZIONE-INTERVISTA CON ARTURO LANZANI - su UTOPIA21, maggio 2017 https://drive.google.com/file/d/1qt0BKmElvaDb5a7wIsUCtWD9TcchfEUl/view?usp=sharing

  6. https://urbanpromo.it/2024/eventi/leggi-sul-consumo-di-suolo/

  7. https://normelombardia.consiglio.regione.lombardia.it/normelombardia/accessibile/main.aspx?view=showdoc&iddoc=lr002024080800015

  8. https://www.trasporti-italia.com/logistica/logistica-nuove-regole-insediamenti-logistici-lombardia/263019/

  9. https://pdregionelombardia.it/logistica-dopo-tre-anni-finalmente-una-legge-per-regolamentare-il-farwest/

  10. https://www.inu.it/wp-content/uploads/osservazioni-pdl-logistica-def-fdp-edit.pdf