domenica 10 agosto 2014

HABEMUS REFORMATIONEM?

Il grande successo politico parlamentare di Renzi (e Berlusconi) relativo alla riforma costituzionale, approvata in prima lettura al Senato, disattende le speranze di miglioramento che avevo ottimisticamente (o ingenuamente) espresso un mese fa.
La maggioranza ha preferito puntare sulla prova muscolare della propria compattezza (e le opposizioni hanno finito per  dedicarsi all’isteria, gridando ad inesistenti “golpe”), mentre non è emersa nessuna figura capace di effettivo ascolto e mediazione, almeno verso i dissidenti interni alla maggioranza (e verso figure indipendenti  e prestigiose, come ad esempio la Senatrice prof. Elena Cattaneo).

Così, ammesso e non concesso che siano corrette, oltre alla fine del bicameralismo “perfetto”, le scelte del Senato non-elettivo e del doppio incarico per i rappresentanti locali designati al Sento, restano palesi due grossi buchi, assai poco spiegabili anche in termini di comunicazione propagandistica:
-      -    La mancanza di garanzie per le minoranze parlamentari nelle procedure di elezione del Presidente della Repubblica, del Consiglio Superiore della Magistratura e del la Corte Costituzionale (buco derivante dal mal-combinato disposto con la nascente legge elettorale “Italicum” e già insito nel precedente Porcellum ed in parte anche nel Mattarellum)
-         - La intangibilità del numero dei deputati e del connesso stipendio.

Facendo una ricerca oggi su Internet, non ho invece reperito (nemmeno sul sito del Senato) un testo sinottico e chiaro, necessario per capire temi particolari ed importanti, come quello dei referendum (ora anche propositivi e però – se abrogativi – solo applicabili a leggi intiere) e sulle leggi di iniziativa popolare, temi introdotti dal Senato, poco spiegati e poco commentati sugli organi di stampa: mi riservo quindi di tornarci in seguito.

Infine se ne vanno, poco rimpiante, Province e CNEL; pure se ambedue le soppressioni nutro qualche dubbio:
-          per le Province, perché nelle regioni più grandi è troppa la sproporzione e la distanza rispetto ai piccoli comuni;

-          per il CNEL (che probabilmente così non funzionava e non serviva a molto), perché oltre ad essere caricatura delle Corporazioni (o dei Soviet), era però un segnale di non-autosufficienza della politica: il modello Renziano è che il cittadino-elettore vota ogni 5 anni e attorno a questo esaurisce la sua spinta rappresentativa, mentre a mio avviso la società contemporanea è più complessa e diverse sono le dimensioni delle persone e dei loro raggruppamenti, di cui tener conto nel governo della società, in modi che possono variare, ma che le istituzioni dovrebbero riflettere (ben oltre i 5 nuovi senatori di nomina presidenziale).                    

SENATELLUM: LIBERE ELUCUBRAZIONI COSTITUZIONALI DI UN ELETTORE CURIOSO 11-07-14

La bozza di riforma costituzionale che approderà la prossima settimana alle votazioni dell’Aula del Senato presenta a mio avviso rilevanti contraddizioni sui versanti della rappresentatività e delle garanzie per le minoranze (ipotizzandola combinata con il sistema elettorale “Italicum” per la Camera dei Deputati, come la Camera stessa l’ha votato).

Tali contraddizioni risultano attenuate, ma anche evidenziate, dal corso del dibattito in Commissione e nello sviluppo degli emendamenti introdotti:
1 - Proporzionalità dei senatori espressi dai consigli regionali ai voti espressi nelle elezioni regionali: tale scelta corregge in parte le distorsioni maggioritarie incluse nelle precedenti versioni (anche se con una media di 5 consiglieri/senatori per regione risulterà comunque quasi impossibile rappresentare formazioni politiche con un peso inferiore al 15%, e anche peggio nelle regioni meno popolose), ma sottolinea tale proporzionalità come eccezione a fianco di una Camera fortemente maggioritaria (senza che questo orientamento maggioritario assuma dignità costituzionale, con l’onere quindi di sostanziali contrappesi)
2 - Allungamento del numero di votazioni con maggioranza qualificata per l’elezione del Presidente della Repubblica: questa innovazione ufficializza ma non dissolve le preoccupazioni per lo strapotere delle “maggioranze maggioritarie” della futura Camera, che potranno essere espresse da poco più di un terzo degli elettori votanti, e nomineranno di fatto non solo il Presidente della Repubblica (basterà aspettare la --- votazione), ma anche quota parte del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale.


Augurandomi che – in questo clima renzianamente ottimistico - l’Aula migliori ancora il testo e soprattutto che si apra una riflessione seria sull’Italicum, anche con il difficile dialogo tra PD e M5S (e con il possibile conseguente ridimensionamento dei condizionamenti imposti da Berlusconi), vorrei segnalare una proposta alternativa, che risolverebbe radicalmente i problemi di equilibrio nella nomina dei suddetti Organi di Garanzia, e cioè prevedere che all’interno della Camera dei Deputati (anche con meccanismi automatici di sorteggio e rotazioni), venga selezionato un corpo ristretto di “grandi elettori”, un centinaio, proporzionali ai voti raccolti al primo turno e non ai seggi assegnati, a cui sia riservato, affiancandoli ai senatori, il potere di eleggere i suddetti Organi di Suprema Garanzia (a questo punto anche con rapidi ballottaggi dopo le prime votazioni, anziché con estenuanti conclavi).

In tutto questo fervore di riforme, si potrebbe forse “cambiare verso” anche alla Camera, che fin qui risulta intoccabile, ad esempio riguardo al numero dei Deputati? (nonché ai loro privilegi e stipendi: quest’ultimo non è mai stato un tema che mi affascina, ma dovrebbe interessare Renzi ed il suo legame amoroso con la pubblica opinione).

Riguardo al Senato elettivo/non-elettivo, l’elezione di 2° grado non mi sembra in se inaccettabile (la valutazione complessiva dipende molto dalla contestuale “democraticità” o meno del sistema elettorale per la Camera), mentre – come ho già accennato – mi preoccupa molto di più il cumulo di cariche dei consiglieri/senatori, che da un lato può risultare oggettivamente insostenibile (per sovrapposizione di calendari ed impegni) e quindi inefficiente, dall’altro rappresenta comunque una opzione di carattere “superman” e direi maschilista, per la difficile sostenibilità soggettiva nello svolgere il doppio mandato, a Roma ed in Regione; ferma restando, per non spiacere alle ferree maggioranze renziane, l’elezione indiretta, i consiglieri regionali scelti per il Senato potrebbero divenire “onorari” in Regione e lasciare i seggi ai successivi candidati più votati, con un modesto aumento del numero di stipendi “politici”, compensabile riducendoli tutti in proporzione.

venerdì 8 agosto 2014

LE ALBERE DI RENZO PIANO ED I NUOVI MUSEI DI TRENTO E ROVERETO

Qualche mese addietro, recensendo il volume “CITTA’ SOSTENIBILI”, a cura di Domenico Cecchini  e Giordana Castelli (Gangemi editore 2013), lamentavo la mancanza di “più ampie esplorazioni su realizzazioni e progetti in Italia: mi incuriosirebbe capire quale sia il risultato complessivo del quartiere Albere (ex-Michelin) progettato a Trento da Renzo Piano (dove pare che classe A sia indicativo anche di una selezione sociale verso l’alto, determinata dai prezzi elevati)”.
In questa piovosa estate, avendo avuto occasione di visitare come turista il MUSE (Museo delle Scienze di Trento), opera di Renzo Piano inclusa nel suddetto quartiere, ho dato un’occhiata all’intero insediamento e ne ho tratto qualche considerazione, senza pretesa di scientificità.
Premetto e do per scontati i valori positivi dell’operazione, come risulta dai dati ufficiali, riguardo:
-          al recupero di un’area industriale dismessa (Michelin), che apportava posti di lavoro al territorio, ma lo ingombrava  (e inquinava?) in una fascia delicata, presso l’argine sinistro dell’Adige, soffocando la residenza principesca cinquecentesca delle Albere,
-          alla densità relativamente elevata dell’intervento (quasi 1 mq/mq come densità territoriale, più del doppio come densità fondiaria, data la presenza di un parco di 50.000 m2 oltre al Museo ed altri spazi pubblici), che contribuisce quindi  potenzialmente al risparmio nel consumo di suolo, pur conferendo elevati standard di verde e di attrezzature pubbliche,
-          alla integrazione (potenziale) tra destinazioni d’uso compatibili, residenza, uffici e negozi, un albergo ed attrezzature pubbliche di rilievo: oltre al MUSE un centro congressi, che - ancora in costruzione - viene trasformato in biblioteca universitaria (pur lontana dalle facoltà),
-          alla virtuosità tecnologica ed energetica degli edifici (livello B di Casaclima, con fotovoltaico, geotermico, trigenerazione ed ovviamente cospicue coibentazioni).

I NUMERI DELL’INSEDIAMENTO:
SUPERFICIE TERRITORIALE M2 97.640 DI CUI SPAZI PUBBLICI 70% (PARCO 51.000 M2)
SUPERFICIE LORDA DI PAVIMENTO: TOTALE 97.640 M2, DI CUI:
-           RESIDENZA 43.900 M2
-           DIREZIONALE 23.940 M2
-           COMMERCIO 10.500 M2
-           ALBERGO 4.700 M2
-           MUSE 11.700 M2
-           CENTRO CONGRESSI/BIBLIOTECA 2.900 M2

Confermo inoltre quanto è abbastanza noto riguardo al MUSE, e cioè l’assoluto successo di pubblico nel suo primo anno di apertura, superato da poche settimane, successo da me constatato sia in termini quantitativi, per la lunga coda all’ingresso in un pomeriggio feriale, sia in termini qualitativi, per l’evidente entusiasmo soprattutto da parte di bambini e genitori a fronte delle istallazioni interattive e delle sezioni più spettacolari del percorso espositivo.
Personalmente ho qualche dubbio sulla effettiva efficacia comunicativa e didattica dell’insieme, per visitatori non accompagnati da insegnanti ed esperti, perché c’è forse troppo e di tutto un po’, ed alquanto compresso negli spazi: però ben venga (finalmente anche in Italia) la capacità di suscitare entusiasmo anziché noia in un museo; ed anche attraverso un grande impiago di calchi, copie e immagini, abbandonando il culto ossessivo del reperto originale.
(Il video che più mi è piaciuto è stata una ricostruzione in vista aerea delle trasformazioni del territorio trentino, dalle ere geologiche a quelle urbanistiche, con interpolate anche le foto delle incursioni e distruzioni belliche e delle alluvioni del ‘900).
Come architettura il MUSE mi è sembrato affascinante e funzionale da dentro (con qualche dubbio su raffrescamento e aerazione nei piani alti quando splende il sole e c’è molta affluenza; l’ho provato con cielo coperto in giorno feriale, e il comfort non mi sembrava il massimo, anche se è certificato LEED GOLD) e simpatico ma poco unitario visto da fuori (e forse ingenuo se nelle forme triangolari volesse veramente alludere alle montagne).
Il prato a nord, poco definito e forse non finito (così come l’attiguo sottopasso pedonale sotto la ferrovia), restituisce comunque visibilità e respiro al palazzo delle Albere (bisognoso di restauri e di ritorno alle funzioni museali del MART, ora trasferite altrove): non so se si prevede di completarlo con un richiamo allo storico viale che dava il nome al luogo, e che proseguiva ben oltre la ferrovia.

L’architettura del quartiere residenziale e terziario, a sud del MUSE, costituita da isolati a corte allungati, con altezze di 5-6 piani e allineamenti non esclusivamente ortogonali e rettilinei, a me sembra nell’insieme semplice e brillante, come immagine anche più riuscita del MUSE, sia da lontano (dalla viabilità veloce oltre Adige) sia percorrendo i portici dei viali alberati interni, con lunghe vasche d’acqua (e temporanee sculture) od i larghi marciapiedi dei viali carrabili al margine dell’insediamento.
Nell’insieme l’impressione di un’area urbana ed umana (qualora fosse abitata…) e di un disegno di qualità, senza esagerazioni autoriali  e con una equilibrata dose di “variazioni sul tema” (né monotonia né ecclettismo): di architettura contemporanea che vada oltre la dimensione del singolo edificio in Italia non se ne vede molta, e raramente risulta così gradevole: ad esempio il quartiere Bicocca di Gregotti a Milano è molto più freddo e “gigantista”, e meno pedonale. 
Qualche riserva, di gusto personale, la riserverei al colore verde, troppo chiaro ed evidente di tende a rullo e serramenti, ed all’invecchiamento, precoce ma non omogeneo, delle strutture esterne in legno, che invece ben si associano con il metallo, i paramenti opachi grigi e con le copertura fotovoltaiche a “falde indipendenti” (I colori e materiali del MUSE sono invece, con logica complementare, tende arancioni, vetro, metallo e paramenti bianchi).

Il quartiere, però sembra per ora, in termini di vitalità, un’appendice del MUSE, perché appare ancora poco abitato e soprattutto ai piani terra, che dovrebbero contenere negozi e affini, sembrano operativi soprattutto alcuni bar-ristoranti, che si affiancano alle funzioni della caffetteria del Museo e sfamano il personale degli uffici già insediati nei blocchi posti ad Est (la sussidiarietà al MUSE si riscontra anche per parte dei parcheggi interrati, che però mostrano carenze di segnaletica per un uso promiscuo tra abbonati ed utenti occasionali).
Non ho avuto la faccia tosta di entrare nell’ufficio vendite spacciandomi per un potenziale acquirente, ma ho l’impressione che buona parte dei fabbricati – soprattutto residenze e negozi - siano ancora invenduti, e non solo per la crisi sopravvenuta ed i prezzi elevati, ma anche per la oggettiva difficoltà di vendere gli alloggi  in considerazione:
-          dei limiti della localizzazione, con belle viste sui fianchi montuosi della vallata e prossima sul lato Ovest all’Adige (con argine ciclabile per decine di chilometri, però oltre una strada di scorrimento urbano, coperta solo in parte dalla piastra verde del parco “Michelin”), e sul lato Est (edifici solo direzionali) adiacente alla ferrovia del Brennero, priva al momento di barriere acustiche  (tutt’altra cosa sarebbe la presenza di una fermata ferroviaria, che non c’è, mentre l’interramento della linea ipotizzato dal PRG di Joan Busquets si esaurirebbe più a Nord); inoltre, pur non essendo lontano dal Centro urbano e dall’Università, l’area né è separata da alcuni impianti mono-funzionali piuttosto pesanti, coma lo Stadio (che forse in futuro sarà trasferito), la Fiera ed il Cimitero
-          da scelte che possono apparire virtuose ai critici ed ai visitatori, come le facciate interamente vetrate (e schermate dalle suddette tende), la permeabilità pedonale pubblica di gran parte dei cortili verdi che si alternano ai viali pedonali interni e quindi la pressoché totale assenza di recinzioni che privatizzino il suolo (ad esclusione degli isolati totalmente residenziali sul fronte del Parco), e – mi è sembrato – la carenza di balconi e logge (se non per gli attici): elementi che contrastano con le abituali aspirazioni dei potenziali clienti di target elevato (che hanno quindi in città e dintorni molte possibili alternative).
E qui si torna all’interrogativo iniziale ovvero se possa essere sostenibile socialmente ed economicamente un quartiere sì ecologico, ma decisamente “d’alto bordo” (prezzi oltre i 4.500 €/m2, non a caso pubblicizzati anche sul portale LUX-gallery). Domanda cui non poteva dare risposta la mia gita occasionale, mentre pare ampio sui giornali e blog il dibattito locale in materia, e dove per altro si legge di tutto, dal giudizio architettonico “stie per polli” all’allarme botanico per l’impianto arboreo troppo denso nel Parco, nonché pesanti accuse di eccessivo sostegno economico da parte  di Comune Provincia Università e Curia per il difficoltoso successo dell’iniziativa immobiliare, ed in particolare nonché censure circa l’abbandono del progetto di Botta per una nuova biblioteca universitaria meglio collocata.


P.S. Nel corso della vacanza sono stato anche al MART di Rovereto, grandioso e classicheggiante progetto di Mario Botta e Giulio Andreolli (con la segnaletica dei parcheggi ben fatta, tranne che per segnalare l’uscita auto…), di notevoli ambizioni urbane, a partire dalla grande cupola trasparente e semi-aperta di raccordo ai preesistenti fabbricati pubblici di cortina sulla strada; ho dovuto però constatare che in un giorno feriale di luglio, pur con mostre di buon livello ed ottima istallazione in spazi di ampio respiro (Alvaro Siza; “Perduti nel paesaggio” con opere tra gli altri di Gabriele Basilico e Marina Abramovic) il MART si mostrava assai poco frequentato, sia dai turisti che dagli utenti locali, e quindi molto “cattedrale nel deserto” (anche se, egoisticamente, molto favorevole alla nostra privata fruizione delle mostre); non so se la situazione  sia diversa con mostre di maggior richiamo, oppure se è un destino segnato per l’arte contemporanea in cittadine di provincia (vedi per mia esperienza la Villa Panza di Biumo in Varese ed il MAGA di Gallarate, che però almeno si è buttato sulla didattica, e quindi manifesta di frequente più vita).

SEGUONO IMMAGINI: 

MUSE E PALAZZO ALBERE




QUARTIERE ALBERE





MART ROVERETO



domenica 3 agosto 2014

L'UNITA'

“L’Unità” sospende le pubblicazioni e come abbonato sono molto dispiaciuto, ed anche danneggiato (anche se mi rimarrà più tempo libero per altre letture).
Ora non so se potrà e/o vorrà essere il PD (renziano)  a resuscitare o ad affossare definitivamente l’Unità.
Ragionando sugli anni passati, mi sembra che il PD abbia ereditato “l’Unità” (e parimenti “Europa”) come problemi “da rinviare”, senza alcuna linea condivisa in proposito.
Ma ragionando sui decenni precedenti, mi sembra assurdo che nella storia della sinistra post-comunista, con organizzazioni quali l’ex PCI=PDS=DS, nonché la CGIL, le COOP e l’ARCI, aventi  comunque nell’insieme milioni di iscritti, simpatizzanti ed elettori,  si sia lasciato andare alla deriva, con dimensioni da 50.000 copie e con l’illusione sugli “imprenditori amici”, l’unico organo di stampa (e di web) che rappresentava uno spazio aperto ed unitario di confronto.

Al di là delle responsabilità specifiche dei singoli soggetti, è una amara controprova del fallimento storico di un gruppo dirigente, che comunque non è riuscito ad “avere una banca”, e ora fatica anche ad avere un’anima.

mercoledì 25 giugno 2014

PAOLO LEON, IL CAPITALISMO E LO STATO

Paolo Leon in “Il capitalismo e lo stato” (Roma, 2014 – Castelvecchi editore, pagg. 285 € 27,00) propone una analisi dettagliata delle trasformazioni del capitalismo e del ruolo economico-finanziario dello stato dal dopoguerra ad oggi, con i necessari richiami alle vicende della prima metà del novecento, prima e dopo la precedente “grande crisi”, quella deflagrata nel 1929.

La visione storica, articolata nelle fasi (mia schematizzazione):
-          1945-1971 “postumi del compromesso roosveltiano”
-          1971-1987 “la grande inflazione”
-          1987-2007 “globalizzazione e finanziarizzazione”
-          dal 2007 crisi e permanenza del modello global-finanziario,
serve a Leon anche per contrapporsi a tutte le teorie economiche astratte, fondate su un “equilibrio” che in realtà non esiste, mentre occorre comprendere le specificità del funzionamento del sistema capitalistico nelle sue costanti trasformazioni, da uno stato di squilibrio ad un altro stato di squilibrio (trasformazioni incessanti anche a livello molecolare, così da rendere inservibili strumenti concettualmente semplici, come la matrice dell’interscambio tra i diversi settori, ideata da Leontieff, se la si volesse utilizzare come strumento previsionale e non come semplice consuntivo; a maggior ragione scendendo alla scala delle singole imprese).

Altro tema cardine per Leon è per l’appunto quello della “scala”, e cioè l’impossibilità di proiettare le teorie aziendalistiche e micro-economiche alla scala della macro-economia, perché l’assetto complessivo dell’economia non consiste nella sommatoria dei comportamenti “razionali” delle singole imprese+consumatori, bensì coinvolge variabili specifiche, che ruotano comunque attorno al ruolo dello stato, seppur tendenzialmente costretto dall’egemonia neo-liberista ad uno spazio minimo-residuale.
Inoltre Leon, riprendendo con diversi accenti Adam Smith e Carlo Marx, batte e ribatte sulla “cecità” del singolo capitalista, i cui interessi non coincidono mai con quelli generali dello stesso capitalismo (trascurando un poco a mio avviso, i comportamenti dei conglomerati oligopolistici ed il ruolo delle associazioni categoriali degli imprenditori, nonché dello stesso stato, quando guidato da forze filo-padronali, che forse non sono sempre e del tutto ciechi in materia di macroeconomia, almeno nell’interesse loro).

Il testo costituisce un amplio manuale (direi una summa del pensiero neo-Keynesiano), che non è quindi né possibile né utile riassumere con questa recensione in tutti i suoi aspetti, ed è invece utile comunque leggere per i profani, per capire il mondo in cui viviamo (anche nei passi più ostici, come ad esempio quando spiega che è l’entità degli impieghi bancari a determinare l’entità dei depositi, e non viceversa):
- le singole fasi storiche vengono sistematicamente esaminate dall’Autore riguardo a tutte le seguenti questioni: moneta – banca – finanza – forza lavoro – spesa pubblica – import export – stato – impresa;
- dentro l’impresa Leon illustra i diversi ruoli che assumono le varie direzioni aziendali: ricerca&sviluppo-acquisti-gestione-personale-finanza-marketing ecc.;
- inoltre nel capitolo IV  analizza con precisione i “fondamenti macro-economici della micro-economia”, dai vari “moltiplicatori” alla “moneta fiduciaria”, dalla legge di Engel sull’evoluzione dei consumi alla “regola aurea” che assegnerebbe ai salari gli incrementi di produttività e che – ovviamente – costituisce una condizione di equilibrio, impossibile nel contesto della globalizzazione, ed impossibile anche perché sgradita ai capitalisti stessi.

Mi limito quindi a segnalare, oltre alle premesse generali su equilibri/squilibri e su macro/micro-economia, i seguenti elementi peculiari:
-          la lettura della fase global-finanziaria come trasferimento della supremazia dal profitto alla valorizzazione patrimoniale, comunque conseguita, e quindi della competizione tra capitalisti come sfida (senza limiti) nella accumulazione della ricchezza (e del debito), strumento di potere in se, quasi a prescindere dal possesso dei mezzi di produzione (non capisco però, in questo quadro, la mancata citazione del concetto di “finanz-capitalismo” e dell’omonimo testo scritto da Luciano Gallino nel 2008, nonché ‘assenza di “7° - Non rubare” di Paolo Prodi nella bibliografia)

-          le poco rassicuranti ed aperte pagine di conclusioni, che da un lato non escludono un eventuale resipiscenza verso un approdo keynesiano (non mi sento di condividere, in tal senso, la certezza che un maggior deficit oggi rientrerebbe automaticamente come maggior gettito fiscale domani, in questo oggi ed in questo domani) ed in alternativa prospettano, oltre alla prospettiva di un disordinato disastro anarco-capitalista, possibili scenari di compromesso autoritario tra stato e mercato, di cui l’attuale Cina costituirebbe un laboratorio sperimentale. 

LA PROPOSTA DI REFERENDUM SUL PAREGGIO DI BILANCIO

Con scarsa notorietà finora sui mezzi di informazione, tranne l’Unità e pochi altri, un gruppo di intellettuali di impronta in prevalenza neo-keynesiana (tra cui Antonio Pedone, Riccardo Realfonzo, Massimo D’Antoni, Laura Pennacchi, Cesare Salvi ed anche Nicola Piepoli e Mario Baldassarri), hanno lanciato la raccolta di firme per un referendum abrogativo di gran parte della legge n° 243/2012 di attuazione dell’art. 81 della Costituzione (Pareggio del Bilancio), come modificato nel 2012, a grande maggioranza (governo Monti), in esito alle pressioni europee per l’applicazione del “Fiscal Compact” (che prevede un graduale ma serrato rientro dell’Italia dalle attuali proporzioni del debito pubblico (oltre il 130% del PIL) alla soglia del 60%, definita con gli accordi di Maastricht.

Non potendo proporre l’abrogazione dell’attuale versione dell’art. 81 Cost. (che non fu sottoposta a referendum confermativo perché approvata da più dei 2/3 del Parlamento), i professori richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica sulla legge di attuazione, di cui sottolineano anche l’eccesso di zelo nella direzione della rigidità contabile, ritenendo che i tempi della cieca obbedienza ai canoni dell’austerity siano passati (insieme con la paura dello “spread” a 1000 e del conseguente “default” del bilancio statale) e che sia opportuno un profondo ripensamento nella politica economica europea, previo ampio dibattito democratico, che era mancato nella fase della suddetta modifica costituzionale.

Il tema della correzione degli eccessi di austerity è già ampliamente all’ordine del giorno, a cavallo delle elezioni europee ed in relazione al loro esito, sia al livello delle “cancellerie” che nell’opinione pubblica (benché fuorviata sotto elezioni dalla sfida tutta nazionale del mancato sorpasso di Grillo e conseguente mancata marcetta su Roma).

Le intenzioni dei promotori però vanno evidentemente ben oltre le moderate innovazioni proposte da Renzi&Padoan (ma anche da Draghi e dal Fondo Monetario internazionale) e le ancor più timide aperture del governo tedesco: sarà quindi interessante capire come si schiereranno e quanto riusciranno a pesare le disperse forze delle sinistre, interne ed esterne al PD, e se il tema verrà o meno cavalcato strumentalmente dagli altri soggetti variamente avversi all’Euro, dai 5Stelle alle opposizioni di centro-destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, in parte già impegnate sui pericolosi referendum populisti promossi dalla stessa Lega su immigrazione, prostituzione ed altro).

Nell’ambito della sinistra la campagna referendaria contro l’austerity potrebbe essere occasione utile per l’esercizio di una iniziativa politica “sociale” e non schiacciata sul “politicismo” elettorale delle primarie per il centro-sinistra (Vendola contro Bersani e Renzi&C. nel 2012) oppure delle elezioni in quanto tali (parlamentari del 2013 ed europee del 2014), e per rinverdire i fasti dei referendum sull’acqua e contro il nucleare di pochi anni addietro (2011, ma sembra ormai un’era remota).

Pur apprezzando tatticamente l’opportunità di una maggiore flessibilità nei bilanci dell’Europa e dei suoi Stati, mi sento però di ribadire  (come già sull’acqua, vedi NOTA) tutte le mie perplessità di fronte alla vulgata neo-keinesiana del “deficit spending”, in riferimento soprattutto alla situazione italiana ed al suo enorme debito pregresso (ma analogo ragionamento vale per i debiti di USA, Giappone, ecc.):
-          da un lato, come spesso rammenta Silvano Andriani, questi debiti (ed anche quelli del sistema finanziario privato) ad un certo punto qualcuno sarà chiamato a pagarli (es. inflazione) oppure a subirli come perdita (fallimenti e ristrutturazioni);
-          d’altro lato rilanciare lo sviluppo, senza ragionare a fondo su tutte le motivazioni della crisi, rischia di far perdere una buona occasione per rivedere le modalità della “crescita”, a fronte della scarsità relativa delle risorse naturali.

A mio avviso, nel dibattito che potrebbe  aprirsi attorno a questa campagna referendaria, dovrà trovare spazio qualche considerazione e qualche proposta nel segno di una “austerità di sinistra” (qualcosa tra Berlinguer e la “decrescita felice”), che – a partire dalla tutela e dalla redistribuzione del lavoro, a scala internazionale – riveda le motivazioni di ciascuna attività economica (cosa e come produrre, dove, per chi – come dice talvolta anche Maurizio Landini), a partire ad esempio dalle spese  militari, e cerchi di caricare i costi della necessaria ristrutturazione a coloro che in questi anni si sono arricchiti (finanza internazionale e locale) ed in Italia, specificamente (anche per rimediare ai debiti accumulati), a chi non ha mai pagato (evasione fiscale, dai grandi ai piccoli).
  

NOTA: nella campagna referendaria del 2011 l’acqua è stata esaltata come bene pubblico con accenti “sacrali”, tali da non sopportare alcuna forma di privatizzazione gestionale, con evidente asimmetria e sottovalutazione dei rischi anche più gravi che si corrono invece di fronte ai monopoli privati che spadroneggiano su beni pubblici altrettanto delicati, come l’energia, l’informazione, Internet, per non parlare della insufficiente tutela del suolo, del sottosuolo, dell’aria e dello stesso spazio celeste.

venerdì 13 giugno 2014

MENTRE RENZI IMITA GRILLO, EPURANDO I DISSIDENTI, PREFERISCO PARLARE DI BERLINGUER (CHE I DISSIDENTI, PER ALTRO, LI RADIAVA)

Pietro Folena, su l’Unità dell’11-06, critica il “Berlinguer” di Walter Veltroni perché avrebbe massimizzato la fase del “compromesso storico”, oscurando o trascurando la successiva “svolta di Salerno” ed i contenuti, più di sinistra, ed in qualche misura anche movimentisti, ecologici e femministi, degli ultimi 5 anni della segreteria Berlinguer.
Credo che l’osservazione di Folena sia fondata riguardo alla maggior simpatia che traspira dal documentario in favore degli indirizzi più ecumenici e larghintesisti del berlinguerismo, evidentemente più consoni alla sensibilità veltroniana; però mi sembra che il filmato metta in mostra onestamente, nei fatti, la fragilità intrinseca alla linea del PCI in tutte le fasi berlingueriane, prima durante e dopo i governi Andreotti di “convergenza parallela” verso l’unità nazionale:
-          prima, perché al crescere del consenso verso il PCI (meritato dalla serietà della pur moderata opposizione al monopolio governativo della DC  e dalle diffuse esperienze di buongoverno locale) non corrispondeva comunque una credibile proposta di governo, in grado di coniugare veramente il socialismo “rivoluzionario” promesso alla base tradizionale (in gran parte comunque filosovietica) con le compatibilità economiche e politico-militari da garantire sia al nuovo elettorato borghese, sia  ai poteri forti allora dominanti;
-          durante, perché la giustificata preoccupazione di evitare una contrapposizione “alla cilena” ha reso di fatto subalterno il PCI alla DC, così ri-legittimata  (e reso mina vagante il PSI),  iniziando a deludere i movimenti giovanili e sindacali;
-          dopo, perché il ritorno ad un contatto più stretto con i bisogni di strati popolari che iniziavano ad essere frammentati, sia dalle ristrutturazioni aziendali sia dall’emergere di tutti i valori soggettivi di quella che fino ad allora veniva chiamata “sovrastruttura”,  risultava privo di una prospettiva strategica, tramontata per sempre l’idea rivoluzionaria (comunque camuffata) ed a ragion veduta la sua  versione filosovietica, e sprecata – nel 75-76- la grande occasione del “sorpasso”  e dell’unità delle sinistre (aprendo però la strada ad un crescente consociativismo del PCI nel “sistema dei partiti”, che non lo ha messo al riparo dal crollo della “prima repubblica” all’inizio degli anni ’90).
Il documentario di Veltroni mi sembra abbastanza sgombro da toni agiografici, pur evidenziando nella giusta misura la grande dignità di Berlinguer come persona; anche la “pre-veggenza” di Berlinguer sulla questione morale risulta esibita senza gli eccessi che è capitato di leggere qua e là, a fronte degli ultimi scandali.

Su questo tema, da compagno di strada, variamente critico, per diversi decenni, del PCI-PDS-DS-(PD), mi permetterei di  rilevare che forse già ai tempi di Berlinguer occorreva fare qualcosa di più che denunciare le pratiche spartitorie del centro-sinistra di allora e proclamare la propria (in realtà decrescente) “diversità”: se consociativismo e lottizzazione emergevano già allora come degenerazioni di tipo “nuovo” per i comunisti, coinvolgendoli in parte, la carenza di anti-corpi risiedeva in qualche misura, a mio avviso, in degenerazioni di tipo “vecchio”, che giustificavano, in nome del Partito e della resistenza al poderoso accerchiamento delle forze padronali, diverse scorciatoie nelle modalità di finanziamento e gestione delle organizzazioni di sinistra (si legga in proposito ad esempio in “Senior Service” di Carlo Feltrinelli – Ed. Feltrinelli, 1999 - la ricostruzione storica di diversi aspetti del supporto dato da suo padre GianGiacomo al PCI del dopoguerra).