martedì 2 febbraio 2021

UTOPIA21, GENNAIO 2021: INTERVISTA A TOMMASO CAPUANO, DALLE LOTTE OPERAIE AL MONDO DI OGGI

 L’intervista ad un protagonista e testimone delle trasformazioni del lavoro e della società dagli anni ’60 ad oggi (ed al futuro?), tra Ignis di Borghi e interclassismo aronese (interpuntata da film indimenticabili)

 

Riassunto. Le origini familiari e la scuola. Il lavoro e i giovani negli anni ’60; e il rock-and-roll ed il cinema. L’incontro con i vecchi quadri social-comunisti e poi con gli studenti ‘contestatori’. Il passaggio alla grande fabbrica, tra il paternalismo aziendale e le pesanti condizioni di lavoro. Lotte spontanee di reparto e vertenze sindacali nazionali, sinistra rivoluzionaria e presenza capillare della FIOM e del PCI. Arona: l’intervento politico nelle piccole fabbriche e le iniziative sociali sul territorio. Il riflusso degli anni ’80 nelle fabbriche e fuori. La sfida dell’eroina. Il popolo orfano del Partito. Le pallide trasformazioni dei partiti di sinistra. La difficile strada per una nuova coscienza ecologica.

 

 

DOMANDA – Il mito del comunismo, per chi - come Te - era un giovane operaio negli anni ’60, derivava più dalla memoria familiare (comprese le lotte contadine del meridione) oppure dal rapporto con gli operai sindacalizzati, i quadri del P.C.I. o anche del P.S.I., gli ex-partigiani?

 

RISPOSTA - Nella mia famiglia ho respirato l’aria del comunismo da sempre, mio padre diceva “contro il mucchio dei padroni, facciamo il mucchio dei poveri”, per dire, mia nonna - che era del 1895 - quando gli chiedevo cosa votava, rispondeva “il primo in alto a destra falce e martello” (per la cronaca: era analfabeta).

Noi eravamo una famiglia di immigrati un po’ particolare, mio padre era siciliano operaio nei pastifici, mia madre una napoletana verace della piccola borghesia, galeotta fu la guerra che li fece incontrare, la decisione di venire su al Nord aveva molte motivazioni, quello economico, mio padre fu richiesto dal pastificio Florio di Lesa con un salario decente, l’insofferenza di mia madre per le abitudini un po’ arcaiche vigenti in loco, e  - non ultimo - nei primi anni cinquanta si consumò definitivamente la sconfitta del movimento popolare in Sicilia, e le persone che si erano esposte non è che se la passavano bene: molti quadri operai e sindacali presero la via dell’emigrazione, il fratello di mio padre, che era un quadro del PCI, facendo carte false emigrò in America.   

 

Come vedi per me la presenza del comunismo, o meglio la presenza di quella chiesa che era il PCI, è stata una costante, tutte le scelte che ho fatto in seguito erano una logica conseguenza; mio padre mi raccontava che suo nonno aveva partecipato ai moti popolari dei fasci siciliani: non so se era vero, ma - come si dice - buon sangue non mente.

 

 

D - Ed in particolare le spinte più radicali, la speranza o l’illusione di una possibile svolta rivoluzionaria, nascevano dall’interno del movimento operaio o anche dal rapporto con gli studenti, con le prime riviste di avanguardia (come i Quaderni Rossi) e poi con i cosiddetti “gruppi extra-parlamentari”?

 

R - Hobsbawm, nel suo libro “Il secolo breve”, scrive che gli anni sessanta sono il periodo d’oro delle socialdemocrazie: sono d'accordo con lui, credo che da allora nessuna generazione di giovani abbia avuto le possibilità di lavoro che avevamo noi, lo trovavi sempre, c’era una infinità di fabbriche grandi e piccole, botteghe artigiane ecc, con salari più o meno giusti che permettevano al proletariato giovanile un potere contrattuale a livello individuale, mai più visto dopo , e la radicalità dei giovani arrivava anche da lì, non eravamo mantenuti, anzi aiutavamo la baracca familiare, e a influenzarci non furono né le riviste né gli intellettuali.

 

Eravamo giovani lupi affamati di vita, terroni, emiliani, veneti, locali, che ad un certo punto scoprirono il rock-and-roll, e fu amore a prima vista, il mondo si apriva, conscevamo i Beatles i Rolling Stones, Bob Dylan, il Vietnam, Che Guevara, il terzo mondo, i Black Panther; diventammo - non tutti, ma tanti di noi – rivoluzionari: anche se non sapevamo bene cosa poi volesse dire.

La canzone “Satisfaction” dei Rollingstones fu la nostra internazionale, e bandiera rossa insieme, ci schieravamo e dividevamo anche allora come sempre, rockers contro mods, juventini contro tutti gli altri, Mazzola di sinistra contro Rivera democristiano..

Sempre Hobsbawm nel già citato libro, dice che ha fatto di più Elvis Presley con il suo rock-and-roll, per il movimento, che tutte le opere scelte di Lenin, e non posso che essere d'accordo.

E poi ci fu il cinema, ma non quello da cineforum, ma il più proletario western all’ italiana che ci fece scoprire che gli indiani non erano sempre dalla parte del torto, ci fece amare la rivoluzione messicana, Pancho Villa, Emiliano Zapata: memorabile Thomas Milian in un film sulla rivolta dei cangaceiros in Brasile, Marlon Brando ne “il Selvaggio”, che ci fece vedere che vi era una altra America.

Un ricordo personale, per dirti il clima: nel film Quien sabe con Gian Maria Volonté, nella scena finale in cui un bambino messicano raccoglie una borsa piena di dollari e chiede al protagonista cosa doveva farne (siamo in Messico durante la rivoluzione), Volonté lo guarda e dice “compraci  dinamite”, eravamo in branco, ci alzammo ed applaudimmo.

 

 

D - Come vedevate il 68 e noi sessantottini?

 

R - Nella società di allora, in cui il rosso era rosso e il nero era nero, la cosa funzionava cosi, senza se e senza ma: o studi o lavori, se decidevi di lavorare andavi all’avviamento, se decidevi di studiare andavi alle medie, la discriminante di classe era che in genere i giovani proletari andavano nella prima, i figli dei sciuri, anche se zucconi, nella seconda.

E qui voglio spezzare una lancia a favore della tanto criticata scuola democristiana, io e tanti altri di quella generazione ne portiamo un bel ricordo, abbiamo avuto dei professori democristianissimi che ci hanno fatto amare i poeti italiani, Dante, Manzoni.

Fatta questa premessa, quando il movimento degli studenti cominciò a farsi sentire noi li osservavamo da lontano con un misto di curiosità e diffidenza; le cose cambiarono quando i due mondi si ritrovarono nel movimento di protesta contro la guerra nel Vietnam.

La prima volta che ci annusammo da vicino fu la manifestazione contro il film “Berretti verdi” ad Arona, e capimmo che non tutti gli studenti erano nemici di classe, e da allora alcuni di noi, i più politicizzati, aprirono un confronto destinato ad avere sviluppi da lì a qualche anno.

 

 

D- In quegli anni Tu sei passato da una piccola fabbrica di Arona alla grande Ignis “fordista” di Borghi (che mandava gli autobus a prelevarVi in tutti i paesi), come pesò questo salto nelle Tue condizioni di vita e nelle possibilità di lottare contro “padroni” così diversi?

 

R - Entrai alla Ignis nei primi mesi del 69, e fu uno choc, per alcuni giorni non sapevo trovare neanche la strada che mi portava nel reparto in cui lavoravo, era come trovarsi in una città che non conosci, gente che andava e veniva, pullman che dal piazzale centrale portava gli operai nei vari reparti distanti qualche kilometro; ma la cosa che mi sconvolse erano le fermate dei pulmini interni, mi spiegarono che se dovevo andare in un altro reparto o negli uffici centrali  dovevo prenderlo e non andarci a piedi, se no si faceva notte, pensarono -come si dice - che mi avesse portato giù la piena.

 

Entrare nella grande fabbrica, fu come scoprire un nuovo mondo, per un po' mi sono chiesto che ci faccio qui io, poi presi il ritmo e come tutti quelli che vi lavoravano cominciai, e si, ad  amarla, perché come canta Guccini, ci sono tempi e ritmi anche dentro un ospedale, in questo caso dentro una fabbrica: mi piaceva il viaggio in corriera la mattina alle 5, quando nel dormiveglia si discuteva di tutto, politica, sport, minchiate; memorabili erano i lunedì mattina, in cui di rigore era il calcio, milanisti contro interisti, e come al solito juventini contro tutti; il viaggio di ritorno di solito era silenzioso, si era un po' stanchi.

 

C'era la corsa in mensa perché avevi poco tempo per mangiare, e poi ripartivano le linee di produzione, e poi (questa magari non è proprio politicamente corretta, ma la dico lo stesso) c’erano le donne, tante donne non ne avevo mai viste tante tutte insieme.

 

 

D – Ti va di raccontare qualcosa della vita in fabbrica, come si lavorava, i rapporti con i colleghi e la struttura gerarchica, le trasformazioni negli anni, le conquiste, gli arretramenti, i modi di pensare?

 

R - Nella fabbrica, quando entrai io, vigeva una sorta di paternalismo autoritario, da una parte avevi delle paghe per l'epoca più che buone, un centro sanitario efficiente, già allora c'era una medicina del lavoro buona, più vari “gadget e cotillon”, che entravano nella vita sociale delle persone, case, feste, centro sportivo,  e che coinvolgevano per forza di cose comunque in modo organico soprattutto gli abitanti dei centri vicini alla fabbrica, ma erano poco seguiti da chi abitava distante (c'era una quota piccola, ma c'era, di lavoratori che venivano addirittura da Verbania).

 

Dall'altro c’erano sulle linee ritmi infernali, pochissime pause per respirare, una pausa per mangiare di venti minuti, anche i bisogni fisiologici erano un problema, la struttura di comando era formata da una masnada di direttori, capi, capetti, pretoriani, tutti ben scelti per la loro fedeltà, e non ti dico dei più odiati di tutti, i tempisti, cioè quelli che per mestiere avevano per compito di dare il ritmo, che erano i peggiori.

 

È chiaro che le contraddizioni prima o poi esplodono, e il primo grande ciclo di lotta, alla fine degli anni ’60,  puntò subito ad allargare gli spazi vitali nella fabbrica ed a tentare di demolire la struttura di comando; allora entrarono in fabbrica quelli che Viale chiama, in un suo bel libro, “gli strani soldati”, l'operaio massa non qualificato, ancor meno sindacalizzato, che arrivava dal sud,  dal Veneto, spesso giovani uomini e donne con in testa le immagini, i suoni, le nuove idee che percorrono la società, e quando partirono le lotte per alcuni anni non ce ne fu per nessuno.

 

 

D - Com’era allora il rapporto tra le “avanguardie” e le masse operaie (ed in particolare con gli elettori del P.C.I.)? Prima e dopo il 1969?

 

R - Lì per la prima volta mi trovai a fare i conti con un PCI diverso, duro e puro, ben organizzato con una rete capillare all'interno dei reparti e sul territorio, con un gruppo dirigente di origine emiliana intellettualmente preparato.

Per dire, quando la sinistra operaia cominciò a contare nei reparti e nel Consiglio di Fabbrica, per tentare di arginarci il sindacato mandò un pezzo da novanta come Rinaldini, da Reggio Emilia, a fare il responsabile della FIOM; la Ignis in quegli anni innescò una serie di lotte, che per metodi e fantasia,  credo solo l'Alfa di Arese ci eguagliava; per dirti: la mensa per tutti, la pausa mensa per i turnisti di 35 minuti, penso siamo stati i primi in una fabbrica di quella grandezza ad ottenerla.

 

In questo scontro incrociato per l'egemonia in fabbrica, le masse operaie seguivano il loro istinto un po' opportunista, nelle lotte di reparto su pause, qualifiche, contro tempisti, capi e capetti, appoggiavano la sinistra operaia, nelle grandi questioni come i contratti nazionali o aziendali, stavano con il sindacato; ciò non toglie, che - quando si trattava di far approvare il contratto - la FIOM doveva mandare un dirigente nazionale, per non rischiare qualche clamorosa sorpresa: un dato, un contratto molto importante - non ricordo se quello del 73 o 76 - i SI presero 5000 voti, il NO, cioè noi, circa 2000.

 

Che dire, noi per la base del PCI, ma anche per tutti gli altri, eravamo i loro figli, un po' turbolenti, eravamo foglie e rami dello stesso albero, tieni conto che in quegli anni di fuoco noi avevamo poco più di vent'anni, ed essere giovani e belli valeva pur qualcosa.

 

 

D - Com’era il lavoro politico sul territorio, in una realtà come Arona, dove gli operai maschi salivano sugli autobus di Borghi oppure sui treni per la Siai o la Franco Tosi, e le fabbriche locali erano solo femminili, per il resto una cittadina di bottegai e insegnanti, ferrovieri battellotti e muratori?

 

R - Nell'aronese il PCI era un partito presente sul territorio, e in quegli anni ingrossato dall'immigrazione soprattutto emiliana e molisana, ma il cui  gruppo dirigente era legato ad una concezione resistenziale; solo nei primi anni settanta si affermò un nuovo gruppo dirigente con un ferroviere romagnolo dinamico che lo portò poi nel ‘75 al suo massimo storico (tra parentesi anche con i voti della sinistra radicale), ma di contro era presente in modo poco organizzato nei luoghi di lavoro, e così anche il sindacato, tranne che in poche situazioni, tipo Steffen (con la CISL) e il calzaturificio PAM (con la CGIL); partito e sindacato avevano i loro punti di forza tra i battelotti, e i ferrovieri, ma i primi erano una aristocrazia operaia molto corporativa e molto chiusa, i ferrovieri invece erano più dinamici anche nel sociale.

 

Quando pero l'onda lunga delle lotte arrivò anche qui, tutto si mise in movimento, la sinistra radicale inondò di volantini tutte le fabbriche e fabbrichette, mi ricordo volantinaggi a tappeto anche in maglifici con 10 operaie, i risultati furono la riuscita dei grandi scioperi generali, si scioperò in posti dove non lo si era mai neanche pensato, il sindacato aprì una serie di vertenze aziendali a tappeto, entrò in fabbrichette che mai avrebbe pensato, riuscendo a strappare aumenti salariali e migliori condizioni di vita.               

 

Ci sono due episodi che riporto per dire dei tempi, elezioni della commissione interna alla PAM, fabbrica con caratteristiche fordiste, il dissenso operaio si manifestò cosi: su 200 votanti ci furono 50 schede con scritto “W Mao”.

La seconda riguarda la Laica, roccaforte del crumiraggio antisindacale, dove non avevano mai neanche permesso al sindacato di entrare, in uno sciopero generale decidemmo che era ora di finirla, fu una battaglia campale, ma li facemmo scioperare: è una delle cose che ricordo con più piacere.

 

 

D - C’era uno “specifico lacustre” nella sinistra rivoluzionaria? (ricordo un Tuo assioma, contro la burocrazia del partitino Lotta Continua: “in luglio non si fanno gli attivi operai al sabato pomeriggio, perché si va al Lago”)

 

R - Non penso che ci fosse un specificità lacustre come dici tu, il proletariato giovanile di quegli anni era sostanzialmente anarcoide: Alla faccia dei teorici dei partitini leninisti, trozkisti, maoisti, volevamo vivere, volevamo tutto, il pane e le rose, e se c'era anche la birra; il nostro mito erano gli uomini del film “Il mucchio selvaggio”, che in cinque vanno incontro alla morte certa contro i federales, per una mera questione di principio, era il rivoluzionario irlandese che va a morire in Messico per una rivoluzione non sua; erano gli arditi del popolo, i partigiani, e i combattenti internazionalisti in Spagna, tutti gli irregolari e gli eretici, che fanno le cose perché vanno fatte, perché e giusto così.

Poi si comincio a parlare di agire da partito, creare cartelli elettorali, e fu l'inizio della fine.

 

 

D - Che rapporto c’era tra le concrete esperienze “miglioriste” (sulla casa, sul piano regolatore, ecc.) e le utopie rivoluzionarie?

 

R - Non mi sono mai posto questo problema, pensare in grande ed agire nel piccolo, era una delle massime di Mao e credo che non ci sono contradizioni nelle cose che abbiamo fatto: lottare contro quel piano regolatore era giusto, difendere il territorio, contro gli appetiti degli speculatori era lotta di classe; memorabile il consiglio comunale in cui il capogruppo del PCI,  un ferroviere, smontò, agendo in concerto con la sinistra rivoluzionaria, punto per punto quel piano, penso che sia stato uno dei momenti di massima unità di tutta la sinistra. La casa poi era un bisogno primario e noi demmo una risposta, partire dai bisogni delle persone e agire di conseguenza, ricordo donne del movimento che aiutavano altre donne a risolvere i loro problemi, anche i più gravi, per un certo periodo avviammo addirittura un doposcuola nel centro storico per i figli dei proletari, non avevamo soldi ma il sogno era dargli anche la merenda, idea mutuata da esperienze simili in tutta Italia, ma era anche - e questo contava per noi - un punto cardine del programma dei Black Panther, si vede che avevamo cominciato a leggere cose serie.

 

 

D - Come si manifestò il “riflusso”, alla fine degli anni ’70, in fabbrica e fuori?

 

R - Poi arrivò l'inverno. Dove non c'erano riusciti con le bombe, con la strategia della tensione, con la guerra civile strisciante con tanti ragazzi caduti nelle strade (aiutati in questo dalla follia di spezzoni del movimento che praticarono la lotta armata), mentre si concludeva una fase congiunturale favorevole, e iniziavano a vedersi i segni di una crisi del sistema, i padroni e la destra sociale passarono al contrattacco.

Lo fecero in maniera spietata ed intelligente, non all'inglese dove la Lady-di-Ferro andò allo scontro frontale con la classe operaia sconfiggendola sul campo, ma cominciarono col togliere l'acqua dove noi nuotavamo, cassa integrazione a gogò, portarono fuori dalla fabbrica interi reparti, alcune linee di produzione finirono in Cina, e nell'Europa dell'Est, isolarono le avanguardie, e poi fecero in modo che se ne andassero, spesero fior di quattrini in prepensionamenti e buone uscite, per sterilizzare la fabbrica, per liberarsi non solo dei più combattivi, ma anche dei più deboli, anziani, malati, donne con troppi figli e troppe assenze, e a questo né noi né il sindacato riuscimmo a dare una risposta (o forse una risposta adeguata non esisteva): eravamo abituati alla guerra di movimento, ma quando si tratto di scendere in trincea fummo sconfitti.

 

Sul sociale, la destra scatenò la guerra chimica, ad un certo punto l'eroina comincio a scorrere a fiumi, dilagò tra i giovani, questo è un aspetto poco indagato di quegli anni, ma che meriterebbe un po’ più di interesse da parte degli storici che studiano quel periodo, nel caos dei fine anni settanta, in cui esplosero tutte le contradizioni interne al movimento, non c'era più la forza militare per contrastare il nuovo nemico, sapevamo affrontare i fascisti, ma non un nemico invisibile che entrò nel sangue dei giovani, e fu un vero e proprio genocidio. Alcuni anni fa con altri compagni facemmo un calcolo, e ci accorgemmo che solo nell'aronese furono circa 80 i ragazzi che persero la vita tra overdosi e AIDS.

 

L'eroina ebbe un impatto devastante all' interno della società, divise le famiglie e i quartieri, la destra inizio a suonare la carica, inizio la caccia al tossico, guardandosi bene da fermare i grossisti, chiedendo legge ed ordine; credo che la tossicodipendenza sia paragonabile al problema dell'immigrazione dei nostri giorni, da parte della destra stessi toni stessi slogan.

 

 

D - Dopo la sinistra rivoluzionaria hai partecipato e seguito l’evoluzione ed involuzione della sinistra “riformista”, dal PDS al PD?

 

R - A questa domanda, faccio fatica a darti una risposta compiuta, non è stata una bella esperienza; gli ex PCI hanno vissuto quello che noi abbiamo vissuto alla fine degli anni settanta, solo che noi - preso atto dello stato di cose - abbiamo chiuso baracca e burattini, loro hanno scelto la via che conosciamo e forse, anzi senza forse, è giusto così; ma francamente a me di discutere delle prossime elezioni comunali, o di chi deve eventualmente fare il sindaco o altro, non me ne fregava molto, non sopportavo poi gli odi personali di tutti gli ex di turno, e la mancanza comunque di un pensiero lungo, mi hanno spinto un bel giorno a dire è stato bello ma io scendo qui. (nota dell’intervistatore: nel 2010 il centro-sinistra non confermò come candidato il Sindaco uscente, e fece le primarie, presentandosi poi diviso in 3 liste concorrenti, e favorendo così un successivo lungo ed incontrastato predominio leghista)

 

 

D - Cosa resta di quelle lotte? Quanto è cambiato il “popolo”? Quanto si è diffuso il “populismo” (da Berlusconi a Salvini, da Grillo a Di Maio)? C’è ancora una speranza di un mondo migliore?

 

R - Benigni in una intervista disse “al mio paese quando ci fu la crisi petrolifera del 73 il PCI convocò una grande assemblea popolare alla Casa del Popolo per discuterne”, ecco è questo il punto: ad un certo momento ci fu quello che la Rossanda chiamò il silenzio dei comunisti, per la prima volta una generazione che aveva lottato, prodotto contro-cultura, non passò il testimone a nessuno, ma si ritirò in se stessa, forse troppo grandi erano i sogni, troppo dolorosa la sconfitta. 

E la destra, che per un decennio era stata silente, riemerse più carogna che mai: cose che, prima, non si potevano dire (ma pensare si), furono sdoganate, idee presenti anche nella classe operaia, contro i terroni tutti mafiosi, gli zingari, i tossici, tutto il peggio che si nascondeva nella pancia del paese diventò di colpo buono da pensare, buono da parlare, guardavamo la luna e intanto le televisioni locali spargevano veleno, facemmo una battaglia di retroguardia sulle televisioni, mentre era il caso di scendere in campo con le stesse armi e forse ne avevamo la forza e la fantasia per farlo, l'avevamo dimostrato con le radio libere, ma perdemmo il treno, e arrivarono Bossi e Berlusconi, che ne raccolsero i frutti, e dopo di loro una sfilza di cialtroni che partendo da Grillo arriva fino a Salvini, e ci metto dentro anche Bertinotti, e Renzi.

Non dimentichiamo comunque che le teste pensanti della prima Forza Italia venivano dalla sinistra, socialisti e non solo, anche in America le teste d’uovo del primo Bush erano ex trozkisti, non è un caso.

 

Mi chiedi come è cambiato il popolo: quello è sempre lì, solo che adesso è senza rappresentanza, prima il grande partito chiesa dava una risposta, riusciva a tenere insieme tutto ed il contrario di tutto, dava certezza e speranza con una narrazione altra, poi con il suo crollo è stato buon gioco per la destra dare delle prospettive, brutte ma prospettive.

 

Cosa resta di quella stagione: nel mondo del lavoro quasi niente, da quello che percepisco nei miei colloqui informali, così a spanne, stavamo meglio noi nei primi anni sessanta, devo dire che i datori di lavoro di quegli anni erano per lo più persone serie ti pagavano regolarmente, e ti versavano i contributi.

Oggi questi imprenditori, dell'economia 2.0 o 4.0 che sia, mi sembrano dei banditi: basta parlare con quei lavoratori delle pulizie, dei servizi itineranti vari.

Ti faccio un esempio che dice più di mille parole, un ragazzo che conosco fa il giardiniere pagato 5 euro l'ora; alle mie perplessità mi ha detto che il suo datore di lavoro alla richiesta di maggiore salario ha risposto “se ti va è cosi, se no prendo un africano che si accontenta di 2 euro”, questo è quanto.

Rimane di quelle lotte invece, la grande spinta sociale per i diritti delle donne, merito loro, e un grande balzo in avanti della società per alcune conquiste come divorzio, aborto, minoranze di genere; sono forse il lascito più importante di quella stagione, che oggi sono sotto attacco e bisogna difenderle.

Ricordo personale, la campagna elettorale che rammento con più piacere fu quella sul divorzio, allora si era tutti uniti senza menate di partiti e partitini, era progressisti contro conservatori, e la vincemmo; forse chissà torneranno a fiorire i ciliegi.

 

 

D - Nella Tua terza ed ultima esperienza lavorativa, al Consorzio Acque Reflue di Arona&C., e nel Tuo tempo libero (ed oggi da pensionato), tra orticoltura, pesca e trekking, hai avuto modo di misurarTi nel concreto quotidiano con i temi ecologici: come è cambiato l’ambiente e quanto pensi che si possa “raddrizzarlo”?

 

R - Cosa posso dire: non sono molto ottimista sulla questione ambientale, dire che prima era meglio, non è vero: è stato negli anni del boom economico, e fino a non molti anni fa, che abbiamo scaricato nella natura il peso del nostro benessere; mi ricordo ancora la  Vevera solo negli anni settanta scaricava nel lago i reflui delle concerie, con delle trote che - se le mangiavi - sapevano di cuoio.

E non è che noi fossimo molto sensibili a questi temi: forse a parole, ma nella realtà pensavamo che -  una volta fatta la rivoluzione - tutto si sarebbe sistemato:

Abbiamo poi visto come il socialismo reale, e il capitalismo selvaggio, hanno distrutto il mondo.

E per quanto penso che sia cosa santa e giusta quello che fanno le associazioni ambientaliste. Ma temo che sia ormai troppo tardi, la grande Madre Terra si è stufata di noi, lei può fare a meno di noi, purtroppo noi no. 

Noi partiamo sempre dalla centralità dell'uomo che domina la natura, anche quando siamo animati da buone intenzioni, ma non funziona così; se non impariamo che siamo una parte del tutto, non vedo vie di uscite, perché impararlo vorrebbe dire rinunciare al nostro modo di vivere e non credo che siamo pronti a farlo; naturalmente spero di sbagliarmi.

 

 

D - Nella Tua formazione personale (e di altri quadri operai sindacalizzati), nell’insieme, quanto ha pesato la scuola dell’obbligo, la cultura alternativa collettiva (con l’esperienza delle lotte e delle organizzazioni), oppure l’autodidattismo individuale?

 

R - Tutte e tre le cose, intrecciate tra loro: la tanto criticata scuola democristiana, che mi ha fatto conoscere la storia, che non era solo una mera sequenza di date, ma storie belle, storie brutte, di uomini e popoli, la geografia, che ti apriva la mente e capivi che il mondo non finiva al ponte di Sesto, ma c'era molto di più, l'italiano che ti faceva conoscere oltre alla grammatica, gli scrittori e i poeti, ci  parlarono di Omero, dell'Eneide, l'Odissea, la Divina Commedia, di cui all'esame dovevi portare un pezzo; chissà perché a me assegnarono l'Inferno…

I nostri professori ci parlavano, sì di patria, ma anche di Europa, del mondo, e ci stimolavano a leggere, seminavano sapere, poi se son rose fioriranno.

 

Poi vi era il discutere, mi ricordo di osterie piene di fumo, e tanto vino, dove ascoltavamo i racconti di anziani compagni che ti parlavano di resistenza, anarchia, lotta di classe, guerra, comunismo, e noi che come spugne assorbivamo, ed elaboravamo a modo nostro; ricordo anziani operai che sapevano a memoria le opere di Verdi, mio padre era capace di declinare per ore le opere di un poeta minore anarchico siciliano.

 

E poi c'era la preparazione individuale: ad un certo punto poi cominciammo a leggere anche noi, il primo libro politico che un compagno mi prestò era, il “Che fare?” di Lenin, il secondo “Opere scelte” di Mao, capirai.

 

aldovecchi@hotmail.it

UTOPIA21 - GENNAIO 2021 - INTERVISTA A CLAUDIO BROVELLI, CON SOMMA LOMBARDO SULLO SFONDO

 

L’intervista ad un ex-Sindaco di Somma Lombardo, a partire dalla sua formazione di cattolico impegnato nel sindacato ed in politica, attraverso l’esperienza di impiegato e di delegato sindacale in quello che fu il Lanificio di Somma.

 

Riassunto: la formazione, tra famiglia, oratorio e “fermenti conciliari”. La fabbrica e il sindacato, operai ed impiegati. Peculiarità del Lanificio di Somma: gerarchia professionale e gestione familiare La vertenza sul “salario sociale”. Le successive trasformazioni del capitale e del lavoro. La fabbrica rivisitata da Sindaco della Città. La de-industrializzazione e gli sviluppi di Malpensa: Somma cittadina di servizi. Disaggregazione sociale e individualismo. La difficile speranza in un futuro migliore, anche in quanto cattolici.

 

 

Domanda – Nella Tua formazione, tra famiglia e oratorio, e poi tra scuola e fabbrica (e sindacato), come sono emerse le istanze di giustizia sociale, che poi si sono affermate nei movimenti tra gli anni 60 e gli anni 70?  

In una fabbrica relativamente dislocata dal fuoco della “lotta di classe”, come il Lanificio di Somma Lombardo, come sono maturate le nuove forme di lotta, di organizzazione, di obiettivi (più egualitari che non prima)?

 

Risposta - Sono cresciuto in una famiglia matriarcale. Il punto di riferimento era la mia nonna materna che mi ha inculcato il senso della solidarietà e della giustizia. In casa non si parlava molto di politica, ma mio nonno soleva dire che Gesù era socialista perché uno che ”moltiplica i pani e i pesci e, soprattutto, tramuta l’acqua in vino” non può non esserlo.

Non solo: a mia madre durante la guerra è capitato di dover rifocillare i partigiani e ha rischiato una mitragliata da parte della ronda fascista. Fra l’altro, fatto del tutto casuale (ma mi piace considerare non tale), son nato il 25 Aprile!

 

Fatta questa premessa, devo ammettere che più che la scuola è stato l’ambiente oratoriale a indirizzare le mie scelte. Soffiava allora il vento rinnovatore del Concilio  voluto da Papa Giovanni, così il percorso dall’Oratorio ai “gruppi spontanei” (il mio si chiamava Presenza Critica), per poi finire nell’orbita delle Comunità di Base e del “dissenso cattolico”, è stato del tutto naturale. E’ in quegli ambienti che ho incontrato personalità come dom Franzoni (mi è appena tornato tra le mani un suo libretto : la Terra è di Dio) o il Vescovo Bettazzi. Ma i “maestri” che più hanno inciso sulle mie scelte sono stati padre Turoldo e un gesuita di Trento, Gigi Movia.

 

Così quando sono stato assunto al Lanificio mi è venuto spontaneo avvicinarmi al mondo sindacale. Accettai quasi subito di occuparmi delle 150 ore e successivamente di rappresentare gli impiegati nel CUF (Consiglio Unitario di Fabbrica), organismo che sostituiva la Commissione Interna. I cambiamenti tra la vecchia e incartapecorita rappresentanza sindacale e la nuova furono notevoli.

 

Nel CUF venivano finalmente eletti rappresentanti di reparto, quindi anche operai di basso livello salariale che spesso godevano di scarsa considerazione da parte dei capireparto e avevano di conseguenza una “carica” antagonistica più marcata. Molti reparti poi avevano in prevalenza manodopera femminile, quindi nel CUF fecero la loro comparsa le donne, portandovi il prezioso contributo della loro specifica sensibilità.

 

Furono proprio le operaie del reparto Orlatura a chiedere il superamento del cottimo individuale. Vista la resistenza della Confindustria gallaratese, fu tutt’altro che facile, ma alla fine comunque la spuntammo introducendo il cottimo collettivo

 

D – Mi incuriosisce la vicenda del “salario sociale” da Voi conquistato e devoluto All’Asilo Nido comunale

 

R - Altra conquista voluta soprattutto dalle operaie fu quella relativa al “salario sociale”.

A Somma era imminente l’apertura dell’Asilo Nido Comunale e i costi di gestione della struttura inevitabilmente si sarebbero riversati sulle rette. Così nella piattaforma aziendale ponemmo una specifica richiesta: eravamo disposti a limare la richiesta salariale in cambio di un contributo pluriennale dell’azienda per la gestione del Nido.

Ad onor del vero la proprietà, con un atteggiamento olivettiano, si dimostrò sensibile al problema e fece in modo di superare il veto confindustriale. Nelle assemblee però ci furono non pochi problemi. Si trattava infatti di rinunciare a una parte, seppur minima, dell’aumento in busta paga e non tutti erano d’accordo.

Toccò a me gestire l’assemblea generale prima della firma dell’accordo e gli interventi negativi su quel punto non furono pochi, per lo più di operai anziani. Il clima era tale che temevo addirittura un voto negativo. L’ultimo intervento contrario fu di un trentenne e l’applauso che lo seguì non faceva infatti presagire nulla di buono.

Poi dal fondo della sala mensa si udì una voce femminile, quella di sua moglie, che sovrastando il chiacchiericcio disse in dialetto poche ma convincenti parole: “Giuan, da stasira ti ve a dormì sul divan perché tant ta la do no!” Lasciai finire la lunga risata collettiva e gridai: “Chi è a favore alzi la mano!” Era la stragrande maggioranza! “Contrari?” Meno di una dozzina! “Chi si astiene?” Tre o quattro, compreso quel  Giovanni!

 

 

D – Che rapporti c’erano tra impiegati e operai, e con le gerarchie aziendali, “prima e dopo” rispetto alla svolta di fine anni ’60?

Dalla fabbrica, come erano viste le agitazioni studentesche e poi l’attivismo dei gruppi politici “extra-parlamentari”? E i sindacati ed i partiti tradizionali?

Nella Vostra esperienza sindacale, c’era un apertura alle utopie “rivoluzionarie”?

 

R - Il Lanificio era una azienda a gestione familiare, e almeno sino agli anni 80 ha avuto una politica del personale mirata alla crescita delle risorse interne. Il dirigente del mio settore, ad esempio, era stato assunto come fattorino e molti capiufficio venivano dal “basso”. Questo comportava un rapporto diretto con la proprietà, del resto quotidianamente presente.

 

Naturalmente l’organizzazione era piramidale, ma per alcuni aspetti informale. Anche gli impiegati di livello inferiore, come il sottoscritto, si rapportavano direttamente con la direzione e sovente con la proprietà. Soprattutto negli uffici, questo clima induceva dunque a rafforzare il senso di appartenenza.

Nei reparti invece la gerarchia era più evidente, ma, tutto sommato tendeva a valorizzare le professionalità dei sottoposti. Del resto, a differenza di altri settori, non vi era la “catena di montaggio” e l’apporto del singolo lavoratore e della sua professionalità era importante in molte fasi della lavorazione. Faccio un esempio. Il reparto Rammendo era composto da operaie che manualmente riparavano i “falli” nati a telaio. In pratica sopperivano agli errori a monte, riducevano gli scarti e garantivano l’alta qualità del prodotto, consentendone la commercializzazione a valore pieno. Per farlo occorreva dunque una costante attenzione e una alta professionalità  (purtroppo non  riconosciuta dal contratto nazionale).

 

La “coscienza di classe” era solo in embrione e la divisione tra operai e impiegati era ben evidente. I “proletari con la cravatta” (così li chiamavo) mal digerivano la politica egualitaria del sindacato, accentuata dalle richieste del CUF (premio di produzione uguale per tutti, superamento del cottimo, ecc.) e soprattutto nei momenti caldi questa divisione emergeva con maggior evidenza, tant’è che un paio di volte fummo costretti a ricorrere ai picchetti.

 

L’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse complicò ulteriormente la situazione. Tra gli operai si evidenziò il rifiuto non solo nei confronti del terrorismo, ma anche in quello dei movimenti extraparlamentari che comunque non avevano mai avuto un gran seguito. Scarsa era pure nei confronti delle agitazioni studentesche. A tal proposito, sono emblematiche le parole di un delegato in occasione dell’occupazione di un liceo gallaratese: “un lusso dei figli dei ricchi che le famiglie degli operai non si possono e non si devono permettere”. Del resto tra tutti i delegati, oltre a me che palesavo apertamente la mia simpatia per  DP,  vi era un sola aderente a Lotta Continua e gli elettori DC, seppur minoritari, non mancavano.

Per quanto riguarda l’adesione al sindacato invece le cose andavano meglio, soprattutto dopo la nascita della FULTA, la federazione unitaria. Certo nei reparti nessuno “sognava” la rivoluzione e la critica ideologica al “sistema” non era certo considerata avvincente. Regnava insomma una sorta di pragmatismo che non metteva certo in discussione “la proprietà dei mezzi di produzione” e che puntava esclusivamente a migliorare, oltre il salario, più complessivamente le condizioni di lavoro e i rapporti con i diretti superiori. La proprietà veniva percepita  come una legittima controparte con la quale rapportarsi e scontrarsi, ma sempre nel rispetto dei diversi ruoli e con una sorta di sudditanza difficile da scalfire.

 

 

D – E Tu come vedevi la fabbrica, prima e dopo esserci entrato?  - Hai vissuto in fabbrica anche le successive fasi di riflusso delle lotte sindacali, da un lato, e di de-industrializzazione (alquanto radicale per il Lanificio), dall’altro?

 

R - Prima di entrarci, per me la fabbrica era semplicemente il posto dove guadagnarmi da vivere. Avevo la fidanzatina e volevo una famiglia mia, e il lavoro era il mezzo per rendermi economicamente autonomo. Però mi ci volle poco per maturare la convinzione che fosse anche lo strumento per un cambiamento più ampio.

Crebbe in me il mito della classe operaia e l’illusione, cullata con entusiastica passione, che proprio a partire dalla fabbrica si poteva almeno modificare il sistema, se non addirittura abbatterlo.

Ma il sogno si è ben presto infranto con la crisi del settore, con la cassa integrazione e gli esuberi. La proprietà cambiò metodo di gestione, assumendo i vari direttori generali che tagliarono interi reparti di produzione.

 

Così quando nel 2005, dopo il secondo mandato da Sindaco, sono rientrato in fabbrica (che nel frattempo era stata ceduta a una azienda cotoniera) mi son trovato in un altro mondo. Nell’assemblea in cui si discuteva per l’ennesima volta di esuberi e prepensionamenti gli incazzati non erano quelli che stavano per essere espulsi, bensì quelli che conservavano il posto!

Provai a parlare di diritto al lavoro, di cassa a rotazione e di contratti di solidarietà, ma fui subito zittito. Le globalizzazione e le ripetute crisi aveva proprio spazzato via tutto, compreso il pur tenue spirito solidaristico. E il ruolo rivendicativo del sindacato era stato svuotato da quella che, a torto o a ragione, si può definire “cogestione” della crisi. 

 

 

D – Dagli anni ’80 hai avuto intensi rapporti con la realtà sociale di Somma Lombardo nella veste di amministratore locale, Sindaco per quasi 10 anni (dal 1996 al 2005), e consigliere di opposizione prima e dopo, ed ora di nuovo come consigliere di maggioranza (senza eccessivi “filtri partitici”, in quanto “indipendente di sinistra”): hai compreso meglio il tessuto sociale della città (nel frattempo coinvolta dall’espansione dell’aeroporto di Malpensa)?  

In particolare quali siano le “basi sociali” della peculiare oscillazione di Somma tra centro-sinistra e centro-destra? Esistono e pesano (o hanno pesato in passato) “operai berlusconiani” e “operai leghisti”?

 

R - Somma, come altre realtà, è passata da città industriale a città di servizi. Non ho mai fatto i conti precisi, ma penso di non sbagliare, se non per difetto, dicendo che si son persi almeno 2.000 posti di lavoro in fabbrica. Il settore tessile è praticamente sparito (Lanificio, ricamifici, maglierie, ecc.), come pure quello della gomma (ex Itala-Pirelli). La Caproni ha chiuso e l’unica azienda metalmeccanica che ha superato la crisi è la Secondo Mona.

Tutto questo ha colpito in particolare l’occupazione femminile, solo in parte ricollocata nei servizi: grande distribuzione e servizi alla persona. La manodopera maschile è stata in parte assorbita dall’indotto di Malpensa e da piccole o micro imprese e dai servizi artigianali (idraulici, giardinieri, manutenzione edile, ecc.), caratterizzati da bassi salari, precarietà, assenza di diritti sindacali, proliferazione delle partite IVA (per lo più proletarizzate) e retribuzione in nero.

Il saldo occupazionale è comunque negativo e l’impoverimento complessivo, sia sotto il profilo economico che quello professionale, è evidente.

 

Non solo: la chiusura delle fabbriche e la dispersione dei lavoratori ha provocato anche un arretramento politico. La già fragile “consapevolezza di classe” ha lasciato il posto alla ricerca di soluzioni personali, spesso tutt’altro che gratificanti.

Questo ha indebolito il senso di appartenenza, giusto o sbagliato che fosse, dei lavoratori alla azienda in cui si lavorava e di conseguenza alla “comunità” cittadina.

La “sommesità” (chiamiamola così) si è indebolita e se sopravvive è per merito dell’associazionismo. Tutto questo ha intaccato anche il mondo della politica, indebolendo soprattutto la componente che richiede una adesione più ideologica o per lo meno più convinta: la Sinistra.

Come ovunque, il populismo ha fatto strage di valori e ha rafforzato gli atteggiamenti e le scelte qualunquistiche. Questo spiega sia l’aumento dell’astensionismo che la volatilità delle scelte elettorali che ha livello regionale e statale ha sempre premiato il centrodestra.

 

A livello locale il centrosinistra regge solo con grandi sforzi partecipativi (ripristino dei Comitati di quartiere, coinvolgimento delle associazioni, ecc.) e puntando sulla corretta e trasparente gestione, fatto davvero “rivoluzionario” rispetto anche al più recente passato. Inoltre è sicuramente significativo il fatto che attualmente delle 4 liste del centrosinistra solo una ha un preciso riferimento a livello nazionale (PD).  

 

 

D – Nella Tua visione socio-politica (che per brevità enuncerei come “catto-comunista”…), ed alla luce di tali esperienze, c’è spazio per la speranza di un futuro migliore per l’umanità (e per la biosfera)?

Immagino che Tu abbia apprezzato, anche più di me, questo Papa e le sue encicliche: mi aiuti a capire perché – almeno in apparenza – i buoni cattolici dei nostri territori non ne risultino più di tanto affascinati?

 

R - Per prima cosa si dovrebbe stabilire chi sono i “buoni cattolici”, anzi ancor prima dovremmo accordarci su chi sono  i “buoni cristiani”. Alla lettera, dovrebbero essere quelle persone che vivono la propria esistenza alla luce del messaggio di Cristo.  La radicalità è (dovrebbe essere) l’elemento fondante del Cristianesimo e Francesco la interpreta con determinazione e stando al passo dei tempi. In certi suoi interventi (vedi ad esempio le unioni civili, ma non solo) riecheggia la distinzione di Papa Giovanni tra “errore” e “errante”, base fondamentale della comprensione, dell’ascolto, della accoglienza e strumento imprescindibile per sconfiggere il pregiudizio e ricomporre la fratellanza. 

Certo, questa radicalità  mette in discussione i nostri atteggiamenti. Per questo i “buoni cattolici” evitano di lasciarsi interrogare, rifiutando di fatto, o fingendo di ignorare, la radicalità evangelica riscoperta da Francesco.

Il Papa in pratica pone domande che i “buoni cattolici” non vorrebbero fossero poste. Sono richiami destabilizzanti, non solo sul piano personale (in tal caso ce la si cava con una confessione e un paio di pater, ave, gloria), ma soprattutto sul piano sociale, sul modello di società, sul sistema capitalistico.

Insomma Francesco ci ripropone con forza il Cristo dei poveri, degli ultimi, dei lebbrosi. E questo Cristo non può essere (o difficilmente lo è) il Dio dei “buoni cattolici” del decadente e egoistico occidente. Così come non può esserlo dei “padroni della Terra” perché questa, proprio come nella parabola della vigna, ci è stata data in custodia, in comodato d’uso, e non certo in proprietà!

E’ appunto per questo che Francesco affascina chi ha valori umani più radicati, perché tutto sommato ci mostra l’umanità di un Cristo uomo, prima ancora del Cristo figlio di Dio. Ed è per questo che alla morte di Francesco temo che assisteremo ad una ventata reazionaria all’interno della Chiesa e, di conseguenza, all’interno della nostra società.

 

Pessimista? Non del tutto.  

La vittoria di Biden non cambia il mondo, ma – ad esempio, con la annunciata volontà di rientrare nell’accordo di Parigi - riaccende qualche speranza soprattutto in materia di tutela ambientale e di contrasto ai cambiamenti climatici. Rimane però il fatto conclamato di quanto siano pericolosi i personaggi come Trump e del consenso, non certo di poco conto, che lo circonda, sia negli USA che in altri Paesi, compreso il nostro. Il populismo è ben vivo e vegeto e la vittoria dei Democratici non può certo estirparlo. 

Molto dipenderà dai più giovani, ma anche da come noi vecchietti sapremo sostenerli, da come nel nostro piccolo eviteremo d’arrenderci, coniugando nel miglior modo possibile i valori con la pragmatica pratica della quotidianità. Insomma c’è molto da fare e per farlo dobbiamo ricordarci che c’è e sempre ci sarà un sogno da sognare, una utopia per cui lottare. Anche quando “noi non ci saremo”. 

 

aldovecchi@hotmail.it

 

 

UTOPIA21 - GENNAIO 2021: PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA di Anna Maria Vailati

Una prima analisi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza1 rispetto all’emancipazione femminile ed alle discriminazioni di genere 

Sommario: 

- premessa 

- PNRR e genere 

- lavoro, infrastrutture sociali e famiglie 

- educazione e istruzione 

PREMESSA 

E’ la prima volta che Utopia21 offre all’attenzione e alla riflessione dei suoi lettori il tema della parità di genere e dell’emancipazione femminile, questo proprio in un momento così grave per tutti i cittadini del mondo, che vede l’affacciarsi di nuove povertà e discriminazioni che si sovrappongono a quelle antiche. Comunque a buon diritto questo tema rappresenta una della utopie storiche che con qualche difficoltà si cerca di realizzare. Sembra assurdo, nel 2021, dover ancora affrontare il tema della parità di genere, visto che sono ormai diversi decenni da quando la parità dei sessi è stata sancita da molteplici fonti giuridiche ed istituzionali, sia nazionali che internazionali. Penso infatti che qualsiasi donna provi di fronte alla ‘questione femminile’ un certo disagio nel vedersi compresa in un ‘categoria da proteggere’, perché discriminata. Al contrario le donne sentono di essere una risorsa attiva della nostra società, cittadine a pieno titolo. A questo proposito l’art. 2 della nostra Carta Costituzionale così recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Già i Padri – e le Madri (21 su 556) – Costituenti avevano chiaro che non fosse sufficiente la declaratoria contenuta nell’art. 2 per realizzare l’uguaglianza e nell’art. 3 aggiungono “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”, specificando nell’art. 37 che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 2 Tutta la storia italiana dal 1947-48 ad oggi è ricca di testi di legge, decreti o altro, volti a rimuovere tali ostacoli, in materia di uguaglianza di genere, lavoro, maternità. Già dal 1961, con la Carta Europea di Torino, riveduta nel 1996, l’uguaglianza tra donne e uomini diviene un principio fondamentale del diritto comunitario. Con il trattato di Lisbona del 1-12-2009, tale uguaglianza diviene un elemento giuridico vincolate per l’Unione Europea. Nel 1935 la condizione della donna era stata inserita nell’Agenda della Società della nazioni, che istituì un comitato con il compito di raccogliere dati sulla condizione della donna nei vari paesi. Nel 1945, con la nascita dell’O.N.U., il principio dell’uguaglianza tra uomo e donna viene sancito a livello mondiale, e conclamato poi nel 1948, nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Dal secondo dopoguerra ad oggi si sono indubbiamente fatti dei progressi riguardo all’emancipazione femminile, sia nel mondo che in Italia: tuttavia la parità di genere non è ancora un dato acquisito, né sotto il profilo socio-economico (vedi disparità di reddito) né sotto il profilo culturale ed antropologico. 2,3,4,5,6,7 PNRR E GENERE Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza può rappresentare un ulteriore tassello nello sforzo di “rimuovere gli ostacoli” relativi alla piena uguaglianza tra uomini e donne, già previsto dalla Costituzione. Prima di iniziare l’esame di quello che nel PNRR riguarda “la donna” o “la disparità di genere”, vorrei sottolineare il fatto che alle donne in quanto cittadine interessa tutto il contenuto del PNRR, tanto più che in questo momento la crisi, determinata dalla pandemia da Covid-19, ha aggravato la condizione delle fasce deboli della popolazione, vecchie e nuove. Nell’introduzione al PNRR si enuncia a pag. 8 “l’Italia non potrà dirsi sostenibile se non saprà affrontare le disuguaglianze di genere, generazionali e territoriali, che sono i principali fattori dell’esclusione sociale nel nostro paese.” Più oltre: “… non solo per atto di giustizia, ma è la leva essenziale per attivare il potenziale di sviluppo per l’Italia, per ripensare le infrastrutture sociali e la macchina pubblica”. Le tre “criticità” o “priorità trasversali” – “Donne, Giovani e Sud” – si intersecano con i tre assi strategici del Piano: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica; inclusione sociale. “Tali priorità pertanto non sono affidate a singoli interventi circoscritte in specifiche Componenti, ma perseguite in tutte le missioni del PNRR”. Per quanto riguarda la misurazione dei risultati attesi e la valutazione degli impatti macroeconomici e occupazionali, nonché degli indicatori BES (indice del “Benessere Equo Sostenibile”, elaborato dall’ISTAT e dal CNEL, che da alcuni anni affianca il “PIL” nella contabilità nazionale) nell’attuale testo del PNRR non emergono concrete specificazioni Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 3 (rinviate alle successive fasi), ma rimangono delle indicazioni di massima, tra cui quella di “gender mainstreaming”, cioè la verifica di tutti i progetti sotto il profilo della parità di genere, come indicato dall’Unione Europea. Pertanto, nell’esame dell’attuale versione del PNRR non si può che focalizzare l’attenzione sulle Missioni 5 e 4, che più concretamente trattano della questione. LAVORO, INFRASTRUTTURE SOCIALI E FAMIGLIA La Missione 5 “INCLUSIONE E COESIONE”, si articola in 3 Linee di Azione: - Politiche del lavoro - Infrastrutture sociali, famiglia, comunità e Terzo Settore - Interventi speciali per la coesione territoriale. Tali tre linee d’azione sono sollecitate dalle raccomandazioni dell’Unione Europea agli stati nazionali per il 2019 e il 2020 e sono supportate da riforme – normative e organizzative - per sostenere e compiere l’attuazione degli investimenti. L’obiettivo generale della prima Linea di Azione, ovvero l’ampliamento dell’occupazione attraverso il rafforzamento delle politiche per il lavoro e per la formazione – di occupati e disoccupati – (esempio “apprendistato duale” e “piano nuove competenze”, od anche il servizio civile), costituisce l’orizzonte di riferimento anche per l’interesse specifico al superamento delle barriere di genere, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo, nonché riguardo alle modalità di incrocio tra la domanda e l’offerta. La situazione attuale del tasso di occupazione femminile è al 50,1%, mentre quella maschile è attorno al 68%.8 Gli elementi più peculiari, relativamente all’occupazione femminile, tuttavia riguardano: - il sostegno all’imprenditorialità femminile, per favorire l’indipendenza economica delle donne e contribuire anche “a sostenere le donne vittime di violenza”, sia attraverso operazioni di riforma degli strumenti già previsti dal bilancio 20219 sia di ulteriore investimento, per avviare e implementare “progetti aziendali innovativi per imprese a conduzione femminile od a prevalente partecipazione femminile già costituite e operanti”; l’intervento prevede una spesa di 0,4 miliardi di €; - la conferma della “fiscalità di vantaggio”, già promossa con i fondi europei REACT-EU, centrata sul “lavoro al Sud” ed accentuata per le nuove assunzioni di donne e di giovani (anche in altre Regioni); tale intervento viene applicato agli oneri contributivi sui salari, fino al 30% per le regioni meridionali (con scadenza al 2029) ed è esteso – in forma sperimentale per due anni – fino al totale dei contributi sociali (con un massimale di 6.000 € annui pro capite), per donne e giovani fino a 35 anni: quest’ultima provvidenza misura 0,5 miliardi di e sul totale di 4,5 miliardi destinati agli sgravi contributivi. Sulla questione della parità salariale uomo/donna, pur enunciata come principio dal PNRR, in coerenza con le direttive europee, non risultano interventi specifici nel testo approvato il 12 gennaio 2021. Si riscontra però che nella Finanziaria 2021 9 è previsto uno specifico fondo di sostegno, a partire al 2022, di 2 milioni di €, per attività promozionali, ancora indefinite, da svolgersi a cura del Ministero del Lavoro. Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 4 Si potrebbe ipotizzare che tale fondo corrisponda alla istituzione di un “sistema nazionale di certificazione sulla parità di genere” (con norme e incentivi per le imprese che conseguono tale certificazione, e volto a definire un modello nazionale che consenta la misurazione di target di miglioramento) che figurava nella versione del 6 dicembre dello stesso PNRR.10 La seconda Linea di Azione, si muove su più fronti: - il primo riguarda il sostegno alla famiglia e alla genitorialità, e consiste sostanzialmente nel confermare l’impegno di spesa poliennale già definito come “Family act” nella Legge Finanziaria, che si impernia soprattutto sull’assegno unico per ogni figlio (200 €/mese) dal 7° mese di gravidanza fino a 18-21 anni, mentre per quanto riguarda i congedi parentali le recenti leggi ordinarie hanno esteso il congedo di paternità obbligatorio a 10 giorni; - il secondo gli interventi “per evitare l’emergenza che insorge quando non si è riusciti a prevenire i rischi di esclusione” e comprende pertanto le “infrastrutture sociali” ovvero istituzioni dedicate a minori, disabili, anziani, e le residenze protette, con la compartecipazione del cosiddetto Terzo Settore, - il terzo riguarda il territorio la casa e lo sport (vedi articolo “edilizia e territorio”). Gli investimenti per le Infrastrutture Sociali vengono individuati come creativi di opportunità di ‘lavoro femminile’ di qualità, capace di rendere il ‘lavoro di cura’ una rilevanza pubblica e non più solo a carico delle famiglie e delle donne in particolare. A parte l’accentuazione sul ‘lavoro femminile” equiparato al ‘lavoro di cura’ (talché, anche socializzandolo, alle donne rimane in capo), mi chiedo come mai non viene altrove sottolineato ad esempio il ‘lavoro maschile’, come specifico di alcuni settori. Il lavoro mi sembra sia “lavoro” e dovrebbe essere svolto da qualunque genere di persone che ne abbiano acquisito le competenze. Tuttavia in questo paragrafo è contenuto un concetto importante, e cioè che il ‘lavoro di cura’ non debba essere considerato di appannaggio prevalente della sfera privata e familiare. Forse per il superamento delle discriminazioni di genere, è necessario riflettere su alcune ambiguità di linguaggio (che probabilmente tradiscono stereotipi di pensiero). Altra ambiguità permanente, non solo nel testo del PNRR, è tra “donne” oppure “parità di genere” che a mio avviso fa emergere una qualche difficoltà nel definire questioni attinenti alla identità sessuale, ignorando volutamente la problematica LGBT. Quanto sopra è anche la risultante di un processo storico non concluso, che era partito da una visione paternalista, ma progressiva, di attenzione alla “donna che lavora” e non più solo sposa e madre, ed ha attraversato le stagioni della contestazione nelle fabbriche e nelle scuole, e poi del femminismo, nelle sue varie accezioni, fino alla consapevolezza, non assodata, che a subire discriminazioni e violenze di genere non sono solo le donne, ma anche altri soggetti connotati da differenziate identità sessuali (e addirittura talvolta alcune frange maschili). Credo che il modo migliore sia considerare lo specifico femminile come una declinazione della più generale discriminazione di genere. Uno specifico corollario riguardo alla questione del ruolo femminile nel lavoro di cura, riguarda l’attualità dell’emergenza Covid-19 ed il connesso confinamento sociale, che ha spinto numerose imprese a usare massicciamente il lavoro a distanza, il che ha comportato diverse conseguenze per i lavoratori, alcune positive (risparmio tempo di viaggio, diversa organizzazione del tempo di lavoro) ed altre tendenzialmente problematiche, come Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 5 l’asocialità ed il complesso intreccio di funzioni anche inedite nella vita familiare (idoneità degli spazi). In particolare, per quanto riguarda la donna e la madre, il permanere nei confini della casa rischia di far tornare predominanti ed esclusive le funzioni di cura a loro carico, pur permanendo l’onere del lavoro per l’azienda. Poiché la prospettiva di una maggior quota di lavoro a distanza si profila anche dopo l’emergenza pandemica, sarà necessario ricercare un nuovo equilibrio nella conciliazione di tempi e luoghi del lavoro e del “non-lavoro”. Ciò EDUCAZIONE E ISTRUZIONE Anche nella Missione 4 “ISTRUZIONE E RICERCA” viene ribadito “che il lavoro di cura non deve essere lasciato sulle spalle delle famiglie e principalmente sulle spalle delle donne”. Le problematiche relative alla cura dell’infanzia devono confrontarsi con la tendenza alla denatalità, che è il prodotto di molti fattori, talvolta contradditori, sia di carattere economico e sociale, sia di carattere culturale. Quando – in questo dopoguerra - nei periodi di forte immigrazione al Nord-Ovest si guardava con un certo disprezzo alle famiglie numerose di origine contadina provenienti dal Sud e dall’Est dell’Italia a cercare fortuna “fanno tanti figli e sono poveri…”, il modello della società benestante e già industrializzata era quello della famiglia mono-nucleare con al massimo due figli, cui affidare le speranze di un futuro migliore rispetto alle privazioni delle generazioni passate. Nei decenni successivi questo modello si è generalizzato, ed ha iniziato ad usurarsi, fino ad arrivare alla situazione attuale (dove il numero dei nuovi nati ha toccato il minimo di 420.000 nel 2019, 7 ogni mille abitanti; nel 2.000 i nuovi nati erano 543.000), come effetto della fine della fase espansiva dell’industrializzazione, di una diffusa precarizzazione nel lavoro ed anche nei rapporti interpersonali, nonché di un aumento percentuale dell’occupazione femminile, ma non supportato né da una sistematica struttura famigliare pluri-generazionale, né da un’offerta adeguata di servizi per la cura dell’infanzia. Infatti il tasso di occupazione tra le donne tra i 25 e i 49 anni, con figli in età pre-scolare, è pari al 74,3% di quello delle donne senza figli, nella stessa fascia di età. Nel contempo il numero medio di persone per famiglia è sceso da 2,7 nel 1998-99 a 2,3 nel 2028-2019, mentre le famiglie numerose, di 5 o più componenti si è ridotto al 5,3% delle famiglie (dal 7,7 venti anni prima), e le famiglie mono-personali sono cresciute di 10 punti, dal 23 al 33,3%. In questo quadro di frammentazione le famiglie con figli ed un unico genitore risultano 2.500.000, di cui 2.000.000 con la sola madre e 500.000 con il solo padre. Il calo demografico è stato parzialmente compensato – fino a quest’ultima crisi pandemica – dai flussi dell’immigrazione, sia direttamente sia attraverso la maggior fertilità delle donne immigrate, seppure in calo (1,94% nel 2018, mentre per le italiane era 1,29%, con una media UE al 1,56% - Francia invece all’1,88%): ancora “fanno tanti figli e sono poveri…”. Però nel testo del PNRR non risulta affrontato l’argomento immigrazione, né per l’aspetto specifico lavorativo, ad esempio riguardo al fenomeno più evidente delle collaboratrici domestiche, né per gli aspetti culturali relativi all’accoglienza e alla integrazione (dall’infanzia in su), né tanto meno per le questioni giuridiche della cittadinanza (ius soli, ius culturae). Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 6 Il PNRR, nelle sue premesse, evidenzia sia il problema della denatalità, sia quello della carenza dei servizi per la prima infanzia, anche in rapporto alla difficoltà di estensione della occupazione femminile. Pertanto in questa Missione si privilegiano gli interventi ed i fondi come “il piano Asili Nido” (0-3 anni) ed il potenziamento delle “Scuole dell’Infanzia” (3-6 anni e sezioni sperimentali “Primavera” tra i 2 ed i 3 anni), strutture che più propriamente sono pertanto considerate nell’ambito della “Educazione” e non più e non solo della “Cura e Assistenza”. Asili Nido: l’obiettivo del PNRR è superare il target fissato – per il 2010 - dal Consiglio Europeo di Barcellona del 2002, di offerta minima al 33% rispetto ai bambini della fascia 0- 3 anni, e arrivare al 2026 ad una offerta media nazionale dell’83%, con la creazione di 622.500 nuovi posti (corrispondente a 1.000 - 2000 nuovi asili), che porterebbe la dotazione complessiva a circa 900.000 posti, con una spesa di 3,6 miliardi di €, più 0,3 miliardi nella Legge di Bilancio. L’offerta attuale italiana è di circa il 25,5% (e raggiunge il 56% dei Comuni), mentre la media per la europea è del 35,1%: ambedue tali valori sono la risultante di rilevanti divari geografici: in Italia - per la fascia da 0 a 2 anni - si passa dal 45% - della Val d’Aosta al 10% della Campania, in Europa dal 60% della Danimarca al 2% della Slovacchia (Francia, Spagna e Portogallo circa 50%, Germania 30%). E’ interessante osservare che la spesa pubblica per la fascia da 0 a 3 anni, sul totale del PIL, in Francia è 8 volte quella italiana (pari allo 0,08% del PIL), ed in Svezia13 volte. Contestualmente risulta che nel 2019 25.000 genitori (quasi tutti madri con figli inferiori a 3 anni) si sono licenziati per curare i figli. 11,12,13 Scuole dell’Infanzia. Rifacendoci al target fissato dal Consiglio Europeo di Barcellona 2002, l’obiettivo n° 2 prevedeva servizi per almeno il 90% dei bambini da 3 a 6 anni. Il PNRR al punto 6 “potenziamento scuole per l’infanzia e sezioni primavera” non indica una percentuale di copertura in rapporto agli obiettivi europei. I dati Eurostat al 2016 ci dicono che l’Italia – per quanto riguarda la fascia da 3 a 6 anni – si collocava già al 92%, ed era tra le 12 nazioni più virtuose (pur essendoci anche in questa fascia un problema di disparità territoriali, non solo a livello interregionale, ma anche a livello locale). Il PNRR indica non solo la realizzazione di nuove strutture – senza quantificarla –, ma anche la riqualificazione e messa in sicurezza del patrimonio esistente, l’innovazione degli edifici, la sostenibilità ambientale e il potenziamento delle “sezioni Primavera”. Sezioni Primavera. Definite come sperimentali dalla legge 296 del 2006 e rafforzate nell’ambito del Decreto 65 del 2017, che ha istituito i “poli per l’infanzia”, in collaborazione con gli Enti Locali, inseriscono presso le scuole materne anche i bambini tra i 2 e i 3 anni, in un contesto di maggiore continuità didattica e di minore costo, che dovrebbe sopperire alla carenza degli Asili Nido. Su di esse hanno già investito il bilancio dello Stato del 2020 e quello del 2021. Il PNRR prevede un investimento aggiuntivo di 1,0 miliardi di €, per l’insieme Scuole Materne più Sezioni Primavera. Appare evidente che la generalizzazione dei nidi 0-3 (offerta oltre l’80%) e la estensione verso i 2 anni di età delle materne (sezioni Primavera) corrispondono a due diverse strategie e forse anche a due modelli educativi differenti, che forse sono emerse come complementari: tuttavia la forte accelerazione data all’impegno economico per gli asili-nido Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 7 (visibile in particolare confrontando la bozza del PNRR del 6 dicembre 2020 con quella del 12 gennaio 2021) ne fa emergere un potenziale aspetto conflittuale, non affrontato dal Piano, anche se forse potrà essere risolto nell’ambito dei “Poli per l’infanzia” e del raccordo tra le competenze statali e quelle comunali. Sarebbe infatti paradossale che – partendo da una situazione di arretratezza (anche dal punto di vista soggettivo delle famiglie, nell’affidare i bambini più piccoli ad educatori esterni) – si arrivasse ad una crisi di eccesso di offerta di strutture, considerando anche le conseguenti difficoltà nel reperire le risorse – economiche e formative - per la successiva gestione. Mentre – anche riflettendo sull’esperienza temporanea dei “buoni baby sitter” e d’altro canto sulle varie modalità di cura degli anziani a domicilio – si potrebbe pensare a forme più articolate e flessibili (ma professionali) di assistenza ed educazione a domicilio, anche in funzione a esigenze temporanee di salute dei bambini e/o dei genitori (ed anche degli anziani/nonni, che spesso curano i bambini, ma a loro volta richiedono cure). Altre misure inerenti la parità di genere, previste nella Missione 4 del PNRR, sono: - quella che favorisce l’accesso delle donne alle competenze “STEM” ovvero “Science-Technology-Engineering-Matematics”, per colmare uno specifico deficit formativo nei diversi gradi dell’istruzione, affidando un ruolo trainante all’autonomia scolastica e alla iniziativa dei docenti; per il progetto STEM ed il multi-linguismo è previsto uno stanziamento di 1,1 miliardi di €. - quella per il contrasto all’abbandono scolastico, con particolare attenzione ad alcune aree territoriali, e cercando di prevenirlo, e affrontare così il problema dei NEET (giovani che non studiano e non lavorano, nella fascia tra i 18 e i 24 anni), che vede purtroppo una prevalenza femminile (l’incidenza dei NEET sulla fascia di età risulta pari al 27,9% per le donne, ed al 19,9 per gli uomini). L’intervento prevede una spesa di 1,5 miliardi. Guardando nell’insieme il settore istruzione in ogni ordine e grado, l’incidenza del personale femminile, già nel 2000, era di 1.046.000 sul totale 1.467.000, con una tendenza ad aumentare rispetto al 1995.14 Pertanto non sembra porsi un problema di occupazione femminile nella scuola (semmai il contrario). Dal secondo dopoguerra la polarizzazione femminile del personale scolastico (decrescente dalle scuole per l’infanzia alle università) è stata determinata, oltre che dalle “attitudini femminili”, da alcune condizioni privilegiate (oggi quasi estinte) relative ad orario e calendario di lavoro, età pensionabile, “compensate” con livelli di stipendio relativamente bassi e da un riconoscimento sociale calante. Il che probabilmente testimonia di una scarsa considerazione del sistema scolastico da parte delle classi dirigenti. Ottimisticamente vorrei vedere nel PNRR un punto di svolta. Inoltre un sistema di educazione ed istruzione in un quadro di vera “ripresa e resilienza” dovrebbe e potrebbe essere una leva essenziale per fronteggiare alla radice le problematiche delle discriminazioni di genere, che non sono solo di natura socio-economica, ma soprattutto di modelli culturali, che si riproducono a partire dagli ambiti familiari. annavailati@tiscali.it Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 8 Fonti: 1. PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA – versione approvata dal Consiglio dei Ministri il 12/01/2021 – in Atti Camera XXXVII – reperibile anche su https://www.corriere.it/economia/consumi/21_gennaio_12/piano-nazionale-diripresa-resilienza-a24755fe-54a8-11eb-89b9-d85a626b049f.shtml 2. Parlamento Europeo - NOTE TEMATICHE SULL’UNIONE EUROPEA – UGUAGLIANZA TRA UOMINI E DONNE - https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/home 3. Teresa Mele – LA PARITA’ DI GENERE NELL’ORDINAMENTO ITALIANO ED EUROPEO https://www.altalex.com/documents/news/2020/05/12/discriminazione-di-genere 4. Elisa Speziali – IL DIVIETO DI DISCRIMINAZIONE IN BASE AL SESSO NEGLI STRUMENTI DI PORTATA GENERALE SUI DIRITTI UMANI - https://unipdcentrodirittiumani.it/it/schede/Il-divieto-di-discriminazione-in-base-al-sesso-neglistrumenti-di-portata-generale-sui-diritti-umani/380 5. Winning Women Institute - PARITA’ DI GENERE, LE LEGGI FONDAMENTALI CHE HANNO SCRITTO LA STORIA - http://winningwomeninstitute.org/news/parita-di-genere-le-leggi-fondamentali/ 6. A.I.D.O.S. – LA IV CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE - http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mo ndiali_onu/b_conf_pechino/home_pechino.html 7. C.I.S.L – SINTESI T.U. IN MATERIA DI TUTELA E SOSTEGNO DELLA MATERNITA’ DELLA PATERNITA’ - http://net.cisl.it/~cisluniversita.lecce/FOV3- 00080050/FOV3-00064C49/FOV3- 00064C4C/Sintesi%20T.U.%20in%20materia%20di%20tutela%20e%20sostegn o%20della%20maternit%C3%A0%20e%20della%20paternit%C3%A0.pdf?Plugi n=Block 8. ISTAT – ANNUARIO STATISTICO 2020 – https://www.istat.it/it/archivio/251048 9. LEGGE DI STABILITA’ E BILANCIO DELLO STATO PER IL 2021 - https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2020/12/30/322/so/46/sg/pdf 10.PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA – versione esaminata dal Consiglio dei Ministri il 6/12/2020 su https://www.corriere.it/economia/tasse/20_dicembre_07/pnrrbozzapercdm7dic20 20-7908fa02-3898-11eb-a3d9-f53ec54e3a0b.shtml 11.Susanna Turco – LE DONNE, GLI ASILI NIDO E LO SPUDORATO OBIETTIVO DEL CINQUANTA PER CENTO – su La Repubblica del 11-12-2020 https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/12/11/news/le-donne-gli-asili-nido-elo-spudorato-obiettivo-del-cinquanta-per-cento-1.357277 12.Chiara Saraceno e Giorgio Tamburlini - ASILI NIDO, ITALIA SOTTO LA MEDIA EUROPEA PER SPESA E UTENZA RAGGIUNTA – su La Repubblica del 8-07- 2020 (dati dall’Osservatorio sui Conti Pubblici diretto da Carlo Cottarelli) https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/08/news/asili_nido_italia_sotto_la_me dia_europea_per_spesa_e_utenza-261333919/ Utopia21 – gennaio 2021 A.M.Vailati: PNRR: PARITA’ DI GENERE 9 13.OPENPOLIS – SERVIZI EDUCATIVI PER L’INFANZIA, UNO SVILUPPO ANCORA LENTO E DISOMOGENEO - https://www.openpolis.it/servizieducativi-per-linfanzia-uno-sviluppo-ancora-lento-e-disomogeneo/