ULTERIORI LETTURE: 2013-2017

INDICE DELLE ULTERIORI LETTURE 2013-2017; dal 2018 "ulteriori letture 2"

2013
1 - "SVEGLIATEVI!"     DI PIERRE LARROUTOURU
2 - "CRITICA DELLA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE” DI DAVID GRAEBER
3 - "LA PRIMA LEZIONE DI URBANISTICA" DI BERNARDO SECCHI
4 - GRAEBER, 5000 ANNI DI DEBITI E CONFLITTI
5 - FINALE DI PARTITO, SECONDO MARCO REVELLI
5 BIS - INGLEHART E LA POST-DEMOCRAZIA
6 - MATRIMONI E PATRIMONI, RELIGIONI E MERCATO NELLE RICERCHE DI GERARD DELILLE

2014
7 - ESPLORAZIONE E MONITORAGGIO DI QUARTIERI SOSTENIBILI, IN EUROPA, A CURA DI CECCHINI E CASTELLI
8 - SETTIMO NON RUBARE, DI PAOLO PRODI
9 -  IL PRECARIATO ANTI-LABURISTA DI GUY STANDING
10 - PAOLO LEON, IL CAPITALISMO E LO STATO
11 - LA CITTA' NECESSARIA DI GRAZIELLA TONON
12 - IL NOMADISMO SECONDO MICHEL MAFFESOLI
13 - IL RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO 2014
14 - "ROTTAMA ITALIA"
15 - IPERDEMOCRAZIA, SECONDO STEFANO RODOTA'
16 - PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO, SECONDO ACEMOGLU E ROBINSON

2015
17-  PIKETTY: IL CAPITALE NEL XXI SECOLO, E PRECEDENTI
18 - VECA E LE ALTERNATIVE
19 - IL LUNGO XX SECOLO DI GIOVANNI ARRIGHI
20 - L’UTOPIA ANTI-EROICA DI LUIGI ZOJA
21 - “ARMI, ACCIAIO E MALATTIE” NELLA STORIA MONDIALE DI JARED DIAMOND
22 - GOVERNARE IL CONSUMO DI SUOLO?
IL SAGGIO DI GIUDICE&MINUCCI E LA RICERCA EUROPEA OSDDT-MED
23 - REDDITO MINIMO GARANTITO IN EUROPA (MA NON IN ITALIA): “CONTRO LA MISERIA” DI GIOVANNI PERAZZOLI
24 - BIO-URBANISTICA A FAENZA, DI ENNIO NONNI&C.
25 - LO STATO INNOVATORE, DI MARIANA MAZZUCATO
26 - SOLIDARIETA', DI STEFANO RODOTA'
27 - MIGRAZIONI E LAVORI, NELLA RICERCA DI CAMILLA GAIASCHI
28 - L'ENCICLICA "LAUDATO SI'" DI PAPA BERGOGLIO

2016
29 - L'ULTIMA LEZIONE DI URBANISTICA DI BERNARDO SECCHI
30 - LA GRANDE FUGA, DI ANGUS DEATON
31 - LE CITTA' RIBELLI, RAPPRESENTATE DA DAVID HARVEY
32 - ERMANNO VITALE: UN ILLUMINISTA CONTRO IL BENE-COMUNISMO
33 - L’ANTROPOLOGIA, “CONTRO L’URBANISTICA” DI FRANCO LA CECLA
34 - L’UOMO COME TERZO SCIMPANZE’ SECONDO JARED DIAMOND
35 - LA "GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE" DI DANI RODRIK
36 - “LE CITTA’ FALLITE” DI PAOLO BERDINI COME STIMOLO AD UNA VERIFICA FATTUALE
2017
36 - “IL TRAMONTO DELLA RIVOLUZIONE”, ED ANCHE DELLA MODERNITA’  (E DEL  RIFORMISMO?) SECONDO PAOLO PRODI
37 - ” POSTCAPITALISMO – UNA GUIDA AL NOSTRO FUTURO” SECONDO PAUL MASON
38 - L’UOMO COME TERZO SCIMPANZE’ SECONDO JARED DIAMOND
39 - SETTE PASSI CON BECCHETTI PER CAPIRE L'ECONOMIA  (O ALMENO PROVARCI)
40 - LA FILOSOFIA DEI BENI COMUNI RAPPRESENTATA DA LAURA PENNACCHI




DAL 2018 SEGUE SU "ULTERIORI LETTURE 2"




1 - "SVEGLIATEVI!"     DI PIERRE LARROUTOURU

Stimolato dalla recensione/intervista su l’Unità, ho letto il breve pamphlet di Pierre Larrouturou “SVEGLIATEVI! (perché l’austerità non può essere la risposta alla crisi)” (editore PIEMME-ORA, 2012, pagg. 115, € 10,00).

Anche se in parte datato (inizio 2012, elezione di Hollande) e legato ad una specifica polemica da sinistra nella maggioranza presidenziale francese, da parte del gruppo “Roosvelt” (cui aderiscono anche Michel Rocard e Edgar Morin) mi sembra interessante per il respiro internazionale delle premesse e per la ricchezza delle proposte operative, per lo più a scala europea.

Riassumendo in breve, nella parte analitica, oltre a raccontare la crisi da sinistra nei termini che ormai conosciamo e condividiamo leggendo – ad esempio - Stigliitz e Gallino sul “finanz-capitalismo”, si sofferma in particolare sulla esplosività del debito americano e sulla (meno nota) bolla immobiliare cinese, paventandone anche una possibile via d’uscita militare/bellica.

Questi temi però non vengono ripresi nello svolgimento successivo del testo, che illustra  una serie di interventi praticabili in Europa, e che a me – come credo a gran parte dell’opinione pubblica di sinistra - appaiono ragionevoli e condivisibili (anche se mi piacerebbe una più scientifica dimostrazione sulla fattibilità ed efficacia), ma che purtroppo non mi sembrano divenuti effettivo patrimonio programmatico delle forze politiche della sinistra europea (a partire dal governo Hollande, come denuncia lo stesso Larrouturou, senza però domandarsi perché ciò avvenga: il Partito Socialista francese è ingenuamente ottimista sul rilancio del vecchio modello economico, oppure ci sono ragioni sociali di rappresentanza e consenso che incidono sul suo pensiero e sulla sua azione? Se fosse così, come influenzarlo? Con la sola forza polemica del pamphlet?):

-          Finanziamento del deficit pubblico pregresso a spese delle banche private (ipotizzando prestiti BCE attraverso la BEI a tassi prossimi allo Zero, come quelli concessi tra 2011 e 2012 al sistema bancario)

-          Istituzione di un imposta minima europea sui dividendi, per evitare il “dumping fiscale” da parte dei singoli Stati

-          Rivoluzione fiscale a danno dei più ricchi (agevolati negli ultimi decenni), con rimpinguamento delle casse statali

-          Guerra ai paradisi fiscali, con boicottaggio alle imprese che vi tengono filiali e obblighi di trasparenza dei bilanci

-          Tutela dai licenziamenti e lotta al precariato

-          Salario ai disoccupati (modello danese)

-          Separazione tra banche commerciali e banche d’affari

-          Vera Tobin Tax europea, con aut aut alla Gran Bretagna

-          Nuove norme ambientali e sociali nel commercio internazionale (e rispetto di quelle vigenti, violate da Cina ecc.), anche per frenare le de-localizzazioni

-          Investimenti massicci in edilizia residenziale

-          Green economy e Kioto 2 sul serio

-          Sviluppo della “Economia Sociale e Solidale” (3° settore?)

-          Ridistribuzione egualitaria dei tempi di lavoro e riduzione del ventaglio retributivo

-          Costruzione dell’Europa Democratica, con governo sovranazionale e poteri al Parlamento

-          Europa sociale (trattato specifico per dare contenuti ai diritti di cittadinanza).

Mi piacerebbe evidentemente vedere attuate queste direttive che potrebbero “ salvare” l’Europa. Ma  come si salva il mondo se incombono anche i mostri del disavanzo americano  e della bolla cinese?

2 - "CRITICA DELLA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE” di David Graeber ed. Eleuthera

David Graeber, antropologo americano, entrato in contrasto con il sistema accademico e divenuto ispiratore del movimento Occupy Wall Street, nel suo volumetto del 2007 (tradotto in Italia nel 2012 con il titolo “Critica della democrazia occidentale”) offre spunti interessanti, ed in parte per me nuovi, di lettura storica dei sistemi politici, anche se a mio avviso si chiude infine in una visione anarchica di scarsa prospettiva.


Nella rassegna storica presentata da Graeber emergono:


-          la confutazione della pretesa continuità di un “modello occidentale”  da Atene a Roma e poi dal Rinascimento all’Illuminismo, a partire dai limiti stessi della democrazia ateniese (sessista, schiavista, ostracista, bellicista, ecc.) e considerando poi anzi:


o   il disprezzo della democrazia in molte fasi della storia dell’Occidente, dalla stessa Roma al Cristianesimo, e poi nelle fasi iniziali delle rivoluzioni liberali,


o   la sistematica repressione dei movimenti democratici nelle colonie degli imperi occidentali;


-          la negazione del monopolio occidentale dei valori democratici, con il richiamo invece ad altre fasi e luoghi di potere diffuso, quali l’antica Mesopotamia, alcuni interstizi tra India e mondo Mussulmano, l’assetto delle tribù Maya dopo la distruzione dell’omonimo impero;


-          il disvelamento di specifici influssi esterni, nella formazione dei moderni stati occidentali, alternativi a quelli ideologicamente sbandierati (Atene e Rom repubblicana), e solo in parte ammessi od ammissibili dagli storici ufficiali, tra cui sugli stati nazionali europei l’impero cinese e sui nascenti Stati Americani sia la federazione degli irochesi (in particolare con il loro modello educativo non-repressivo) sia la stessa comunità dei pirati atlantici.


Nel suo ragionamento di fondo emerge a  mio avviso una giusta critica ai limiti teorici della stessa democrazia, in quanto “voto a maggioranza tra eguali”, sia per la frequente irrealtà della presupposta uguaglianza, sia per la violenza implicita nella decisione a maggioranza (suo limite esemplare l’ostracismo verso le minoranze).


Secondo Graeber tale assetto comporta o la diffusione del potere armato tra tutti i partecipanti al potere democratico, oppure un potere armato concentrato nello Stato per rendere effettive le decisioni della maggioranza.


Ne consegue una visione anarchica, che contempla la diffusione ugualitaria del potere in piccole comunità assembleari, dove si pratichi la ricerca del massimo consenso e della tendenziale unanimità, e si evitino le “spaccature” che prima o poi evocano la vendetta dei perdenti.


E sopra nessuna delega, nessuno stato, nessuna burocrazia.


Apprezzo questa attenzione all’inclusione (vedi Luigi Bobbio ed altri) ma non condivido questa visione “zapatista” che non prospetta nessun orizzonte di convivenza per i grandi gruppi sociali che la storia ha prodotto (vedi anche la mia recensione su Magnaghi in PAGINE, PARTE TERZA); come burocrate, seppure in pensione, mi sentirei inoltre assai disoccupato...


Mi sembra inoltre che la visione di Graeber, forse anche perché americano, trascuri parecchio la nostra esperienza europea:


-           di democrazia come stato di diritto (vedi Costituzione Italiana) e non solo come regime di decisioni a maggioranza: e quindi connotata innanzitutto da uno statuto dei diritti, sia delle persone che delle comunità, in particolare se minoritarie;


-          della democrazia come “patto sociale”, gestito storicamente dai corpi intermedi e capace in qualche misura di rendere organici i conflitti (di classe e non solo) e di far loro sopravvivere la convivenza statuale;


-          nonché, come mi segnala giustamente Anna, la fondamentale conquista illuminista della laicità (seppure radicata in alcuni aspetti della stessa etica cristiana), che differenzia parecchio l’Occidente da altre storie seppur interessanti di diffusione del potere in altre civiltà.


Suggerirei infine di non farsi fuorviare dalla prefazione all’edizione italiana,  di Stefano Boni, che piega il pensiero di Graeber in direzione assai più “antagonista”, con motivazioni poco condivisibili (del tipo, schematizzando: “lo scontro è necessario perché altrimenti i media non ci vedono”), soprattutto per chi, come me, ha attraversato l’estremismo degli anni ’70 con sofferenza e qualche consapevolezza (anche se l’emendamento in senso non-violento alle tesi del 1° congresso nazionale di Lotta Continua fu respinto, con qualche dileggio da parte di Guido Viale sulla pelle del Segretario provinciale di Varese, che correttamente aveva riportato la proposta votata dal congresso locale).

 

3 - LA PRIMA LEZIONE DI URBANISTICA DI BERNARDO SECCHI

Bernardo Secchi, “Prima lezione di urbanistica” – Laterza, Bari 2000 – pagine XI+200 - € 12,00 (e-book disponibile a 8,49 €)


Secchi è divenuto docente e preside della facoltà di architettura di Milano nella seconda metà degli anni 70, quando chi, come me, “aveva fatto il ‘68” si trovava  già disperso sul territorio a rimasticare il “riflusso” (delle lotte ’60-‘70); nonché a fare, nel mio caso ed a mio  modo, l’”urbanista condotto”.


Penso di non averlo nemmeno mai incontrato in convegni INU o regionali, ma l’ho man mano apprezzato, come uno dei maestri, qual è, dell’urbanistica italiana di fine ‘900, per i suoi testi pubblicati sulle riviste dell’INU (da ultimo a proposito del suo lavoro ad Anversa e Parigi, che ne testimoniano il ruolo internazionale, non comune tra gli urbanisti italiani) e, nel merito,  per la sua attenzione “in alto” alle radici etiche epistemologiche della disciplina e “in basso” alla concretezza del progetto del suolo e della sua gestione quotidiana manutenzione (fatica quotidiana di cui nel mio piccolo mi sono occupato come tecnico comunale).


Solo nel 2011 mi sono tardivamente imbattuto nella sua “1^ lezione” ed ho volentieri compiuto un ampio ripasso in materia, convenendo con uno dei suoi assunti fondamentali, che l’urbanistica non è una scienza.


Il volume, benché di “sole” 200 pagine, è molto denso, e quindi difficile da riassumere (consiglio piuttosto di leggerlo integralmente); schematicamente si occupa di:


-          Urbanistica (definizioni, origini storiche, rapporto con altre discipline)


-          Figure retoriche del racconto urbanistico (continuità, frammento, regolarità, concentrazione/decentramento, equilibrio, processualità)


-          Urbanisti (ruolo dialettico rispetto agli altri soggetti e agli altri saperi)


-          Radici storiche e culturali: storia dell’urbanistica non è “storia della città”, bensì “sapere nomadico ed esogamico”, sintesi spuria tra scienze naturali, e scienze sociali, arti figurative;


-          Città moderna e città contemporanea: ‘900 come transizione, disagio verso la modernità e sua nostalgia – aspetti fisici e sociali – esemplificazione su abitazioni, grandi contenitori, spazi aperti, dismissioni, mobilità;


-          Progetti ovvero tendenze: post-moderno, neo-classico, “renovatio urbis”; il piano come “macchina non banale”


-          Progetto della città contemporanea: “dispersione, frammentazione, eterogeneità, frammistione, accostamento paratattico e anacronistico di oggetti, di soggetti, di loro attività e temporalità, fanno sì che territori e città contemporanei non possono essere affrontati con progetti che si spingano in ogni punto ad un identico livello di definizione ---- ma ciò non significa che la città contemporanea non possa e non debba essere investita da un progetto concettualmente unitario”  “Città contemporanea che già esiste, ma resta in attesa di un progetto ---“


-          “Attraversare il tempo”: impossibilità di previsioni lineari e/o di prefigurazioni desiderabili – occorre costruire scenari, anche diversi ed alternativi, per far convergere, ne tempo e nello spazio, pluralità di attori singoli e divergenti (società di minoranze)  – non tanto obblighi e divieti (inefficaci e contro-producenti) ma “esplorazioni progettuali”: l’urbanista, oltre che produttore di progetti con un elevato contenuto tecnico, è produttore di immagini, racconti, miti” per dare “unitarietà all’interazione sociale, rendendola possibile” – urbanistica come scrittura ”epica e polifonica, che trascende la contingenza.


-          (Polifonia: l’intero testo è percorso da richiami e parallelismi con altre discipline scientifiche ed artistiche, tra cui la musica del ‘900, da Schonberg a Stravinski, a Berio, ecc.).


Il pensiero di Secchi cerca di superare una certa crisi dei modelli razionalisti e positivisti dell’urbanistica moderna, senza scadere nella accettazione acritica o peggio nella esaltazione della città caotica/diffusa/dispersa, alla ricerca di nuove e superiori razionalità (vedi POST su Boeri e gli ESPLORATORI DELLA CITTA' DIFFUSA,  e PAGINE- PARTE 3^).


Non mi convince però il nocciolo della contrapposizione da Lui proposta tra “città moderna” e “città contemporanea”, perché la prima, in Europa, non è di fatto mai esistita, se non come idea o progetto, oppure come frammento: quartieri periferici, new towns, alcune ricostruzioni post-belliche o dopo disastri naturali, sempre però parti di realtà urbane più vaste e complesse; solo in altri continenti si sono realizzate – e si stanno realizzando - intere città di nuova fondazione, coloniali o post-coloniali (Brasilia, Canberra).


La quasi totalità dei sistemi urbani europei ha attraversato la modernità come trasformazione, sempre incompleta e contradditoria, dei loro precedenti assetti di città più o meno antiche.


E anche l’urbanistica del movimento moderno al di là dei piani utopici e delle semplificazioni teoriche, ha sempre dovuto nei fatti fare i conti con la complessa stratificazione storica del territorio reale, non solo in termini di riconoscimento (e poi di tutela)  dei “centri storici”, ma anche riguardo a numerosi aspetti disciplinari, dalla conformazione delle reti di trasporto alla articolazione culturale dei bisogni (ad esempio a resistenza di parte degli ex-contadini ad inurbarsi in contenitori edilizi densi, con la propensione invece a varie tipologie di case, in rapporto residuale ma importante con il verde “agricolo”, seppur ridotto a orto o giardino: vedi INA-case, periferie a casette singole, villette a schiera).


In Italia, già la legge 1150 del 1942 (ma anche in nuce in parte i precedenti Piani Regolatori) prevedeva un approccio differenziato alla città “per parti”, e poi, dalla legge 765/67 (con il D.M. 2-4-1968) alle leggi regionali di prima generazione (es. Lombardia n° 51/75 e Piemonte n° 56/77), pur in un’ottica razionalista, i sviluppa un’attenzione al territorio piuttosto articolata, sia per tipo di aree (divise almeno in A-B-C-D-E), sia per problematiche, che iniziano ad essere variegate e “divergenti” da un’impostazione classica di puro disegno azzonativo: entrano l’idrologia, la geologia, l’ambiente, al tutela dei suoli agricoli …


Nel contempo irrompono nella prassi, con i movimenti degli anni ’60 e ’70, le soggettività dei bisogni, apparentemente “massificati” nelle tematiche (lavoro, casa, servizi, trasporti), ma nel profondo già ricche di elementi antropologici differenziati: ad esempio sul tipo di casa, sulla localizzazione di lloggi e servizi, sulla tipologia dei servizi ….


E con il “Rapporto di Roma” e la prima crisi energetica del 1973 anche la consapevolezza dei limiti delle risorse e della crescita.


Il periodo 1960-1980 a mio avviso contiene già gran parte degli elementi dialettici necessari per fronteggiare le tematiche attribuite da Secchi alla sola “città contemporanea” (eravamo già “contemporanei”, senza saperlo?).


E’ lo stesso concetto di “città contemporanea” ad essere oscuro, in quanto non opponibile alla “città moderna”: perché questa non esiste in quanto tale, in Europa, come sopra affermato, e perché comunque nella sua concretezza (diversamente che nelle teorie) la nostra modernità era già intessuta di contraddizioni tipicamente “contemporanee”.


Oltre alla relativa probabile obsolescenza dei termini (dopo il moderno è venuto il post-moderno; dopo il contemporaneo possiamo immaginare un “post-contemporaneo”?) mi permetto di avanzare il dubbio che il nocciolo della questione, per classificare storicamente le problematiche della evoluzione territoriale, risieda piuttosto nella diversa qualità dei modi di produzione (ad esempio città fordista e post-fordista, città in prevalenza industriale oppure terziaria), le cui dinamiche sono per altro differenziate nello spazio mondiale, nell’ambito del processo di globalizzazione, cosicché contemporaneamente coesistono fasi diverse (fenomeno più difficile da spiegare con la terminologia Moderno/Contemporaneo).  



15-01-2011  20-03-2013



4 - GRAEBER, 5000 ANNI DI DEBITI E CONFLITTI

Attirato dalla favorevole recensione sull’Unità di Alessandro Bertante (luglio 2012), dopo il pamphlet contro la democrazia occidentale (vedi mio Post “Graeber, critica anarchica alla democrazia”), mi sono applicato a leggre anche la più impegnativa opera di David Graeber “DEBITO - I PRIMI 5000 ANNI” (Il Saggiatore, pagg. 521 – di cui 150 di note - € 23).


Mi ha interessato il testo dell’antropologo americano, sia perché l’Autore è considerato un ispiratore del movimento Occupy Wall Street, sia perché il tema del debito appare centrale nell’attuale fase di crisi economica e sociale (vedi anche Finanzcapitalismo di Gallino, da me recensito in uno specifico Post, nonché, sempre in questo Blog, in PAGINE, PARTE 1^).


Come osserva Bertante, Graeber propone “un affascinante viaggio nella storia delle diverse civiltà”, entro cui ”pone in serio dubbio l’esistenza stessa del baratto come modello di rapporto commerciale dominante” e quindi l’astrattezza del concetto di “mercato” (come scambio teoricamente tra eguali), su cui si fondano le discipline economiche e nel suo insieme la cultura egemone dell’Occidente (sia nella variante neo-liberista che – secondo  Graeber – nelle modalità subalterne fatte proprie dal “movimento operaio”).


L’Autore soprattutto impiega il suo sapere antropologico, riferito sia alle civiltà antiche sia alle tribù primordiali esplorate negli ultimi decenni, per dimostrare quanto il baratto risulti marginale (limitato a parte degli scambi esterni alle comunità) rispetto ad assetti sociali impostati sulla comunanza delle risorse, sulla autorità “morale” e sugli incroci di “doveri” non quantificabili, ovvero di “debiti impagabili” (dall’amore materno/paterno/filiale alla riconoscenza per chi ti ha salvato la vita), che presentano pesanti smagliature solo nel trattamento da riservare al “nemico” (estraneo alla tribù), il quale può anche divenire schiavo ed essere considerato, conteggiato e scambiato come “numero” e non come “persona” (in tal modo, tra l’altro, lo schiavismo europeo nell’Africa nera riuscì ad avvalersi delle strutture tribali – al tempo stesso destabilizzandole - per approvvigionarsi di schiavi)

Graeber definisce tali società  “econome umane”, cui contrappone (schematizzo) le economie dello scambio, soprattutto se monetario, in cui prevale la spersonalizzazione dei rapporti, la quantificazione dei debiti e il venir meno del criterio di onorabilità per l’accesso al credito.
Mi sembra meno convincente (per la forse eccessiva ricerca di paralleli  e convergenze)  l’ampio affresco storico con raffronti internazionali sull’intero pianeta, così riassumibile:
-          Antichità, in cui tra l’altro, in Mesopotamia, come estensione del tempio e del palazzo, fondati sull’amministrazione dei beni comuni e sugli scambi di lavoro e cibo, emergono attorno al 3000 avanti Cristo anche i mercati ed i mercanti (nonché il prestito ad interesse), soprattutto in funzione del “commercio estero”, mentre ai margini si organizzano tribù di pastori/predoni antagonisti (inclusi coloro che sfuggono dalle città per evitare la servitù per debito);
-          Imperi assiali (quasi contemporaneamente, dall’800 avanti Cristo al 600 dopo Cristo, nel Mediterraneo, in India, in Cina), caratterizzati da militarismo, schiavismo, monete coniate in metalli preziosi (per il soldo agli eserciti e la spendibilità immediata anche in luoghi remoti e tra sconosciuti) e dallo sviluppo di pensieri “speculativi” (sia nel senso di una filosofia laica, sia in quello del calcolo di convenienza);     
-          Periodi “medievali” successivi, con forme statali ed economiche più labili e “locali”, in cui le antiche monete restano comunità di conto, ma non circolano, e si diffondono invece forme cartacee di regolazione di debiti e crediti, mentre le grandi religioni (ed anche le rivolte contadine, in Cina) mettono in discussione schiavitù ed usura, con il grande sviluppo dei mercati e mercanti mussulmani, attorno all’Oceano Indiano, liberi dalle ingerenze dello stato ed operanti sulla fiducia e l’assenza di prestiti ad interesse e viceversa con lo sviluppo pre-capitalistico dei grandi templi buddisti, imprese collettive e tesaurizzatrici;
-          Imperi coloniali e capitalistici “moderni” (dal 1450 d.C.), con il ritorno dei grandi eserciti, della monetazione metallica e della schiavitù (riservata, per i cristiani, alle razze inferiori ed esercitata in prevalenza fuori Europa) e con il progressivo “sdoganamento” dell’usura (sia per gli Ebrei che per i Cristiani, con le Riforme protestanti a fare da traino), fino all’affermarsi del paradigma indiscusso della presenza costante del prestito d interesse (e più modernamente con il connesso dogma della “crescita del PIL”); interessante vedere l’inizio della globalizzazione, dal 16^ secolo, con il flusso massiccio di argento dall’Europa e dall’Africa, e poi dalle Americhe, verso la Cina, bisognosa di moneta metallica ed esportatrice di merci pregiate;
-          Età contemporanea o dell’incertezza (parole mie) ovvero “L’inizio di qualcosa ancora da definire”, a partire dall’abbandono americano della convertibilità dollaro-oro (1971) e dalla diffusione del debito privato (che i poveri però devono vivere come “colpa”, mentre banchieri e speculatori si fano rimborsare dagli stati) e pubblico, questo causato e ad un tempo  e sorretto – per gli USA – dall’esercizio della loro forza militare mondiale.


Mi sembra molto valido il punto di vista non-euro-centrico dell’intero panorama geo-storico e l’approccio dialettico, che evidenzia i conflitti e le crisi, opponendosi a visioni tradizionali di sviluppo lineare e di progressismo ottimista e superando lo schematismo del Marx di “Forme economiche precapitalistiche” (da correlare però alle limitate conoscenze storiche ed archeologiche del tempo).

Meno valida invece la spiegazione della svolta capitalistica dell’Occidente cristiano (aggravata del traduttore che propone “avarizia” in luogo di “avidità”, probabilmente “greed” nel testo originale) che – anche prima della legittimazione luterana e calvinista del prestito ad interesse - ha visto svilupparsi nel suo ambito il successo economico e politico-militare dei banchieri (a partire da Firenze e Genova) e  nonché forti correnti di imperialismo predatorio già prima del Rinascimento, con l’intreccio tra Crociate e repubbliche marinare/corsare, e poi – anche in piena area cattolica -  con l’imperialismo coloniale. 


Ancor meno convincente mi è sembrata la parte finale, che – forse anche per un’ottica nord-americana, che contempla sindacati deboli, proletari militaristi e indebitamento di massa – sottovaluta di fatto la contraddizione tra lavoro salariato e capitale (non solo in Occidente, ma nelle nuove città-fabbriche dell’ex “terzo mondo”), evidenziando - a mio avviso eccessivamente - gli sconfinamenti del primo nel ritorno allo schiavismo e del secondo nella pura rapina “a mano armata” (nel senso del sostegno politico-militare), e privilegiando la questione del debito, non tanto come struttura macro-economica (vedi Gallino), ma soprattutto a livello antropologico: la ricchezza come dono di Dio e il debito come colpa da espiare

Ad esempio evidenzia l’iniquità dei debiti di studio per gli studenti universitari anglo-sassoni, proponendo come via d’uscita (destabilizzante) l’azzeramento dei debiti stessi e non considerando altre alternative nell’ambito della ridistribuzione del reddito, quali la rivendicazione di salari più alti per i genitori oppure di borse di studio e/o gratuità degli studi superiori (perché comunque il capitalismo non potrebbe soddisfare richieste universaliste, senza andare in crisi).


“Debitori di tutto il mondo unitevi” sembra essere la parola d’ordine per la rivolta anticapitalista ed anti-statuale tratteggiata da Graeber, per ora solo in negativo: per l’Autore è preliminare demolire il paradigma culturale del baratto e del debito;  dove andremo lo si scoprirà poi; forse a partire dall’Irak, dove il prestito ad interesse è stato inventato nel 4000 a.C. e poi sospeso per mille anni dai mussulmani; forse altrove.

L’insieme del messaggio mi sembra molto stimolante sotto il profilo culturale, come sollecitazione a rivisitare molte categorie del pensiero corrente esercitando una sorta di “microfisica del potere economico”; poco convincente sotto il profilo della proposta politica, perché se è vero che non si vedono in campo valide alternative di riformismo radicale adeguate alle dimensioni della crisi del finanz-capitalismo (vedi mia nota ai limiti della linea Gallino), pare difficile generalizzare come modello la rivolta dei contadini-debitori che incendiano il municipio con li registro dei debiti, oppure accontentarsi di un anarchismo de-costruttore, rinviando ad un domani imprecisato gli indirizzi per ricucire il tessuto sociale, cioè accelerare la crisi, in quanto ineluttabile, e prepararsi culturalmente alle bellezze di un nuovo medioevo.
09-05-2013

5 - FINALE DI PARTITO, SECONDO MARCO REVELLI
Marco Revelli in “Finale di Partito” - Einaudi 2012, pagg. 117 -  svolge una analisi approfondita e di taglio scientifico sul fenomeno della crisi dei partiti, andando oltre i facili scandalismi sulla “casta” ed oltre le schermaglie quotidiane del chiacchiericcio politico-giornalistico.  
Benché ricco di note e citazioni, in quanto ancorato ad un vasto repertorio di dati elettorali e connessi nonché ad un solido retroterra di letture storiche e sociologiche (che includono alcuni degli autori recensiti nel mio blog, da Luciano Gallino a Zigmunt Bauman e che sono comparate criticamente, come anche a me piace fare), il libro risulta agile e leggibile, anche perché scritto con indubbie capacità narrative.


Il testo prende le mosse, con un’apparenza di “instant book”, dagli “tsunami” elettorali del 2012  in Grecia (politiche ripetute) ed in Italia (amministrative), ma – pur non potendo prevedere i successivi sviluppi italiani del 2013 (recupero di Berlusconi e straripamento di Grillo alle politiche in febbraio, con successivi sgonfiamenti alle amministrative di maggio-giugno; “mancata vittoria” del PD a febbraio e sua tenuta, ma con perdita di voti assoluti, nelle comunali) - conserva la validità delle sue considerazioni di fondo sulla crisi dei partiti nella società occidentale post-moderna (rispetto al secondo Novecento), che si possono così schematizzare:
in un quadro sociale caratterizzato da:
o   globalizzazione (e crisi)
o   salto tecnologico dei media e delle comunicazioni
o   scolarizzazione di massa
o   diffusione e poi incertezza del benessere
o   frammentazione sociale e individualismo
si manifesta un inevitabile parallelismo tra crisi del modello produttivo “fordista” e del sistema statuale “burocratico-weberiano” e crisi dei partiti di massa in quanto “fabbrica della decisione e del consenso”, con crescenti manifestazioni di intolleranza da parte della base elettorale verso le espressioni oligarchiche del potere formalmente “democratico”. 


L’intreccio tra impresa fordista, burocrazia moderna e partiti di massa è indagato da Revelli fin dal suo sorgere, nel primo Novecento, con il supporto tra l’altro del pensiero di Antonio Gramsci; nell’insieme queste forme organizzative tendono a “combinare un insieme complesso di uomini e di tecniche secondo un piano di perfetta razionalità, in modo tale da massimizzare i risultati minimizzando i costi”: economie di scala, specializzazione  delle mansioni, gigantismo, integrazione verticale (fare tutto all’interno dell’azienda ovvero dell’organizzazione); sul finire del secolo invece, data l’insostenibilità dei costi fissi dell’impresa fordista a fronte della saturazione parziale e della volatilità dei mercati,  emergerà il “toyotismo”, puntando invece su decentramento, delocalizzazione, esternalizzazione, “reti lunghe” e “autonomazione”, e arrivando a sostituire quindi la mano visibile dell’organizzazione (che faceva tutto in proprio con costi crescenti) con la “mano invisibile del mercato” (dove tutto può essere acquistato a prezzi decrescenti).


La “necessaria” deriva oligarchica dei partiti è descritta da Revelli appoggiandosi (a mio avviso su questo con limitato distacco critico), alle tesi espresse nel 1911-12 di  Roberto Michels, intellettuale e attivista proveniente dalla socialdemocrazia tedesca, poi approdato al fascismo italiano passando, come Mussolini, dall’esperienza dell’anarco-sindacalismo di Sorel (e subendo l’influenza di Pareto e Mosca e delle loro teorie cinico-conservatrici sulla formazione e riproduzione delle élites).
Secondo Michels, in accordo con lo scientismo del suo tempo, esiste una “ferrea” legge che determina, dato l’alto numero dei simpatizzanti e militanti di base (e la assoluta ininfluenza che può esprimere l’azione di ciascuno di essi senza l’organizzazione), la necessità di una articolazione piramidale del partito, con organismi centrali in grado di controllare le strutture di servizio (finanziamento, stampa, sicurezza), le cariche elettive nelle istituzioni, e di assumere le decisioni, strategiche e tattiche, con la dovuta rapidità.
L’aspetto rigido dell’organizzazione si accentua per i partiti rivoluzionari od antagonisti.
Sulla gerarchia funzionale tra base, quadri intermedi e vertice nazionale, si innestano tipici comportamenti psicologici, sia da parte delle masse (delega fideista e tendenziale culto della personalità) sia da parte dei capi, che – sulla scorta della professionalità acquisita -  tendono inesorabilmente a considerarsi insostituibili e quindi rafforzano le loro posizioni con meccanismi di cooptazione.
(Silvano Andriani recentemente su “l’Unità”, appoggiando il tentativo di rifondazione del PD da parte di Fabrizio Barca, liquidava le tesi di Michels come non-attuali: potrei condividere  questo giudizio, se venisse però dettagliatamente dimostrato, come Andriani non fa; lo stesso Barca nel suo documento “Un partito nuovo per un buon governo”, pur richiamando più volte il testo di Revelli, si defila in realtà dal confrontarsi a fondo  nel merito della ineluttabilità o meno dell’oligarchia – vedi mio Post del 23-06-13)


Nelle trasformazioni del secondo Novecento, Revelli prende in considerazione diverse letture, da quella di Schumpeter che vede la democrazia rappresentativa come un’oligarchia temperata, con possibilità di scelta tra diverse élites, a quella di Sennet che evidenzia l’ipertrofia dell’Io, il crollo del confine tra sfera privata e sfera pubblica per i leaders, umanizzati dal gossip ma comunque separati in un “mondo a parte”, fino alla società liquida di Bauman (rimando al mio Post) e alle visioni di Ronald Inglehart sull’individualismo “metropolitano” e sulla prevalenza dei “bisogni immateriali” (che sgretola l’omogeneità dei bisogni materiali su cui si fondavano i partiti di massa).


Su questo sfondo, la ricerca di Revelli si concentra soprattutto sulla crisi dei partiti di massa della sinistra europea, travolti dalla crisi del fordismo nella capacità di rappresentare i bisogni sociali, colpiti dalla volatilità elettorale e – con il volontariato dei militanti in calo – stretti nella morsa tra i costi incomprimibili dell’organizzazione storica (i funzionari) ed i nuovi e crescenti costi esterni per la comunicazione specializzata sui media, che non può essere auto-prodotta (per questioni di professionalità, di tecnologia e di insediamento nel mercato dell’audience); con il tentativo delle primarie come evento democratico, che copre, ma non corregge, la rigidità delle oligarchie interne.
In particolare il testo analizza  la curva esponenziale delle spese per le campagne elettorali, sia negli USA e Canada, sia in Europa, e individua una costante statistica per cui comunque risulta vincente il candidato che ha potuto spendere di più.
Una tendenza che spiega perché i partiti, ormai ridotti ad uno stato tra il liquido e il gassoso, risultino compressi in una morsa triangolare, tra il potere economico, quello mediatico, ed i comportamenti sempre meno prevedibili della base elettorale


Nella parte finale di “Finale di partito”, Revelli si interroga  sui possibili esiti delle evoluzioni in atto e sulla prospettiva di una democrazia senza partiti, così come la democrazia dei partiti sostituì quella dei notabili tipica dell’Ottocento (quando la base elettorale era ristretta dal censo e assai limitati erano i mezzi di comunicazione).
Tra le ipotesi considerate da Revelli:
- la “democrazia del pubblico” secondo Bernard Manin, che non si riferisce ai “beni comuni”, bensì al pubblico delle rappresentazioni mediatiche, “audience” da conquistare da parte di “imprenditori politici” (l’Italia di Berlusconi e poi di Grillo&Casaleggio a mio avviso costituiscono validi esempi);
- la mitologia della democrazia “istantanea”  secondo (per l’appunto) Grillo&Casaleggio, che attribuiscono alle nuove tecnologie un imminente salto  sociale democratizzante, simile a quello della riforma luterana (resa possibile dalla stampa di Guttemberg), con un superamento dei vecchi media settoriali ed una esaltazione dei caratteri – post-ideologici e post-leaderistici (?!) – della “rete” e della sua trasparenza, accessibilità e immediatezza: ma – osserva lo stesso Revelli, già nel 2012 – lo stesso MoVimento 5 Stelle risulta esposto alle leggi della gerarchia, e la riduzione del confronto ad un Clik binario (si/no) ovvero referendario schiaccia tutte le necessarie mediazioni ed articolazioni, deprimendo il patrimonio stesso di un’utenza più istruita (Revelli trascura inoltre la scarsa trasparenza tecnica che può imperversare nel web proprio per le sue intrinseche complessità, e di cui lo spionaggio massiccio degli USA anche tramite i social-network tipo FaceBook, e la stessa opaca company di Casaleggio sono recenti esemplificazioni);
- la “contro-democrazia” di Pierre Rosanvallon, che non coincide con l’antipolitica, perché – malgrado i rischi del populismo – nelle società iper-complesse, dove regnano la fine dell’ottimismo tecnologico, il rischio e  l’imprevedibilità economica, e vengono meno le “basi materiali della fiducia sociale”, tuttavia il “popolo”, consapevole di non esercitare “il potere”, sempre più svolge direttamente compiti di controllo, di “interdizione” , configurando una sorta di “democrazia negativa”, che cresce in proporzione alla “entropia rappresentativa” cioè al logorarsi delle forme tradizionali di rappresentanza;  Revelli accenna su questo tema anche al dibattito tra Laclau, che intravede nel populismo una  positiva ricostruzione del “noi” oltre l‘individualismo, e Zizek, che invece ne evidenzia le pericolose artificialità, trattandosi di forme di riunione di un popolo socialmente dissolto: sullo sfondo le “masse negative” di Elias Canetti (e di mio aggiungerei anche le riflessioni di Maffesoli sulle “nuove tribù);
- le forme di democrazia locale, care a Ulrich Beck (e anche a Magnaghi ed altri, vedi mio Post sul “Localismo cosmopolita” del 27-02-13), e verso cui propende forse lo stesso Revelli, che vedono una nuova cittadinanza attiva dal basso, preparata ed esigente, su livelli per il momento “orizzontali” e “sub-politici”, ma anche capace di protagonismi a scala nazionale, come i referendum sull’acqua, giustamente difesi – nota Revelli a inizio di volume – dalla Corte Costituzionale con una storica sentenza che esplicita i limiti di sovranità degli eletti rispetto alla sovranità degli stessi elettori (Revelli in una recente intervista non esclude nemmeno, dall crescita dei movimenti, una possibile rigenerazione dei partiti).                  

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Recentemente il vice-ministro Stefano Fassina, alla presentazione del libro di Pierre Carniti “La risacca – il lavoro senza lavoro“, ne raccomandava una sorta di obbligo di lettura per tutti i (numerosi) candidati alla Segreteria del PD; io volentieri (in attesa di leggere Carniti, anche se al PD non sono nemmeno iscritto) aggiungerei l’obbligo di leggere “Finale di Partito” di Revelli (e bibliografia connessa), nonché di girare per il Paese (come sta meritoriamente facendo Barca, pur senza candidarsi), per capire nel concreto la distanza tra “circoli” e società, e tra lo strato dei militanti/simpatizzanti ed il mondo del vertice nazionale del Partito.


Mi rendo conto di aver sempre un po’ sottovalutato il tema del Partito, dai tempi giovanili  del collettivo Autonomo dii Architettura di Milano e di Lotta Continua, fino al mio saggio sulla Sostenibilità urbana  (vedi pag. “Parte IV” e post “Proposte di legislazione ---“ del 15-03-13)  privilegiando sempre i temi della società “tal quale” e – nel suddetto saggio – il problema “in astratto” della organizzazione del consenso e di un programma riformista radicale, senza analizzare la concretezza della sinistra italiana oggi.


Non sono forse in questo isolato; il tema dell’organizzazione politica è stato confinato a lungo, a sinistra, nell’ambito dell’ideologia oppure degli oscuri specialisti in statuti e regolamenti, salvo aprire – senza troppe riflessioni – ai maghi dei sondaggi e delle primarie (cioè in sostanza all’ideologia della comunicazione pubblicitaria): ed oggi sembra che nel PD (tranne Barca – con Civati nella sua scia - , Reichlin e pochi altri) si discuta di “regole” (a partire dallo stesso Matteo Renzi) solo per favorire o impallinare Matteo Renzi.
A sinistra del PD in merito non vedo molte luci (tranne gli intellettuali d’area, come  Revelli), e all’orizzonte solo l’abbagliante deserto del non-statuto di Beppe Grillo (molti, troppi, gli accecati dai miraggi).  


Revelli mi ha chiarito come pochi altri prima (ad esempio femministe ed operai nella dissoluzione di Lotta Continua attraverso il congresso di Rimini - 1975) lo spessore sociale della stessa questione del Partito (allora un partito presunto rivoluzionario, oggi uno o più partiti presunti riformisti).
Ne nasce uno stimolo – a mio avviso importante per tutta la sinistra – a considerare la continuità tra l’approccio scientifico/sociologico e quello storico/politico sia ai temi della società (e quindi dei programmi) sia ai temi dei soggetti politici (e quindi dell’organizzazione), senza artificiose e cristallizzate separazioni.
Sempre nella consapevolezza “scientifica” di stare nell’età dell’incertezza, e quindi di porsi domande senza essere sicuri di trovare le risposte.

06-07-13

5 BIS - INGLEHART E LA POST-DEMOCRAZIA



Stimolato dai riferimenti bibliografici di Marco Revelli in “Finale di partito”, sono risalito ad una delle sue fonti di riflessione, “La società postmoderna” di Ronald Inglehart (Editori Riuniti – 1998 – pagg. 478), sociologo del Michigan e coordinatore a livello internazionale delle campagne di indagini demoscopiche “World Values Surveys”, svolte ripetutamente con domande identiche (o quasi) in 43 paesi.

In particolare il testo descrive ed analizza gli esiti dei rilevamenti del 1981 e del 1990, affiancandoli ad alcuni risultati – per il solo campo dell’Europa comunitaria – del cosiddetto “Eurobarometro” e ad altre ricerche più puntuali.

Anche se le valutazioni di Inglehart e collaboratori sono intrecciate con la lettura di altri dati statistici “oggettivi” (ad esempio la crescita del PIL, la demografia, i rivolgimenti politico-istituzionali), la materia prima dello studio è costituita dalle “opinioni” della popolazione, rilevate tramite questionari a campione, ed in particolare dai valori medi a livello nazionale (e talora a livello locale) delle diverse risposte, confrontate con quelle delle altre nazioni e nel divenire temporale, in parte anche prima del 1981 e dopo il 1990 (ma purtroppo non dopo il 1996, data della ricerca, la quale pertanto ha potuto misurarsi solo con alcune recessioni cicliche del secondo ‘900 in singole aree geografiche, ma non con il tema della grande recessione successiva al 2007).

La fede di Inglehart e degli altri ricercatori nelle opinioni  e nelle “medie” risulta priva di qualsivoglia forma di dubbio, riserva o “istruzione per l’uso”: per esempio tra gli indicatori assunti figura la risposta a quesiti circa l’adesione degli intervistati ad organismi di volontariato, senza che vi sia alcun riscontro sul dato oggettivo delle iscrizioni effettive a tali  associazioni; in generale non si da peso alla preoccupazione circa l’attendibilità delle riposte e circa le distorsioni tipiche che alcuni sondaggi comportano; le medie nazionali – ammette Inglehart - rischiano di rafforzare stereotipi e luoghi comuni, ma il rischio viene accettato senza specifici rimedi (quali ad esempio la rilevazione dell’ampiezza degli scostamenti rispetto alle stesse medie): pare che la raffinatezza degli algoritmi di calcolo appaghi i ricercatori riguardo alla scientificità del loro lavoro, come spesso accade negli ambiti specialistici.

(Accettando il criterio delle medie nazionali, appare alquanto affascinante la ricomposizione della costellazione dei risultati nelle illustrazioni tabellari, ovvero nello spazio cartesiano delle matrici dei dati: le nazioni formano nuove arcipelaghi ed i continenti sperimentano nuove derive nei quadranti delle opinioni). 

L’assunto di fondo della ricerca consiste nella individuazione di un percorso “tipico” (e quindi addirittura prevedibile, per il futuro delle nazioni ancora sotto-sviluppate) nel processo di sviluppo economico delle singole nazioni, evidenziando che – salvo eccezioni, spiegate soprattutto con l’incertezza determinata da rivolgimenti politico-istituzionali (ad esempio Sud Africa ed Est Europa) - :

-          nel passaggio dall’economia di sopravvivenza al decollo industriale si rilevano mutamenti nel sistema di pensiero, correlati al venir meno della preoccupazione basilare per la sussistenza, con l’abbandono delle ideologie tradizionali (in materia di religione, famiglia, autorità) e l’istaurazione di criteri “legal-razionali”, ma molto legati agli aspetti materiali dell’esistenza e con una prevalenza di componenti autoritario-burocratici;

-          con il successivo raggiungimento di livelli diffusi di benessere materiale e quindi con il calare della “utilità marginale” della maggior ricchezza, insorgono invece valori cosiddetti “post-materialisti” o postmoderni, come l’attenzione alla libertà individuale (propria e altrui), all’ambiente ed alla qualità della vita, e l’insofferenza verso lo statalismo e l’eccesso di burocrazia (ed anche verso i partiti di massa): tra questi valori si afferma una qualche  rivalutazione della famiglia e della religione, ma  non in termini di riproposizione della cultura tradizionale (altra cosa è la rinascita dei fondamentalismi religiosi, che Inglehart vede come reazioni marginali alla progressiva secolarizzazione, forti solo in contesti ancora privi di una effettiva modernizzazione: tesi discutibile, ed in effetti contrastata da altri e diversissimi autori, da Samuel P. Huntington a Ulrich Beck));

-          i mutamenti nel sistema di opinioni non sono lineari, ma subentrano con i ricambi generazionali, perché l’assetto ideologico delle persone si “cristallizza” per lo più all’età della formazione e poi tende a conservarsi con limitati aggiornamenti.

Altro aspetto ampiamente indagato è la natura delle correlazioni tra cultura e sviluppo, con una interpretazione che tende a superare la contrapposizione tra Marx (la struttura determina la sovrastruttura) e Weber (lo sviluppo capitalistico come prodotto dell’etica calvinista), rilevando invece le reciproche interferenze tra progresso materiale ed evoluzione culturale, soprattutto in termini di attenzione alle propensioni culturali, quali ad esempio la motivazione individuale al successo (contrastata spesso dalle culture religiose tradizionali) come premessa rilevante per lo sviluppo socio-economico.

Anche i rapporti tra le istituzioni democratiche ed il necessario substrato culturale di lungo periodo (ad esempio gli indicatori della fiducia nel prossimo e della partecipazioni ad associazioni), in relazione  con lo sviluppo economico, sono studiati come interrelazioni aperte e non univoche (ad esempio risulta difficile la democrazia senza benessere, mentre è possibile il progresso economico senza democrazia).

Mi sono sembrati molto interessanti (anche in relazione al testo di Revelli), ma non del tutto convincenti, gli sviluppi della ricerca sui valori post-materialisti in campo politico, con le seguenti affermazioni principali:

-          l’apprezzamento per la democrazia sarebbe comunque in crescita, pur in presenza di disaffezione al voto ed alla vita dei grandi partiti, perché nel frattempo aumenta l’attivismo e la partecipazione ad iniziative di tipo diretto

-          l’ecologismo (con agli antipodi i localismi xenofobi di reazione alla modernità) si porrebbe come un nuovo asse discriminante, “ortogonale” alla tradizionale polarizzazione destra/sinistra.

L’analisi, riferita soprattutto all’Europa Occidentale (perché negli USA il bipartitismo formalmente tiene di più, anche per il sistema elettorale iper-maggioritario), coglie abbastanza bene la problematica specifica delle leadership dei partiti di sinistra, costretti a non correre troppo avanti, verso i giovani ed i nuovi ceti medi “post-materialisti” (problematiche di genere, ambientalismo, democrazia diretta), per il rischio di perdere i contatti con l’elettorato tradizionale dei lavoratori manuali più anziani, attratto anche dai populismi xenofobi.

Tuttavia mi sembra che la lettura di Inglehart sulla storia della sinistra europea sia troppo schematica, per esempio per l’accento da lui posto sulla tematica della “proprietà pubblica di mezzi di produzione”, che in realtà si è estinta abbastanza presto, nei primi decenni post-bellici, e per la difficoltà a spiegare come comunque il “quadrante”  tra sinistra e nuovo polo “post-materialista” sia assai più fecondamente frequentato (vedi quanto meno in Germania e Francia) del contiguo quadrante tra destra e nuovo polo (forse l’asse non è così “ortogonale”?).

Peculiare l’errore storico, a pag.118, circa i post-comunisti italiani: Inglehart attribuisce il passaggio dalla sconfitta del 1994 al successo del 1996 ad un mutamento programmatico del PdS, mentre a mio avviso – a parità di evoluzione programmatica - vi fu soprattutto la formazione di un sistema di alleanze (in verità assai fragile) più consono alla legge elettorale maggioritaria, in una fase di temporaneo indebolimento dei legami Lega/Berlusconi sul fronte di destra.

Di specifico interesse mi è parsa, inoltre, la digressione iniziale sulla compresenza e divergenza tra il fenomeno effettivo della “post-modernità” (vedi quanto sopra riassunto come “post-materialismo”) e le ideologie dei pensatori post-moderni – Lyotard, Derrida -  che Inglehart  espone nel cap. I, mostrando di non ritenerli effettivamente rappresentativi della realtà in esame.

13-08-2013

6 - MATRIMONI E PATRIMONI, RELIGIONI E MERCATO NELLE RICERCHE DI GERARD DELILLE
Attratto dalla recensione di Miguel Gotor su “la Repubblica” dell’ormai lontano 21-agosto 2013, ho letto “L’economia di Dio”  di Gèrard Delille (ed. Salerno, pagg. 276, € 16, e-book € 8,99), scegliendolo tra altri saggi anche perché era tra i non molti disponibili su e-book (purtroppo in formato “pdf”, che – quanto meno sul mio lettore Sony - perde qualche riga a inizio e fine-pagina se si sceglie un carattere tipografico più grande dell’originale, obbligandomi così a leggerlo in proporzioni micro)

La presentazione di Gotor mira alle tesi sostanziali del testo di Delille, e cioè la correlazione tra “matrimoni” e “patrimoni”, tra i precetti religiosi, soprattutto in materia di matrimoni tra parenti (cognati, nipoti e zii) nelle 3 religioni monoteiste del mediterraneo (ebraismo, cristianesimo ed islamismo) e l’evoluzione dei rapporti socio-economici nelle correlate civiltà, nel corso degli ultimi 2 millenni ed a partire dai precedenti assetti sociali e culturali.
Il testo di Delille, in realtà, soprattutto nella prima parte, è anche e soprattutto un resoconto piuttosto analitico sulle ricerche specifiche, dell’Autore e di altri soggetti, sulle vicende dinastico-familiari in segmenti particolari delle suddette storie millenarie: per un verso un po’ noiose, perché dilungano l’attesa del lettore interessato alle conclusioni in materia di economia politica, e per altro verso in sé talvolta divertenti, per la concretezza umana delle vicende indagate (soprattutto quando si intravedono mascheramenti di matrimoni tra cugini, in epoche e luoghi di proibizione, oppure palesi abbellimenti postumi di alberi genealogici di dubbia certezza).
Ed il merito di Delille, a mio avviso, è proprio quello di stare attinente al tema, pur suggerendo linee interpretative di ampio respiro (in sintesi, il divieto di matrimoni “endo-gamici” tra i cristiani per circa un millennio, dal 700 al 1700, motivato forse dal tentativo di privilegiare i patrimoni ed i poteri delle istituzioni ecclesiastiche, innesca di fatto un ruolo più autonomo della donna, una mobilità dei patrimoni e alla fin fine l’autonomia dei mercati dai sovrani e l’intraprendenza delle imprese capitalistiche) registrando però le aporie, le contraddizioni e le incertezze degli sviluppi storici, in cui le correlazioni tra dinamiche matri-patrimoniali ed assetti socio-politici non assurgono mai a leggi oggettive ed univoche (come invece traspare dalla recensione di Gotor).

Ad esempio, segnala Gotor, tra i cristiani “il divieto di unione tra parenti e la capacità della donna di ereditare --- hanno consentito una maggiore circolazione delle ricchezze e la formazione di un mercato autonomo, ma anche l’unione di Regni diversi, senza guerra né sangue, bensì per via matrimoniale”; laddove Delille rileva anche la compresenza di tendenze opposte, e cioè il permanere della distinzione delle eredità paterne da quelle materne, con la trasmissione separata a diversi successori (esempio due fratelli), sia al livello delle massime potenze (vedi la divisione tra Asburgo d’Austria e di Spagna dopo Carlo V e le successive norme dinastiche in tal senso nelle principali monarchie) sia al livello “molecolare” dei “masi” e di simili possedimenti agrari in diverse regioni europee, dove vige il maggiorascato (e quindi un quasi-schiavismo verso i cadetti), e però i singoli poderi non possono essere ridotte o ampliate fuori da sostanziali parametri di equilibrio con le forze e i bisogni del nucleo familiare e di equità tra i capo-famiglia.
Una limitazione comunitaria (non comunista) alla proprietà fondiaria, che inibisce l’accumulazione di tipo capitalista (limita le forme di schiavitù extra-familiari), e contrasta l’altra linea di tendenza rilevata da Delille nel medio-evo cristiano (sulla scia di un testo di Paolo Prodi che mi incuriosisce leggere), e cioè la trasformazione dei feudi da beni imperiali a proprietà private, con la disgregazione definitiva dello stato imperiale romano e del connesso sistema schiavistico.

            Lasciando a parte l’ebraismo, di forte interesse antropologico, ma di scarso peso socio-politico, trattandosi di minoranze “in diaspora” senza un proprio stato fino alla metà del secolo XX (seppur con forte impatto nelle società occidentali, dopo l’emancipazione dai ghetti), il testo si profila in sostanza come una comparazione tra società cristiane e società islamiche, individuando una sorta di arretratezza od inferiorità crescente di queste ultime, tutt’ora in atto riguardo allo status di inferiorità giuridica e sociale della donna ed alla mancanza di distinzione tra stato e mercato, mentre ai cristiani, pur attribuendo anche a loro una giusta dose di misfatti, Delille (sulla scia del suddetto Paolo Prodi), riconosce meriti sostanziali, non solo sulle 2 questioni specifiche (donna e mercato), ma sull’indotto effetto del dinamismo imprenditoriale (e parallela crescita delle più diverse norme di regolazione dell’economia; fino alla fase più recente della globalizzazione, in cui Delille rileva lo strapotere del mercato e l’indebolimento delle regole).
            Dietro questo giudizio (o pre-giudizio?) ci sono a mio avviso un bel po’ di nodi da districare, a partire dallo schiavismo, dissolto in Europa ma nel contempo decisivo per le “sorti progressive” dell’umanità occidentale, fondate di fatto sull’espansione coloniale ed imperialista, di nuovo schiavismo assai impregnata.
Mi sembra interessante in proposito il parallelo oppositivo con i testi di Graeber, già da me recensiti, che viceversa – fondandosi probabilmente su simmetrici pre-giudizi - esalta l’onestà e funzionalità del mercato islamico (in assenza di prestiti ad interesse), e la neutralità del potere politico e religioso verso di esso e vede nell’origine teologica del capitalismo cristiano (attraverso il lungo dibattito sull’usura e la finale vittoria della finanza) una solida ragione della sostanziale nefandezza degli ultimi secoli di sviluppo della globalizzazione.

DICEMBRE 2013

7 -  ESPLORAZIONE E MONITORAGGIO DI QUARTIERI SOSTENIBILI, IN EUROPA, A CURA DI CECCHINI E CASTELLI

Presentato su “Urbanistica Informazioni” n° 248/2013 da una breve recensione di Paolo Avarello, il volume “Scenari, risorse, metodi e realizzazioni per CITTA’ SOSTENIBILI”, a cura di Domenico Cecchini  e Giordana Castelli (Gangemi editore 2013, pagg. 208, con DVD, € 25,00, non disponibile in e-book), riprende aggiorna ed allarga la ricerca universitaria già pubblicata nel 2010 sul n° 141 di “Urbanistica” su alcune realizzazioni di quartieri “ecologici” in Europa, integrandola con alcuni saggi introduttivi e conclusivi, interessanti ma non molto “sistemici”, di:
-          Lorenzo Bellicini (CRESME) sui “cicli edilizi”, produttivi e finanziari, a partire dai dati dello stesso CRESME, con specifiche riflessioni macro-economiche sul “sesto ciclo” 1996-2012 spentosi nell’attuale e più generale crisi e sui nessi tra demografia, migrazioni, domanda, risparmio, debito, produzione e bolle speculative (il tema mi rammenta uno dei miti culturali nei miei primi anni di università, ad architettura di Milano dal 1967, e cioè la “tesi-di-laurea-di-Ciro-Noja”);
-          Roberto Camagni (Politecnico Milano) sulle potenziali modalità per prelevare dalla rendita urbana, nelle fasi di trasformazione, le risorse necessarie alla qualità dei servizi (come già ho osservato altrove, tale saggio non si estende ad un esame della fiscalità ordinaria sulle transazioni immobiliari);
-          Francesco Rubeo (Sapienza Roma) sul ruolo dei soggetti pubblici e privati e sulle nuove regole necessarie per svilupparne la indispensabile collaborazione, nell’attuale fase di carenza di risorse pubbliche;
-          Domenico Cecchini stesso (Sapienza Roma) sulle tendenze evolutive delle città, mondiali ed europee, con individuazione per queste – dopo le fasi dell’espansione post-bellica e della “trasformazione” post-industriale – di un “ciclo della qualità e della sostenibilità”, esplicitato nella Carta di Lipsia del 2007 e fondato sull’integrazione delle funzioni, sulla rigenerazione ecologica e sulla ricerca di qualità ed efficienza degli spazi pubblici e collettivi, cui l’Italia fatica a partecipare;
-          Francesco Prosperetti (ex dirigente ministeriale) sul ruolo inizialmente assunto dal Ministero dei Beni Culturali nella ricerca in esame, in funzione dell’importanza che la rigenerazione edilizia ed urbanistica, motivata a partire dalle questioni energetica ed ambientale, assume anche ai fini della riqualificazione del paesaggio urbano.

Al centro del testo stanno le analisi – a tavolino e con sopralluoghi - sulla genesi e gli sviluppi dei quartieri di Hammarby Sjostad (Stoccolma), Solar City (Linz), Greenwich Millennium Village (Londra) e Parque Goya e Valdespartera (Saragozza), già indagati nel suddetto saggio in “Urbanistica” n° 141, ma ora ripresi con maggior approfondimento sia delle criticità intrinseche ai rispettivi progetti, sia delle problematiche emerse nei primi anni di utilizzo e – in parte – per i successivi ampliamenti, sia ancora, ove disponibili, dei dati emersi dal monitoraggio scientifico del funzionamento degli insediamenti.
Ne risulta un quadro complesso e ricco di chiaro-scuri, più utile probabilmente per i lettori che non taluni resoconti sulle migliori pratiche di carattere volutamente ottimistico o quasi agiografico.
(Spiace che il raffronto non sia esteso ad altri casi molto noti in letteratura, come il GWL di Amsterdam, a forte densità e connessa pedonalizzazione, oppure i quartieri Vauban e Riesefeld di Friburgo, recentemente ri-esplorati da Fabiola fratini su Urbanistica Informazioni n° 248).
Gli elementi critici che a mio avviso emergono dall’insieme e che personalmente mi sembrano meritevoli di sottolineatura sono:
-          I necessari compromessi, già a livello progettuale, tra un’impostazione strettamente “bio-edilizia” (esposizione lungo l’asse elio-termico, massimizzazione delle prestazioni energetiche, pedonalità) e le altre polarità di una progettazione urbana integrata, che determinano morfologie complesse e ---
-          I livelli “relativi” degli obiettivi di risparmio energetico, più o meno avanzati al momento della ideazione dei quartieri, ma oggi in gran parte superati dagli sviluppi tecnologici, e la mancanza di predisposizione per successivi adeguamenti delle parti già costruite (mentre traspare una discreta reattività verso la correzione progettuale delle parti di successiva realizzazione)
-          Un certo scarto tra gli obiettivi di rendimento energetico prefissati ed i consumi effettivi, in gran parte addebitati ad un uso non corretto degli impianti e delle strutture, il che a mio avviso è indice o di un progettazione non adeguata alle effettive condizioni sociali e/o bio-climatiche, oppure di un discreto insuccesso dell’aspetto educativo e socializzante nella costruzione di queste porzioni di città.
Altro dato in comune alle 4 realizzazioni in esame è il vantaggio (non facilmente riproducibile) derivante dal basso costo di acquisizione dei suoli, di recupero in 3 casi e su aree libere (già destinate ad espansione produttive) per Solar City/Linz.

Riguardo ai singoli quartieri ritengo opportuno rilevare, nell’ambito delle ampie esposizioni  di Giordana Castelli e degli altri ricercatori, i seguenti aspetti specifici (sempre con la mia attenzione agli aspetti più problematici):
-          Hammarby sembra essere il caso di successo più completo ed equilibrato, anche se mi sembra dubbio il consolidamento degli insediamenti commerciali funzionali al quartiere;
-          Solar City, tecnicamente corretto e molto monitorato (considerando però come positivo uno scarto energetico vicino al 20%) pare soffrire della limitata attuazione rispetto ad un progetto più vasto e quindi della forte pendolarità verso al città, da cui provengono i nuovi abitanti, in prevalenze giovani coppie del “ceto medio”; presenta inoltre una densità edilizia contenuta, e quindi non è molto risparmioso di suolo;
-          Millennium Greenwich sta criticando da se il primo “lotto”, prevedendo nelle successive realizzazioni l’abbandono di una rigida pedonalità e diverse soluzioni morfologiche e tipologiche;
-          Parque Goya e Valdespartera, con base sociale assai più povera di Solar City (e con tipologia edilizia che mi appare per l’appunto assai da “case popolari”) evidenzia anche per questo alcuni insuccessi nella apertura degli spazi semi-pubblici (con insorgere di recinzioni) e nell’uso scorretto delle serre solari (con conseguente scostamento dai risultati bio-climatici attesi).

La parte finale del testo affronta,  con le dovute riserve, alcuni casi italiani, però più recenti, e quindi senza profondità diacronica:
-          Spina 3 e l’Environment Park di Torino sono correttamente presentati come parte della complessa e complessiva rigenerazione urbana post-industriale della metropoli torinese; il frammento attuativo più analizzato è però molto particolare, trattandosi di un parco tecnologico e non di una porzione più multifunzionale della città;
-          I quartieri Resia e Casanova di Bolzano (inseriti nella tradizione ormai consolidata della normativa alto-atesina “CasaClima”, che coinvolge virtuosamente tutta l’edilizia nella provincia) ed il quartiere Villa Fastigi di Pesaro (in attuazione del PRG studiato da Bernardo Secchi ed allievi) sono interventi di nuova costruzione su aree libere periferiche, eredi della migliore cultura dei PEEP, che si caratterizzano sia sotto il profilo energetico e bio-climatico, sia riguardo alla connessione e funzionalità degli spazi pubblici (anche rispetto al contesto esterno)  ed alla qualità progettuale;
-          Il quartiere Savonarola  di Padova rappresenta un caso esemplare di “Contratto di Quartiere”, imperniato sul recupero urbano di un vecchio insediamento di case popolari, con una progettazione integrata dagli aspetti fisici dei fabbricati e delle urbanizzazioni a quelli più strettamente sociali.
Mancano più ampie esplorazioni su realizzazioni e progetti in Italia: mi incuriosirebbe capire quale sia il risultato complessivo del quartiere Albere (ex-Michelin) progettato a Trento da Renzo Piano (dove pare che classe A sia indicativo anche di una selezione sociale verso l’alto, determinata dai prezzi elevati) oppure se il quartiere “Laguna Verde” di Settimo Torinese (master plan di Pier Paolo Maggiora) stia per decollare effettivamente oppure sia ancora al PartiamPartiam promozionale.

Nell’insieme il testo risulta ben documentato e stimolante.
Proprio per questo verrebbe voglia di chiedere di più, oltre all’estensione della campionatura: ad esempio una definizione di indicatori ed una schedatura in parallelo dei casi in esame (un modesto tentativo è stato condotto dallo scrivente nel 2010, con Anna Maria Vailati, per alcuni dati disponibili in letteratura – vedi Urbanistica Informazioni n°229 e nel mio blog PAGINE-APPENDICE).
Forse i tempi sono maturi perché il raffronto della casistica conduca anche a riflessioni di sintesi, non in termini di “nuovi standard” (e nemmeno di complicati epoca utili indici numerici riassuntivi), ma di una sistematizzazione delle connessioni dialettiche e “multi-verse” tra le molte variabili in campo (esempio: densità/consumo di suolo/pedonalità, mixitè/pendolarità/sicurezza, forma-urbana/bio-clima/rendimento energetico, ecc.).

 GENNAIO 2014

8 -  SETTIMO NON RUBARE, DI PAOLO PRODI

“Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente” di Paolo Prodi – Il Mulino, 2009, € 29,00, pagg. 396 – costituisce un poderoso affresco sulle trasformazioni dell’Europa e sulle contrapposizioni dialettiche tra potere civile, potere religioso e potere economico dalla dissoluzione dell’Impero Romano ai giorni nostri.

L’assunto del testo (ampio e ben leggibile anche se ricco di richiami ad una vastissima bibliografia e di citazioni, comprese quelle non tradotte dal latino ed altre lingue) è ben spiegato dallo stesso Autore all’inizio dell’ultimo capitolo: “Il processo di separazione tra il potere sacro e quello politico che ha caratterizzato dopo la fine del primo millennio la civiltà europea ---- ha permesso anche la nascita di un potere economico distinto dal potere politico in quanto legato a un capitale mobile non coincidente con il dominio o il controllo della terra --- elemento essenziale di partenza per permettere la fondazione del sistema democratico e liberale ----“.

Paolo Prodi cerca di superare le barriere specialistiche tra i diversi filoni di studi storici, orientati rispettivamente al diritto o all’economia, ai ‘fatti’ oppure alle ‘idee’, e di evidenziare i mutevoli rapporti tra le forze in campo nell’ultimo millennio, privilegiando come tema di verifica dei cambiamenti sociali il tema della trasgressione ai precetti e alle norme in materia economica e delle relative sanzioni: pertanto la nozione e la percezione del “furto” (non solo in quanto ‘sottrazione di cose altrui’, ma anche come avidità, usura, frode, prevaricazione sul mercato ed infine evasione del fisco), dapprima come “peccato”, poi man mano anche come “colpa” (rispetto all’etica ‘professionale’) e come “reato” (con l’evolversi ed il crescere della legislazione civile).
Pertanto tra le fonti di Prodi rivestono un ruolo centrale, ma con importanza decrescente, i testi ecclesiastici ed in particolare i ‘manuali dei confessori’, riguardo alla classificazione delle infrazioni al 7° comandamento (con la faticosa sublimazione del tasso di interesse fuori dal campo dell’usura), mentre a partire dalla affermazione nel tardo medioevo di una prima “repubblica internazionale del denaro” (con le sue fiere di cambio ed una sua sorta di “lex mercatoria”)  e dalla rottura della cristianità con gli scismi protestanti, ed il contestuale sorgere degli stati ‘moderni’, la materia di studio si allarga ad un insieme assai più complesso di dati e di testi. 
Gli intrecci ed i conflitti tra ‘stati’ e ‘mercati’ sono profondamente indagati dall’Autore, che ne coglie l’alterna oscillazione, portatrice da un lato dei benefici effetti in materia di crescita dei diritti individuali e sociali, necessaria per la nuova legittimazione del potere, e dall’altro di pericolose derive sia in termini di oppressione autoritaria che di strapotere monopolistici:
-          dall’estremo del Guicciardini, che – attorno al 1530 scrive “--- el duca di Ferrara che fa mercatanzia, non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno, faccendo quello che è officio de’ privati e non suo: e pecca tanto verso i populi, quanto peccherebbero e populi verso di lui intromettendosi in quello che è officio solum del principe”, rilevando però che nei fatti già esisteva lo stato mercantile,
-          all’estremo opposto di Fichte, che quasi 3 secoli dopo sostiene (riepilogo in italiano di Prodi): “L’economia e il commercio non possono non coincidere con la nazione-patria, con le sue istituzioni, con i suoi costumi, con la sua Polizei”, considerando “i commercianti alla strega di funzionari statali ---“ .

A margine delle argomentazioni principali, nel testo  si aprono frequenti finestre su temi collaterali, non sviluppati, ma stimolanti, tra cui (i primi due anche in rapporto alla mia precedente lettura del successivo testo del Graeber sul “debito”):   
- la assimilazione del furto e del debito nella colpa e nel reato, la grande espansione e poi il superamento della galera per i debitori;
- l’importanza del colonialismo e dell’imperialismo per il consolidamento dei grandi stati europei (non è affrontato invece specificamente il connesso tema dello schiavismo); 
- l’accenno ad una interpretazione dell’antisemitismo e della stessa shoah come estrema espressione dello statalismo contro la “repubblica internazionale degli affari”, incarnata dall’ebraismo;
- una lettura aperta ed assai problematica della situazione attuale e dei possibili sviluppi: Prodi non vede nella “globalizzazione” una riedizione della “repubblica medievale dei mercanti”, bensì un intreccio confuso tra potere economico e potere politico (vedi ad esempio i “fondi sovrani”) che rischia di negare sia la fisiologia dei mercati sia le libertà democratiche (con l’Italia come utile paradigma degli oscuri intrecci).

Inchinandomi davanti all’autorevolezza del testo e aderendo alle sue dialettiche aperture, mi permetto di avanzare solo una critica marginale, riguardo all’economia nella storia “antica”, che mi sembra sia indagata da Paolo Prodi solo attraverso gli occhi dei teorici del tempo (pur autorevoli, come Aristotele o Cicerone) e non con altri strumenti (usati invece per il periodo successivo): il mio sospetto è che anche nell’antichità, pur in assenza di un autonomo potere economico, con adeguato prestigio sociale  e coerente ‘copertura ideologica’, alcune leggi oggettive dei mercati, come in seguito delineate, già di fatto dovessero funzionare, per sorreggere l’ampia rete di scambi in atto, sia pure sotto l’egida dei poteri dell’aristocrazia terriera e militare.

Contestualmente ho letto anche il più breve “Non rubare“ – collana “I comandamenti” Il Mulino, 2010, € 12,00, pagg. 169- , scritto dallo stesso Paolo Prodi, che riassume il più ampio testo di cui sopra in un agevole “bigino” e da Guido Rossi, che nella sua parte osserva da una angolazione laica la crescente deriva “immorale” del capitalismo finanziario, vedendola – mi par di capire – come una tendenza intrinseca ed irreversibile, e lasciando pertanto poche speranze di redenzione.

Anche Prodi, nella conclusione del testo maggiore, non sembra affatto “ottimista”: ma la sua visione storica di una continua contrapposizione di forze contrastanti mi sembra lasci aperte diverse prospettive potenziali.

MARZO 2014


9 -  IL PRECARIATO ANTI-LABURISTA DI GUY STANDING

Guy Standing, sociologo inglese e già collaboratore dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha scritto nel 2011 il saggio “PRECARI – la nuova classe esplosiva” (tradotto nel 2012 da Il Mulino, Bologna, pagine 289, € 19,00), recentemente recensito con favore da l’Unità, che francamente non mi ha convinto per niente.
La descrizione dei vari fenomeni che – nell’ambito della globalizzazione - confluiscono nella crescente precarietà di larghe fasce delle classi subalterne nei paesi ricchi è ampia e documentata (in particolare riguardo a donne, giovani, anziani, migranti), e si estende in taluni casi ad aspetti a me poco noti, come la rilevante componente sommersa delle attività agricole ed alimentari nel Regno Unito (anche se il romanzo “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe mi aveva messo sull’avviso) oppure la rilevante protezione statale, in varie forme,  degli emigranti da parte di potenze quali India e Cina.
Nel complesso però non aggiunge molto a ciò che già si conosce, non solo in letteratura (vedi post su Bauman, Castells, Gallino), ma nella cronaca quotidiana e nella conoscenza personale diretta.
In connessione ai rapporti  di lavoro/non-lavoro ed alle condizioni sociali dei precari, Standing affronta anche le tematiche del controllo telematico/informativo/selettivo che pervade le nostre società (nota, a merito di Standing: il testo è stato scritto prima dello scandalo NSA), a scapito in particolare dei lavoratori, della assurdità dei sistemi  formativi sempre più privatizzati ed inefficaci, nonché  della degradazione del “tempo”, anche di non lavoro, che per i precari assorbe notevoli fatiche dispersive di “lavoro per il lavoro” (cioè per la ricerca del lavoro e/o dei sussidi). 

Qualche dubbio sorge però sulla attendibilità delle informazioni riferite da Standing, dal momento che buona parte di quelle relative all’Italia, dall’Autore riportate con gran rilievo, non mi tornano in realtà così vere (mi sembra di essere un po’ come il protagonista del romanzo “Adua”, travolto nella omonima battaglia mentre constata che la ragione della disfatta sta anche nel fatto che i cartografi dello Stato Maggiore non hanno riportato correttamente le informazioni geografiche che lui stesso aveva comunicato): dal ruolo della Lega Nord contro i cinesi di Prato (luogo in cui la Lega è sempre rimasta ben sotto 10% dei voti) alle invettive di Berlusconi nel 2008 contro “l’esercito del male”, che per Standing coincideva con gli immigrati (mentre a mio avviso nella propaganda Berlusconiana corrispondeva alla sinistra, allargata semmai al terrorismo internazionale, avendo Forza Italia appaltato la questione migranti in prevalenza agli alleati Bossi&Fini), e per finire alla dimensione ed importanza dei cortei alternativi del 1° Maggio a Milano (San Precario, ma anche la solita extra-sinistra dei COBAS e dei Centri sociali) in confronto con i cortei ufficiali di CGIL-CISL-UIL (rammento che i sindacati principali da anni sono impegnati in quella data soprattutto con il concertone di Roma, operazione forse un po’ superficiale, però indirizzata proprio alla saldatura tra i lavoratori ed i giovani, anche non inseriti nel mondo del lavoro).

I limiti della posizione di Standing stanno soprattutto nelle sue sintesi.

A priori, nella lettura della divisione in classi delle attuali società occidentali, Standing  rileva 7 gruppi:
-          Élite di super-ricchi
-          Tecno-professionisti
-          Salariati (impiegatizi)
-          Salariati manuali
-          Precari
-          Disoccupati
-          Emarginati e Disagiati.
Stupisce, in questa scala, la totale assenza dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, assai rilevanti invece, in specie in Italia, e  mediamente assai lontani sia dagli interessi della super-élite, sia dal precariato, in cui pure in parte ora  rischiano di sconfinare.
E colpisce la assimilazione dei salariati tra i detentori del capitale finanziario , anche se forse è giustificata dalla angolatura anglosassone dell’osservazione (fondi pensione e azionariato diffuso).

A posteriori, nelle conclusioni spiccatamente anti-laburiste, nella doppia accezione di negazione del lavoro produttivo come valore positivo  e fattore “di felicità” e di contrapposizione  a teorie e pratiche del Laburismo blairiano, in particolare riguardo al salvataggio delle banche con soldi pubblici (senza però nazionalizzarle), al coinvolgimento dei lavoratori nei privilegi dei benefit aziendali (che Standing vorrebbe tutti monetizzati, disvelando una piena mercificazione del lavoro), al miraggio di una ripresa con estensione del lavoro produttivo (e comunque del carico ambientale) e soprattutto nella “condizionalità” paternalistica con cui vengono gestiti i sussidi di disoccupazione, subordinandoli ad offerte di lavoro coatto e dequalificato.

(Obiettivamente forse in Italia la sinistra e i sindacati, nell’insieme e malgrado tutto, sono meno peggio, ed anche lo Stato, perché tra Tremonti-bonds e Monti-bonds, alle banche si è solo prestato e non regalato, e il Monte dei Paschi rischia tuttora la nazionalizzazione).

Standing coglie lucidamente come le tendenze in atto possano innescare sulla diffusione del precariato forme di populismo e rischi di involuzioni autoritarie (“Inferno”).

Ma, decretato il fallimento di ogni soluzione socialdemocratica (nei fatti  incoraggiato in questo da molte concrete scelte delle storiche sinistre europee e dal Labour party in ispecie), delinea una alternativa esplicitamente utopistica (“Paradiso”),  fondata a mio avviso su affermazioni, come l’analogia di ruolo con le teorie  neo-liberiste di Milton Friedman &C., che  alcuni decenni orsono erano state enunciate come posizione minoritaria, e poi invece non vedi che successo ….
I contenuti dell’alternativa prospettata da Standing, passando vagamente attraverso una autocoscienza di classe e auspicate ed imprecisate forme di rappresentanza del precariato, sono tutte macro-economiche, ovvero affidate ad una improvvisa nuova politica economica degli Stati nazionali: ferme restando le modalità di accumulazione del surplus, Standing ipotizza una armoniosa redistribuzione tramite il reddito minimo garantito (senza imporre a nessuno di lavorare, ma solo incentivarlo, ed impegnandolo, ma solo moralmente, a votare alle elezioni), un nuovo welfare universalistico, istruzione di qualità, valorizzazione del volontariato e di ogni prestazione socialmente utile, riqualificazione dei beni comuni e  del tempo libero.

Come non essere d’accordo con tali orizzonti “Paradisiaci”? 
Ma la loro enunciazione ci fa far qualche passo in avanti, considerando che tra coloro che non concordano c’è anche qualcuno che continua a “detenere il potere” (e a gestire consenso anche  tra lavoratori e precari)?.
E perché mai, a fronte di un lungo processo di crisi delle rappresentanze  dei lavoratori e delle sinistre, processo  strettamente connesso alla globalizzazione e alla precarizzazione, dovrebbe venire facile impostare un sistema di rappresentanza del solo precariato? (vedi post su Maffesoli e su Revelli)
Se le nuove rappresentanze sono quelle del M5S, la cosa non promette bene.
E poi mi viene un altro dubbio fondamentale: se la “nuova classe esplosiva” si profila così forte, non può affrontare anche i contratti  di lavoro, il conflitto tra salari e profitti, ed occuparsi della discussione su  cosa produrre, come lavorare, come re-distribuire le mansioni scomode e dequalificate  che qualcuno deve pur fare, possibilmente su scala globale?
Oppure ci va bene il reddito garantito in occidente, e la redistribuzione del capitale finanziario (sul modello dei fondi sovrani del petrolio norvegese o dell’Alaska, dice Standing), ma sulla pelle dei lavoratori sfruttati di Cindia e terzo mondo, che sono pure loro precari, però massicciamente sfruttati per salari da fame?

Personalmente penso che le riflessioni sulla concreta disarticolazione delle classi subalterne, sui contenuti sociali del lavoro produttivo ed “improduttivo”, del sapere e dell’ozio, sui rapporti di potere insiti nell’informazione e nell’informatica siano estremamente positive, ma che per passare nuovamente alla articolazioni di programmi da un lato convenga contemplare, se possibile, la riunificazione degli sfruttati (salariati e precari d’altronde convivono strettamente nelle famiglie e nel tessuto sociale, almeno in Italia), tendenzialmente su scala globale, e dall’altro capire come si può ri-organizzare la condivisione degli obiettivi, dal basso e dall’alto: con quali linguaggi, con quali rappresentanze, ed anche con quali utopie, se per caso le utopie possono essere utili; persino l’opposta utopia della ricerca della felicità nel lavoro (cara ad esempio anche ad Aldo Capitini) potrebbe disputarsi il diritto di cittadinanza.     

MAGGIO 2014

10 - PAOLO LEON, IL CAPITALISMO E LO STATO

Paolo Leon in “Il capitalismo e lo stato” (Roma, 2014 – Castelvecchi editore, pagg. 285 € 27,00) propone una analisi dettagliata delle trasformazioni del capitalismo e del ruolo economico-finanziario dello stato dal dopoguerra ad oggi, con i necessari richiami alle vicende della prima metà del novecento, prima e dopo la precedente “grande crisi”, quella deflagrata nel 1929.

La visione storica, articolata nelle fasi (mia schematizzazione):
-          1945-1971 “postumi del compromesso roosveltiano”
-          1971-1987 “la grande inflazione”
-          1987-2007 “globalizzazione e finanziarizzazione”
-          dal 2007 crisi e permanenza del modello global-finanziario,
serve a Leon anche per contrapporsi a tutte le teorie economiche astratte, fondate su un “equilibrio” che in realtà non esiste, mentre occorre comprendere le specificità del funzionamento del sistema capitalistico nelle sue costanti trasformazioni, da uno stato di squilibrio ad un altro stato di squilibrio (trasformazioni incessanti anche a livello molecolare, così da rendere inservibili strumenti concettualmente semplici, come la matrice dell’interscambio tra i diversi settori, ideata da Leontieff, se la si volesse utilizzare come strumento previsionale e non come semplice consuntivo; a maggior ragione scendendo alla scala delle singole imprese).

Altro tema cardine per Leon è per l’appunto quello della “scala”, e cioè l’impossibilità di proiettare le teorie aziendalistiche e micro-economiche alla scala della macro-economia, perché l’assetto complessivo dell’economia non consiste nella sommatoria dei comportamenti “razionali” delle singole imprese+consumatori, bensì coinvolge variabili specifiche, che ruotano comunque attorno al ruolo dello stato, seppur tendenzialmente costretto dall’egemonia neo-liberista ad uno spazio minimo-residuale.
Inoltre Leon, riprendendo con diversi accenti Adam Smith e Carlo Marx, batte e ribatte sulla “cecità” del singolo capitalista, i cui interessi non coincidono mai con quelli generali dello stesso capitalismo (trascurando un poco a mio avviso, i comportamenti dei conglomerati oligopolistici ed il ruolo delle associazioni categoriali degli imprenditori, nonché dello stesso stato, quando guidato da forze filo-padronali, che forse non sono sempre e del tutto ciechi in materia di macroeconomia, almeno nell’interesse loro).

Il testo costituisce un amplio manuale (direi una summa del pensiero neo-Keynesiano), che non è quindi né possibile né utile riassumere con questa recensione in tutti i suoi aspetti, ed è invece utile comunque leggere per i profani, per capire il mondo in cui viviamo (anche nei passi più ostici, come ad esempio quando spiega che è l’entità degli impieghi bancari a determinare l’entità dei depositi, e non viceversa):
- le singole fasi storiche vengono sistematicamente esaminate dall’Autore riguardo a tutte le seguenti questioni: moneta – banca – finanza – forza lavoro – spesa pubblica – import export – stato – impresa;
- dentro l’impresa Leon illustra i diversi ruoli che assumono le varie direzioni aziendali: ricerca&sviluppo-acquisti-gestione-personale-finanza-marketing ecc.;
- inoltre nel capitolo IV  analizza con precisione i “fondamenti macro-economici della micro-economia”, dai vari “moltiplicatori” alla “moneta fiduciaria”, dala legge di Engel sull’evoluzione dei consumi alla “regola aurea” che assegnerebbe ai salari gli incrementi di produttività e che – ovviamente – costituisce una condizione di equilibrio, impossibile nel contesto della globalizzazione, ed impossibile anche perché sgradita ai capitalisti stessi.

Mi limito quindi a segnalare, oltre alle premesse generali su equilibri/squilibri e su macro/micro-economia, i seguenti elementi peculiari:
-          la lettura della fase global-finanziaria come trasferimento della supremazia dal profitto alla valorizzazione patrimoniale, comunque conseguita, e quindi della competizione tra capitalisti come sfida (senza limiti) nella accumulazione della ricchezza (e del debito), strumento di potere in se, quasi a prescindere dal possesso dei mezzi di produzione (non capisco però, in questo quadro, la mancata citazione del concetto di “finanz-capitalismo” e dell’omonimo testo scritto da Luciano Gallino nel 2008, nonché ‘assenza di “7° - Non rubare” di Paolo Prodi nella bibliografia)

-          le poco rassicuranti ed aperte pagine di conclusioni, che da un lato non escludono un eventuale resipiscenza verso un approdo keynesiano (non mi sento di condividere, in tal senso, la certezza che un maggior deficit oggi rientrerebbe automaticamente come maggior gettito fiscale domani, in questo oggi ed in questo domani) ed in alternativa prospettano, oltre alla prospettiva di un disordinato disastro anarco-capitalista, possibili scenari di compromesso autoritario tra stato e mercato, di cui l’attuale Cina costituirebbe un laboratorio sperimentale.

GIUGNO 2014


11 - LA CITTA’ NECESSARIA DI GRAZIELLA TONON

Con “LA CITTA’ NECESSARIA”  (Mimesis/architettura Milano/Udine 2013, pagg. 114, € 12,00) l’architetto prof. (e poetessa) Graziella Tonon riprende ed ampia i temi di  testi suoi e di Giancarlo Consonni (anch’egli architetto, prof. e poeta) già da me considerati al paragrafo 17 “Urbanistica e architettura-Architettura della Città” del mio saggio sulla sostenibilità urbana (pag. 3 del blog “relativamente, sì”).

Il libro è articolato “a sandwich” in 3 parti, quelle iniziale e finale dedicate ad analisi e proposte in generale sulla degenerazione del territorio e del paesaggio metropolitano, soprattutto in Italia, mentre una lunga parte centrale è costituita da un racconto molto puntuale, ma non pedissequo, sulla complicità degli architetti e urbanisti, dei diversi indirizzi culturali (razionalisti, novecentisti), nella distruzione dei tessuti urbani milanesi pre-moderni sia negli anni ’20-30 (sventramenti del piano Albertini, ai tempi del “piccone demolitore” e fascista) sia nel dopoguerra (distruzioni belliche e modalità di ricostruzione).
Seguendo la narrazione stupisce che con una intellettualità, anche progressista (tra cui – da giovane - anche il maestro Piero Bottoni, successivamente pentito) così schierata in favore dell’automobile e degli spazi ad essa dovuti (al punto di immaginare autostrade sotterranee in luogo della metropolitana e lo smantellamento dei tram), il Comune di Milano, in anni saldamente democristiani, sia riuscito invece a costruire un decente embrione di servizio metropolitano, integrato con la permanenza di gran parte della rete tramviaria pregressa.   

Nelle parti più generali, l’Autrice contrappone ai teorici contemporanei della “bellezza del caos anti-urbano” una serie di corposi argomenti, fondati appunto sulla dimensione del corpo umano e sul benessere della “mente”, negando che l’architettura e l’urbanistica possano essere gestite come “produzione di oggetti artistici” (analogamente a pittura e/o scultura) e tanto meno come occasioni per rappresentare e celebrare il disordine della modernità (assecondando nel frattempo tutti i più banali appetiti della speculazione fondiaria).
Richiamando l’armonia della città antica (ed anche di quella ottocentesca) ed in particolare la sapiente costruzione e/o progettazione degli spazi vuoti tra i fabbricati (cortili, strade, piazze) come “interni urbani”, luoghi di vita e interazione sociale, Graziella Tonon, oltre  criticare con veemenza le odierne periferie metropolitane, propone all’attenzione di architetti e urbanisti la necessità di re-inventare nuovi spazi urbani vivibili, mediante un approccio “olistico”, che superi la separazione (teorica e pratica) tra l’architettura e l’urbanistica e tra una ragione astratta (che isola le singole funzioni) e la concretezza della vita, che è mente e corpo (e poesia).

Condividendo in gran parte queste posizioni, innanzitutto per quanto riguarda la formazione dei progettisti, ne individuo però i limiti – per quanto espresso in questo volume - nella mancanza di una proiezione sociologica ed antropologica, cioè nel cercare di capire perché in questa società (anche oltre le patologie specifiche italiane) le città crescano in questo modo, con un sostanziale consenso, almeno iniziale, di gran parte degli utenti (in quanto cittadini/elettori ed in quanto consumatori/acquirenti sia dei prodotti edilizi sia delle merci e dei servizi spacciati, ad esempio, nei centri commerciali o nelle multi-sale o in altri divertimentifici artificiali); e quindi come questa giusta battaglia culturale debba intrecciarsi con altre battaglie politiche, socio-economiche e culturali, con quali forze e con quali soggetti attivi.
In assenza di questa ricerca, anche lo sforzo progettuale più comprensivo della molteplicità degli aspetti umani da riconnettere nella città rischia di essere troppo soggettivo ed autoreferenziale.

Un breve commento specifico vorrei riservarlo alla gradevole leggibilità del testo, ancorché irto di citazioni e di contenute note (lodevolmente a piè di pagina), grazie ad uno stile letterario alto ma non impervio.


A proposito di citazioni, ho cercato di unire, come sulla settimana enigmistica, i puntini da 1 a N dei “rimandi con favore” (es. Ceronetti, Baudrillard, Mumford, Galimberti, Arturo Martini, Heidegger, Tessenow, Foucault, Huizinga, Nietzche) per cogliere un pensiero di riferimento, che andasse oltre la ricchezza del retroterra culturale ed umano dell’Autrice, ma non mi è sembrato di cogliere nessuna figura generale (né filosofica, né socio-politica): il che rende a mio avviso più ambiziosa, ma più fragile, la costruzione intellettuale di Graziella Tonon.

AGOSTO 2014



12 - IL NOMADISMO SECONDO MICHEL MAFFESOLI

Di Michel Maffesoli, di cui già ho recensito (alla PAGINA 2 paragrafo 4) il più recente ed ampio “Il tempo delle tribù. il declino dell'individualismo nelle società postmoderne”   (2004), nonché  “Reliance. Itinerari tra modernità e postmodernità” (2007), ho avuto modo di leggere anche il precedente “DEL NOMADISMO – Per una sociologia dell’erranza”, edito nel 1997 (traduzione Milano, Franco Angeli – 2000, pag. 167), che espone più radicalmente alcuni elementi fondanti del suo pensiero:
-          l’insufficienza della moderna razionalità universalista a comprendere i comportamenti erranti, devianti e per l’appunto “nomadi”,
-          la presenza latente ed oscillante, anche nelle società “stanziali”, al di sotto del loro “morbido totalitarismo”, ed anche nei singoli individui, di elementi nomadi, “politeisti” e dionisiaci, che si sottraggono alle logiche unitarie e produttive.
-          le molteplici radici storiche di tali forze alternative, ad esempio tra gli “ebrei erranti” e tra i ”goliardi” medioevali, tra i monaci itineranti giapponesi e tra gli esploratori portoghesi,
-          la recente crescita di queste correnti, e la previsione dell’Autore di un ulteriore crescita, in una nuova chiave femminile, cooperativa ed ecologica; in questo ambito anche una qualche lettura positiva del fenomeno del lavoro precario, visto come libera scelta soggettiva.

Benché ami richiamare alcuni maestri della sociologia moderna, da Simmel a Durkheim, da Weber ad Adorno (ben contro-bilanciati ovviamente da abbondanti citazioni di Rilke, Nietzche, Cioran, Jung, ecc.), il testo di Maffesoli, letterariamente affascinante e leggibile, rifiuta con evidenza qualunque riferimento quantitativo e qualunque ragionamento sui dati materiali, e si presenta soprattutto come un trattato antropologico, appoggiato alla storia quel tanto che gli serve: non sempre con rigore, ad esempio:
-          quando nega ogni pretesa di dominio nella storia antica del popolo ebraico;
-          quando separa la mobilità medievale dai pellegrinaggi – esaminati a parte – oppure ignora i fenomeni conseguenti all’assetto patrimoniale del maggiorascato, sia tra i nobili, da cui la cavalleria (ed anche chierici non sempre “regolari”), sia tra i piccoli possidenti contadini, da cui molti migranti, artigiani o anche senz’arte;
-          quando proclama, con la “modernità”, la fine del nomadismo, mentre di poveracci in movimento è piena anche la storia del moderno lavoro salariato, che si nutre all’origine dal pauperismo urbano post-medievale;
-          dove identifica la riforma luterana con la piena razionalità monoteista, senza cogliere quanti demoni e abissi risiedano nelle pratiche religiose del nord-europa e quanto il mondo protestante sia stato specifico terreno di cultura della psicanalisi, da Maffesoli ascritta correttamente (ma ristrettamente) all’erranza ebraica..

Questo eccesso di apriorismo è a  mio avviso evidente, riguardo all’oggi (e confrontando ad esempio le documentate posizioni di Manuel Castells), soprattutto su tre fronti:
-          la libertà, incertezza e promiscuità sessuale, cui l’Autore inneggia, appare come una costante – pur oscillante – nei secoli, senza cogliere la fondamentale svolta derivante dai metodi contraccettivi del secondo novecento, che offrono un ruolo più indipendente alla donna e sottraggono in parte il maschio al dilemma responsabilità/irresponsabilità (mentre in passato il libertinaggio costituiva privilegio maschile);
-          la prevalenza di valori positivi (femminili-cooperativi-ecologici) nei “nuovi movimenti” mi sembra auspicabile ma difficile da dimostrare come dato di fatto, sia nelle “tribù metropolitane” (si veda ad esempio la perdurante violenza maschilista degli “antagonisti” oppure delle tifoserie “sportive”), sia nelle avanguardie dei popoli oppressi e migranti, tra cui emergono per ora gli estremisti islamici;  
-          il precariato dei rapporti di lavoro, pur apprezzato da consistenti minoranze giovanili, si dimostra essere sempre più un obbligo derivante dalle “leggi del mercato”, dettate da quei diversi nomadi che si chiamano capitale finanziario e vari agenti della globalizzazione.

Pertanto Maffesoli sul Nomadismo non mi ha convinto: ma ritengo che sollecitazioni di questo tipo (condotte tra l’altro da Maffesoli con un linguaggio molto “razionale”, diversamente dagli eccessi anche linguistici –ad es.- di Luc Nancy oppure di Derrida) debbano essere raccolti da tutti i cultori della razionalità, che non può limitarsi e farsi schiacciare nella difesa di un vecchio e limitato ordine del pensiero (vedi ad esempio la trilogia senile di Eugenio Scalfari), ma deve saper comprendere, con l’umiltà del saper-di-non-sapere, tutte le problematiche umane, incluse le pulsioni dionisiache e le tendenze al nomadismo, i demoni e gli abissi, il corpo e l’anima (come propone, parlando di architettura e urbanistica, anche Graziella Tonon nel testo che ho poc’anzi recensito).   

SETTEMBRE 2014 


13 - IL RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO 2014

Il “Rapporto 2014” del Centro di ricerca sui Consumi di Suolo (costituito da INU, Dipartimento DAStU del Politecnico di Milano e da Legambiente), edito on-line dall’INU e redatto da Arcidiacono, Di Simine, Oliva, Pileri, Ronchi e Salata, con sottotitolo POLITICHE, STRUMENTI E PROPOSTE LEGISLATIVE PER IL CONTENIMENTO DEL CONSUMO DI SUOLO IN ITALIA, mantiene quanto promette:
- un ampio esame delle problematiche teoriche relative alle modalità di misura del consumo di suolo (se riguardi la sola superficie “coperta” da fabbricati, quella altrimenti impermeabilizzata oppure quella a vario titolo “occupata” per gli usi urbani, e come valutare in tale ambito, ad esempio, il verde pubblico) e sullo stato dell’arte nella effettiva misurazione in Italia (con spiccate differenze tra diverse regioni e realtà locali, ma con il recente apporto unitario di ISPRA e quello promesso in futuro dall’ISTAT) ed in Europa, con lo standard comune consolidato di “CORINE Land Cover” (che però utilizza un reticolo a larghe maglie, con unità di 25 ettari), gli ulteriori approfondimenti con i progetti LUCAS e HR Built-Up Areas (quest’ultimo con foto satellitari con risoluzione di soli 20 metri);
- una rappresentazione sintetica delle problematiche concrete del consumo di suolo in Italia (complessivamente, secondo ISPRA, dal 3% negli anni 50 ad oltre il 7% attuale), in relazione ai diversi usi del suolo e modelli insediativi, con attenzione alle differenze tra regioni, nonché ai disturbi indiretti indotti dalla frammentazione del suolo non occupato, e con approfondimenti specifici in territorio lombardo sulla provincia di Lodi (e sugli effetti, talora perversi, del Piano Provinciale), sulle nuove infrastrutture (assai “consumose”) e sui parchi regionali e dintorni (in tali intorni si condensano specifiche pressioni differenziali);
- una articolata denuncia (soprattutto da aprte di Paolo Pileri) del deficit istituzionale, ed anche culturale, che in Italia impedisce una seria tutela della risorsa primaria costituita dal suolo (in confronto con le esperienze europee più avanzate, a partire dalla Germania), e che si annida soprattutto nella crescente e mal-intesa autonomia decisionale dei singoli comuni, mentre i fenomeni ambientali prescindono dai confini amministrativi;
- una rassegna delle iniziative e proposte di legge in materia di risparmio nel consumo di suolo, a scala regionale (seguita anche da interessanti contributi specifici per Lombardia, Piemonte e Toscana) – finora per lo più solo buone intenzioni - ed a scala nazionale, che testimoniano la crescita di una sensibilità diffusa sull’argomento, cui non corrispondono finora interventi adeguati; con approfondimento delle criticità del disegno di legge dell’ex ministro Catania (che al momento della stesura del Rapporto era ancora all’ordine del giorno, mentre ora appare sepolto dalla nuova valanga di cemento del decreto sblocca-Italia) i cui limiti principali sembrerebbero il mantenimento di una logica incrementale per gli insediamenti (seppure frenata) e la mancata assunzione del nuovo principio della “rigenerazione urbana” come asse portante per il governo del territorio (nota: la logica “incrementale frenata” pare insita anche nel Piano Territoriale Metropolitano di Barcellona, che a fine volume viene presentato come innovativo, e di cui comunque si può apprezzare l’incisività, rispetto alla fumosità prevalente nei Piani di Area Vasta nostrani);
- la formulazione (Edoardo Zanchini e Federico Oliva) della suddetta “rigenerazione urbana”, ovvero del risanamento complessivo dei tessuti insediativi carenti sotto il profilo qualitativo ed energetico (e talora anche statico/antisismico), come fronte di investimento (ma anche di risorse endogene) per un nuovo sviluppo delle città all’interno dei loro confini, alternativo ad ogni ulteriore espansione (una sorta di continuo flusso temporale tra i diversi usi urbani, nello spazio consolidato delle città).

Nell’insieme questo testo costituisce un notevole contributo teorico-pratico sulla questione del consumo di suolo e – assieme alla lettura degli ultimi numeri delle riviste Urbanistica ed Urbanistica Informazioni (non invece le ultime rassegne di Urban-promo, che nei fatti trattano in prevalenza casi di ulteriori espansione) – conferma il deciso impegno sul tema di gran parte degli intellettuali vicini all’INU.
Dovrebbe stupire pertanto il reciproco ignorarsi con il contiguo ambito di “Salviamo-Il-Paesaggio” (cui pure aderiscono tra gli altri FAI, WWF, Italia Nostra, Slow food e Legambiente, quest’ultima partner dell’INU nello stesso CRCS), che si occupa del medesimo tema con iniziative concrete, locali e nazionali, seppur forse un po’ velleitarie, come il censimento dal basso sul consumo del suolo e l’ipotesi di un disegno di legge di iniziativa popolare.
E che da parte sua, oltre ad ignorare il CRCS, assume talvolta – a scala locale – anche gli urbanisti dell’INU come bersaglio (vedi atti della recente 3^ assemblea nazionale).
Manca invece qualsivoglia sforzo di entrare nel merito delle reciproche posizioni teoriche generali.
E che sarebbe a mio avviso invece molto interessante, ad esempio, approfondendo i giudizi sul disegno di legge di riforma urbanistica presentato dal ministro Lupi: dalla lettura comparata, a distanza, infatti emerge una visione possibilista dell’INU (vedi Oliva su UrbInf n° 255) ed una stroncatura di Salv.Paes. che ha ospitato nel suo sito un documento critico firmato tra gli altri da Vezio De Lucia e Francesco Indovina.
Riservandomi di esprimere anche qualche mia valutazione (soprattutto se il testo Lupi diventerà nell’agenda-Renzi qualcosa di più di un soprammobile decorativo), segnalo che qualche punto di contatto teorico si potrebbe paradossalmente riscontrare addirittura tra la “liquidità immobiliare” di Lupi, che pure parte dalla valorizzazione della proprietà, e la evanescenza del possesso, cui arriva il prof. Maddalena (lectio magistralis alla suddetta 3^ conferenza di Salv.Paes.), a partire dai “beni comuni”; e che forse una linea unitaria può essere cercata tra tutti coloro che perseguono il risparmio del consumo di suolo (e non possono esimersi dal valutare le modalità della connessa “rigenerazione urbana”).


OTTOBRE 2014



14- "ROTTAMA ITALIA"


Segnalato da Salviamo-Il-Paesaggio, ho scaricato e letto il libro istantaneo di diversi ed autorevoli autori “Rottama Italia -  perchè il decreto Sblocca-Italia è una minaccia per il nostro futuro" (e-book a 2 €, edito da Altraeconomia, pagg.. 86), per approfondire i guasti minacciati dal Decreto Legge “Sblocca Italia”, e che si stanno pur troppo in gran parte confermando a causa della forzosa conversione in legge del decreto stesso, con poche modifiche, tramite l’abituale voto di fiducia.

Il volume tradisce un poco l’impostazione improvvisata e risulta costituito da una miscellanea di interventi non omogenei, né sotto il profilo della “scala” di approccio al testo legislativo (che alcuni autori colgono come pretesto per ribadire proprie teorie generali), né sotto quello dell’ispirazione politica, perché alcuni partono da una opposizione pregiudiziale a questo Governo ed altri più laicamente dalla realtà del Decreto: realtà che comunque emerge nell’insieme come un clamoroso marcia indietro per molti valori della sinistra (seppure già stemperati dai precedenti governi di centro-sinistra che hanno interpuntato il ventennio berlusconiano).
Per inciso, è sfuggita agli autori la gravità dell’art. 16, dove sottopone a oneri di urbanizzazione anche gli interventi di manutenzione straordinaria, finora gratuiti (invece di penalizzare le nuove costruzioni su suolo libero).

Dopo una introduzione di Tomaso Montanari ed una introduzione sull’aspetto comunicativo del giornalista di Altraeconomia Pietro Reitano, Giovanni Losavio (ex magistrato) interviene con puntualità a verificare se esistano i presupposti di omogeneità e di urgenza per la promulgazione del Decreto, che prosegue una pratica di dubbia costituzionalità perdurante da alcuni decenni (da quando sono emersi i concetti di “congiuntura avversa” e di crisi economica); tema ripreso più avanti, con diversa angolazione dal parlamentare PD ed ex-ministro della cultura Massimo Bray, che conviene con il Governo sulla necessita di aggiornare le procedure, ma in un insieme organico e non caso per caso con un provvedimento di urgenza abborracciato e privo della dovuta relazione di impatto della nuova normativa.

L’ex-vice presidente della Corte Costituzionale magistrato Paolo Maddalena contesta l’identificazione tra “ripresa delle attività produttive” e bene pubblico, a scapito di altri veri “beni pubblici”, quali la tutela del territorio e del paesaggio, ed estende le sue valutazioni esponendo – oltre ad una critica radicale al concetto di cartolarizzazione dei debiti - la sua tesi di interpretazione avanzata sull’art. 42 della Costituzione, sulla funzione sociale della proprietà, quando privata, fino a prevederne l’esproprio senza indennizzo quando inutilizzata: ipotesi molto interessante, ma che a mio avviso potrebbe camminare nel diritto solo se procedesse con forza nella società.


Più ideologico l’urbanista Edoardo Salzano, che tende a ricostruire una continuità ideologica, per l’appunto, da Craxi a Berlusconi fino a Renzi in materia di privatizzazioni, grandi opere  e de-regulation, con l’occhio attento più al disegno di legge Lupi sul governo del territorio che non alle concrete contingenze del decreto Sblocca-Italia.

Paolo Berdini, urbanista, analizza i guasti di alcune deroghe alle norme urbanistiche e soprattutto la tendenzial degenerazione del “Financing project” per le grandi opere (tipo Brebemi o quadrangolo Marche-Umbria) dove a partire dalla de-fiscalizzazione e per finire con il subentro dello Stato a garanzia, è concreto il rischio di trasferire a carico del bilancio pubblico interventi vantati all’origine come prive di oneri per lo stato.
(Analogo lo specifico commento di Luca Martinelli sul progetto di autostrada Orte-Mestre).

Vezio De Lucia, ancora urbanista, ripercorre la complessa vicenda del recupero dell’area ex-industriale di Bagnoli e relative (mancate) bonifiche e denuncia il tentativo di ripartire da zero, accentrando le decisioni in capo a Commissari governativi e scavalcando il Comune e la vigente specifica pianificazione locale, aventi prevalenti contenuti di interesse pubblico.

Salvatore Settis, archeologo, riepilogando i tentativi finora falliti di estendere il principio del silenzio-assenso alle procedure relative ai beni culturali ed l paesaggio, evidenzia la forzatura prevista dallo Sblocca-Italia per alcune grandi opere, che trasferiscono di fatto le decisioni finali dalle Sovrintendenze ad altri organi governativi o loro emanazioni imprenditoriali.

Tomaso Montanari, storico dell’arte, affronta l’accelerazione e generalizzazione delle procedure di vendita o ”valorizzazione” (con cessione del solo diritto di superficie temporaneo) dei beni demaniali, con il coinvolgimento dei Comuni, e rivendica per contro una sacralità degli stessi immobili in quanto “beni comuni”: non mi convince, perché non è detto che tutte le ex-caserme, ad esempio, possano trovare immediata e valida utilità pubblica, in relazione ai bisogni, alle risorse e dalla capacità di intervento e di gestione degli enti locali; se non sempre “privato è bello”, anche il “pubblico a-priori” rischia di generare abbandono e degrado.
Anna Donati, ambientalista, esamina la politica dei trasporti nello Sblocca-Italia, avara verso il trasporto pubblico locale e prodiga verso alcune grandi opere, in modo diretto per la TAV e in modo indiretto per le autostrade, attraverso l’ipotesi di ampi rinnovi, senza gara, delle concessioni autostradali in scadenza, a fronte di vari progetti di potenziamento ed estensione della rete.

Maria Pia Guermandi, archeologa, illustra lo stato comatoso dell’archeologia in Italia (e dentro di esso il precariato povero dei giovani archeologi), la mancata ratifica italiana della Convenzione di Malta del 1992, che prevede il coinvolgimento preventivo dell’archeologia nella progettazione delle principali opere, al fine di monitorare e prevenire i conflitti tra lavori pubblici e tutela del patrimonio archeologico, mentre il decreto Sblocca Italia, a coronamento di una prassi incalzante in tal senso, asserisce di fatto a priori la compatibilità archeologica di qualunque progetto, costringendo le Sovrintendenza a organizzare in fretta e furia gli scavi “in emergenza” per rimuovere i reperti rinvenuti.

Pietro Donmarco, giornalista, espone la resa del Governo alle pretese delle compagine petrolifere per avere mani libere nelle prospezioni e trivellazioni per la ricerca ed estrazione di gas e petrolio, quali che siano i vincoli ambientali, anche se le quantità in gioco non saranno risolutive per il fabbisogno nazionale e comunque indirizzate ad aumentare enon a diminuire le emissioni di CO2).

Domenico Finiguerra, già Sindaco di Cassinetta di Lugagnano, segnala le forzature procedurali in favore degli inceneritori, sia ai fini della costruzione di nuovi impianti, sia per il mantenimento dell’utilizzo – ma in favore di altri territori - di alcuni impianti in via di  superamento grazie al progresso della raccolta differenziata in numerose province.

Anna Maria Bianchi, documentarista, evidenzia il progressivo slittamento delle procedure contro l’autonomia delle amministrazioni preposte alla tutela dei vincoli, in favore dei privati che “auto-certificano” e contro la effettiva partecipazione popolare nelle decisioni sulle opere pubbliche, costretta nei tempi e surrogata da caricature di nuove forme di partecipazione, limitate alla manutenzione delle aree verdi con l’incentivo di sgravi fiscali.

Antonello Caporale, giornalista, se la prende in generale con la mania delle grandi opere urgenti, con la consueta scia di extra-costi e corruzione.

In conclusione Carlo Petrini, presidente di Slow Food, riepiloga le vicende del disegno di legge contro il consumo di suolo, proposto dal ministro Catania durante il governo Monti, in contrasto con il clima emergenziale di quella fase ed invece in sintonia con la lunga marcia culturale promossa dei movimenti per la valorizzazione della terra e del cibo, disegno di legge ancor vivo con i governi Letta e  Renzi, rispetto al quale lo Sblocca-Italia ha rappresentato una brusca svolta, rilanciando cemento, autostrade e trivellazioni, e troncando le speranze riposte dai movimenti e dallo stesso Petrini. che conclude con un accorato e motivato appello alla ragione e alla coerenza per il nuovo corso renziano (verso il quale si dichiara non pregiudizialmente ostile), in nome della bellezza del paesaggio italiano e della peculiare creatività delle attività più legate al territorio, negate e frustrate dalle scelte dello Sblocca-Italia,.

OTTOBRE 2014


15 - IPERDEMOCRAZIA, SECONDO STEFANO RODOTA'

Ho letto il breve saggio di Stefano Rodotà “Iperdemocrazia – come cambia la sovranità democratica con il web””, pag. 33, e-book gratuito dell’editore Laterza, e vi ho trovato considerazioni sagge e condivisibili, soprattutto nella prima parte, molto critica verso le scorciatoie tecnologiche, che Rodotà analizza nel loro ruolo sociale, comparando Internet all’uso della TV e dei sondaggi, e mettendo in guardia da ogni fenomeno plebiscitario, in cui i cittadini, singolarmente isolati (ed in un contesto storico di logoramento dei vecchi tessuti sociali, a partire dalle fabbriche), non possono partecipare né alla formulazione delle domande né al controllo sulle risposte.
Rodotà mette in evidenza
-       come alla frantumazione sociale del cittadino-sovrano corrisponda una rincorsa settoriale da parte dei politici, con i metodi del marketing e della pubblicità, che mira ad una raccolta spregiudicata dei vari segmenti del consenso, mentre viene meno ogni coscienza dell’interesse generale,
-       che l’affiancamento dei continui sondaggi alle normali cadenze elettorali finisce con il far prevalere questi su quelle, sia per l’influenza che i sondaggi stessi esercitano sull’elettorato, sia per l’artificiosa suddivisione del corpo elettorale in “sommatoria di campioni statistici”, e come in tal modo gli interessi e le emozioni a breve termine sormontino ogni capacità di programmazione e decisione strategica sui tempi lunghi (analogamente a quanto accade nel mondo finanziario e spesso anche aziendale);
(parte di questi temi sono ben presenti in “Finale di partito” di Marco revelli, da me recensito, non presente però nella bibliografia del testo di Rodotà).
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Nella seconda parte invece Rodotà illustra alcuni casi, specifici e circoscritti ad ambiti locali ed a singoli temi (in Olanda e negli USA), di positiva evoluzione verso forme di democrazia più diretta e partecipata, anche attraverso l’uso, meditato e controllato, di moderni strumenti di comunicazione informatica, ed analizza le potenzialità di Internet soprattutto riguardo alla trasparenza della pubblica amministrazione ed all’accesso alle informazioni (premessa per una effettiva partecipazione popolare alle decisioni), segnalando però le distorsioni che possono derivare
-       dalle resistenze degli apparati burocratici e dei centri di potere politici ed extra-politico
-       dalla esclusione degli strati sociali non alfabetizzati digitalmente
-       dii rischi comunque incombenti di accesso diseguale alle informazioni e quindi di rafforzamento di alcune èlites anziché effettiva ridistribuzione del potere.
Con cautela comunque Rodotà apre alle speranze di una “ricomposizione del sovrano”, non derivante  però automaticamente dall’adozione delle nuove tecnologie (senza abbarbicarsi all’attuale democrazia rappresentativa, di cui sono evidenti le distorsioni, come invece fa ad esempio  sempre sotto il titolo “Iper-democrazia”, Luca Ricolfi in un intervento da me già negativamente commentato).

Mi sembra che manchi una terza parte, dove Rodotà esprima qualche giudizio – così come fa ad esempio sulla meteora Ross Perot (elezioni presidenziali USA 1992 e 1996)  - sul peculiare e più recente fenomeno italiano del MoVimento 5 Stelle (di consistenza rilevante  anche a scala internazionale), che ha rapidamente esaltato ed anche dissipato le potenzialità di una comunicazione ed organizzazione di massa “in rete”, bruciando sul cammino anche una candidatura, forse improvvidamente accettata, dello stesso prof. Rodotà  alla Presidenza della Repubblica..   

OTTOBRE 2014

16 - PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO, SECONDO ACEMOGLU E ROBINSON

Nel lontano 1970 partecipavo ad una “Commissione Riforme” del movimento degli studenti di architettura di Milano, il cui assunto era - grosso modo - quanto anche il capitalismo “avanzato” fosse piuttosto cattivo, e non ci fosse da fidarsi delle sue “riforme”;  rammento che ai margini di quella ricerca mi rimaneva il dubbio (eretico) su perché comunque in Scandinavia si vivesse (socialmente parlando) meglio che in Italia, ma non ebbi molto tempo per coltivarlo, perché forti dosi di repressione erano alle porte e con la crisi (non solo “petrolifera”) del 72-73 il riformismo in Italia comunque non era più di moda.

Alle mie domande di allora pensavo che potesse rispondere il ponderoso e celebrato saggio degli accademici americani Daron Acemoglu (di origine turca) e James A. Robinson, edito negli USA nel 2012 ed in Italia nel 2014 (“PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO - Alle origini di potenza, prosperità, e povertà” – Il Saggiatore - cartaceo € 22 - eBook €10.99), ma al termine delle oltre 400 pagine mi dichiaro abbastanza deluso.
               
Il testo è di facile lettura, in quanto povero di dati statistici e ricco invece di racconti ed aneddoti, con numerose incursioni non-cronologiche su oltre 10.000 anni di storia in tutti i continenti, (quasi in antinomia speculare con “Debito: i primi 5.000 anni” di Graeber – vedi mio post - e per me un utile ripasso per le vicende dell’emisfero nord, e informazioni prima quasi sconosciute sull’emisfero sud), ma risulta anche ripetitivo, assertivo e talora apodittico.

                La tesi degli autori (che ripeto qui anche se è già stato ben riassunta in altre recensioni: segnalo in particolare quella de “IL POST”) è che il successo economico (ed il benessere) delle nazioni non dipendono da clima&risorse, né da fattori culturali (inclusa la presunta “ignoranza dei ceti dirigenti”), bensì dalla qualità delle istituzioni politico-amministrative:
-         le istituzioni “inclusive” (ovvero pluralistiche), attraverso la certezza del diritto (in primis di proprietà privata) ed il possibile ricambio delle élites, consentono l’apertura al nuovo e il benefico processo della “distruzione creatrice” e perciò l0 sviluppo (paradigmatica l’evoluzione inglese, prima e dopo le rivoluzioni del 17° secolo);  occorre però la premessa di una discreta centralizzazione dello stato;
-         le Istituzioni “estrattive” mirano solo ad accumulare e perpetuare i privilegi delle élites, paventando le innovazioni e bloccando gli accessi a nuovi metodi di valorizzazione delle risorse (esemplari le chiusure contro l’introduzione di fabbriche e ferrovie da parte degli imperi austro-ungarico, russo ed ottomano nel primo Ottocento); con il rischio che nelle fasi di crisi succedano nuove élites altrettanto “estrattive” oppure che il territorio si frammenti in spinte centrifughe, per effetto della ricerca diffusa di poteri esclusivi (così sarebbe terminato l’impero dei Maya).
-          
Le prove addotte da Acemoglu e Robinson sono ampie (a partire dagli insediamenti “natufiani” che nel medio oriente del 9500 a.C. pervennero all’agricoltura previa formazione di villaggi stanziali, e non viceversa), ma non sempre convincenti; ad esempio:
-         il paese di Nogales, diviso tra USA e Messico, con crescenti divergenze nei livelli di prosperità: però dallo stesso testo risulta che ambedue le comunità sono state fondate dopo la definizione del confine (e non dividendo in 2 un preesistente insediamento), per cui diverse a mio avviso sono state anche dall’origine
-         la colonizzazione del Sud e del Nord America, la prima fondata sullo sfruttamento schiavistico degli indigeni sottomessi e sulla depredazione delle risorse naturali, la seconda invece necessariamente basata sul lavoro degli stessi coloni bianchi: Acemoglu e Robinson però trascurano il particolare del genocidio perpetrato a danno dei più riottosi indigeni “pellerossa” e isolano da questo ragionamento le loro pur ampie dissertazioni sulla deportazione degli schiavi africani
-         il relativo successo del (solo) Botswana, che - dopo l’indipendenza dal colonialismo britannico e grazie ad una qualche persistenza di preesistenti strutture tribali di tipo “inclusivo” – avrebbe raggiunto un PIL pro capite al livello di Lettonia o Ungheria, cioè assai alto se raffrontato con il disastro di gran parte del restante continente africano, ma non con il benessere di popoli ugualmente remoti, ma non assoggettati al colonialismo europeo, come ad esempio il Giappone.

Più interessante che non la tesi centrale del libro, è – a mio avviso – il metodo di indagine sugli sviluppi storici (benché minato dalla separazione degli argomenti e dalla mancata concatenazione di fondamentali fattori a livello internazionale), che cerca di evitare ogni determinismo nella trasformazione delle istituzioni, e di assimilare invece le acquisizioni tipiche della genetica e della linguistica, e cioè la (piuttosto casuale) accelerazione delle divergenze in presenza di particolari fasi critiche (ad esempio la “Peste Nera” sul finire del Medioevo in Europa, che – riducendo drasticamente la forza-lavoro disponibile - porta in Occidente alla estinzione della servitù della gleba ed invece in Oriente ad una  sua recrudescenza).
                Ma tale raffinatezza di analisi (che contrasta con un certa grossolanità di approccio – a mio avviso – sull’esperienza del comunismo sovietico e mostra la corda nella difficoltà di interpretare l’odierno regime cinese, che secondo gli Autori non potrà svilupparsi a lungo senza profonde riforme) non può superare il peso
-         delle enormi carenze di lettura della storia complessiva del mondo da parte degli Autori, e cioè la correlazione necessaria tra il benessere degli uni (ad esempio gli anglosassoni, inclusivi a casa loro) ed il malessere degli altri (direttamente colonizzati o sfruttati per inique sperequazioni commerciali di carattere imperialistico, ad esempio dagli stessi anglosassoni, estrattivi  casa d’altri, a partire dalla vicina Irlanda) 
-         dei giudizi aprioristici e comunque non-dimostrati quali quello sulla ricchezza materiale come unica misura del benessere, oppure la necessità di proprietà privata ed incentivi economici per ogni sviluppo del progresso umano (che dovrebbe quindi essere  assente anche nei “settori pubblici” delle società avanzate, mentre mi pare che non manchi in università ospedali e centri di ricerca, anche poveri di progressioni economiche, come spesso è in Europa) od ancora sulla “distruzione creatrice”, che sempre agirebbe positivamente (mentre qualche volta distrugge valori non riproducibili, sociali oppure ambientali).    
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Non mi convince inoltre l’eccessiva autonomizzazione degli aspetti istituzionali dal retroterra socio-economico (vedi un certo Marx) e dagli stessi fattori culturali (ad esempio l’influenza dei movimenti di riforma protestante nelle divergenze istituzionali e di sviluppo tra le diverse nazioni europee – vedi un certo Weber).

                Appendice: tra le numerose recensioni, alcune encomiastiche, altre detrattive, e molte variamente dialettiche, mi hanno colpito quelle su Repubblica nell’agosto 2012, a cura di Simonetta Fiori l’una e di Francesco Domenico Moccia l’altra, che mi sono sembrate alquanto distratte:
-         la prima lamenta la mancanza di protagonisti italiani nelle storie (a parte Giulio Cesare) e di autori italiani nella bibliografia, mentre a me risulta che sia trattata ampliamente la Repubblica di Venezia e che tra gli autori (seppure di testi in inglese) figurino almeno Tabellini e Guiso-Sapienza-Zingales

-         il secondo trova il testo limitato alla fortuna delle nazioni intere e carente sulle divergenze di sviluppo interne, mentre a me pare ben evidenziato il divario tra stati del sud e del nord degli U.S.A., prima e dopo la fine dello schiavismo, nonché qualche cenno ai divari interni, ad esempio, della Sierra Leone, del Sud Africa, dell’Australia.

DICEMBRE 2014


17- PIKETTY: IL CAPITALE NEL XXI SECOLO, E PRECEDENTI

“Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty (giovane economista francese di impostazione classica), edizione italiana Bompiani 2014, 635 pagg. , è un best seller mondiale, premiato alla fin fine come libro dell’anno in materia di economia dallo stesso Financial Times che aveva invano tentato di stroncarne l’attendibilità statistica (riguardo al crescente divario tra ricchi e poveri negli ultimi decenni), mentre Piketty ha scelto di rifiutare la “Legion d’Onore” dalla sua Republique.

Il successo di Piketty è a mio avviso ampiamente meritato, sia per la vastità ed originalità delle ricerche compiute e/o utilizzate (disponibili in Internet), sia per la chiarezza e scorrevolezza del testo, ben leggibile in tutte le numerose pagine (e note) ed anche attraverso le poche formule matematiche ed i molti grafici esposti per spiegare il cuore del problema, ovvero la costante tendenza alla accumulazione e concentrazione del capitale, che diviene massima quando la crescita (demografica e produttiva) è debole, cioè inferiore al 2% annuo (come si profila stabilmente nei paesi sviluppati dalla fine del XX secolo), mentre il rendimento medio dei capitali supera il 4% (con accelerazioni crescenti per i patrimoni più elevati).

Il libro è soprattutto un grandioso affresco sulla formazione ed accumulazione dei capitali  (immobiliari e mobiliari) e della tassazione delle ricchezze (successioni, rendite, patrimoni, redditi) dal secolo XVIII al XXI.
Fonti primarie  delle ricerche sottostanti alle elaborazioni di Piketty sono i dati derivanti dalla moderna imposizione fiscale, che non a caso ha origine con la Rivoluzione Francese, con divertenti escursioni verso la letteratura (soprattutto i romanzi di Jane Austen e di Honorè de Balzac, testimoni di entità e concezioni patrimoniali del XIX secolo) e verso altre fonti, tra cui hanno un ruolo defilato le teorie di altri economisti, contemporanei e non.

Tra questi Marx, che Piketty non assume come maestro, ma di cui mostra i conoscere le opere – diversamente da quanto affermano altri recensori -, rinfacciandogli in sostanza di sottovalutare la ricerca dei dati, pur allora in parte disponibili, in favore di pregiudizi ideologici o meglio di affrettate conclusioni politiche, e comunque di aver trascurato gli effetti complessivi delle mutazioni tecnologiche.

L’adesione alle statistiche fiscali, accessibili soprattutto nei paesi occidentali, ed in parte solo dal XX secolo ben inoltrato, è anche parziale spiegazione di una limitata attenzione dell’Autore a fenomeni non misurabili con tali strumenti, come:
-          la quota di ricchezze che comunque sfugge al fisco (in taluni casi valutata da Piketty con stime indirette),
-          i paesi poveri, che in genere non hanno sviluppato (e non per caso) una solida cultura fiscale, e conseguentemente anche il divario ricchi/poveri a scala mondiale, che è enunciato ma non approfondito (dopo l’epoca coloniale Piketty non riscontra flussi univoci nei trasferimenti internazionali), anche perché indica già come enorme e scandaloso la crescente polarizzazione all’interno dei paesi ricchi,
-          la struttura sociale e ideologica delle “classi”, che Piketty, per ricerca di scientificità, per lo più riduce a fasce statistiche (il “decile”, il “centile”, il “millile” più ricco, e poi tutti gli altri, suddivisi tutt’al più in 2 parti, negli ultimi decenni, ovvero un ceto medio che possiede qualcosa, molto al di sotto delle vere élites finanziarie, ed i restanti che non possiedono pressoché nulla),
-          sporadica, ma non assente, è pertanto anche la correlazione con i conflitti sociali,
-          il valore effettivo delle grandezze economiche, sempre esaminate nella loro misura monetaria (espressa in potere d’acquisto, depurato dall’inflazione), e quindi inclusive di bolle speculative così come di sostanziali dis-valori (il tema dei rischi ambientali del pianeta è però accennato da Piketty in termini di potenziale erosione del capitale).

Riassumendo schematicamente l’evoluzione storica rappresentata nel testo (e ignorando qui le peculiari differenze nazionali, ben indagate nel testo), si può affermare che:
-          nel XIX secolo si ha una costante concentrazione dei capitali (prima fondiari e poi in prevalenza mobiliari) ed una crescita mediamente bassa, con i ceti medio-bassi schiacciati in una sostanziale povertà; la tassazione, anche dove colpisce i patrimoni nelle successioni, è bassa e non proporzionale; lo Stato limitato alle funzioni basilari (esercito, giustizia, infrastrutture);
-          all’inizio del XX secolo le differenze in favore di coloro che vivono di rendita (“rentiers”) si accentuano e si affacciano, ma vengono per lo più respinte, le prime proposte di tassazioni universali e progressive sul reddito;
-          il periodo 1914-1950, con le 2 guerre mondiali, la rivoluzione sovietica e la grande crisi del ’29, ha – attraverso turbolenti rivolgimenti -  l’effetto di un temporaneo (ed “involontario”) “suicidio del capitale”, variamente colpito da distruzioni belliche e svalutazioni intrinseche, inflazione al galoppo e prelievi fiscali talvolta molto severi;
-          i successivi “trenta anni gloriosi”, tra il 1950 ed il 1980, a partire dalla ricostruzione nei paesi più distrutti, vede una forte crescita (con medie del 5% annuo, al netto dell’inflazione talora però rilevante), la piena affermazione di uno “stato sociale” (istruzione, sanità, pensioni), minori disuguaglianze (più giustificate, anche verso l’alto dalle differenze nei redditi da lavoro) ed una accumulazione più lenta del capitale;
-          a partire dal 1980, con la svolta pro-capitalistica di Thacher e Reagan (anche per reagire ad un declino di USA e GB) e poi con il crollo del blocco sovietico, si sviluppa e si consolida un nuovo assetto, caratterizzato dal contenimento delle funzioni statali, la riduzione delle tasse e del controllo sui capitali, una netta ripresa della accumulazione e concentrazione delle ricchezze, nonché delle disuguaglianze sociali (inclusi redditi da lavoro, ora rilevanti anche tra i ceti più ricchi, ma connessi ad una forte selezione sociale nell’accesso ai livelli di istruzione più elevati e conseguenti carriere) in un contesto di modesta inflazione e bassa crescita (esclusi i paesi emergenti).
-          (lungo il percorso storico Piketty si applica anche – dati alla mano – a confutare diffusi luoghi comuni diffusi, talvolta ad arte, lungo i 350 anni in esame: dalla propaganda della Terza Repubblica francese su una uguaglianza già conseguita dai “cittadini” nella rivoluzione di un secolo addietro al mito degli USA come società aperta alla mobilità sociale, che era forse vero nell’Ottocento ma è radicalmente smentito dai dati degli ultimi decenni).

In assenza di sconvolgimenti (ed escludendo di fatto l’ipotesi teorica di una sovrabbondanza “infinita” di capitale, capace di abbassarne la rendita), Piketty prevede per i prossimi decenni un proseguire della prevalenza del tasso di rendimento del capitale sul tasso di crescita, e quindi un progressivo aggravamento della polarizzazione delle ricchezze in favore di ristrette minoranze, con conseguenze economiche e sociali non sostenibili (cioè foriere per l’appunto di ”sconvolgimenti”) e quindi propone una cura drastica, mediante una “tassazione mondiale progressiva” sui capitali (da integrare con imposte progressive sui redditi e sulle successioni), previo conseguimento di una totale trasparenza internazionale su tutti i movimenti finanziari.
Consapevole del carattere utopico della proposta (ma, rammenta Piketty, anche la tassazione progressiva dei redditi rimase assai a lungo un’utopia, prima di essere realizzata nel cuore del Novecento), l’Autore articola anche soluzioni intermedie, in parte articolate sulle situazioni specifiche dei paesi poveri (dove – India compresa, ma non la Cina, il problema primo è la mancanza di un moderno stato, fiscale e sociale),  degli USA e del mondo anglo-sassone e soprattutto dell’Europa, con i suoi problemi specifici di debiti, austerità e unione monetaria incompiuta (su cui il libro sviluppa una trattazione estesa, ma concisa, che raccomando alla lettura – capitolo 16 --, e su cui non mi soffermo per non dilungare troppo questa recensione)

Diversamente dal suo  non-maestro Karl Marx, Thomas Piketty non si spinge a occuparsi del percorso politico necessario per arrivare alla svolta auspicata e degli enormi problemi sociologici ed antropologici connessi, ma rivendica illuministicamente l’utilità del suo contributo nella battaglia ideologica contro le false rappresentazioni dominanti sulla diffusione e sviluppo della ricchezza; nella conclusione Piketty sollecita gli economisti ad uscire dalla pseudo-scienza degli algoritmi micro-economici ed a riconoscersi all’interno delle altre “scienze sociali”. 

FEBBRAIO 2015


18 . VECA E LE ALTERNATIVE

Ho letto, ma non sto a recensire nel dettaglio,"Non c'è alternativa: Falso!" di Salvatore Veca, (Laterza, 2014)  perché mi è sembrato essenzialmente una elegante tautologia del concetto espresso nel titolo: attraversando un continuo tessuto di citazioni colte, Veca sostiene giustamente che l'attuale sistema di potere e connesso pensiero unico molto si sorreggono sulla convinzione che non ci siano alternative (convinzione di soggetti che sono  convinti e di soggetti che riescono a convincere il resto della società).
Veca ritiene che sia fondamentale iniziare a pensare che le alternative siano possibili.
Anch'io lo considero necessario, ma - mi sembra -alquanto non sufficiente.

FEBBRAIO 2015


19 - IL LUNGO XX SECOLO DI GIOVANNI ARRIGHI

Laddove Hobsbawn vedeva il Novecento come secolo “breve”, focalizzando l’attenzione sulle vicende politico-sociali, ed individuandone pertanto l’inizio con la prima guerra mondiale e la rivoluzione di ottobre, ed il termine con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del “socialismo reale”, lo sguardo multidisciplinare di Giovanni Arrighi (“Il lungo XX secolo – denaro, potere e le origini del nostro tempo” – Il Saggiatore, Milano 2014, pagine 435, disponibile anche in e-book) identifica il Novecento come la fase di accumulazione capitalistica ad egemonia USA, con prodromi ancora nel XIX secolo e sentori crepuscolari a cavallo tra il XX ed il XXI.

Il fluido e poderoso racconto di Arrighi (economista italiano, 1937-2009, emigrato dapprima nell’Africa post-coloniale e poi negli Stati Uniti, con un importante intermezzo a cavallo del ’68 a Trento ed a Cosenza, nonché come animatore del “Gruppo Gramsci”) colloca il ciclo statunitense nell’ambito di una successione di cicli di accumulazione finanziaria e di potere lunga cinque secoli, quanto la storia dell’odierno capitalismo, a partire dal tardo medioevo ed attraverso le seguenti fasi, che riassumo schematicamente come segue, in parte con parole mie:
-          Periodo della “nazione genovese”(dal Cinquecento all’inizio del Seicento), che – malgrado la sconfitta ed il ridimensionamento della repubblica di Genova nel confronto con Venezia e nell’esito del conflitto totale (ma non privo di fasi cooperative) tra le città-stato italiane (tra cui primeggiarono anche Firenze e Milano) ed i loro ceti mercantili – inventando la moderna finanza, imparando dagli errori e dai fallimenti dei banchieri fiorentini e acquisendo la capacità di lucrare sui prestiti agli stati, ed in particolare al nascente impero spagnolo, trasformò le risorse accumulate con il commercio attraverso il Mediterraneo, ormai calante, in strumento di egemonia delle famiglie genovesi (anche in esilio) sul nascente mercato finanziario mondiale, a partire dalle “fiere di cambio” e attraverso il monopolio dell’argento che fluiva dalle Americhe all’impero spagnolo;
-          Periodo olandese (fino a metà Settecento), caratterizzato dall’intreccio tra la capacità di intermediazione finanziaria (mutuata dai genovesi ed iniziata anche con i loro stessi capitali) ma anche commerciale (con i magazzini globali nei porti olandesi) ed una organizzazione politica e militare pubblico-privata con ascendenze nel modello veneziano (le Compagnie delle Indie), pragmatica e “spietata”, perché efficacemente orientata al profitto anziché a miti astratti di dominio e proselitismo qual’era quella degli imperi iberici, dagli olandesi direttamente sfidati ed in parte soppiantati, dal mare del Nord agli oceani;
-          Periodo britannico (fino all’inizio del Novecento), derivante da un lungo periodo di incubazione, dopo le sconfitte (e i conseguenti indebitamenti) dei Tudor sui fronti continentali, attraverso l’accorta politica  e la fortuna marinara&piratesca di Elisabetta I e sir Francis Drake, con stabilità monetaria e precoce industrializzazione, che ha portato a cavallo del periodo napoleonico a valorizzare la posizione insulare ai margini dell’Europa e le basi coloniali in tutto il mondo (malgrado l’indipendenza degli Stati uniti d’America, comunque rimasti terra di investimenti britannici) per impostare un nuovo sistema complessivo di dominio commerciale, industriale, finanziario e diplomatico (ed anche militare, per quanto necessario) imperniato sulla City, il libero scambio, la conversione aurea della moneta, il Parlamento e la collaborazione delle borghesie delle altre nazioni “liberali” (e bianche), con una molteplicità di imprese flessibili (ed un uso strumentale e temporaneo dei monopoli delle Compagnie),  surclassando infine i rivali olandesi (parziali finanziatori della stessa City);
-          Periodo americano, fondato sulla crescita di un enorme mercato interno, affacciato su due oceani, e sulla organizzazione di grandi compagnie (anche sul modello delle industrie tedesche, protette dallo Stato bismarckiano nella vana rincorsa verso la supremazia britannica), divenute poi trasnazionali ed in grado quindi di inglobare i costi delle transazioni con l’estero; gli U.S.A., dapprima finanziati da Londra, ne divengono finanziatori per le immani spese britanniche nella 1^ guerra mondiale (e poi nella 2^) e subentrano alla Gran Bretagna nel ruolo di egemonia e dominio sul “mondo libero” in relazione alle vicende politico-militari delle suddette guerre mondiali (che li coinvolgono senza scalfirne il territorio), della decolonizzazione e della “guerra fredda” contro l’impero socialista-sovietico, in un quadro di liberismo parziale (mischiato al protezionismo) e di definitivo abbandono della convertibilità aurea della moneta.

In questa periodizzazione Arrighi, sulla scorta di fondamentali ricerche storiche di Fernand Braudel e di impulsi del suo collega in ricerche socio-economiche “africane” Immanuel Wallerstein e di Beverly Silver, e attingendo a numerosi studi di autori anglosassoni contemporanei (ma non trascurando i contributi più datati di Marx, Weber, Pirenne, Polanyi, Gramsci, ecc.) mette in evidenza:
-           come ad una fase “centrale” di massimo impiego diretto dei capitali nelle attività commerciali/produttive specifiche di ciascun ciclo di accumulazione, segua – a partire da una prima “crisi di avvertimento”, che ha a che fare con la “caduta tendenziale del saggio di profitto”, ovvero con la concorrenza eccessiva e la saturazione dei mercati maturi - una fase “autunnale” di massimo splendore “culturale” e però di turbolenza economica, che sfocia in una elevata volatilità dei capitali, una ricorrente “finanziarizzazione”, che di fatto finisce per favorire i poteri nascenti di nuovi soggetti e di nuovi paradigmi politico-economico-finanziari;
-          come la durata temporale dei cicli capitalistici in esame sia andata accorciandosi e come si siano sviluppate inclusioni ed antinomie nelle rispettive modalità organizzative (ad esempio i britannici sconfiggono gli olandesi copiandone solo in parte i modelli, ma recuperando anche alcune flessibilità tipiche dei genovesi, e così via);
-          quanto la crisi dell’espansione post-bellica maturata negli anni ’70, con lo shock petrolifero e la sconfitta in Vietnam, ed il successivo rilancio neo-liberista ed iper-finanziario dell’egemonia USA assomigli ai momenti “autunnali” dei precedenti cicli (ed in particolare alle fasi di crisi del secondo ottocento e successivo splendore apparente della “Belle époque”).

Arrighi non propone assolutamente considerazioni meccaniche e deterministiche per prevedere il futuro sulla base dell’esperienza passata, ma – limitandosi a formulare alcune ipotesi alternative sulle tendenze in atto - fornisce strumenti di interpretazione molto utili sul presente, con analisi molto dettagliate sui rapporti tra economia statunitense e “tigri asiatiche” (Giappone, Corea del Sud, Hong-Kong, Taiwan), purtroppo limitate sul versante della Cina e sulla valutazione della ulteriore crisi finanziaria iniziata nel 2008 a causa della prematura scomparsa dell’Autore nell’anno 2009, data a cui risale l’epilogo del testo, impostato nelle sue parti principali nel 1994.

Per motivi di spazio non riassumo qui le parti più aperte, problematiche e forse meno mature del testo di Arrighi, relative alla seconda metà del Novecento ed all’inizio di questo secolo, che ritengo comunque molto stimolanti, soprattutto laddove delinea un ruolo, forse subalterno e però per alcuni aspetti anche decisivo, ai conflitti di classe e dalla “resistenza” degli sfruttati, nonché dove intravvede tra le possibili variabili discriminanti per ulteriori cicli di egemonia globale (in alternativa ad un altrettanto possibile caos) la capacità di “internalizzare” nei cicli economici, dopo i costi di produzione, commercializzazione e finanziarizzazione (quanto avvenuto dal Cinquecento ad oggi), anche i costi di “riproduzione” non solo della forza-lavoro ma dell’insieme umano e ambientale del mondo intero.

Alcuni critici di sinistra hanno imputato ad Arrighi una sottovalutazione programmatica dei conflitti sociali, in coerenza ad una sua esperienza e visione “terzo-mondista” (ad esempio nei suoi precedenti studi sulla proletarizzazione senza sviluppo delle periferie del mondo capitalista ed in generale nell’assegnazione di un ruolo parziale all’industria ed ai rapporti di produzione).

A mio avviso lo sforzo di comprensione inter-disciplinare di Arrighi è già molto vasto ed una attenzione di altri autori sulle lotte sociali potrebbe integrarne la sua lettura di questa storia di mezzo millennio di capitalismo, probabilmente senza smentirla (come afferma anche Mario Pianta nella prefazione al testo edito in Italia nel 2014, indicando anche altre significative direzioni di ulteriore ricerca a partire dalle acquisizioni ed intuizioni di Arrighi).


Così come tale lettura mi sembra conciliabile con altre ricerche da altri punti di vista parziali, da me recentemente apprezzate, quali quelle di Luciano Gallino e di Paolo Leon (sul finanz-capitalismo di oggi, ma senza i precedenti storici pluri-secolari), di Thomas Piketty (sulla accumulazione del capitale dal Settecento, ma con poca attenzione alle dinamiche ed alle transazioni internazionali), di Paolo Prodi (sulla genesi dei mercati dal Medioevo, nella emancipazione dai poteri religioso e politico); mi sembra inoltre un utile correttivo ai contributi ancor più parziali (e da me meno apprezzati), ma comunque originali ed utili, di Graeber sul debito nei secoli e di Acemoglu&Robinson sui governi “estrattivi” e la benefiche distruzioni creatrici del capitalismo.    

MAGGIO 2015

20 - L’UTOPIA ANTI-EROICA DI LUIGI ZOJA

Ho letto “UTOPIE MINIMALISTE – UN MONDO DESIDERABILE ANCHE SENZA EROI” di Luigi Zoja (ChiareLettere, Milano 2013, pagine 232) a seguito dell’intervista e segnalazione nel programma televisivo “Scala Mercalli”, dell’omonimo metereologo ed ecologista Luca Mercalli.
Programma che ho trovato gradevole e non gridato (come invece le Gabanelli e gli Jacona della medesima fascia oraria su RaiTre) e spero quindi che sia risultato credibile ed efficace anche verso spettatori non pregiudizialmente ecologisti.
Nel taglio giustamente divulgativo, ma abbastanza approfondito, del programma di Mercalli non ho trovato molti spunti per ulteriori letture (se non già indotte da precedenti interventi di Mercalli presso FabioFazio), ma mi ha incuriosito la presentazione del testo di Zoja, sia per il gradualismo proposto, sia per l’approccio psicologico ed antropologico.

Luigi Zoja, psichiatra di scuola Junghiana e laureato dapprima in economia, percorre in lungo ed in largo i temi socio-economici e politici nel passaggio dal secolo XX al XXI, dalla caduta del comunismo e di ogni mitologia rivoluzionaria alla crisi dello stato sociale, dalla globalizzazione finanziaria allo stress ambientale del pianeta terra, cercando di applicare alla storia del mondo alcune categorie di interpretazione  proprie della sua esperienza di psicanalista (junghiano): a mio avviso con risultati alterni.

I contenuti più strettamente descrittivi delle contraddizioni e disuguaglianze nel  mondo contemporaneo, ed a partire dal crollo del blocco sovietico, mi sono sembrati corretti, ma non particolarmente originali.
Pregevole mi è parso il tentativo di contrapporre al liberista ed anti-solidale “Tax Freedom Day” (il giorno dell’anno in cui il contribuente ha finito di lavorare per pagare tasse e contributi) un calcolo dei pochi giorni che all’uomo occidentale bastano ogni anno per procurarsi quanto è veramente necessario; più scontate le considerazioni sul disagio fiscale verso le odierne nazioni, scavalcate dalla globalizzazione, a fronte di una accettazione più facile del carico fiscale con istituzioni locali forti e federate (esempio svizzero).

Più interessanti, ma discutibili, le considerazioni antropologiche e psicologiche.
Un assioma di fondo di Zoja (pag. 206) è che “tenere un diario, annotare i propri sogni,  o comunque  cercare di conoscere meglio se stessi, col tempo finirà coll’essere anche per la società un contributo più importante che il partecipare a manifestazioni rumorose”; raggiungere “l’individuazione” (cioè in sostanza la pace con se stessi) è la premessa ad una vera empatia sociale ed ambientale, fondata più sulla “vergogna” della corresponsabilità nei mali del mondo che sull’indignazione per il male altrui.
Per altro, dice Zoja, il raggiungimento dell’individuazione non si può programmarlo (mi sembra che assomigli un po’ alla grazia divina calvinista).

Pur comprendendo l’importanza dei riti e dei miti (archetipi junghiani) correlati alla militanza rivoluzionaria, Zoja considera molto dannosi i comportamenti astrattamente e “alienatamente” altruisti, propri del ciclo storico comunista, e propone la ricerca di un culto più intimista e rilassato di “utopie minimaliste”; confidando che nella rassegnata resistenza passiva della “generazione indifferente” possano maturare (anziché il narcisismo egoista, che a me sembra comunque incombente) comportamenti solidali, secondo la “naturale socialità dell’uomo” cara a Jung,  ed alternativi alla omologazione consumista, incontrando anche altre culture e altri archetipi: la natura, grande madre, ufficializzata anche nelle costituzioni delle nuove democrazie andine, e la comunità dei viventi, animali e vegetali inclusi, propria delle religioni orientali.   
(Temi che Zoja ritrova nella cultura occidentale solo di recente, con Peter Singer e Paolo De Benedetti, considerando Francesco d’Assisi come un eccezione isolata: trascura invece importanti pensatori e testimoni del Novecento, cresciuti tra cristianesimo ed illuminismo, come Albert Schweizer e Aldo Capitini, quest’ultimo rilevante non solo per il vegetarianesimo e la non-violenza come strumento di lotta, ma anche per la ricerca della felicità entro il lavoro, “endoponia”, che può assomigliare alla “individuazione”, su un versante più laburista).

Proseguendo un ragionamento di  Freud, Zoja contempla uno sviluppo a tappe del superamento dell’ego-centrismo occidentale attraverso Galileo e Copernico (la terra perde il centro nell’universo), Darwin (anche l’uomo appartiene al regno animale), Freud stesso (l’io razionale come parte minoritaria della psiche) per arrivare ad un pieno rispetto di tutte le specie viventi e degli equilibri dell’ecosfera.
Correlato è il percorso culturale proposto attraverso:
- Thoreau e Chomsky (contro Foucault, per il socialismo libertario, senza paradigmi preconcetti ed anche  come autorealizzazione dell’individuo),
- Borges (sorprendentemente anti-nazionalista)
- Enzensberger sul minimo di civiltà (le condizioni per la convivenza civile, assicurate in ristretti luoghi del globo) e sulle contraddizioni del superfluo, che portano alla povertà di spazio  e di tempo.
Con ulteriori riflessioni di Zoja sull’attesa che divora la vita, vuoi per eccesso di pretese (ad esempio la non accettazione dell’invecchiamento), vuoi invece per carenze di garanzie (il precariato).

Mi sembra interessante la proposizione dei “diritti dell’uomo dell’ambiente” non solo come difesa dagli inquinamenti, ma come “diritti positivi” all’acqua, all’aria respirabile, al cibo, alla luce ma anche al buio ed al silenzio, al poter camminare sulla superficie terrestre senza pericoli e barriere: il tutto anche come diritto alla salute psichica (e qui però mi sarei aspettato di apprendere maggiori dati sulla concretezza del disagio e del benessere per l’umanità urbana contemporanea).  
Più debole invece mi pare la proposizione dei diritti della natura, che non solo sono indeboliti, come dice Zoja, perché gli animali non votano, ma anche (tema ignorato da Zoja) per i rischi di fondamentalismo impliciti in ogni rappresentanza della natura assunta da gruppi umani (rischi maggiori, secondo me,  di quelli insiti nelle  militanze rivoluzionarie socialiste dei precedenti due secoli; perché alla fin fine i poveri, votando, magari in modo sbagliato, possono liberarsi dei falsi rappresentanti: i criceti invece no). 

Non mi ha convinto affatto la sua semplificazione sulle “generazioni”: la “generazione impegnata”, dal dopoguerra agli anni 70, che lottava contro le disuguaglianze in un periodo in cui il capitalismo, mitigato dalla socialdemocrazia, consentiva il massimo di relativa uguaglianza, e la successiva “generazione indifferente”, che non lotta più, mentre le disuguaglianze nei paesi sviluppati tornano ad espandersi ai massimi livelli.
Avendo appartenuto alla prima, rammento benissimo che la componente “impegnata” riuscì, chiassosamente e capillarmente, a conquistare una centralità politica e mediatica: ma era una componente minoritaria dell’universo statistico dei giovani di allora (ad esempio sono certo che la maggioranza dei miei compagni di liceo non ha mai preso parte ad alcuna manifestazione), e mi sembra scorretto confondere la parte con il tutto, trascurando i conflitti interni alle generazioni.

Non mi convince nemmeno il paradigma di Che Guevara come padre irresponsabile sia verso i suoi figli naturali che verso i suoi figli politici, anche se appare efficace la descrizione della parabola discendente del militante rivoluzionario frustrato (e non eroicamente caduto), che diviene incapace di leggere la realtà e di abbandonare strumenti concettuali ormai fallimentari e controproducenti: tutte queste critiche mi sembrano efficaci applicandole a chi ha scelto una militanza volontaria, molto meno per tutti coloro che hanno lottato, e lottano, semplicemente prendendo coscienza della loro oggettiva condizione subalterna e di sfruttamento (ed a cui manca il tempo forse per sfogarsi sul lettino dello psicanalista).

Per finire, anche se è chiaro il fallimento del comunismo nel tentativo di realizzare un uomo nuovo (da Stalin a Pol Pot) ed anche l’effetto controproducente dell’estremismo rivoluzionario (Che Guevara), occorre forse chiedersi se le mitigazioni di tipo socialdemocratico al capitalismo nel periodo 1945-75 (nei soli paesi sviluppati) sarebbero state possibili senza che aleggiasse altrove lo “spettro del comunismo”; ed infatti con il declino e poi il crollo del blocco sovietico abbiamo assistito ad un rilancio del liberismo finanziario selvaggio.
D’altro canto la strada di migliorare l’uomo per migliorare il mondo, pur in chiave diversa dalla “individuazione” junghiana,  è stata lungo predicata dal cattolicesimo democratico (quando la Chiesa ha perso il potere temporale e la pretesa di insegnare ad obbedire ai sovrani cattolici), ma non mi sembra con grandi risultati sociali, almeno all’interno dei paesi ricchi.

Forse anche il riformismo, per essere efficace, ha bisogno di qualche dose di utopia non troppo minimalista e di una dimensione collettiva ed in qualche misura militante, a partire dagli interessi concreti dei soggetti sociali (probabilmente a partire dai paesi poveri, e sperabilmente in armonia con la grande-madre-terra).

MAGGIO 2015

21  - “ARMI, ACCIAIO E MALATTIE” NELLA STORIA MONDIALE DI JARED DIAMOND

Non ricordo più da dove ho tratto la segnalazione di questo libro che risale al 1997 (nel 1998 premio Pulitzer, e traduzione italiana presso Einaudi, pagg. 366, con il sotto-titolo “Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila  anni”), ma l’ho trovato attuale e interessante, anche se forse le scienze specialistiche su cui si appoggia (archeologia, linguistica, genetica, ecc.) hanno compiuto ulteriori importanti acquisizioni nei successivi diciotto anni.
Sono materie abbastanza lontane dalle mie abituali letture dirette, ma per ricostruire uno scenario di insieme in tali campi mi avvalgo, per interposta persona, dei più vari interessi culturali di Anna, mia moglie e compagna di vita culturale; imitando, nel mio piccolo, lo stesso Diamond, che – laureato in medicina, come il padre, e divenuto ornitologo e poi geografo, svolgendo poi lunghe indagini in Nuova Guinea e altre terre “selvagge” – si sente antropologo e quant’altro occorre alla sua “storia mondiale” anche attraverso l’esperienza di una madre linguista e di una moglie psicologa.

Al culmine di una carriera  multidisciplinare e di una vita cosmopolita, Diamond ha scritto questo testo (attribuendo grande importanza al precedente “Storia e geografia dei geni umani” di L. Luca Cavalli-Sforza&C, uno dei pochissimi italiani citati nell’ampia bibliografia) per rispondere alla domanda posta dal suo amico guineano Yali: perché gli occidentali hanno tutto e noi quasi nulla? E soprattutto per non rispondere che tale divario dipende da diversità razziali innate, bensì essenzialmente dai condizionamenti ambientali.

Ripercorrendo le varie combinazioni di opportunità e casualità che hanno determinato i diversi sviluppi della specie umana negli ultimi millenni nei 5 continenti abitati (così come in generale l’evoluzione delle altre specie), e soprattutto nel passaggio da uno stile di vita paleolitico (raccoglitori-cacciatori in prevalenza nomadi) alle varie forme del neolitico (attraverso la stanzialità, la domesticazione di piante ed animali e quindi la pastorizia e l’agricoltura), Diamond individua il salto di qualità verso l’accumulazione tecnologica nella peculiare dislocazione orizzontale (nella direzione dei paralleli) delle civiltà eurasiatiche, contro la dislocazione verticale (nella direzione dei meridiani) per Africa, Americhe e – interposti mari, in antico più “stretti” – area indonesiana/oceanica.
La contiguità su fasce “orizzontali” con climi analoghi e ragionevolmente temperati dal Mediterraneo (nord-Africa incluso) al Giappone, passando per la “Mezzaluna fertile” del Medio- Oriente (ora assai meno fertile)  e la Cina, avrebbe consentito in Eurasia un frequente scambio (e/o imitazione od imposizione) di innovazioni colturali e culturali (tra cui la ruota, la scrittura e le armi in acciaio), approfittando al massimo della offerta naturale di specie vegetali ed animali oggettivamente domesticabili (il cui numero del mondo è comunque assai limitato), mentre negli altri continenti, frequentati dall’homo sapiens in tempi antichissimi (Africa, origine del Sapiens, ma anche Australia) o più recenti (Americhe), la minore offerta delle suddette opportunità è rimasta molto più circoscritta ai singoli popoli, per la difficoltà di trasmissione attraverso fasce climatiche contigue troppo disparate sull’asse nord-sud.
Contestualmente la prossimità e promiscuità con gli animali addomesticati avrebbe portato le popolazioni eurasiatiche ad accumulare intensi focolai di malattie contagiose, con frequenti crisi demografiche e però con progressiva crescita di  molte specifiche, anche parziali, immunità a tali epidemie, che si sono invece poi scatenate con esiti letali ai primi contatti con le popolazioni esterne al mondo eurasiatico; e solo in alcune regioni africane le malattie locali (malaria, febbre gialla) sono risultate quasi insuperabili per la colonizzazione da parte dei “bianchi”.       
  
Il testo di Diamond approfondisce le vicende preistoriche dei vari continenti, con particolare attenzione al rapporto Europa/America (molto bello lo zoom sulla conquista spagnola del Perù, con i 168 armigeri corazzati ed i cavalli di Pizarro contro gli 80.000 inca di Atahualpa e conseguenti inganni e stermini e schiavizzazione – nonché  epidemie -, il tutto in nome di Cristo) ed al laboratorio genetico e linguistico dell’Oceania, colonizzata in parte dapprima da uomini paleolitici (con scarsissima successiva evoluzione, soprattutto, ad esempio, in Tasmania), poi da “austronesiani”, neo-litici di origine probabilmente cinese, dotati di canoe a bilanciere, a partire dal 2000 a.C. (Indonesia) fino al 500 d.C. (Isola di Pasqua, ma anche – ad ovest e presso l’Africa – il Madagascar), e da ultimo dai bianchi occidentali, spesso sterminatori, dal 18° secolo, con svariati esiti dovuti in gran parte alle differenti condizioni ambientali.
Meno approfonditi mi sono sembrati i racconti sull’Africa e sulle dinamiche interne all’enorme complesso eurasiatico (e quasi nulla è detto sull’India): in particolare solo nell’epilogo Diamond tende a rispondere ad un'altra fondamentale domanda, cioè perché a metà dell’ultimo millennio gli europei svilupparono aggressivamente il loro (più tardivo) accumulo di tecnologie verso il resto del mondo, mentre gli imperi orientali (Cina e Giappone) rallentarono i loro sviluppi e subirono l’iniziativa occidentale; la spiegazione abbozzata da Diamond fa riferimento alla articolazione e varietà geografica dell’Europa (catene montuose, però valicabili, isole e penisole) a fronte di una sostanziale continuità geografica e ad un maggior relativo isolamento (catena himalayana e deserti dell’Asia centrale) del territorio cinese: da qui una unificazione politico-culturale relativamente più facile per la Cina ed i progressi tecnologici assoggettati ai capricci delle élites centralistiche (ad esempio la distruzione della flotta transoceanica nel 15° secolo, e l’abbandono di orologi e filatoi ad acqua; analogamente in Giappone per le armi da fuoco), contro la permanente frammentazione e contrapposizione dei singoli stati europei post-medievali, che non permetteva a nessuno di essi lunghe fasi di isolazionismo e protezionismo anti-tecnologico, pena la subordinazione ai voraci vicini.
Tale spiegazione mi sembra parziale, ed a mio avviso è meritevole di essere verificata e/o integrata con altre considerazioni, ad esempio, sul ruolo dei mercati e dei mercanti, delle religioni e delle ideologie, delle famiglie e degli stati, del debito e dell’accumulazione del capitale (vedi tra le mie recensioni i contributi di Paolo Prodi, David Graeber, Gerard Delille, Acemoglu&Robinson, Giovanni Arrighi).

Parimenti interessante, ma a mio avviso troppo schematica, è nel testo di Diamond la proposizione di una evoluzione dell’organizzazione socio-politica della specie umana in 4 tappe:
-          la banda, costituita da pochi gruppi familiari e senza una sistematica divisione del lavoro;
-          la tribù, più numerosa, ma dove comunque tutti si conoscono, e dove il capo è  - inter pares – uno dei capo-famiglia;
-          la “chefferie” (che io tradurrei in “signoria”), che raggruppa più tribù e più villaggi sotto il comando di un solo capo, con potere spesso assoluto ed ereditario, ed una sostanziale specializzazione nei mestieri, tra cui quello del soldato, mediante prelievi dal surplus produttivo dell’agricoltura; 
-          lo stato, caratterizzato da una burocrazia permanente ed articolata, sorretta da un sistema organico di tassazione (e sostanzialmente dalla presenza della moneta e dalla spersonalizzazione  dei rapporti di lavoro e di scambio).
Anche se queste fasi sono collocate su un percorso crescente “dall’uguaglianza alla cleptocrazia”, e malgrado la simpatia dell’Autore verso gli uomini più primitivi da lui personalmente incontrati, Diamond si distanzia dalla nostalgia dell’età “dell’oro e della pace” propria di molti antropologi con (limitate) esperienze sul campo, soprattutto perché evidenzia i gravi limiti di insicurezza nella gestione dei conflitti con gli ”altri” nelle fasi primordiali, non appena la densità del popolamento renda frequenti i contatti tra bande  e tribù diverse e  con essi gli omicidi come causa prima e crescente di morte; solo la “chefferie” e poi lo stato, monopolizzando la violenza legale, riesce a disinnescare la catena aggressiva delle “molecole sociali” primitive, al prezzo della estrazione del surplus produttivo, con tassi variabili di depredazione aristocratica o ridistribuzione socializzante (e parallelo esercizio più o meno feroce della violenza legalizzata) all’interno della compagine, e rovesciando fuori dai confini (di comunità più vaste) la carica di aggressività (guerre, schiavitù).

Nel finale Diamond si occupa soprattutto del futuro della storia come disciplina scientifica (forse perché come geografo/biologo/ecc. si sente respinto dall’attigua accademia degli storici) e meno del futuro dell’umanità,  sul quale a mio avviso il vasto paesaggio storico/geografico di questo testo può aiutare a porre importanti domande (pur senza alcuna meccanicistica risposta). 

GIUGNO 2015

22 - GOVERNARE IL CONSUMO DI SUOLO?
IL SAGGIO DI GIUDICE&MINUCCI E LA RICERCA EUROPEA OSDDT-MED
 GOVERNARE IL CONSUMO DI SUOLO?
IL SAGGIO DI GIUDICE&MINUCCI E LA RICERCA EUROPEA OSDDT-MED

Su questo argomento pochi mesi addietro ho recensito il “Rapporto 2014” del Centro di ricerca sui Consumi di Suolo (più recente ed anche più esaustivo), e sono in attesa di conoscere gli atti del convegno tenuto a Milano nello scorso maggio 2015, a cura dell’istituto ISPRA (Ministero Ambiente) in collaborazione con “Salviamo il Paesaggio”.

Il testo “Governare il consumo di suolo” di Mauro Giudice e Fabio Minucci edito nel 2013 da Alinea editrice di Firenze (pagg. 133) è distribuito insieme con il volume “Il consumo di suolo dalla Provincia di Torino all’arco Mediterraneo” (sempre a cura di Giudice e Minucci, pagg. 69), che riassume la ricerca europea “OSDDT-MED”, ed insieme costituiscono  una buona panoramica sulla questione suolo, da un ottica tipicamente INU/Poli Torino (purtroppo la lettura è talora disturbata dai numerosi refusi, insoliti per l‘editore Alinea e contrastanti con la valida impaginazione e presentazione grafica di ambedue i libri).

Il primo testo, che chiamerò “volume 1”, è più teorico e di inquadramento generale, anche se a mio avviso talvolta un po’ verboso e non stringente.
Nelle parti introduttive si occupa in prevalenza di:
-          Percezione e misurazione (e comunicazione) del fenomeno del consumo di suolo;
-          Connessione tra consumo di suolo e limiti delle risorse (alimentari, energetiche, ecc.), riportando, senza approfondirli, i tentativi di calcolo della cosiddetta “impronta ecologica” (la superficie di suolo pro capite mediamente necessaria per l’insieme dei consumi e degli smaltimenti);
-          Frammentazione fisica e istituzionale, che favorisce il consumo di suolo;
-          Norme sulla finanza degli enti locali, che incentivano le nuove costruzioni, alimentando la spesa corrente con gli oneri di urbanizzazione;
-          Dialogo volontario tra le regioni del nord-Italia (dialogo a mio avviso sopravvalutato nei suoi effetti)
Nella parte più narrativa non si comprende bene, a mio avviso, il perché delle tendenze della “città post-fordista” allo spreco di suolo e allo “sprawl” extra-urbano, e della difficoltà a realizzare “città attraenti” (funzionali anche alla concorrenza virtuosa tra territori): la frammentazione istituzionale, i costi di insediamento (vedi volume 2) e la finanziarizzazione del mercato immobiliare mi sembrano cause insufficienti per un fenomeno così globale, in cui entrano a mio avviso fattori antropologici e sociologici qui non indagati, e che prendono la mosse dalla stessa città fordista, quando gli operai, oltre a produrre automobile, cominciano anch’essi a possederle e ad usarle  (ovvero: perché ha successo di mercato la città diffusa?)

Seguono nel “volume 1” contributi  concreti sulla situazione e sulle iniziative delle regioni italiani più sensibili all’argomento, che riassumo brevemente:
-          Piemonte (autore lo stesso Giudice): contiene fondate critiche all’intero ciclo della vita effettiva della legge regionale 56/77, che il buon padre Astengo aveva pensato per tutelare il suolo, fino all’ultima revisione, positiva ma non cogente;
-          Lombardia (autore Andrea Arcidiacono - vedi “Rapporto 2014”): illustra le analitiche campagne di misurazione condotte in Lombardia e le finora scarse conclusioni operative contro il consumo di suolo (senza poter arrivare alla recentissima apposita legge regionale, la prima in Italia, che però fa salve ed addirittura “blindate” tutte le previsioni di espansione dei vigenti piani comunali) ;
-          Veneto (autrice Laura Fregolent): focalizza  le tendenze allo spreco di suolo sull’asse padano Verona-Treviso e l’insorgere di conflittualità sociali sugli ulteriori progetti rilevanti di insediamento e infrastrutturazione;
-          Emilia Romagna (autrice Graziella Guaragno, funzionaria regionale):  esamina i risultati assai parziali della Legge Regionale del 2000 e dei conseguenti PTCP provinciali (rallentamento ma conferma dei meccanismi espansivi) ed illustra le nuove migliori intenzioni della legge del 2009 e del Piano Territoriale Regionale del 2010 (interessante l’attenzione alle “città effettive”), mentre ci si interroga sul divenire dei necessari “piani di area vasta” vista la riforma nazionale che semi-abolisce le Provincie;
-          Toscana (autrice: Chiara Agnoletti): evidenzia l’inerzia delle tendenze alla espansione urbana nei piani comunali, malgrado il succedersi di leggi regionali che invitano i comuni stessi a contrastarla (l’articolo non prende ancora  in esame il recentissimo Piano Paesaggistico Regionale ed i suoi sperabili effetti in materia).
Il tratto comune a questi rendiconti regionali è la constatazione che forse si inizia a predicare bene (cambiando lingua comunque ad ogni confine di regione), ma ovunque si fatica a smettere di razzolare male.

Nella parte finale del “volume 1”, più programmatica, a partire dal concetto che la limitazione del consumo di suolo può derivare solo da un insieme articolato di azioni, e non solo da puri vincoli normativi e settoriali, gli Autori illustrano strumenti e strategie, tra cui (riassumo in parte con parole mie):
-          Provvedimenti legislativi nazionali, intersettoriali (riassetto enti locali, economia, agricoltura)  coordinamento tra le regioni;
-          Aggregazioni intercomunali e piani di area vasta (per superare confini artificiosi e perniciose concorrenze campanilistiche), con vera ed efficace Valutazione Ambientale Strategica, da cui derivare la verifica del carico ambientale di ogni scelta insediativa;
-          Idonea  fiscalità “di scopo”, con la sostanziale avocazione delle plusvalenze immobiliari alla finanza pubblica;
-          Pianificazione integrata, con priorità alla manutenzione del territorio, alla rigenerazione urbana ed agli interessi pubblici e non in rincorsa agli investimenti privati;
-          Sviluppo partecipato della conoscenza delle problematiche ambientale e della tutela del suolo

Il “volume 2” (“Il consumo di suolo dalla Provincia di Torino all’arco Mediterraneo”) ha un taglio più  pratico e racconta il progetto europeo di ricerca OSDDT-MED (acronimo che significa: occupazione del suolo e sviluppo durevole del territorio sull’arco mediterraneo).

La parte iniziale del testo espone le tendenze al consumo di suolo a scala europea e contiene un approfondimento sulle tendenze in atto nella provincia di Torino (ed in particolare nelle aree pianeggianti e di prima collina), esprimendo preoccupazione per i dati medi di consumo di suolo fino al 2006, poi attenuati (vuoi per la crisi, vuoi per più virtuose politiche, consolidate successivamente dal nuovo PTCP provinciale del 2009-2010), ma anche per le residue previsioni dei piani comunali vigenti, che non saranno però cancellate né dal “PTCP2” né dall’ultima versione della legge regionale “tutela ed uso del suolo”

La parte centrale del “volume 2” descrive gli indicatori quantitativi sperimentati dai vari partner internazionali del progetto, che risultano più raffinati che non  la semplice quantità di consumo del suolo, la sua dinamica temporale e la media pro capite, perché includono:
-          La articolazione per suolo fertile, per fasce altimetriche, per incidenza su aree a rischio idro-geologico, a rischio di incidenti, oppure variamente soggette a tutela
-          Indicatori di dispersione (sprawl)
-          Indicatori di frammentazione: per infrastrutture lineari, per “fattore di forma” degli abitati (rapporto perimetro/superficie, che premia le forme compatte, a mio avviso però con un notevole schematismo rispetto alla concretezza delle geografie e delle storie)

Al termine del “volume 2” sono esposte alcune indicazioni programmatiche, simili in gran parte a quelle del “volume 1” (tra cui: una effettiva conoscenza eco-sistemica del territorio; concertazione e partecipazione; progettazione integrata multi-criteri), tranne la rivendicazione di un quadro normativo superiore, che qui assume scala continentale (direttiva europea), anziché solo nazionale, e quella di adeguati incentivi finanziari agli enti locali interessati alla nuova pianificazione, che forse nella situazione italiana suona troppo ottimistica.

GIUGNO 2015

23 - REDDITO MINIMO GARANTITO IN EUROPA (MA NON IN ITALIA): “CONTRO LA MISERIA” DI GIOVANNI PERAZZOLI

Il testo di Giovanni Perazzoli “CONTRO LA MISERIA – viaggio nell’Europa del nuovo welfare” (Editori Laterza,  Bari 2014, pagg. 150) costituisce una valida panoramica del welfare europeo sul fronte della  disoccupazione, con excursus storici a partire da Bismarck (Germania fine Ottocento: impostazione assicurativa-corporativa, limitata alla perdita del posto di lavoro per le singole categorie) a Beveridge (Gran Bretagna metà Novecento: universalità e permanenza dei sussidi, a sostegno di una sostanziale piena occupazione), senza dimenticare  il ruolo delle concessioni di tipo social-democratico nella sfida tra Occidente e blocco sovietico.
La rassegna di Perazzoli entra nel dettaglio delle soluzioni adottate dai principali paesi del nord-europa (Francia compresa), accomunate da alcuni capisaldi sostanzialmente costanti:
-          l’universalità e la permanenza (o ripetibilità), come già accennato, con offerta di sussidio a tutti i cittadini maggiorenni privi di reddito (a fianco di sistematiche sovvenzioni per gli studenti, non indagate dal testo);
-          l’affiancamento con altri specifici canali di sostegno, per la casa, la salute, i figli ed altri specifici bisogni;
-          l’intervento attivo di agenzie per la formazione ed il collocamento.
Pensate all’origine come intervento massiccio ma collaterale, nel contesto di tendenziale piena occupazione tipico del periodo post-bellico, tali politiche hanno subito revisioni e restrizioni nelle recenti fasi di crisi:
-          per la difficoltà a far fronte alla spesa complessiva,
-          per la minor efficacia del reddito minimo come incentivo alla ricerca del lavoro in un mercato che offre spesso sotto-salari,
-          per il crescente dissenso di tali misure a favore dei disoccupati (e peggio se immigrati) tra altri strati di lavoratori ed imprenditori impoveriti;
da qui le esperienze tedesche dei “mini-job” e quelle inglesi di rafforzamento degli obblighi ad accettare i lavori offerti; l’Autore evidenzia però la  sostanziale permanenza del sistema di welfare consolidato e la sua attuale efficacia, anche come stimolo alla affermazione individuale per i soggetti interessati, che solo marginalmente risultano rassegnati ad approfittare a lungo della condizione di assistiti.

Perazzoli richiama  anche, seppur non in modo sistematico, le diverse correnti ideologiche che attraversano la pratica del reddito minimo garantito nord-europeo, e che mi sento di riassumere come segue:
-          liberale: sostegno al lavoro “vero” e alla produttività aziendale; scommessa sull’iniziativa individuale degli assistiti; funzionalità del mercato del lavoro coniugata alla flessibilità dei lavoratori;
-          socialdemocratica: inclusione e universalità; socializzazione delle fluttuazioni settoriali; spinta indiretta alla crescita dei salari minimi per gli occupati;
-          teorici della “fine del lavoro” e sostenitori del “reddito di cittadinanza” (esteso teoricamente anche ai ricchi, salvo recuperarlo con maggiori tasse), tra Pierre Rosanvallon e Ulrich Beck (e ci aggiungerei Guy Standing), i quali in sostanza sostengono che il settore produttivo, ad alta produttività, può e deve farsi carico di tutto il resto della baracca, che comunque gli è necessaria per il consenso e per una più ampia “produttività sociale”;
oltre ovviamente ad una opinione pubblica reazionaria che semplicisticamente ritiene necessario tagliare il più possibile i sussidi “ai fannulloni”.

In contrappunto al (nord)Europa, Perazzoli tratteggia la diversa vicenda italiana, con i successivi fallimenti della commissione Aragona nel dopoguerra, della commissione Onofri (a metà anni ’90, 1° Governo Prodi) e del dossier Biagi (primi anni 2.000, governo Berlusconi) e – a mio avviso senza i necessari approfondimenti sulla concomitante assenza o carenza di reddito garantito anche in Grecia, Spagna e Portogallo e parte dell’Est-Europa – attribuisce le ragioni di tali insuccessi ad un mix di fattori sociali: il familismo, il corporativismo ed il clientelismo portano a conservare la discrezionalità  nelle erogazione dei sussidi (in opposizione alla universalità) come elemento di forza del sistema di potere (e dei partiti in particolare), alimentando fenomeni assistenziali, quali le pensioni di invalidità (anche ad alcuni validi), i lavori finti, gli aiuti per i “poveri”, la cassa integrazione da decidere di volta in volta, la permanenza dei giovani nelle famiglie di origine, fenomeni che ben si  intrecciano anche con la pratica del lavoro in nero.
Un sistema vischioso, che appare insuperabile, e che Perazzoli vorrebbe scardinare con l’universalità del reddito minimo garantito.

I MIEI DUBBI IN PROPOSITO

Per parte mia non ho dubbi sulla preferibilità del modello nord-europeo rispetto alla attuale situazione italiana, ma ho qualche dubbio sia sulla esportabilità del modello in Italia (1), sia su alcuni aspetti intrinseci del modello di welfare proposto (2-3-4):
1-      se in Italia (come in altri paesi mediterranei) gli attuali sussidi coesistono con il lavoro in nero (che nel contempo a mio avviso gonfia oltre il credibile le statistiche dei giovani che “né studiano né lavorano”), come potrebbe invece il reddito minimo garantito ed universale escludere di affiancarsi di fatto anch’esso al lavoro in nero?
2-      Il mondo delle aziende produttive deve essere considerato come un ambito superiore, dove tutti (gli inclusi) si realizzano in serenità e pace (e che può esternalizzare come tasse i costi del mantenimento degli esclusi tramite welfare)  oppure comunque genera conflitti e disagi (competitività, super-lavoro, stress) che in una più equa ripartizione del lavoro potrebbero stemperarsi a vantaggio di tutti (i già inclusi e gli includibili), sia con progressive riduzioni degli orari e contratti di solidarietà (e staffette giovani/anziani), sia internalizzando parte del welfare e cioè ponendo a carico delle aziende quote di assunzioni “sociali” (come in parte già avviene con i disabili)?
3-      le esperienze di ripartizione sociale del lavoro fuori dalle aziende, cioè nel settore pubblico e neL “terzo settore”, come i “lavori socialmente utili” ed  il servizio civile, sono da considerare “assistenzialisti”, mentre l’erogazione di sussidi universali, senza chiedere contropartite in lavoro (ed in parallela seria frequentazione di corsi formativi), non lo sarebbe
4-      stanti le difficoltà della finanza pubblica, se si trovassero le risorse per allargare progressivamente le indennità di disoccupazione, perché non coniugare questa spesa sociale con l’enorme fabbisogno arretrato di manutenzione gestione dei beni comuni (territorio, ambiente, beni culturali)?

Il tema, che ho già affrontato recensendo “Precari, la nuova classe esplosiva” di Guy Standing, è assai complesso, ed intendo ritornare ad affrontarlo, soprattutto riguardo alla separatezza tra lavoro produttivo e “beni comuni”: a mio avviso anche la produzione deve essere considerata un “bene comune” e mi pare che ci sia qualche cenno nella Costituzione (articoli 1,  42 ed altri).

GIUGNO 2015 


24 - BIO-URBANISITCA A FAENZA, DI ENNIO NONNI&C.

Il volume “Biourbanistica –Energia e Pianificazione”, di Ennio Nonni (dirigente del comune di Faenza) ed altri autori  coinvolti nella pianificazione urbanistica ed energetica della città romagnola, edito dal Comune di Faenza e stampato nel 2013 dalla Tipografia Valgimigli di Faenza (pagine 224 in carta patinata con llustrazioni e testo a fronte in inglese) rientra nel progetto Europeo EnSURE, (Energy Saving in Urban Quarters trough Rehabilitation and New Ways of Energy Supply).

Di Ennio Nonni avevo già letto precedenti interventi sulle riviste dell’INU e dintorni, apprezzando in particolare la sua concretezza, legata all’esperienza militante di pubblico funzionario (simile alla mia, nel mio piccolo), e però connessa ad una visione urbanistica di ampio respiro, che ha anticipato di alcuni anni la tematica del risparmio del suolo, intrecciata con le problematiche energetiche ed ambientali (infatti Nonni auto-cita suoi testi del 1990).

Ora Nonni tenta una sintesi più ambiziosa di tali percorsi, introducendo il concetto di “bio-urbanistica”: come afferma il Sindaco Giovanni Malpezzi nell’introduzione del testo, “quanto messo in campo è il tentativo di evitare la semplificazione per cui se tutti isolano la propria casa, la città sarà più sostenibile e più attrattiva” (tema su cui ho avuto occasione di esercitarmi anch’io, sempre nel mio piccolo).

Il testo esplica puntualmente le operazioni svolte dalla città di Faenza per dotarsi di una peculiare pianificazione energetica, con analisi dettagliata dei tessuti edilizi (e – ad esempio –con ulteriore articolazione della classe energetica “G” nazionale, la peggiore, in ulteriori 6 sotto-classi, per meglio definire le condizioni e le azioni di intervento sui tessuti edilizi più datati e più dissipatori di energia), affiancando tale ricerca (che mi è sembrata accurata, ma non molto diversa da altri Piani Energetici Comunali), presentata da Federica Drei (funzionaria comunale) e Massimo Alberti (ingegnere consulente) con interessanti approfondimenti teorici di  Alessandro Rogora e Matteo Clementi (Politecnico di Milano), nonché Nicola Marzot (Architettura Ferrara), che evidenziano le interrelazioni tra consumi energetici, microclima, tipologie edilizie e morfologia urbana, mostrando come l’impostazione progettuale per la riqualificazione energetico-ambientale della città esistente debba affrontare olisticamente numerosi fattori anche conflittuali.

In particolare, il saggio del prof. Rogora pone al centro dell’attenzione (richiamando altri autori contemporanei, tra cui Sergio Los) il clima dell’ambiente urbano esterno ai fabbricati, cercando di definirne, attraverso un ampio excursus storico e geografico, una sorta di teoria generale alla ricerca del miglior equilibrio tra compattezza urbana e soleggiamento/ombreggiatura, particolarmente importante nelle fasce del globo a clima temperato, dove gli spazi urbani esterni sono potenzialmente più vivibili in modo sociale; l’Autore affronta le singole variabili: altitudine (assoluta e relativa, in situazioni vallive), ventilazione (naturale ed indotta dagli stessi insediamenti), acque superficiali, vegetazione ed alberature, in correlazione con le opzioni tipologiche e morfologiche (ad esempio case a torre e corti urbane alla maniera di Cerdà), ideali e reali, ed alle possibili modifiche, sempre assumendo come unità minima l’aggregazione urbana (la strada o la piazza) e non il singolo fabbricato. 

(La parte analitica di questo saggio mi appare illuminante e paragonabile alle lezioni del compianto Gianfranco Caniggia* sulle regole basilari degli insediamenti, in particolare riguardo ai crinali/versanti/fondovalle; un poco deludente è forse la parte finale, dove le proposte operative per i Regolamenti Edilizi si arenano su un  meccanismo di punteggi, poco gerarchizzato, per cercare di contemperare le diverse componenti conflittuali della progettazione; d’altronde anche in Caniggia la parte propositiva non è appagante come quella analitica).

L’intervento di Nicola Marzot si sviluppa con analoghe finalità, focalizzandosi sulle alternativa morfologiche per gli isolati urbani densi e sulla capacità degli stessi di generare ombra e ventilazione, illustrata attraverso esempi recenti di nuovi quartieri europei sorti (o progettati)  nel recupero di aree produttive dismesse.

Matteo Clementi espone criteri di valutazione ambientale per la progettazione degli interventi di trasformazione urbana impostati su un concetto di “sostenibilità forte”, con calcolo sia delle emissioni di CO2 che dall’impronta ecologica complessiva degli insediamenti, includendo tutto il ciclo dei consumi di risorse indotti dallo “stile di vita” degli abitanti, esemplificato su una ipotetica “persona media” di Faenza, e mostra l’incidenza di fattori come il trasporto privato, che possono essere ridotti solo con la nuova organizzazione di una città densa (e resiliente, citando ancora Sergio Los).

Nelle parti redatte direttamente, Ennio Nonni espone una compiuta proposta di “nuova urbanistica” che, marginalizzando le tecniche perequative (in quanto tipiche dell’urbanistica espansiva), da cui riprende però compensazioni ed incentivazioni, ed esaltando una seria valutazione ambientale (vedi sopra Clementi), non ridotta alla santificazione ex-post delle scelte di piano (come di frequente purtroppo avviene), affida in buona misura alla spontaneità dei singoli interventi (anche in auto-costruzione) il conseguimento di una nuova bellezza ed attrattività della città, attraverso l’imposizione di alcune fondamentali nuove regole e la contestuale liberazione da alcune vecchie regole errate.
Limitandomi alle indicazioni più originali (e dando per scontato quanto riguarda la sicurezza sismica ed idrogeologica, il risparmio energetico, ecc.), segnalo:
-          Recingere la città esistente con una cintura verde invalicabile (con il valore iconico e quasi sacrale delle mura medievali) e costringerla a crescere all’interno del recinto, soddisfacendo i nuovi bisogni con il riuso delle aree dismesse e/o sotto-utilizzate;
-          Riqualificare la campagna, finalizzandola alla produzione alimentare per la città, e sopprimere anche con incentivi di compensazione edilizia (in città) gli interventi edilizi sparsi, incongrui e dissipatori di energia trasportistica;
-          Favorire lo sviluppo degli orti urbani e di ogni forma di gestione creativa delle aree verdi, pubbliche e private;
-          Consentire la densificazione edilizia, sopprimendo gli obblighi di distanza tra fabbricati (restano però le norme nazionali) e gli indici di densità edilizia, e indicando solo allineamenti, altezze e coperture (nonché indici di permeabilità del suolo e di piantumazione minima), facilitando e quasi imponendo nel contempo il mix funzionale, soprattutto riguardo alle funzioni non residenziali nei piani terra fronte strada;
-          Sostituire le norme prescrittive con obiettivi prestazionali, dinamizzando così la progettazione  con incentivi qualitativi, premiando sia i miglioramenti ambientali  e sicuritari (es.  anti-sismici) sia quelli identitari (arte e attrattività urbana);
-          Generalizzare le alberature in tutte le strade e rallentare il traffico con la compresenza di varie funzioni ed utenze nelle aree stradali (senza specializzarle tra pedonali e veicolari, queste pericolosamente e inutilmente veloci);
-          Dare spazio all’arte ed ai creativi, comunque attratti da una città compatta e vivace, e capaci di renderla ancor più attrattiva.

Dall’insieme di tali complesse politiche innovative, secondo Nonni, matura una sinergica crescita della bellezza della città compatta e della qualità della vita, con miglioramento energetico anche riguardo ad una minore e migliore mobilità.
Nonni sostiene anche che i valori positivi insiti in queste scelte non sono soggettività estetiche, ma opzioni auto-evidenti: “si preferisce vivere a Siena o nella periferia nebulosa?” è per Nonni una sorta di domanda retorica.

Ed è qui che meno mi convince. Perché a mio avviso è invece palese che non solo per una congiura di immobiliaristi o di vetero-urbanisti, ma per una spontanea adesione degli utenti, il modello della villetta continua a permanere come mito antropologico, e non nascono facilmente nuove Siene.
(D’altronde non è escluso che un tessuto di villette sia dotato di viali alberati e gradevoli spazi pubblici, anche se restano tutti  i problemi trasportistici e sociali della basa densità). 
Non mi convince nemmeno la densificazione delle espansioni novecentesche attuata a colpi di interventi edilizi singoli, senza una pianificazione dettagliata di quartiere (anche come guida ad eventuale auto-costruzione): probabilmente è anche necessaria una potente leva finanziaria per acquisire immobili da demolire e/o accorpare e poi rivendere/ri-assegnare .
E a questo punto mi incuriosirebbe un sopralluogo a Faenza, perché gli “urbanisti condotti” sono molto più esposti alla verifica nei fatti degli urbanisti privi di responsabilità gestionali.
Infine mi sembra un po’ meccanico associare strettamente la battaglia per limitare il consumo di suolo con la delimitazione della città esistente: occorre forse una pianificazione d’area vasta, fondata sui flussi delle areee trasformabili, ma un po’ più flessibile, perché non ovunque coincidono la domanda di nuovi insediamenti  l’offerta di aree dismesse o sottoutilizzate (comprese le residenze del secondo dopoguerra).

*Gianfranco Caniggia e Gian Luigi Maffei “Lettura dell’edilizia di base” e “Il progetto nell’edilizia di base” Marsilio, Padova 1979 e 1984

LUGLIO 2015



25 - LO STATO INNOVATORE, DI MARIANA MAZZUCATO

Il testo “Lo stato innovatore” (Laterza, Bari pagg. 351) di Mariana Mazzucato è uscito (tradotto) in Italia nel maggio 2014 (in USA e Gran Bretagna nel 2013) ed ha suscitato l’anno scorso un discreto dibattito,  tra gli specialisti e sui media, sia per l’autorevolezza dell’Autrice, ricercatrice e docente italo-americana e cattedratica dell’Università del Sussex, sia per la chiarezza e nettezza dei contenuti.
Spiace constatare che, passato il clamore mediatico, il dibattito politico-economico nostrano (ed europeo) resti incagliato sui consueti temi, senza apparenti scalfitture e però anche senza serie confutazioni delle tesi della Mazzucato.

Dimostrando le sue affermazioni con documentate ricerche, proprie ed altrui, l’Autrice tende a smontare alcuni miti ricorrenti nel pensiero economico e nella pratica politica di molti paesi; tra questi:
-          che la piccola impresa sia comunque e sempre da privilegiare perché dinamica e creativa;
-          che il successo delle nuove imprese (tipo Silicon Valley) sia effettivamente sostenuto dagli investimenti del “venture capital”, il quale invece interviene solo in fase di imminente decollo della commercializzazione di nuovi prodotti (senza scommettere sulla ricerca di base), per poi uscirne al più presto con la quotazione in borsa o cessione/fusione delle nuove aziende (con il rischio di stroncarne l’effettiva capacità innovativa);
-          che la crescita e l’innovazione siano direttamente proporzionali al numero dei brevetti (i quali invece divengono spesso elementi di freno e ingabbiamento della ricerca) ed all’entità della spesa  ufficialmente definita di “Ricerca&Sviluppo”, mentre tale importo può includere mere spese di marketing e commercializzazione: è invece decisivo distinguere la qualità delle connessioni che si istaurano tra università, enti di ricerca ed aziende (la rete eco-simbiotica dell’innovazione).

Viceversa la Mazzucato, attraversando in lungo ed in largo le vicende dello sviluppo tecnologico ed economico dei trascorsi decenni, si impegna a dimostrare il ruolo, indispensabile e spesso misconosciuto, svolto da specifiche agenzie e iniziative statali, nella liberistica America (anche sotto i presidenti repubblicani) e altrove, per la realizzazione dei più importanti percorsi strategici dell’innovazione, quali ad esempio:
-          informatica e internet, dalla Darpa americana (iniziata a fine anni 50 in risposta ai successi tecnologico-militari dell’Union Sovietica, al tempo degli Sputnik) alla concertazione Stato-imprese peculiare del Giappone  e della Corea;
-          energie rinnovabili, dalla Germania alla Danimarca, e poi in Cina ed in Brasile, ma anche con grandi investimenti pubblici, ancorché discontinui (anche per le resistenze delle lobbies carbon-petrolifere), e per questo meno efficaci, degli stessi USA;
-          bio-tecnologie, nanotecnologie, ricerca farmaceutica per le malattie rare.
In tutti questi (ed altri) casi, secondo la Mazzucato, solo lo Stato può avere le risorse, il coraggio e la pazienza per sostenere ricerche di base ed applicative senza immediato sbocco, con grossi rischi di fallimenti (vedi il caso dell’aereo Concorde), che però lo Stato stesso può bilanciare con l’insieme dei risultati positivi del suo ruolo di Grande Innovatore.

La Mazzucato non intende sminuire il compito centrale delle imprese private nello sviluppo commerciale dei nuovi prodotti, ma sottolinea come lo Stato, oltre ad assicurare le funzioni fondamentali del vivere civile ed a sobbarcarsi i costi delle infrastrutture materiali ed immateriali di scarso rendimento finanziario (dalle ferrovie all’istruzione), oltre a regolare ed orientare i mercati – e quindi anche la domanda dei nuovi prodotti – con le norme ed il fisco, oltre ad agevolare l’iniziativa delle imprese stesse ed a smorzarne i rischi o gli effetti dei fallimenti, deve intervenire pesantemente e costantemente nella promozione dei nuovi fronti di ricerca, per assicurarsi il conseguimento di obiettivi generali (dalla egoistica supremazia politico militare del proprio stato ai più nobili fronti della qualità ambientale e della salute e del benessere dei cittadini).

Il testo si occupa in particolare del successo della Apple (anche perché tanto pubblicizzato dall’azienda stessa) per indicare quanto i nuovi prodotti dell’azienda di Cupertino siano in realtà fondati su fondamentali scoperte messe a disposizione della ricerca pubblica, dai micro-processori agli schermi a cristalli liquidi, da internet al GPS (per citare solo 4 dei 12 capi d’accusa); ed analizza Apple anche come tipico esempio di multinazionale che de-localizza il lavoro ed elude il fisco (giocando anche tra le diverse aliquote di imposta tra California e Nevada), comprime i salari e le carriere dei livelli medio-bassi a vantaggio di top-manager e azionisti, in un processo complessivo di privatizzazione dei guadagni e di socializzazione dei costi (analogo e forse più spudorato processo è quello illustrato dall’Autrice per il settore farmaceutico).

Un altro lungo capitolo (molto interessante per chi abbia sensibilità ecologiche) è dedicato alle strettoie, tecnologiche e finanziarie, del difficile cammino verso un’industria energetica non inquinante.

Nella parte conclusiva il testo propone alcuni criteri per la riappropriazione pubblica dei benefici derivanti dall’impegno innovatore dello Stato (del tipo royalties sulle scoperte della ricerca di base, restituzione a lungo termine dei fondi iniziali di sostegno alle nuove imprese oppure mantenimento di quote azionarie) in un quadro generale di riequilibrio fiscale, fondato su una corretta ri-considerazione del premio da riconoscere al rischio (non dei soli azionisti e top-manager, ma anche dei lavoratori e dello stesso Stato) e finalizzato a sostenere una copiosa  e costante politica di investimento nell’istruzione  e nella ricerca (anche e soprattutto nei paesi più deboli dell’Europa, tra cui l’Italia, dove invece si punta solo a ridurre l’insieme della spesa pubblica). 

Complessivamente “Lo Stato Innovatore” si configura a mio avviso soprattutto come uno strumento di battaglia culturale per la de-mistificazione di alcuni fondamenti del pensiero e della propaganda neo-liberista (del tipo “stato minimo e briglia sciolta alle imprese”, “tutto il merito va al venture capital, quindi detassateci”, “il valore azionario premia il rischio” ), e la sua importanza risiede anche nella autorevolezza della  Mazzucato all’interno del mondo accademico anglosassone.
L’ottica della Mazzucato resta comunque “sviluppista” ed assume la sostenibilità ambientale solo quale ragionevole ed auspicabile scelta di uno stato innovatore, e non come una necessià oggettiva, correlata ai limiti delle risorse.
Tuttavia, nel debole panorama delle serie alternative allo “stato di cose presente”, cioè del finanz-capitalismo e della privatizzazione imperante, la posizione della Mazzucato si differenzia dalla mera riproposizione delle ricette neo-keynesiane (rilancio dei consumi e della spesa pubblica, anche in deficit) così come dalla generica invocazione di una “politica industriale” e di un rilancio degli investimenti pubblici, perché mostra precisamente in quali fasi del processo di ricerca e di nascita di aziende innovative si collochi il necessario ed insostituibile intervento dello Stato, che rischia e che sceglie, guidato da una visione generale di lungo respiro.
(Che per l’Europa, se sopravvive alla crisi greca, dovrebbe secondo me assumere una dimensione continentale)
Intanto in Italia, paese ideologicamente orientato in prevalenza verso le privatizzazioni (ma in realtà tuttora permeato da ENI ENEL FS POSTE FINMECCANICA MUNICIPALIZZATE ecc.), ed attraversato da inestricabili gorghi corruttivi, la proposta di nuove connessioni tra pubblico e privato, con la discrezionalità e l’agilità suggerite dalla Mazzuccato, non può che spaventare: cosicché gli intrecci di fatto continuano, mentre manca un trasparente confronto sul miglior orientamento delle risorse pubbliche (a partire da quelle esistenti) nella direzione di una effettiva e strategica innovazione.   

LUGLIO 2015

26 - SOLIDARIETA', DI STEFANO RODOTA'


“Solidarietà. Utopia necessaria” di Stefano Rodotà (Bari, Laterza  - 2014 – pag. 141) è un nitido e appassionato racconto storico sull’evoluzione giuridica del concetto di solidarietà, ed un appello alla sua attuazione anche in questa fase di crisi economica e sociale.

Rodotà evidenzia come la solidarietà emerge, in un storia piena di contraddizioni e conflitti, qualificandosi ad un tempo come dovere dei ricchi e diritto dei poveri, e differenziandosi quindi da tutte le forme di beneficienza e carità, che – pur esprimendo sentimenti positivi di fratellanza da parte del ricco – non contemplano come carattere fondamentale del rapporto di redistribuzione delle risorse la dignità del povero.

La solidarietà ha radici nell’illuminismo e nelle dichiarazioni dei diritti che punteggiano le rivoluzioni americana e francese, ma ben presto si eclissa con il fallimento della “fraternité”, che già in periodo napoleonico  non affianca più “liberté” ed “egalité”, sostituita dalla borghese “proprieté” e quindi da una concezione contrattualistica dei rapporti umani (che di fattore restringe anche la libertà e l’uguaglianza).

Nel difficile cammino verso una universalità dei diritti, secondo Rodotà, è interessante la tappa costituita dal Codice Civile del nascente regno d’Italia, che nel 1865 riconobbe i diritti civili anche agli stranieri  (anche per l’influenza culturale di Pasquale Stanislao Mancini), e che solo dal Fascismo fu limitato agli stranieri degli stati amici.

Successive tappe importanti sono state le nuove costituzioni di Italia e Germania dopo il 1945, l’una fondata sul lavoro e l’altra sulla dignità umana, e da qui un nuovo ruolo positivo del “costituzionalismo” nella costruzione del diritto, che arriva – per Rodotà – ad una svolta decisiva riguardo alla solidarietà con la vigente Carta Europea dei Diritti, annessa al Trattato di Lisbona, e dunque vincolante, in teoria, per tutti gli stati dell’Unione Europea – e per la stessa Unione - , che invece spesso la ignorano, ma possono già essere richiamati con successo ricorrendo alla Corte Europea di Giustizia.

Anche se il testo di Rodotà talora si libra su elevati concetti giuridici e si appoggia su un’ampia e raffinata bibliografia internazionale, resta di agevole lettura e ci conduce infine al nocciolo della questione, ovvero se sia possibile, nel contesto della globalizzazione, della prevalenza dei valori economico-finanziari e della relativa scarsità delle risorse pubbliche, affermare, nella lotta politica e con gli strumenti del diritto (a partire da quello costituzionale) una “riserva” in favore di una solidarietà sociale come “bene comune”, non mercificabile, e come diritto di cittadinanza, tendenzialmente universale.

Rifiutando invece una visione riduttiva del benessere sociale come variabile totalmente dipendente dalla “crescita”, che quindi confina di fatto il ”welfare state” in una felice parentesi storica ormai esaurita (anche grazie alla caduta della paura del comunismo); e affidando agli afflati positivi del volontariato un ruolo complementare rispetto ai doveri solidali della “cosa pubblica” nei confronti dei diritti fondamentali di una vita dignitosa per tutti gli uomini (migranti compresi). 


E per una volta, in queste recensioni, non ho nulla da obiettare con i miei corsivi. 

LUGLIO 2015

27 - MIGRAZIONI E LAVORI, NELLA RICERCA DI CAMILLA GAIASCHI

“La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene” è  il titolo di un e-book di 94 pagine, edito nel 2015 dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di  Milano, che raccoglie un’agile ed efficace ricerca condotta dalla giovane sociologa/giornalista Camilla Gaiaschi.

Il testo alterna felicemente (pur con qualche refuso di troppo) l’analisi e la comparazione di dati quantitativi da diverse fonti, riferimenti bibliografici ad altre autorevoli ricerche sociologiche e brevi e spigliati racconti “giornalistici”, mirati sui casi concreti di diversi migranti coinvolti nei diversi flussi esaminati dal libro.  

Nelle Conclusioni, da pag. 83 a pag. 88, la stessa Autrice riassume con molta chiarezza il testo, che mi sforzerò di riassumere ulteriormente:
  • La prima parte (“da”) esamina i nuovi flussi di emigrazione degli italiani verso l’estero, evidenziando che si tratta in prevalenze di giovani, istruiti, sia maschi che femmine, provenienti dal Centro-Nord, motivati dalla ricerca di un lavoro migliore (ma anche disposti a mansioni umili nella fase di ricerca) e diretti  per lo più verso le aree metropolitane più dinamiche e/o ospitali, tra cui Londra, Berlino, Parigi, Barcellona, ma anche Dubai e Shangai; si muovono attraverso reti amicali oppure attraverso approcci individuali al web, od ancora, almeno inizialmente, al seguito di imprese italiane esportatrici.
    A fianco di queste correnti più innovative e caratteristiche di questo inizio di secolo, con accelerazione negli anni di crisi dal 2007, si affianca il rinverdire di flussi più tradizionali di migranti a basso livello di istruzione, in prevalenza dalle regioni del Sud.
    Le quantificazioni ufficiali degli emigranti iscritti come “residenti all’estero” (nell’ordine di quasi 100.000 all’anno) risultano sotto-stimate, fino ad un raddoppio del flusso effettivo, perché la facilità dei trasporti e la temporaneità degli impieghi spingono spesso a mantenere vivi i legami con le famiglie e le città di origine ed inalterate le iscrizioni anagrafiche. 
  • La seconda parte (“a”) si occupa degli immigrati, i cui flussi di arrivo sono decisamente diminuiti dopo il 2010, mentre è aumentato il numero degli stranieri che lasciano l’Italia o per tornare al paese di origine oppure per trasferirsi in altri paesi europei, più floridi e/o accoglienti; la crisi inoltre ha indotto una crescente mobilità degli immigrati all’interno dei confini italiani, per inseguire le occasioni di lavoro e non perdere i permessi di soggiorno, accettando anche de-mansionamenti e altre forme di peggioramento contrattuale (ad esempio trasferendosi dalle industrie del Nord al bracciantato stagionale nell’agricoltura del Sud).
    (Il testo non affronta la recente ondata di sbarchi di profughi e migranti irregolari, orientati per altro tendenzialmente verso il Nord Europa).
  • La terza parte (“in”) osserva la ripresa delle migrazioni interne, soprattutto dal Sud al Nord (anzi al Nord-Est), già in atto dagli anni Novanta, ed ora in accelerazione (ancora vicino ai 100.000/anno) , sia tra i lavoratori qualificati (in parte già insediati al Centro-Nord come studenti universitari fuori-sede) sia per le mansioni medio-basse; anche qui sia maschi che femmine, anche senza la tradizionale subalternità della “moglie che segue il marito”.
    Le mete di questi immigrati, per lo più giovani e single, sono soprattutto le città del Centro-Nord, che hanno ripreso ad aumentare la popolazione, anche se nel contempo continua l’esodo  verso i rispettivi hinterland, soprattutto per le famiglie con figli; tra queste città le più attrattive risultano essere – oltre a Milano e Torino – Bologna e altri centri emiliani, ed il Triveneto, con Trento in evidenza.
    Su questo tema l’Autrice sviluppa un approfondimento, sulla correlazione tra nuove imprese innovative (“start up”) e flussi di immigrazione a mio avviso non troppo convincente in termini quantitativi ma indubbiamente interessante sul piano qualitativo.
    In termini quantitativi infatti, Camilla Gaiaschi propone, a pag. 69, alcuni grafici che collocano le regioni e le provincie italiane, avendo sull’asse y l’immigrazione e sull’asse x la densità di “start-up” e tende a leggere un allineamento del conseguente “sciame di dati” lungo una retta virtuosa: ma a mio avviso tali sciami risultano troppo larghi e sgranati per confermare una attendibile legge statistica (ovvero lasciano troppi casi di notevole immigrazione con poche start-up oppure di poca immigrazione con molte start up).  
    Sul fronte qualitativo, invece, l’indagine risulta interessante, soprattutto quando illustra le motivazioni di insediamento di nuove aziende creative a Bologna, tra cui le infrastrutture informatiche pubbliche, l’ambiente stimolante e l’alta velocità con Roma e con Milano, oppure quando tratteggia il “modello Trento” (istituti di ricerca, investimenti pubblici, welfare) senza tacerne le potenziali criticità (incidenza di una spesa pubblica forse non confermabile, poteri locali un po’ ingessati, ambiente provinciale al di sotto di una soglia “metropolitana”).
AGOSTO 2015



28 - L'ENCICLICA "LAUDATO SI'" DI PAPA BERGOGLIO

L’Enciclica “Laudato sì”, emanata nel maggio 2015 da Papa Francesco, è stata trattata a mio avviso in modo alquanto superficiale dalla stampa generalista,  come uno dei vari aspetti innovativi della comunicazione di questo papato, senza coglierne le implicazioni profonde ed a suo modo rivoluzionarie; parimenti mi pare sia scivolata addosso senza conseguenze al mondo politico ed  al mondo cattolico (e quindi in particolare al mondo politico cattolico), che infatti non mostrano di dare avvio ad alcuna “rivoluzione”, nemmeno culturale.

Ed il limite principale della predicazione di papa Bergoglio è probabilmente proprio quello di non sviluppare, finora, gli strumenti per tradurre le sue parole in opere, né in gran parte della sua Chiesa (a partire dalla Curia romana), né attorno ad essa.

Tuttavia, stimolato anche dal riassunto pubblicato da Fulvio Fagiani sul sito www.agenda21laghi.it  (riassunto che allego IN APPENDICE, risparmiandomi la fatica di elaborarne uno mio), ho letto integralmente il testo dell’enciclica e l’ho trovato di grande interesse (anche per chi come me si colloca tra i laici-non-credenti) per i seguenti motivi:

1 – recepisce dalla scienza, con una apprezzabile umiltà, e con utile sintesi divulgativa, i termini attuali della crisi ambientale complessiva (e non solo climatica) del pianeta Terra;

2 – evidenzia le strette connessioni dei problemi ecologici con i problemi sociali, e cioè come i poveri (tanto nei paesi poveri quanto nei paesi ricchi) siano le principali vittime ad un tempo sia dello sfruttamento economico, sia del degrado urbano e ambientale; tanto che, riferisce Bergoglio, “i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamen­to ‘non uccidere’  quando « un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere »”.

3 – sottopone, non solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini, non credenti e credenti di ogni fede, la necessità di un piano di azione radicale per la salvezza del pianeta (ivi compresa la decrescita dei consumi opulenti), “prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecnico-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia”;

4  - coglie i limiti e l’inefficacia di una “ecologia evasiva” e di facciata, da parte di governi e  imprese, che è prevalente in quanto è intrinsecamente diffuso, nel sentire comune dei paesi dominanti, il modello culturale consumista ed il mito della crescita infinita (malgrado l’evidenza delle crisi);

5 – tenta di fondare una nuova etica della sobrietà (derivante per i cristiani dai valori religiosi), da applicare anche a livello personale, ma finalizzata alla cooperazione solidale, arrivando ad esempio ad un utilizzo consapevole del potere collettivo dei consumatori; tale etica include anche le raccomandazioni pratiche per la vita quotidiana, che riproduco in appendice (e che non mi risulta siano ancora diventate pratica prevalente in ambito cattolico occidentale).



Di minor interesse operativo per i non-credenti, ma comunque rilevanti sotto il profilo culturale, sono ampie parti del documento, di impostazione più strettamente religiosa:
sia dove Bergoglio allinea a suo sostegno numerose citazioni dalle Sacre Scritture, dal pensiero di teologi e santi del passato (Francesco d’Assisi in primis) e soprattutto dalle encicliche dei suoi ultimi 4 o 5 predecessori e dalle conferenze episcopali di varie parti del mondo (con qualche citazione anche di testi laici),
- sia dove il Papa parla da Papa ed afferma apodittiche manifestazioni su questa terra della presenza di Dio, nelle persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (nonché della Sacra Famiglia), tutte convergenti verso l’eco-teologia.
Ad esempio : “Le Persone divine sono relazioni sussi­stenti, e il mondo, creato secondo il modello divi­no, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni esse­re vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intreccia­no segretamente.

Mi convince meno il testo del Papa laddove, criticando la cultura consumista e sviluppista, ne individua le radici in un eccesso di antropocentrismo, diffidando nel contempo dal “bio-centrismo” di quegli ecologisti che pongono la natura al di sopra dell’attenzione per il benessere di tutti gli uomini
Anch’io, nel mio piccolo, vedo dei pericoli nel bio-centrismo, in quanto comunque interpretato da uomini e non direttamente dai lombrichi, dai batteri e dai fenicotteri (vedi un questo blog  la scheda su “Dellavalle: L’ecologia tra soggettività e fondamentalismo”, oppure la "pagina 1" del saggio sulla sostenibilità urbana).
Ma la condivisibile visione umanistica e rispettosa verso la natura, illustrata dal Papa, si fonda soprattutto nel rapporto (subordinato) dell’uomo con la divinità: “Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo finiremmo per adorare altre potenze del mondo o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà da Lui creata, senza conoscere limite”.
Pur rilevando che sono difficili e poco praticate le strade alternative al paradigma tecnocratico/sviluppista a partire dai deboli presupposti dei pensieri scettici e relativisti (di chi è agnostico o comunque non credente), mi permetto rispettosamente di rivendicarne la dignità concettuale.
Proprio perché non abbiamo certezze, nemmeno più sappiamo “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, nella laica ricerca del bene comune ci viene difficile cadere nel delirio di onnipotenza che pone l’uomo al di sopra della natura.
Il riconoscimento dell’interdipendenza tra tutti gli uomini e dei fragili equilibri e squilibri degli ecosistemi, mi sembra possano essere premessa sufficiente per la cooperazione fraterna verso la possibile salvezza del pianeta.
Ben vengano le religioni a mettersi alla guida della necessaria e pacifica “rivoluzione” ecologica, vista l’esiguità delle forze non-religiose in campo (ed invece di incitare al reciproco sgozzamento come spesso hanno fatto, e talune tuttora fanno).
Ma nel perseguire l’idea di fratellanza tra tutti gli uomini, e tra gli uomini e gli altri viventi, mi pare che ci siano spazio e motivazioni per tutti, anche per i laici, gli agnostici ed i non credenti.

IL DECALOGO DELLE RACCOMANDAZIONI ECOLOGICHE QUOTIDIANE DI PAPA FRANCESCO

coprirsi un po’ invece di accendere il riscaldamento,
evita­re l’uso di materiale plastico o di carta,
ridurre il consumo di acqua,
differenziare i rifiuti,
cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare,
trattare con cura gli altri esseri viventi,
utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone,
piantare alberi,
spegne­re le luci inutili,
riutilizzare qualco­sa invece di disfarsene rapidamente.




ESTRATTO DA FULVIO FAGIANI SU ENCICLICA “LAUDATO SI’”

L’enciclica è articolata su un’introduzione e sei capitoli che delineano questo percorso:



1.    Quello che sta accadendo alla nostra casa. Si ricapitolano le principali emergenze ambientali e sociali e si stigmatizza la debolezza delle reazioni;



2.    Il Vangelo della creazione. Si ragiona sul ruolo della religione, rifacendosi a testi biblici e ad eminenti commenti;



3.    La radice umana della crisi ecologica. Si riconducono le due crisi, ecologica e sociale, viste come intreccio inestricabile, alla dominanza del “paradigma tecnocratico”, a sua volta manifestazione di una profonda crisi culturale;



4.   Un’ecologia integrale. La sfida complessa richiede una risposta di pari complessità, ecologica, sociale e culturale;



5.    Alcune linee di orientamento e di azione. Vengono proposte soluzioni puntuali, ricavate dal vasto campo dell’esperienza, ma soprattutto è condotta una critica sferzante al dominio dell’economia sulla politica e della finanza sull’economia e al mito della crescita illimitata;



6.    Educazione e spiritualità ecologica. E’ il tema della “rivoluzione culturale” sollecitata dal Papa, con l’invito ad uscire da individualismo e consumismo a favore di una “cultura della cura”.



Colpisce innanzitutto la modernità di un approccio alla crisi ambientale non settoriale, in cui ogni singola crisi (i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, l’inquinamento, ecc.) sono visti in modo integrato, come parti di un’unica azione di pressione esercitata sulle risorse del pianeta. Chi ha familiarità con la newsletter di Agenda21Laghi ricorderà il modello dei “confini planetari” molte volte richiamato, che esamina i nove processi biofisici essenziali per la vira sul pianeta.



La crisi ecologica, poi, viene associata alla crisi sociale, particolarmente all’inequità, come è proprio del pensiero più evoluto, che non a caso ha incoraggiato le Nazioni Unite a dar vita ad un sistema di obiettivi ambientali e sociali insieme, chiamati SDG (Sustainable Development Goals).



Le cause delle due crisi sono attribuite a fattori economici e politici, la dominanza del cosiddetto paradigma tecnocratico, che si fonda sulla potenza della tecnica e diffonde il mito della crescita infinita e le abitudini consumistiche. Il Papa si scaglia più volte contro questo pensiero, invocando il limite che deve essere opposto, la subordinazione della proprietà privata agli interessi pubblici, la necessità di riconoscere e proteggere i beni comuni.



E’ interessante osservare che anche nel capitolo più dottrinale, il secondo, le argomentazioni principali sono dedicate a confutare l’idea antropocentrica dell’uomo dominatore (“Noi non siamo Dio”) e a sottolineare il “valore intrinseco del mondo”. Sembra di ascoltare una lezione di Scienza del Sistema Terra (Earth System Science), che studia il pianeta come un sistema complesso, con le sue regole di funzionamento, non manipolabile a piacimento come invece vorrebbe la scienza economica corrente.



Le soluzioni indicate sono certamente quelle veicolate dal pensiero della sostenibilità (fonti rinnovabili, efficienza energetica, protezione, agricoltura sostenibile, e così via), ma accompagnate da limiti e vincoli posti all’operare economico, fino a propugnare una forma di decrescita nei paesi più ricchi per lasciare spazio alla crescita dei più poveri.



Anche la politica è chiamata alle sue responsabilità, con la sollecitazione ad una governance dei beni comuni e al rafforzamento delle istituzioni internazionali, vista la sottomissione degli Stati nazionali agli imperativi della finanza.


Trovo però che il cuore del documento sia il capitolo finale, il sesto, che reclama una “rivoluzione culturale”, una “conversione ecologica”. Una sollecitazione ad uscire dal dominio delle ideologie consumiste ed individualiste per approdare a nuovi stili di vita, ispirati alle virtù della sobrietà e della semplicità, a ricercare l’equilibrio con l’ambiente, con sé e con gli altri, ad impegnarsi nell’azione sociale con lo spirito di apertura al mondo che viene dal rendersi conto che viviamo in un pianeta interdipendente e che condividiamo con l’intera umanità (e con le future generazioni) un destino comune.

Non manca, infine, una strigliata ai cristiani, alcuni dei quali “spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi”, invitati a “rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello politico, economico, culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire”.

In poche parole: gesti quotidiani, grandi strategie, cultura della cura.




                                                                                Fulvio Fagiani



29 - L'ULTIMA LEZIONE DI URBANISTICA DI BERNARDO SECCHI

RECENSIONE PUBBLICATA SU "URBANISTICA INFORMAZIONI" N° 266   - MARZO/APRILE 2016


“La città dei ricchi e la città dei poveri” di Bernardo Secchi (Laterza, Bari 2013, pagg. 78) è l’ultimo contributo teorico, pubblicato prima della sua scomparsa (settembre 2014), dal grande urbanista, milanese e soprattutto europeo, di cui già ho recensito “La prima lezione di urbanistica” (testo del 2000).


Questa “ultima lezione” del maestro Secchi è un agile volumetto, di lettura assai più facile dei precedenti testi di Secchi (ma denso di stimolanti rimandi bibliografici), che rimette in evidenza le questioni fondamentali nella formazione delle città, come il succedersi di diverse modalità di separazione e segregazione tra i ceti sociali, rispolverando concetti spesso dimenticati dal linguaggio e dalla narrazione prevalente sui media (ma anche nella politica e nelle accademie), quali l’esistenza e la diversità di vita tra i “ricchi” ed i “poveri”.


Secchi riassume in breve l’evoluzione delle città negli ultimi secoli, ed evidenzia il differente percorso tra
- le città americane (del Nord come del Sud America), in cui è prevalente il semplice rispecchiamento sul territorio della divisione tra le classi, con i crescenti fenomeni di insediamenti recintati, destinati ai più abbienti (ed ai ceti medi ad essi integrati) e preclusi ai meno abbienti, le cui abitazioni, segregate ai margini, sono però necessarie allo svolgimento dei ruoli servili e subalterni all’interno della società ed in particolare degli quartieri esclusivi,
- le città europee, nelle quali regge, almeno in apparenza, una lunga storia di integrazione e welfare urbano, minata però da nuove forme di frammentazione e discriminazione, quali da un lato la dispersione dei ceti medi nella “città diffusa” e dall’altro l’isolamento dei singoli gruppi etnici degli immigrati, per lo più nelle porzioni più degradate delle periferie ex-industriali, mentre aleggiano crescenti paure per ogni genere di “insicurezza” (dal terrorismo alla disoccupazione, dalla microcriminalità alla prevaricazione sessuale).

(In questa panoramica mi sembra che Secchi colga la compresenza tra le parti antiche, moderne e “contemporanee” dei fenomeni urbani, superando un certo schematismo che mi ero permesso di rilevare nella “Prima Lezione”).
La riflessione di Secchi, che riconosce un valore tutto sommato positivo all’esperienza “riformista” dell’urbanistica europea del Novecento (pur con tutte le ingenuità e gli errori del Movimento Moderno), è orientata soprattutto allo sforzo necessario per comprendere, e rendere palesi, le nuove linee di frattura e discriminazione sociale nelle situazioni concrete dei tessuti urbani e territoriali, e per adeguare in modo efficace i possibili strumenti di ricucitura (trasporti e percorsi, scuole e servizi, progetti di effettiva urbanità), al fine di restituire “porosità” e permeabilità, fisica e sociale, al caotico coacervo delle metropoli contemporanee, ed in particolare alle periferie.

Il testo – data la sua brevità - si limita ad una descrizione complessiva dei fenomeni ed alla enunciazione dei nuovi orientamenti necessari, senza esemplificarli nel dettaglio, ma suggerendo i percorsi di ricerca da praticare.
La lettura a mio avviso offre conforto postumo a quanti di noi hanno vissuto – politicamente e professionalmente – il tema delle differenziazioni sociali nell’urbanistica dei trascorsi decenni (dai PEEP ai Piani di Recupero nei tessuti degradati, dalla mobilità debole alle moschee), e quindi non lo trovano “nuovo”; però si devono rendere conto che torna ad essere argomento “nuovo” proprio perché troppi altri hanno dimenticato addirittura l’esistenza dei “poveri” (ad esempio, di cosa si sta occupando il design italiano contemporaneo?).

Inoltre Secchi mostra come l’argomento sia comunque oggettivamente “nuovo” per tutti, perché “nuovi” in qualche misura sono sia gli attuali ricchi che gli attuali poveri - anche per la difficoltà di riconoscere gli ultimi quando sono “diversi” (migranti, profughi, islamici, rom…) – e nuove le forme degli insediamenti umani sul territorio.

15-03-2016

30 - LA GRANDE FUGA, DI ANGUS DEATON


RECENSIONE PUBBLICATA SU "URBANISTICA INFORMAZIONI" N° 266   - MARZO/APRILE 2016



“LA GRANDE FUGA – salute, ricchezza e origini della disuguaglianza” (2013 – traduzione italiana “IL MULINO” – Bologna 2015, pagine 381) è un ampio saggio, di taglio divulgativo, scritto dall’economista Angus Deaton, con origini scozzesi e carriera a Princeton (USA), premio Nobel 2015 e per questo pluri-recensito e pervenuto alla mia attenzione.
Il libro è un grande affresco – costruito più con il commento a ricerche altrui che non mediante proprie originali elaborazioni – sulla storia mondiale del benessere (prosperità economica, salute e longevità), soprattutto a partire dalla svolta europea nell’età moderna, con approfondimenti su natalità e mortalità, sulle diseguaglianze in USA e nel mondo e soprattutto sul tema degli “aiuti” ai paesi poveri.
Parte del testo risulta indirizzata, con dovizia di esempi (iniziando dalla storia della sua famiglia) e di ragionamenti fondati sul buon senso, a convincere di elementari verità, del tipo che oggi si vive meglio e più a lungo che in passato, che si è fortunati a vivere in Occidente anziché altrove e che in generale chi ha più ricchezza ha anche più salute, e ne è contento (il tutto probabilmente in contrapposizione, non esplicitata, a chi critica lo stile di vita occidentale o ne sottolinea guasti ed alienazione); nel contempo Deaton non si mostra per nulla fiducioso in un futuro altrettanto fortunato per l’umanità, né intera né per parti.
Accanto a queste affermazioni, Deaton  approfondisce anche elementi dialettici e contradditori, quali ad esempio la correlazione non costante, nei paesi attualmente emergenti, tra incremento del reddito medio e diffusione del benessere sanitario (quando ne manchino le condizioni ambientali e/o organizzative), oppure tra PIL e percezione della “felicità” (con una attenzione tutta anglosassone, ed  a mio avviso spropositata, allo strumento dei sondaggi demoscopici – vedi anche mia recensione di Inglehart).
L’autore mette in evidenza come, nel passaggio (tardivo) dai paesi ricchi ai paesi poveri delle esperienze di prevenzione medica della mortalità infantile, si sia determinato un rapido allungamento dell’età media su scala planetaria, con il derivante boom demografico, e però senza il paventato impoverimento generalizzato per carenza di risorse alimentari (smentendo quindi le pratiche di limitazione alla natalità imposte dall’esterno o dall’alto, e constatando invece che a medio termine la natalità comunque diminuisce una volta assestato il calo della mortalità infantile), sia per l’incremento della produttività agricola, sia per la laboriosità delle nuove leve di “mancati morti infantili”; e come nel permanere delle disuguaglianze sociali tra i vari paesi e dentro di essi, grandi masse (di asiatici) siano state liberate dalla fame con il progresso economico globale degli ultimi decenni (pur nella contradditorietà di diversi percorsi, quali quelli di Cina ed india).
Mentre nei paesi ricchi gli ingenti sforzi impiegati per l’ulteriore benessere sanitario, essendo applicati agli adulti (data la marginalità residuale della mortalità infantile), comportano limitati avanzamenti statistici della “aspettativa di vita”.
Alquanto disarmante invece mi è sembrato il testo sia dove affronta le disuguaglianze interne agli USA, sia dove tenta – rinunciandovi – a tracciare una sintesi sulla povertà residua di grandi masse nel mondo, soprattutto africane.
Deaton illustra i limiti, le contraddizioni ed i paradossi dei parametri utilizzati dagli istituti pubblici per individuare ed aggiornare le “soglie di povertà” (anche in quanto oggetto di permanenti scontri politici tra gli opposti interessi dei ricchi e dei poveri) accontentandosi infine di esibire come socratica saggezza la consapevolezza di non saperne più di tanto (da un Nobel mi aspettavo francamente di più): pare comunque che – pur verificandosi la “grande fuga” di qualche miliardo di uomini dalla fame e dall’indigenza, (e soprattutto dal feroce dolore della diffusa mortalità infantile), le disuguaglianze tra i più poveri ed i più ricchi continuino ad aumentare, perché i più ricchi divengono (quasi ovunque) enormemente tali e parte degli strati sociali più bassi restano quanto meno stazionari (manca nel testo una lettura della “povertà relativa”, che è invece di uso comune tra gli istituti statistici europei).
Riguardo in particolare alla stratificazione  dei redditi negli USA, mi ha colpito come l’insoddisfazione di Deaton e altri per le statistiche ufficiali (immobili dagli anni ‘60 sull’indice di povertà assoluta, salvo correttivo inflazionistico,  e limitate ad interviste a campione per articolare i redditi tra i “decili” più o meno ricchi ai fini del calcolo dell’indice di Gini) sia stata in parte colmata, ma solo in anni recenti, dal giovane ricercatore francese Piketty (da noi noto per il successivo “Capitale nel XXI secolo”, vedi mia recensione), che – in collaborazione con istituti americani -, ha avuto finalmente la brillante idea di utilizzare le dichiarazioni dei redditi per scovare, all’interno del 10% più ricco, le curve di accumulazione della ricchezza delle frazioni più elevate (il centile ed il millile) (a quando il Nobel a Piketty?): accumulazione di ricchezza  e potere che – conviene Deaton - capovolge il mito americano delle “uguali opportunità” (infatti anche nelle carriere per merito e nei redditi da lavoro primeggiano  i soli figli delle élites) e può determinare un tappo alla crescita complessiva degli USA (Deaton in sostanza ritiene ineliminabili le disuguaglianze in fase di sviluppo iniziale, ma sostiene che solo la loro riduzione consenta ulteriori sviluppi socio-economici).
Il pezzo forte di Deaton è invece la critica agli aiuti ai paesi poveri; oltre ad evidenziarne la capricciosa distribuzione , a partire da statistiche errate e dal combinarsi degli interessi politici dei paesi donatori (esempio: anticomunismo ed antiterrorismo) e delle élites dei paesi beneficiari, Deaton ne esamina la generale inefficacia, con una molteplicità di esempi concreti, affermando che in ogni caso non riescono ad innescare autonomi meccanismi di crescita, ma solo talvolta ad alleviare specifiche emergenze, mentre in generale tendono  rafforzare le politiche di corruzione, rapina ed autosussistenza delle forze locali dominanti nei paesi più poveri, soprattutto nell’Africa subsahariana (con vari rimandi ad Acemoglu e Robinson, già da me recensiti).
La proposta di Deaton (che costituisce la parte più originale, anche se discutibile della “GRANDE FUGA”)  è di un taglio netto alle attuali forme di aiuto, spostando le energie su altre forme indirette (ma che incontrerebbero le stesse resistenze, all’interno dei paesi donatori), quali diverse regole per il commercio estero, incentivi internazionali alla ricerca di farmaci specifici, facilitazioni alla emigrazione con borse di studio, ecc.
Non ho una preparazione sufficiente per valutare la bontà o meno della provocazione di Deaton (condivisa invero anche da autorevoli intellettuali dei paesi “aiutati”: vedi ad esempio già nel 1993 lo scrittore di origini somale Nuruddin Farah in “Doni”), anche se ritengo apprezzabili, ma intrinsecamente deboli, quanto ad attuabilità, le sue proposte correttive.
Mi permetto però di rilevare alcuni limiti generali del suo approccio, abbastanza tipici degli accademici anglosassoni (vedi Inglehart e Acemoglu, ad esempio), che – pur criticando alcuni effetti devastanti del dominio capitalista – non ne esaminano alla radice  le cause, insite a mio avviso in fenomeni da loro non studiati, come lo scambio ineguale tra capitale e lavoro, la scala falsamente meritocratica delle retribuzioni, il permanere dell’imperialismo economico anche in era post-coloniale (rileggere Marx?).
Un breve appunto anche sulla bibliografia di Deaton,  che - tranne un breve cenno al demografo Livi Bacci, trascura totalmente gli autori italiani contemporanei (figurano solo Wilfedo Pareto e Corrado Gini); mentre nelle mie letture ho trovato grande chiarezza in autori come Paolo Prodi (sulle origini del mercato), Giovanni Arrighi (sugli sviluppi dell’accumulazione finanziaria internazionale) e Luciano Gallino (sulle recenti degenerazioni del finanz-capitalismo): tutti autori la cui bibliografia è viceversa riccamente internazionale.


E’ vero che l’Italia è provincia dell’Impero Americano, ma a mio parere anche taluni accademici anglosassoni rischiano altrettanto provincialismo.

22-04-2016

31 -  LE CITTA’ RIBELLI, RAPPRESENTATE DA DAVID HARVEY

“CITTA’ RIBELLI – i movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street” (pagg. 194) è un testo del 2012, tradotto per il Saggiatore nel 2013 e rieditato come e-book nel 2016. L’autore, David Harvey, è un geografo, accademico anglo-americano, piuttosto impegnato su un fronte neo-marxista. 
Gran parte del testo è costituito da una attualizzazione del pensiero marxista riguardo al processo di circolazione ed accumulazione del capitale, con particolare attenzione ai cicli degli investimenti immobiliari e nella ristrutturazione urbana.
L’obiettivo di Harvey sembra essere soprattutto quello di confutare la visione ristretta di alcuni residui teorici marxisti “ortodossi”, che limitano la contrapposizione di classe alla sfera della produzione e non colgono le funzioni di dominio e sfruttamento che completano il capitalismo nelle fasi di “riproduzione della forza-lavoro” attraverso l’abitare ed il consumare, ecc.; senza però confondersi con coloro che stemperano la condizione operaia nelle più generiche “moltitudini” subordinate all’Impero (Toni Negri e Michael Hardt).
Mi sembra che tale polemica sia oggettivamente piuttosto superata, soprattutto in Italia, dove, quando ancora c’era una corposa sinistra “di classe”, le tematiche dello sfruttamento esterno al ciclo produttivo sono state ampiamente indagate e praticate, sia in versione “riformista” (dal ruolo storico del PCI ed altri nei quartieri al “pan-sindacalismo” della FLM – e non solo -, con rivendicazioni su casa scuola e trasporti), sia in versione “rivoluzionaria” (da Lotta Continua di “prendiamoci la città” alle migliori elaborazioni di Manifesto/PDUP): semmai dovrebbe essere di stimolo riflettere sul sostanziale fallimento storico di tali esperienze italiane, a  mio avviso non dovuto ad errori nella analisi sui flussi del capitale, bensì ai limiti di comprensione antropologica della cultura marxista rispetto alla complessità dei fenomeni sociali e culturali (cosicché dagli anni ’80 i partiti più votati dagli operai possono essere stati di volta in volta persino la LegaNord o ForzaItalia…).
Più interessante e aggiornata, ma ancora frammentaria, mi è apparsa la lettura di Harvey sui processi di appropriazione capitalistica (talora anche predatoria)
-          sia dei “valori urbani” monetari, materialmente spremibili torchiando inquilini e mutuatari (ma in Europa, Spagna esclusa, non abbiamo esperienza di così selvagge e massicce rapine legalizzate ai danni degli utenti poveri del bene casa, quali quelle raccontate da Harvey per gli USA),
-          sia dei “valori urbani immateriali” espressi dagli usi alternativi popolari dei beni pubblici, che spesso vengono incorporati nell’immagine vendibile di nuovi quartieri alla moda (da cui però gli stessi ceti poveri – originari promotori dei valori creativi - vengono espulsi mediante l’innalzamento dei fitti e dei prezzi).   
Meno convincente risulta a mio parere il tentativo di recuperare le categorie di interpretazione di Henry Lefebvre sul “diritto alla città”, il cui soggettivismo è difficilmente emendabile. 
Alle varie modalità di manifestazione (e mascheramento) dei conflitti di classe riguardo alla formazione e all’accesso ai “beni comuni”, nel tentativo di proporre una unificazione classista di tutte le lotte di cittadinanza, si agganciano le parti propositive del testo di Harvey, che si appoggiano però soprattutto su una sua lettura “finalistica” di un secolo e mezzo di rivolte urbane (come dice il sottotitolo, dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street), a mio avviso con colossale abbaglio riguardo al segno e alle prospettive della più recente ondata del 2012 (dalle primavere arabe alle sommosse di Londra), come possiamo meglio vedere esaminando gli esiti di tali singole ribellioni pochissimi anni dopo, e soprattutto riscontrando che non maturano convergenze effettive, ad esempio,  tra gli antagonisti di El Alto (Bolivia) e gli ex dimostranti di piazza Tahrir.  
Sulla credibilità di una simile narrazione, pesano inoltre a mio avviso i riscontri puntuali possibili a scala locale per il lettore italiano, che francamente non ha visto nelle precedenti tappe della ribellione urbana né 3 milioni di pacifisti in piazza a Roma nel 2003, né lo sviluppo di contro-poteri territoriali nella rossa  Bologna di alcuni anni prima (così come - leggendo Guy Standing, un altro teorico del precariato come classe rivoluzionaria - non ha trovato riscontro al sorpasso delle manifestazioni alternative per il 1° Maggio, in Italia, rispetto a quelle ufficiali del sindacato, secondo Standing già avvenuto da alcuni anni).
Harvey mostra nel corso del testo come siano impossibili isole produttive anti-capitaliste (autogestione, cooperazione, ecc.) perché circondate dal mercato finanziario; ed evidenzia i limiti di un federalismo localista come proposto da Murray Bookchin ed altri (vale anche per il territorialismo di Alberto Magnaghi & C: ?)
D’altro canto 70 anni di “socialismo reale” hanno mostrato (anche ad Harvey) l’insuccesso della proprietà pubblica dei mezzi di produzione e della “dittatura del proletariato”; mentre in Cina resta abbastanza dittatura, ma la proprietà dei mezzi di produzione è più capitalista che altrove. 
Che le rivolte più significative in questa società globalizzata ed urbanizzata possano avvenire nelle città anziché nelle campagne, pare una inutile tautologia: non mi pare premessa sufficiente per dimostrare che a forza di ribellioni urbane si riesca a costruire una alternativa al capitalismo (per quanto predatorio esso sia); e nemmeno per dimostrare che  ciò sia auspicabile, come invece Harvey dà per scontato, ma senza spiegare quale sia l’organizzazione sociale e politica alternativa oggi effettivamente praticabile a partire dalle probabili ribellioni.


Occupy Wall Street ha dimostrato a mio avviso tutta la sua debolezza (una Comune di Parigi che si ripete in farsa, potrebbe dire lo stesso Marx): se il suo frutto più significativo fosse l’inatteso consenso elettorale verso Bernie Sanders, il cui programma socialista è però chiaramente di carattere riformistico (salvo che poi oggettivamente la sua candidatura rischi di favorire il successo di Trump---), sarebbe una ulteriore lezione da approfondire sulle rivolte urbane, da un lato, e sulle possibili correzioni non-rivoluzionarie al capitalismo, dall’altro. 


32 - ERMANNO VITALE: UN ILLUMINISTA CONTRO IL BENE-COMUNISMO



Il volumetto “CONTRO I BENI COMUNI – UNA CRITICA ILUMINISTA” di Ermanno Vitale (filosofo/giurista allievo di Norberto Bobbio) – Editori Laterza 2013 pagg. 124 – costituisce una sorta di contro-proclama rispetto a “BENI COMUNI - UN MANIFESTO” di Ugo Mattei (Laterza 2011) e più in generale contro la pubblicistica e le posizioni dei “bene-comunisti”, la cui radice ideologica Vitale ravvisa soprattutto nel Toni Negri (con Michel Hardt) di “Impero” “Moltitudine” e soprattutto di “Comune. Oltre il privato e il pubblico” (Rizzoli 2010).
Se la polemica Vitale/Mattei risulta un po’ datata al 2011/2013, con il rilievo che il vittorioso referendum sull’acqua conferì al “bene-comunismo”, ed il tentativo politico di A.L.B.A. (Alleanza Lavoro BeniComuni Ambiente), poi confluito (con poco successo) nella lista “L’altra Europa con Tsipras”, la tematica mi sembra comunque attuale, perché la bandiera dei “BeniComuni” è talora sollevata da movimenti di lotta ed occupazione, più o meno antagonistici, e perché alcuni argomenti sopravvivono un po’ confusamente nella non-ideologia del Movimento5Stelle (di cui non a caso Mattei si è dichiarato sostenitore alle recenti elezioni comunali di Torino).
Il testo è molto chiaro e molto denso, per cui mi è difficile riassumerlo puntualmente e con altrettanta efficacia: comunque ci provo.
Il professor Vitale sottopone a stringente critica “Un Manifesto” di Mattei, pur imbattendosi in difficoltà linguistiche e concettuali, perché il pensiero “olistico” dei beni comuni tende strutturalmente a sfuggire alla logica giuridica e filosofica di stampo illuministico, rifiutando già la distinzione tra soggetto ed oggetto ed attribuendo priorità invece alle relazioni circolari: talché è difficile delimitare il campo degli stessi “beni comuni”, che possono essere materiali (come la famosa acqua, l’aria, il cibo), oppure immateriali, come la rete, il sapere, fino - immagino – alla “felicità”, anche se la loro qualità politica, da conquistare, è quella di differenziarsi sia dai “beni privati” che dai “beni pubblici”, gestiti dall’esecrato “Stato” (e dai partiti che lo hanno lottizzato).
Ancor più sfuggente risulta la prosa assai dialettica e letteraria di Negri&Hardt, dove, rileva Vitale, “comune” è ad un certo punto “la città” ed in altro punto “la natura”, per cui per proprietà transitiva città e natura sarebbero uguali, mentre l’insofferenza delle “moltitudini” può generare indifferentemente riforme o rivoluzioni.
Vitale preliminarmente cerca di smontare l’ascendenza del bene-comunismo nel pensiero di Elinor Ostrom, premio Nobel 2009 per l’economia (e in particolare per i suoi studi sui beni comuni), perché la Ostrom, secondo Vitale, ha ben evidenziato il carattere particolare (e non generalizzabile) delle esperienze di autogestione di beni comuni e soprattutto la non-universalità dei beneficiari e quindi la tendenziale presenza di fenomeni di esclusione (parimenti Vitale contesta la visione di Garret Hardin come effettivo nemico del bene-comunismo); inoltre approfondisce la questione storica delle “enclosures”, le recinzioni che misero fine ai pascoli e boschi comuni nell’Inghilterra tardo-medioevale, evidenziando come non vi fosse alcun egualitarismo tra i titolari dei precedenti diritti, bensì feroci differenze di potere e di reddito, in un quadro complessivo di bassa produttività agricola, e quindi di miseria per i più poveri. preoccupandosi soprattutto di evidenziare che i postulati del costituzionalismo di derivazione illuminista non coincidono con la difesa della proprietà e del capitalismo finanziario neo-liberista.

Contro la mitologia nostalgica delle comunanze medioevali, Vitale schiera anche Marx ed Engels, sia per le specifiche affermazioni sulle “enclosures”, sia per la visione complessiva della borghesia come classe emancipatrice e disvelatrice dello sfruttamento di classe (prima occultato dalle ideologie religiose e corporative dell’ancien regime) nonché Stefano Rodotà, giurista interessato all’evoluzione ed estensione dei diritti di accesso universale ai beni fondamentali della persona ed anche alla articolazione costituzionale tra beni pubblici e beni comuni (con sana diffidenza verso le nebulose descrizioni dei nuovi beni immateriali) , ma comunque preoccupato sia di prevenire tendenze alla esclusione di soggetti deboli nella fruizione di specifici beni (che anche a mio avviso è il limite delle pratiche di occupazione, se vanno oltre la fase di una lotta dimostrativa) sia di garantire la titolarità individuale dei diritti.
Vitale riporta anche, traendoli da articoli su “Il Manifesto” nel 2012, severi giudizi contro il bene-comunismo da posizioni marxiste o post-marxiste, quali quelle di Rossana Rossanda, Alberto Asor Rosa e dello stesso Guido Viale, che in sostanza vedono nella concezione comunitaria di Mattei&C.un sostanziale interclassismo, che nasconde nell’apoteosi della riappropriazione locale dei beni-comuni i conflitti tra i diversi soggetti sociali
Per parte sua Vitale (ricostruendo in breve la storia del pensiero giuridico, politico e filosofico dell’Occidente da Platone e Aristotele a Norberto Bobbio, attraverso Giustiniano, Hobbes, Locke e Rousseau ecc.) è soprattutto interessato a denunciare i pericoli di derive plebiscitarie e autoritarie che si nascondono dietro le pratiche di comunanza uomo-natura, di assemblearismo unanimista e di democrazia partecipata (sia in chiave riformista che in chiave rivoluzionaria), in danno alle prerogative inalienabili dell’individuo, che a suo avviso possono essere comunque la base per un solidarismo progressista, occupandosi soprattutto di evidenziare che i postulati del costituzionalismo di derivazione illuminista (ad esempio come ridefiniti dal giurista Luigi Ferrajoli) non coincidono con la difesa della proprietà e del capitalismo finanziario neo-liberista.
In tal senso sviluppa la seconda parte del volume, che qui non sto a riassumere né a commentare, perché costituisce – nei suoi termini descrittivi – una esplicita parafrasi di “Finanz-Capitalismo” di Luciano Gallino (Einaudi 2011 - già da me recensito e apprezzato), affiancata da alcune indicazioni operative sul “che fare”, cui mancano però, a mio avviso, le gambe su cui camminare, e cioè l’individuazione dei possibili soggetti sociali e politici – nel 2013 come nel 2016 - di una forma così avanzata di riformismo radicale.
Non molto corretto mi pare il tentativo di Vitale di isolare l’Illuminismo (ed il pensiero analitico/speculativo occidentale) della colpe coloniali dell’Occidente, mentre riserva agli avversari l’opposto trattamento di verificarne la prassi, sia riguardo alla persona di Mattei ed al bene-comunismo italiano, sia riguardo agli esiti di alcune esperienze sud-americane di democrazia partecipativa (Porto Alegre) e di costituzionalismo olistico-ambientalista (la Pacha-Mama e le costituzioni di Ecuador e Bolivia).
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Nell’insieme condivido la necessità di un approccio critico alle forme totalitarie che assumono le nuove proposizioni di democrazia diretta e partecipata, se contrapposte ai diritti costituzionali, ma rimango interessato (come Rodotà) alle possibili evoluzioni che possono indicare, nel costume e nel diritto, intendendole come sperimentazioni oltre i limiti oggi assai palesi della democrazia rappresentativa e della società capitalista post-fordista.   
GIUGNO 2016


33 - L’ANTROPOLOGIA, “CONTRO L’URBANISTICA” DI FRANCO LA CECLA


“Contro l’urbanistica. La cultura delle città” dell’antropologo Franco La Cecla è un agile libretto (150 pagg. nel formato tascabile della collana “Le Vele” dell’editore Einaudi – Torino 2015), che coinvolge anche temi molto importanti, forse più grandi del testo stesso, nel senso che richiederebbero un maggior approfondimento, critico e bibliografico (e non solo dotte citazioni volanti).


All’inizio del testo, che è intervallato da piacevoli resoconti di viaggio in diverse città del globo (invero non sempre pertinenti alle parti più strettamente saggistiche), La Cecla prende spunto dai movimenti delle masse che in anni recenti hanno occupato piazze e parchi, in Egitto, Turchia, Hong Kong (e U.S.A., con una qualche sopravvalutazione, a mio avviso, del movimento Occupy Wall Street), per evidenziarne la “corporeità”, in contrasto con i teorici di una realtà sociale ormai solo virtuale e “smart”.


L’argomento più rilevante, esplicitato nei capitoli centrali del libro (che allora forse andava intitolato ”Contro l’urbanesimo”, se non sembrasse nostalgia di Bottai), è però quello della crescita tendenziale degli insediamenti urbani, che l’organizzazione dell’ONU HABITAT presenta come inevitabile ed auspicabile, fonte di universale prosperità, mentre l’Autore, anche sulla scorta dei divergenti rapporti di altri organismi internazionali (e più in generale appoggiandosi, senza svilupparlo, al pensiero alternativo di correnti come TERRA MADRE), non ritiene invece:


-          né ineluttabile, perché incentivato dalle politiche di sostegno all’agricoltura capitalistica monocolturale che espelle di continuo i piccoli agricoltori dalle campagne (espulsione accentuata dai mutamenti climatici indotti dallo stesso sviluppo agri-intensivo ed urbano-centrico),


-          né positivo, perché l’incremento della popolazione inurbata, nella maggior parte delle aree metropolitane, va solo ad ingrossare gli “slums”  e la povertà di massa (La Cecla accenna all’eccezione di Singapore, che immagino dirigista ed ecologica, ma da La Cecla di più non è dato di sapere).


Nella sua urbano-clastia, La Cecla sbeffeggia le teorie e le consulenze di Richard Florida sulla cresta dell’onda delle “classi creative”, secondo La Cecla   travolte inesorabilmente dalla crisi iniziata nel 2007, e stigmatizza più in generale tutta la competizione verso il “marketing urbano” delle “città mondiali”, sul modello drogato di Barcellona/Olimpiadi   (e qui secondo me va ascoltato solo in parte, perché guardando a Torino/Olimpiadi ed a Milano/Expo, pur nutrendo molti dubbi sul rapporto costi-benefici, caricando sui costi non solo gli investimenti, ma anche l’innegabile consumo di suolo agricolo o forestale, resta da valutare un indubbio salto di quantità e di qualità permanente riguardo ai flussi turistici acquisito, nel bene e nel male, dalle due città).


Inoltre La Cecla si spinge a censurare gli studi di Saskia Sassens, a suo avviso troppo spinti verso la previsione di una tendenziale prevalenza delle metropoli, anche se in realtà la Sassens ne ipotizza il successo in contrapposizione al declino degli Stati nazionali, e richiama l’attenzione alle nuove disuguaglianze ed alle aree di povertà interne alle metropoli, in sostanziale consonanza con le argomentazioni dello stesso La Cecla.  
Perché comunque è proprio nella vitalità degli slums, ed in generale nelle componenti corporali ed informali del vivere urbano (ad esempio elogiando il cibo di strada, la cui qualità è garantita dall’immediato giudizio dell’utenza popolare – argomento a mio avviso non scevro da un certo liberismo -), che La Cecla vede i materiali di una vera cultura delle città, contro le mortificazioni dei regolamenti di igiene e polizia e contro le colpevoli acquiescenze degli urbanisti verso gli interessi del capitale immobiliare.
Non illuminata dalla capacità di ascolto e dalla curiosità girellona degli antropologi, l’urbanistica, che è l’esplicito bersaglio del testo di La Cecla, si sforza invano di interpretare la realtà urbana, usando statistiche, grafici e paradigmi astratti; e – quando è costretta ad esperire la “partecipazione” – la stinge in modalità edulcorate ed inautentiche, dimenticando le lezioni di Jane Jacobs e i meriti storici di alcuni precursori (in Italia: Doglio, De Carlo) e non seguendo l’esempio di “Architecture for Humanity”, organizzazione non profit di progettisti al servizio dei bisogni delle comunità locali, finanziata mediante lasciti e donazioni di fondazioni filantropiche (non importa se emanazioni di imprese multinazionali).
Soprattutto in Italia, dove si manifesta resistenza ad introdurre lo strumento nord-europeo della Valutazione di Impatto Sociale, che verrebbe disciolta nella più generica valutazione ambientale (La Cecla, pur cogliendo giustamente una certa strumentalità rutinaria nelle applicazioni della Valutazione Ambientale Strategica per i Piani ed i Programmi,  non si misura con la vigente normativa sulla VAS, che ben ne delinea anche le componenti sociale ed economica e la fondamentale chiave partecipativa, e da ultimo gli obblighi di terzietà nel procedimento, rispetto agli autori dei piani).
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Non ritengo necessario espormi troppo nella difesa degli urbanisti italiani, anche perché ha già in buona parte provveduto autorevolmente Federico Oliva (già presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ed ora direttore della rivista “Urbanistica”) sul n° 263 del 2015 di “Urbanistica Informazioni, con l’articolo “Per l’urbanistica”, distinguendo anche riguardo alle effettive responsabilità storiche dei progettisti nella formazione delle “periferie operaie” [vedi allegato PDF……??? ].
Per parte mia, pur dichiarandomi positivamente stimolato dalle osservazioni e provocazioni di La Cecla, mi sentirei di testimoniare però:
- che esperienze di “committenza alternativa” sono praticabili anche al di fuori del modello “Emergency” di “AFH”: ad esempio lavorando come tecnici negli enti locali, alle dirette dipendenze dei rappresentanti dei cittadini, come mi è capitato di fare nei trascorsi decenni (ma anche nel mondo cooperativo);
- che quasi tutti i contenuti critici ed alternativi di La Cecla li ho potuti conoscere da tempo, oltre che talora sul campo, proprio sulle riviste dell’INU (se gli urbanisti spesso razzolano male, quanto a prediche almeno mi sembrano parecchio aggiornati); 
- che anche La Cecla (come già Guy Standing e David Harvey), mi sembra cadere nella “prova locale”, cioè laddove anch’io, come altri lettori, pur con modesti occhi non specialistici, ho potuto osservare gli stessi fenomeni descritti dall’Autore; mi riferisco alla descrizione di Milano, in coda al capitolo 8, che per La Cecla è vivace solo nei luoghi dei nuovi immigrati (via Padova, via Paolo Sarpi) e per il resto solo insieme di luoghi di shopping devitalizzato (e per giunta con i marciapiedi in asfalto): a me invece negli ultimi anni è parso che milanesi e turisti vivano con una certa soddisfazione, non sempre mercantile, la molteplicità degli spazi e dei percorsi pedonali (e delle panche e sedili pubblici, e dei dehors di bar e ristoranti) che si sono aggiunti al tradizionale asse Castello-Duomo-S.Babila, e cioè ad esempio, quanto meno, da un lato la Darsena/PortaTicinese e dall’altro, malgrado la discutibilità delle torri con e senza alberi sui balconi di piazza Aulenti, il tracciato Garibaldi-Como-Isola.
(nota: a pag. 98 La Cecla afferma perentoriamente che “Milano non ha mai avuto un piano regolatore un progetto pubblico per il suo futuro”; ciò non è vero, e a mio avviso sarebbe più utile conoscerli,  i Piani passati e presenti di Milano, per criticarne meglio la discutibile trasformazione).

novembre 2016


34 - L’UOMO COME TERZO SCIMPANZE’ SECONDO JARED DIAMOND
Ben connesso, ma in parte sovrapposto, con il successivo “Armi, acciaio, malattie” del 1997 (già da me recensito)  il testo “Il terzo scimpanzé” di Jared Diamond NOTA 1, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 1994 e nel 2006, è stato recentemente editato anche in formato digitale, scelta che indica una fiducia dell’editore nella validità dei contenuti e la sua presentazione quasi come un classico: malgrado risultino superati dalle successive ricerche buona parte degli specifici approfondimenti (e i connessi ampli rimandi bibliografici) nelle singole discipline – biologia, etologia, antropologia, archeologia, paleontologia/paletnologia, genetica, linguistica, ecc. - su cui si appoggiano gli intenti divulgativi ed i ragionamenti di sintesi dell’Autore, ben esposti dal medesimo sia nell’introduzione che nella conclusione del testo.
Ed è perché anche a me appaiono seri e convincenti tali ragionamenti, nonché per la piacevolezza della lettura, che ritengo opportuno dedicare spazio nel recensire e segnalare “Il terzo scimpanzè”, che costituisce un ampio racconto attraverso la lunga storia della specie umana nel contesto delle altri specie animali, ed in particolare in relazione agli altri “primati”, con cui condividiamo un altissima percentuale del patrimoni genetico (fino al 98%), ma da cui ci differenziamo nettamente per il comportamento, a partire dal linguaggio e dall’assetto del ciclo vitale (cura dell’infanzia, struttura familiare, menopausa, longevità)  assomigliando invece in parte ad altri più remoti segmenti del mondo animale per alcune peculiarità, non tutte positive, come l’esercizio dell’agricoltura e dell’allevamento (presenti anche in certe specie di formiche), della tecnologia e dell’arte (vedi gli uccelli giardinieri), il consumo di droghe, ed anche la pratica del genocidio (presente tra altri animali ed anche, in piccola scala, tra i nostri cugini scimpanzé).
Con grande attenzione alle basi materiali (e sessuali) ed alle accumulazioni culturali e tecnologiche (e con una divertente digressione sulle ipotesi di incontrare o meno altre civiltà nell’universo, ragionando però sulla nicchia ecologica del picchio e sull’invenzione della radio)  Diamond ripercorre le tappe dell’evoluzione umana, soprattutto negli ultimi 40.000 anni, evidenziandone gli aspetti contradditori e non-lineari: in particolare riguardo al successo conseguito dai gruppi umani che svilupparono l’agricoltura, circa 10.000 anni addietro, prevalendo infine sulle tribù di cacciatori/raccoglitori, ma consolidando nuovi problemi quali le disuguaglianze sessuali/sociali, fino al dispotismo, e più pesanti incidenze delle malattie.
Tuttavia Diamond si oppone ad ogni visione idilliaca di remote “età dell’oro”: pur constatando la presenza, tra le popolazioni di cacciatori/raccoglitori – sia nei tempi antichi che tra le ultime tribù “selvagge” – di alcune tendenze “conservazioniste” nei confronti delle risorse ambientali, Diamond (anche per conoscenza diretta nelle zone interne della Nuova Guinea) segnala la prevalente spinta, anche tra questi gruppi umani, alla distruzione delle altre specie ed alla contrapposizione violenta tra gli abitanti di villaggi diversi.
In particolare l’Autore – pur scontrandosi talora con alcuni indizi contrastanti, esaltati da altri studiosi –evidenzia le gravi conseguenze dell’arrivo dell’uomo (e dei suoi simbionti, come gli specifici micro-organismi, e poi i ratti e altri animali rapaci) in porzioni del pianeta prima abitate solo da altre specie animali, in termini di massicce estinzioni di consistenti quote di tali specie, sia per sterminio diretto (non solo per scopi alimentari), sia per sottrazione ed alterazione degli habitat preesistenti: nelle Americhe, in Madagascar, in Australia e Nuova Zelanda, in molte isole del Pacifico (simile è la vicenda del predominio delle potenze coloniali europee negli ultimi 5 secoli a danno della restante umanità, che l’Autore qui accenna, sviluppandola poi in “Acciaio-Armi-Malattie”; in questo testo Diamond approfondisce con molto vigore e rigore il nesso tra razzismo e genocidio, e le sue applicazioni in particolare nella genesi degli Stati Uniti d’America – con fulminante florilegio di pensieri di vari Presidenti statunitensi - e nello sterminio dei primitivi abitanti della Tasmania). 
Emblematico il caso dell’Isola di Pasqua, dove le grandi statue megalitiche, in parte incompiute ed in parte abbattute, testimoniano, insieme ad altri ritrovamenti stratigrafici, l’ascesa ed il declino nel giro di un millennio (tramite guerre e cannibalismo) di una civiltà che ha spinto lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare con l’abbattimento degli alberi di alto fusto, oltre la capacità di rigenerazione dello stesso equilibrio ambientale.
Analoghi i casi – non su isole ma su vaste oasi circondate da deserti - della deforestazione del contesto di Petra, nell’attuale Giordania, sviluppatasi dall’età del ferro fino all’impero bizantino (e rappresentativa di un declino geo-ambientale comune ad altre parti del Levante e del Medio Oriente), e dei “pueblos” degli Anasazi (antichi Navajo) nel New Mexico, che costruirono e poi abbandonarono costruzioni in pietra e legno alte fino a 5 piani e lunghe fino a duecento metri.
Illuminante – riguardo all’esaurimento delle risorse – la citazione di una lettera scritta nel 1855 dal capo indiano Seattle, della tribù Duwanish, al presidente USA: “Ogni parte della terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni nebbia nelle foreste buie, ogni radura e ogni insetto sono sacri nella memoria e nell’esperienza del mio popolo --- L’uomo bianco --- è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra tutto ciò di cui ha bisogno. La terra non è sua sorella ma la sua nemica --- Continuate a lordare il vostro letto, e una notte soffocherete soffocati dai vostri escrementi.”
L’attuale globalizzazione pone l’insieme degli uomini di oggi di fronte al pianeta Terra in una situazione concettualmente simile a quella degli abitanti di una remota isola: ormai conosciamo i limiti delle risorse ambientali e la nostra tendenza ad esaurirle, così come la nostra capacità di distruggere l’intero genere umano (se non addirittura ogni forma di vita) mediante le armi di sterminio di massa accumulati negli arsenali chimici, batteriologici e nucleari.
Di fronte a tale constatazione Diamond oscilla tra il pessimismo della ragione (non abbiamo imparato niente dalla precedente storia) e l’ottimismo della ragione stessa (abbiamo più strumenti conoscitivi che mai per imparare dalla precedente storia), e per questo dedica le sue riflessioni ai suoi figli ed alla loro generazione “per aiutarli a capire da dove siamo venuti e dove forse stiamo andando”.
NOTA 1: dalla mia recensione di “ARMI, ACCIAO, MALATTIE” : “--- laureato in medicina, come il padre, e divenuto ornitologo e poi geografo, svolgendo poi lunghe indagini in Nuova Guinea e altre terre “selvagge” , si sente antropologo e quant’altro occorre alla sua “storia mondiale” anche attraverso l’esperienza di una madre linguista e di una moglie psicologa.
novembre 2016

35 -”LA GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE” DI DANI RODRIK

La rigorosa e argomentata critica alla globalizzazione e dei suoi colleghi economisti da parte di un Autore accademico e non certo anti-capitalista; i limiti delle sue proposte correttive ed il ruolo dell’Europa.  

Riassunto – L’incapacità di spiegare le crisi da parte del pensiero economico dominante, schiacciato sulla globalizzazione “a prescindere”. La storia dei mercati, sempre creati da un ruolo specifico della mano pubblica. Il “trilemma” globalizzazione/democrazia/stati nazionali, dove uno dei tre poli è sempre incomodo. L’impossibilità di un governo mondiale e i limiti dell’esperienza europea. Consigli per una globalizzazione ben temperata.  Dubbi e diverse opinioni del recensore.

Dani Rodrik, economista accademico statunitense di origini turche, è divenuto abbastanza popolare presso i “sovranisti” e gli anti-europei per le sue critiche alla globalizzazione in parte già anticipate in un testo del 1997 e pienamente sviluppate nel saggio del 2011 “La globalizzazione intelligente” (Laterza, Bari, pagg. 323), rieditato nel 2014 con una ulteriore prefazione dedicata alla crisi dell’Europa.
Il bersaglio contro cui Rodrik lancia le sue acuminate frecce polemiche, tutte ben documentate, è il pensiero pseudo-scientifico prevalente tra i suoi colleghi economisti che sostengono la globalizzazione “a prescindere”, quale buona in sé, così come continuano imperterriti ad esaltare l’automatica intelligenza dei mercati, che nel frattempo, di crisi in crisi, combinano invece immensi guai, sfuggendo alle presuntuose previsioni degli apprendisti stregoni delle Facoltà di economia. 
Già nell’introduzione del 2011 Rodrik sintetizza il suo pensiero, sia riguardo all’inefficienza di una globalizzazione spinta, perché foriera di instabilità dei mercati e soprattutto del mercato dei capitali, sia riguardo al conflitto tra globalizzazione/democrazia/stati nazionali, un “trilemma” in cui, secondo Rodrik sono possibili equilibri ed effettive conciliazioni solo assumendo i termini a due a due: il connubio tra globalizzazione e stati nazionali tende a comprimere la democrazia, la quale può svilupparsi entro gli stati solo difendendosi da troppa globalizzazione, mentre una globalizzazione democratica sarebbe immaginabile (ma secondo Rodrik non è realizzabile) solo disciogliendo gli stati in solide istituzioni planetarie.
Ma il saggio di Rodrik è anche molto di più di questo schema, perché si articola in un lungo e puntuale percorso storico sulla evoluzione del rapporto tra stati e mercati (dopo il medioevo) e – dopo una ricca analisi delle contraddizioni contemporanee di economia ed economisti – si conclude con una ambiziosa gamma di proposte operative.
Poiché “La globalizzazione intelligente” è già stato recensito prima di me da altri più validi autori, cui rimando (vedi “Fonti” in appendice), non mi dilungo più di tanto nel riassumerlo.
Mi sembra rilevante però segnalare che l’Autore, critico della globalizzazione ma convinto sostenitore del capitalismo (come esplicita a chiare lettere nel capitolo XI) ed anche dei vantaggi derivanti dal commercio internazionale (se opportunamente “dosati”), legge correttamente, cioè con il dovuto realismo, i rapporti tra stato e mercato (in termini non dissimili dall’anti-capitalista David Graeber) e le vicende del colonialismo e dell’imperialismo (anche post-coloniale) come un regime di scambi iniqui tra paesi dominanti e dominati (con valutazioni non lontane da quelle dell’anti-imperialista Giovanni Arrighi), ed in questo si differenzia nettamente dai pregiudizi correnti tra gli economisti anglo-americani, come ad esempio il suo  connazionale di origine Acemoglu oppure lo stesso Deaton.. 
Nella parte storica, infatti, Rodrik evidenzia il ruolo preminente degli stati nazionali, e soprattutto delle potenze coloniali, nel costituire le premesse per l’esistenza stessa dei mercati e per il progressivo abbattimento dei “costi di transazione”, che non sono solo i dazi e le monete, bensì le barriere linguistiche e culturali, le incertezze giuridiche e soprattutto la sicurezza/insicurezza militare, ecc.
Malgrado l’orientamento mercantilista dei singoli stati, più favorevoli ai propri monopoli che alla libera concorrenza, nell’Ottocento, sotto l’egemonia dell’imperialismo britannico, sembra affermarsi (più culturalmente che nei fatti, segnala Rodrik) una fase di libero-scambio, connessa alla convertibilità delle monete nazionali in oro (gold standard): ma questa “prima globalizzazione” crolla nei conflitti protezionistici che confluiscono nella prima guerra mondiale ed i suoi principi liberisti non riescono a risollevarsi nelle successive crisi, che precipitano nel secondo conflitto mondiale.
Il nuovo ordine mondiale (emisfero comunista escluso) progettato nel 1944 a  Bretton Woods dai banchieri occidentali, influenzati da Keynes, è oggetto di attenzioni e simpatie da parte di Rodrik, che sottolinea come lo sviluppo di più intensi scambi commerciali tra gli stati industrializzati venga affiancato da un rigoroso controllo dei movimenti dei capitali e da regimi commerciali differenziati con i paesi sottosviluppati che – mentre proteggono l’agricoltura dei paesi ricchi – non escludono per alcune aree del terzo mondo l’avvio di politiche industriali protette, sia per la sostituzione delle importazioni, sia per alcuni tentativi di fondare imprese esportatrici (Taiwan, Sud-Corea e altre “tigri del pacifico”, nel cui successo però Rodrik non sembra cogliere l’importanza del favore geo-politico e militare offerto dagli U.S.A. in chiave anti-comunista, similmente a quanto accaduto per l’Europa occidentale – e in particolare per i paesi sconfitti, Germania Ovest ed Italia - e analogamente a oriente per il Giappone).
Alla crisi degli anni ’70 in occidente, che Rodrik presenta soprattutto sul versante finanziario, con l’eccesso di “petro-dollari” ed “eurodollari” derivante dagli sbilanci commerciali degli U.S.A., (ma che a mio avviso include intraprendenza sindacale e ribellismo giovanile, autonomia dei paesi produttori di petrolio, lotte anti-coloniali e sconfitta nel Vietnam) e a fronte del successivo crollo del blocco sovietico, si risponde con l’abbandono delle regole di Bretton Woods (e della convertibilità aurea del dollaro), promuovendo la piena libertà di movimento dei flussi finanziari ed una crescente riduzione delle barriere daziarie (prima con gli Accordi G.A.T.T. e poi con l’Organizzazione Mondiale del Commercio), mentre il Fondo Monetario Internazionale e la Banca  Mondiale (ed il coro dei principali economisti, Milton Friedman in testa) affermano il cosiddetto “Washington Consensus”, che prescrive, uniformemente per tutti i paesi ricette di privatizzazioni, liberalizzazioni e globalizzazione come garanzie di sicuro successo.
All’opposto, Rodrik rammenta che ogni scelta innovativa di maggior libertà commerciale (ad esempio la riduzione di un dazio) – così come le innovazioni tecnologiche – deve essere valutata nel concreto, misurando tutti i possibili ”benefici comparati”, tenendo conto degli interessi dei vari soggetti sociali coinvolti (imprese, lavoratori dei diversi settori economici; famiglie e consumatori), e che gli economisti non dovrebbero mai innamorarsi di uno specifico paradigma, scambiando così la parte per il tutto.
Proprio nella fede univoca negli automatismi positivi dei mercati, secondo Rodrik, si annida il nocciolo degli errori, che diviene cecità nell’incapacità di vederne i limiti nelle crisi, non solo locali, che si manifestano dagli anni ’90, specificamente analizzate dal testo in esame, dalle stesse “tigri asiatiche” all’Argentina, mentre, nota Rodrik, il diverso sviluppo di India e Cina (ed in passato del Giappone) dimostra proprio di avvenire in contrasto con le regole liberiste e  per la Cina, in particolare, con un uso parziale, pragmatico e spregiudicato degli strumenti offerti dalle esperienze capitalistiche dell’Occidente.
Ulteriore e definitiva controprova dell’insuccesso delle dottrine globaliste/neo-liberiste, per Rodnik è poi ovviamente la grande crisi innescata nel 2007 dai “mutui sub-prime” e dal fallimento di Lehman Brothers, nonché in particolare dai suoi inviluppi nell’area euro, dove Rodnik (come esplica pienamente nella prefazione del 2014) vede confermata la sua teoria del “trilemma” (incompatibilità del “rapporto a tre” tra globalizzazione/stati nazionali/democrazia), perché l’Europa, pur avendo impiantato poderose istituzioni sovranazionali a sostegno della unificazione dei suoi mercati, non ha conseguito ancora la natura di super-stato federale ed integralmente soggetto al controllo democratico dei suoi cittadini: da ciò le sorti divergenti delle singole economie nazionali e l’abbandono dei paesi più deboli alla loro sorte (Rodrik però erroneamente. a pag. 253, trascura alcuni fatti, come il flusso di aiuti europei in favore della Spagna e delle sue banche, superiore a 40 miliardi di € tra 2012 e 2013 – pag. 253).
Anche dai limiti dell’esperienza dell’Unione Europea, l’Autore rafforza la sua convinzione che la soluzione ai problemi emersi nel dilagare della globalizzazione non possa essere la progressiva estensione dei flebili poteri delle autorità sovranazionali, sostanzialmente tecnocratiche, tipo Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale per il Commercio (ma anche la stessa ONU) bensì una serie di correttivi che restituiscano una parziale maggior autonomia agli stati nazionali, soggetti al controllo democratico: ambiti consolidati, in cui credibili autorità possono far valere gli standard di qualità dei prodotti e dei modi di produzione (anche riguardo ad ambiente, salute, lavoro), del tutto aleatori, secondo Rodrik, a scala internazionale.
(Per inciso, Rodrik, per nulla interessato alle tematiche dei limiti ecologici allo sviluppo, affronta il tema del riscaldamento globale come problema comune dell’umanità, ma solo per usarlo come esempio di collaborazione internazionale necessaria e possibile – con un generico ottimismo in proposito -, diversamente dell’economia, che per Rodrik non può essere in quanto tale un “bene comune sovranazionale”, bensì in prevalenza a carattere nazionale).
Nella parte finale del saggio, Rodrik specifica con un certo dettaglio le sue proposte di “globalizzazione intelligente” (ovvero temperata da una minor pretesa di omogeneità normativa e da un maggior spazio per le autonomie nazionali), che però mi sembra oscillino tra il puro buon senso ed una discreta dose di velleitarismo illuminista (non inferiore a mio avviso a quello esibito dai “sovranazionalisti”) e quindi mi risultano assai meno convincenti delle sue analisi.
Ad esempio Rodrik ipotizza la facoltà di deroga temporanea unilaterale per i singoli stati dai trattati di libero scambio, a protezione di specifici settori economici, perché confida che tali deroghe sarebbero comunque moderate dal confronto interno allo Stato promotore, nell’emergere dei diversi interessi, poniamo, dei produttori piuttosto che dei consumatori.
Oppure suggerisce agli stati più progrediti di programmare significativi tassi di immigrazione, legale e temporanea, di lavoratori dai paesi poveri, nell’ordine di un 3%, per favorire il contestuale sviluppo sia delle economie avanzate che di quelle arretrate.
In entrambi i casi mi pare che Rodrik, dopo aver censurato i teorici della perfetta razionalità dei mercati, cada nel simile errore di sopravvalutare la razionalità dei processi politici, trascurando invece i meccanismi reali di cui è fatto il consenso nei paesi democratici (e ne sono recente testimonianza sia il suo paese natale, con Erdogan osannato da una tenace maggioranza nazional-islamista, sia il suo paese di adozione, che ha appena eletto Trump sia pure con risicata maggioranza dei soli “grandi elettori”), e non disponendo d’altronde di alcuna ricetta risolutiva per gli stati autoritari (salvo rifiutare loro clausole commerciali di favore da parte degli stati più democratici).
Altrettanto velleitarie mi sembrano da ultimo le proposte per “ammansire” la Cina, convincendola a rinunciare a politiche commerciali aggressive (quali la persistente sottovalutazione della sua moneta) e il conseguente surplus della bilancia commerciale, accettando invece ampie deroghe in favore degli “aiuti di stato” nelle politiche industriali (che a mio modesto avviso avrebbero lo stesso effetto di dumping sui prezzi).
Cioè, mi chiedo, dacché la globalizzazione finora conosciuta arranca o sta fallendo, applicando invece le ragionevoli prescrizioni di Rodrik, una volta svuotate le pretese pan-razionali dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, si possono veramente esorcizzare i rischi di ritorni a forme di protezionismo e mercantilismo aggressive, e con le guerre commerciali, i conseguenti rischi di fomentare anche le guerre guerreggiate (che già dilagano come conflitti di origine regionale e pseudo-religiosa)?
E – velleitarismo per velleitarismo, utopia per utopia – mi chiedo invece se la strada giusta non possa essere quella tentata dalla vituperata Europa (ora purtroppo veramente in ribasso) e cioè aggregare in forma federale le realtà statuali a scala dei singoli continenti, riducendo il numero dei grandi soggetti mondiali, sia nei mercati che negli interessi geo-politici, e quindi così disinnescare alla radici le ragioni dei conflitti tra nazioni, sia economici che militari. Dando spazio invece ad uno sviluppo delle contraddizioni sociali, attorno alle ragioni del buon vivere e quindi con un debito ascolto alla sofferenza dei poveri ed alla crisi ecologica del pianeta su cui abitiamo.

Fonti:

  1. Dani Rodrik - “LA GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE” - Laterza, Bari 2014
  2. David Graeber – “DEBITO. I PRIMI 5.000 ANNI” - Il Saggiatore, Milano 2012
  3. Giovanni Arrighi - “IL LUNGO XX SECOLO. Denaro, potere e le origini del nostro tempo” – Il Saggiatore, Milano 2014
  4. Angus Deaton - “LA GRANDE FUGA – salute, ricchezza e origini della disuguaglianza” - Il Mulino, Bologna 2015
  5. Daron Acemoglu e James A. Robinson - “PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO - Alle origini di potenza, prosperità, e povertà” – Il Saggiatore, Milano 2014
  6. Recensioni sui precedenti testi su questo blog  in appositi POST e in questa pagina ULTERIORI LETTURE.
dicembre 2016
36 - “IL TRAMONTO DELLA RIVOLUZIONE”, ED ANCHE DELLA MODERNITA’ (E DEL RIFORMISMO?) SECONDO PAOLO PRODI


Le scarse speranze su un futuro ruolo dell’Europa, per il venir meno delle spinte autenticamente rivoluzionarie e della tensione tra religiosità e laicità, nel “testamento culturale” dello studioso da poco scomparso.

Riassunto – L’Autore riprende i suoi fondamentali contributi storici sulla peculiarità dell’Occidente tra religione (utopie) e potere (varie forme del potere). Puntualizza tale storia attraverso i suoi momenti rivoluzionari per inquadrare la perdita di ruolo dell’Europa a fronte delle odierne tendenze: da un lato  alla omologazione dei poteri economici/mediartici a scala internazionale; dall’altro alle ribellioni-senza-rivoluzione, per carenza di profezie, utopie o ideologie che delineino un mondo diverso.  Dubbi e diverse opinioni del recensore (cui rimangono aperture di credito verso il terzo mondo).

Il breve testo di Paolo Prodi “IL TRAMONTO DELLA RIVOLUZIONE” (Il Mulino, Bologna 2015, pagg. 110) costituisce in qualche misura una sintesi di precedenti lavori (tra cui “Settimo non rubare”, già da me recensito, sulla genesi dell’autonomia dei mercati in Occidente, ed i suoi studi di storia della giustizia e di storia delle religioni) nonché – purtroppo – un testamento culturale per lo studioso recentemente scomparso. 
Il testo è incardinato sulla storia dell’Europa, soprattutto nel secondo millennio, ed anche in relazione agli altri grandi soggetti storico-geografici, il mondo islamico ed il mondo cinese, di cui Prodi sottolinea – rispettivamente - l’origine profetica di eresia rispetto al monoteismo ebraico ed a quello dell’impero cristiano orientale, per l’islamismo, e la sottostante continuità confuciana per la moderna Cina.
Prodi esalta la peculiarità europea derivante dal dualismo e dalla distinzione dialettica tra religione e politica, e delle susseguenti distinzioni, maturate nei secoli, tra reato e peccato, tra legge e coscienza, tra diritto canonico e legge civile, tra il potere statale, il potere religioso e il nascente potere economico, tra i diversi poteri dello stato (compresa l’autonomia delle istituzioni universitarie).     
In tale processo, non lineare bensì fortemente conflittuale, l’Autore, sulla scorta di altri autori (H.G.Berman, E. Rosenstock-Huessy) individua sei fasi di vera e propria “rivoluzione”, anche se le prime ai loro tempi assunsero il nome di “riforma”: la lotta per le investiture ovvero “riforma gregoriana” nel secolo XI, la “riforma protestante” nel XVI e la “glorious revolution” (ma così denominata a posteriori) nell’Inghilterra del XVII, ed infine la sequenza delle rivoluzioni “ufficialmente tali” in America, in Francia ed in Russia tra fine Settecento ed inizio Novecento.
Paolo Prodi insiste molto sulla necessaria precisione del concetto di rivoluzione, individuandone i connotati non solo nei concreti rivolgimenti politici e militari, ma anche nella presenza operativa di una speranza ideale di cambiamento, articolata come profezia e/o utopia e/o ideologia; e quindi nega il carattere di rivoluzione al semplice ribellismo, alle agitazioni ed ai moti di piazza privi di un programma; su profezia ed utopia Prodi approfondisce, dalla Bibbia ai nostri tempi, l’evolversi della prima nella seconda con la “secolarizzazione” e l’emergere una concezione di un tempo non più ciclico bensì tendenzialmente progressivo.
Le libertà conquistate nella storia d’Europa, che oggi contempliamo come ordine costituzionale e giuridico e come diritti individuali, non si fondano su un equilibrio statico, bensì sul succedersi delle suddette tensioni rivoluzionarie (e pertanto non sono “esportabili” dove non c’è questa storia di specifiche tensioni).
Pertanto Prodi (a mio avviso in non casuale sintonia con l’Enciclica Laudato sì” di Papa Bergoglio) esprime grande preoccupazione per le attuali tendenze del mondo occidentale a stingere le storiche distinzioni in un emergente potere-e-pensiero-unico, tecnologico ed economico, dove gli stati perdono sovranità, il sapere perde consapevolezza storica e gli individui, ridotti a consumatori, perdono cittadinanza; in assenza di nuove profezie od utopie rivoluzionarie, adeguate ad affrontare gli insorgenti problemi ambientali, sociali ed etici.
(L’Autore non si sofferma sulla specificità del “riflusso” derivante dalla delusione per i fallimenti delle rivoluzioni socialiste, né sul possibile ruolo attuale delle Chiese, fermandosi a commentare positivamente la svolta conciliare del cattolicesimo, nell’accettazione della laicità dello stato e nel relativismo ecumenista, con particolare riguardo all’apertura anche all’Islam).
Ed in presenza degli altri soggetti, quali Islam e Cina, con un diversa storia ed una differenziata aggressività, Prodi teme una decadenza dell’Europa, prima ancora che in termini di potenza economica o politico-militare, come declino del suo specifico ruolo di sperimentazione rivoluzionaria degli assetti sociali e culturali; più che il tramonto dell’Occidente, Prodi vede e teme il “tramonto della modernità” (e in tutt’uno, mi pare di aver capito, con il riformismo ed i margini di ottimismo, che invece ad esempio caratterizzano il più noto fratello Romano Prodi, economista e politico, pure lui di matrice cattolico-democratica-dossettiana).
Non sono certo all’altezza di poter confutare le conoscenze storiche di Paolo Prodi, né ho l’autorità per contrapporre al suo pessimismo radicale un pessimismo un po’ meno radicale; tuttavia mi permetterei di segnalare che a mio avviso l’Autore, dopo aver ascritto all’Europa anche rivoluzioni leggermente eccentriche come quelle americana di fine ‘700 e quella russa all’inizio del ‘900, trascura un po’ troppo gli apporti offerti successivamente alla scena mondiale (a mio avviso anche della stessa “modernità) dal resto del mondo, ma non senza influssi dalla storia europea (e quindi un domani anche viceversa?):
-          dalle  varianti “rurali” del marxismo in Cina (che magari in futuro rilascerà elementi critici nell’attuale ordine “neo-confuciano”) ed a Cuba (che qualche sedimento riformista originale sta trasponendo in altri paesi latino-americani, quali Uruguay, Bolivia, Equador, tutti paesi cari a papa Bergoglio), e che certo Prodi ben conosceva attraverso al frequentazione di Ivan Illich (vedi intervista a Gnoli….)
-          al versante non-violento delle lotte anticoloniali ed antisegregazioniste, soprattutto  in India ed in Sudafrica, dove ben presente è l’impronta di utopie profetiche e religiose, diverse ma non estranee alla cultura occidentale e cristiana, come mostrano ad esempio le biografie di Gandhi, Mandela e Desmond Tutu.
Perché, se verranno ancora delle rivoluzioni, penso che saranno più autentiche se promosse dagli ultimi della terra (i più colpiti anche dalle crisi ambientali), che non dai penultimi (al momento attratti da ambigue forme di populismo autoritario o dal mito del salario di cittadinanza, ma per i soli cittadini del primo mondo).

Fonti:
1.    Paolo Prodi “IL TRAMONTO DELLA RIVOLUZIONE” - Il Mulino, Bologna 2015
2.    Paolo Prodi “SETTIMO, NON RUBARE. Furto e mercato nella storia dell'Occidente” – Il Mulino, Bologna 2009
3.    Enciclica papale “LAUDATO SI” 24-05-2015 www.vatican.va/content/.../it/.../papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.htm
4.    Recensioni sui precedenti 2 testi suquesto blog  in appositi POST e in questa  pagina ULTERIORI LETTURE

5.    Intervista di Antonio Gnoli a Paolo Prodi su “Repubblica” del 09-02-2015 www.repubblica.it/.../paolo_prodi_c_era_troppa_violenza_nella_politica_per_questo

febbraio 2017


37 - ” POSTCAPITALISMO – UNA GUIDA AL NOSTRO FUTURO” SECONDO PAUL MASON

Una ambiziosa extrapolazione verso il prossimo futuro di alcune tendenze acutamente rilevate nella attuale crisi da Paul Mason, che appoggia le sue teorie previsive e propositive su alcuni assiomi marxisti rivisitati alla luce della storia del movimento operaio nel Novecento.

Riassunto –  Il carattere strutturale della crisi, insita nella sovrabbondanza della “merce-informazione”. Limiti intrinseci dell’Info-Capitalismo e shock esogeni (clima, demografia, debito). Verso un post-capitalismo liberato dal lavoro e fondato sulla condivisione. Proposte per una transizione anti-monopolistica (ICT, energia, banche), con reddito di cittadinanza ad opera della massa dei lavoratori/precari/consumatori, istruiti e connessi in rete, Dubbi e diverse opinioni del recensore. Scheda 1 approfondimento su marxismo, teorie economiche e storia del movimento operaio. Scheda 2: segnalazione di discrepanze tra le storie raccontate da Mason e alcuni dati disponibili al recensore.

“POSTCAPITALISMO – Una guida al nostro futuro” del giornalista inglese Paul Mason (Guardian, BBC, Channel4) è un fortunato saggio del 2015 (edito in Italia nel 2016 da Il Saggiatore, Milano 2016, pagg. 382   di facile lettura e comprensione, malgrado la mole e la complessità di alcuni passaggi e digressioni storiche), che ha avuto una certo eco sulla stampa generalista ed ha alimentato numerose recensioni in ambiti più specialisti finendo un po’ bistrattato a destra (“Post-marxismo” per Alberto Mingardi su Il Sole-24ore) come a sinistra (“Il Rifkin dei poveri o il Toni Negri dei ricchi” per Francesca Coin sul Manifesto); e forse un po’ malinteso al centro, da chi lo ha considerato come un innocuo previsore dei tempi futuri.
Ad una prima impressione, infatti, le tematiche di Mason lo apparentano ad altri futurologi ottimisti sugli effetti delle nuove tecnologie, tipo Peter Droege o Jeremy Rifkin o Carlo Ratti BIBL (o anche ad altri più inquietanti come i Casaleggio, di padre in figlio), ma la sua trattazione si intreccia invece meritoriamente con l’analisi dei rapporti sociali dentro e fuori dal sistema produttivo e finanziario (ed anche con la storia delle teorie economiche e dei movimenti antagonistici al sistema capitalistico, come riferisco e commento nella apposita  ‘scheda 1’, allegata; allego anche una “scheda 2” per segnalare una serie di discordanze tra le vicende raccontate da Mason e quanto di diverso a me risulta).
L’assunto fondamentale di Paul Mason è il carattere strutturale della crisi economica in cui ci sta trascinando il neo-liberismo, inquadrata in una visione ciclica della storia del capitalismo, riesumando la teoria dei cicli cinquantennali di Kondrat’ev, teorico russo fucilato dal regime stalinista sovietico nel 1938: dalla prima industrializzazione (1780-1948) alla prima globalizzazione nel secondo Ottocento, alle due fasi in cui è divisibile il Novecento, sul crinale della seconda guerra mondiale, tutte caratterizzate da un andamento ad onda, con fasi di contrazione nella fase discendente del ciclo. (Tale racconto mi sembra affascinante, ma con qualche rischio di determinismo meccanicista, assente invece, per esempio, nella visione dei più ampli cicli di dominio finanziario e imperiale tratteggiati da Arrighi dal Medioevo ad oggi, cui pure vagamente Mason accenna).
Anche se la svolta neo-liberista degli anni ’80 del Novecento, l’espansione della finanza globale e la capacità di gestire i salti tecnologici hanno consentito all’economia capitalista di protrarre l’ultima fase ben oltre l’orizzonte cinquantennale del ciclo iniziato a metà del Novecento, l’attuale crisi è caratterizzata dall’impatto con lo sviluppo iper-tecnologico dell’informazione, e quindi dalla rilevante novità dell’abbondanza della merce-informazione, merce divenuta fondamentale nell’intera economia: la sovrabbondanza è però l’opposto della scarsità dei beni, assioma su cui si fondano le discipline economiche, che infatti in generale non si occupano dell’aria e del cielo.
Tale contraddizione comporta, secondo l’Autore:
-          incidenza crescente dei prodotti a costi marginali irrisori (come la riproduzione di un file o di un software), sia direttamente al consumo sia nelle transazioni interne ai cicli produttivi,  e conseguente tendenziale abbattimento del sistema dei prezzi, finora contrastato con tendenze monopolistiche delle compagnie più direttamente interessate (Google, Facebook, Amazon);
-          riduzione drastica del tempo di lavoro necessario per realizzare molteplici prodotti e servizi
-          importanza crescente del debito finanziario come forma di subordinazione delle masse sfruttate, maggiore dello stesso lavoro salariato (argomento quest’ultimo secondo me più pesante nei paesi anglosassoni che non nella realtà dell’Europa continentale);
-          erosione del mercato da parte di nuove modalità di produzione e di scambio gratuito, come Wikipedia WikiLeaks Linux (ma anche Android ha dovuto piegarsi ad essere un sistema operativo aperto), e la “sharng economy” (quando non vampirizzata dalle varie Uber e Airbnb) nonché i circuiti locali di solidarietà e “p2p”;
-          sconfinamento tra il tempo di lavoro ed il tempo libero (anche attraverso l’uso ed abuso degli smartphone), e tra il ruolo di produttore e quello di consumatore, con la appropriazione indebita, da parte dei controllori della rete (e cioè ancora Google, Facebook, Amazon, ecc.) delle esternalità informative derivanti dagli stessi consumatori, per orientare il marketing proprio e  quello delle aziende clienti.
Secondo Mason però il moderno info-capitalismo, dato il crollo oggettivo dei prezzi dell’abbondante merce-informazione, non è in grado di riassorbire con ulteriori salti tecnologici né l’intrinseco esaurimento della sua spinta propulsiva (e delle possibilità di estendere i mercati tramite la privatizzazione dei servizi pubblici e la mercificazione dei rapporti umani) né gli “shock esogeni” derivanti dal cambio climatico, dall’esplosione demografica mondiale e dal contestuale rapido invecchiamento dei popoli occidentali, né soprattutto dall’accumularsi dei debiti in tutto il sistema finanziario, pubblico e privato.
Maturano invece alcune condizioni favorevoli perché – secondo Mason -  l’assetto capitalistico sia ad un certo punto della crisi sostituito da un nuovo assetto post-capitalistico, caratterizzato da una sostanziale liberazione dal lavoro e fondato sull’economia della condivisione (ben diverso dal defunto socialismo sovietico a pianificazione centralizzata, di cui Mason richiama i limiti e le intrinseche debolezze): ed è decisivo che si possa prefigurare tale alternativa, proprio perché l’attuale sistema fa un suo punto di forza sulla diffusa acquiescenza alla “mancanza di alternativa, conseguente anche al crollo del “socialismo reale”.
Nella parte finale del libro Mason affronta specificamente le modalità di una possibile transizione, che dovrebbe essere governata con mano pubblica piuttosto ferma attraverso le seguenti tappe di soluzione progressista di quelli che lo stesso Mason classifica come “shock esogeni”, tappe che configurano una sorta di ”riformismo rivoluzionario” (con la premessa di disciogliere i monopoli dell’informazione nazionalizzandoli o piegandoli comunque ad un logica di open source, e con il contorno di un limitato “reddito di cittadinanza”, finalizzato anche ad estinguere i “lavoretti” sottopagati):
-          la nazionalizzazione/esproprio delle compagnie detentrici dei giacimenti di energie fossili, il cui stock supera la quantità di CO2 ancora sopportabile dall’atmosfera, e che perciò va neutralizzato annullando le spinte ad un loro protratto utilizzo, per consentire per il passaggio definitivo alle energie rinnovabili;
-          la riconduzione delle banche centrali sotto l’egida dello stato ed un processo controllato di inflazione, che progressivamente estingua gli eccessi di capitale nominale (non mi è chiaro come tale scelta si possa conciliare con il problema, comunque persistente, dell’invecchiamento dei popoli occidentali, che attualmente conta sui fondi pensione e sul risparmio delle famiglie), per conseguire il riassorbimento delle enormi bolle di debito
Protagonista della rivendicazione ed attuazione di questa trasformazione (non sappiamo quanto pacifica) dovrebbe essere la massa dei lavoratori/precari/consumatori, istruiti e connessi in rete, che ha perduto gran parte delle storiche connotazioni di classe, tipiche delle precedenti fasi di sviluppo, ma ha acquisito nuove consapevolezze e multiformi saperi, in parte già manifestate nelle varie forme di ribellioni e manifestazioni di piazza di questo inizio di secolo (Occupy Wall Street, Gezi Park a Istanbul, Londra, Hong Kong, primavere arabe, Brasile, India, Grecia, ecc.): viene così a convergere con altri intellettuali antagonisti di diversa estrazione, da David Graeber a Toni Negri, da David Harvey a Guy Standing.
In questa massa multiforme, Mason non conferisce particolare ruolo ai lavoratori salariati dei paesi emergenti o variamente subalterni (parcellizzati da profonde differenziazioni etniche e culturali e caratterizzati comunque soprattutto per essere individualmente connessi al mondo tramite smartphone anziché organizzabili in leghe sindacali di stampo tradizionale), il cui attuale rilevante aumento numerico è presentato in sostanza come fenomeno transitorio, destinato a sgonfiarsi con l’estensione delle tecnologie a più elevata produttività, secondo le convenienze imprenditoriali nell’impiego dei fattori produttivi.

Invece,  a mio avviso, i margini di estensione del classico sfruttamento capitalistico a popolazioni ancora non coinvolte possono comportare ancora a lungo una fase espansiva dei vecchi sistemi produttivi, alimentando nel contempo una crescita della domanda di merci tradizionali, seppure innovate, nei ‘ceti medi’ dei paesi emergenti, anche in sostituzione di consumi più maturi o calanti nei paesi storicamente più sviluppati (Mason dovrebbe spiegare perché anche nel XXI secolo continui ad aumentare la massa fisica delle merci, misurabile ad esempio in n° di containers movimentati su treni e navi, che certo con contengono solo “informazioni”): con questo non ipotizzo una meccanica riproposizione della lotta di classe ottocento/novecentesca, in contesti storici e geo-politici del tutto diversi, ma vorrei rammentare che potrebbe permanere una oggettiva centralità della contraddizione tra il capitale ed un lavoro salariato, il cui persistente sfruttamento (ad esempio, in miniera) fa un po’ impallidire le ambasce del precariato occidentale e della sua ‘morte del lavoro’.
Né mi sembra che adeguata attenzione Mason ponga al conflitto tra gli stati ed al possibile passaggio, non indolore, dalla declinante egemonia occidentale ad una ancora indefinibile egemonia orientale, e neppure al concreto rischio che le masse connesse e istruite dell’Occidente, di populismo in populismo (e anche di ribellione in ribellione), invece di portare ad un superamento post-capitalista finiscano per alimentare nuove forme di fascismo, con probabili risvolti bellici.
Altra tematica trascurata da Mason è quella degli equilibri ecologici complessivi del pianeta, di cui coglie solo l’aspetto climatico/energetico e non quello dei diversi e letali inquinamenti, dei conflitti sull’uso del suolo e del tendenziale esaurimento delle materie prime pregiate, che è ad un tempo un problema di compatibilità ambientale e di permanente ‘economia della scarsità’: nell’insieme mi pare errato vederne la fonte di “shock esogeni” e non invece contraddizioni profonde, intrinseche agli attuali modi di produzione e di consumo.
L’errore di fondo dei post-operaisti, nel mio giudizio, è quello di scambiare la parte (precariato dei giovani occidentali) per il tutto (lo sfruttamento di persone e risorse naturali a scala planetaria).
Inoltre mi permetterei di rilevare che l’affiancamento al modo di produzione capitalista di diverse forme di scambio non mercificato e/o non monetizzato, tra cui Mason esalta Wikipedia&C. è un fenomeno indubbiamente meritevole di interesse, ma non del tutto nuovo, e quindi non necessariamente “sovversivo”; con il capitalismo hanno convissuto per molti decenni altri processi extra-capitalisti e talvolta anti-capitalisti, ma non per questo esiziali per il prevalente regime socio-economico: dal preesistente monachesimo alle successive organizzazioni caritative di stampo ecclesiale, dal solidarismo socialista al movimento cooperativo, dalle varie forme di volontariato al ‘terzo settore’, fino allo stesso pubblico impiego, dove spesso le retribuzioni non rispondono ad una logica di mercato (penso alla dedizione di molti medici ed infermieri della sanità pubblica, ed insegnanti in molte scuole, ma anche a tanti altri professionisti nella pubblica amministrazione non premiati con stipendi dirigenziali: fenomeno non a caso incomprensibile per accademici americani come Acemoglu e Robinson, e a ben vedere non considerato adeguatamente dallo stesso Paul Mason).
Infine alcune indicazioni operative (contro i monopoli e per la promozione dei settori no-profit, contro le bolle finanziarie e sullo stock di combustibili fossili) mi sembrano probabilmente utili anche in una diversa ottica di ‘riformismo radicale’, che possa o meno estinguere il capitalismo (non perché mi piaccia che il capitalismo rimanga, né perché lo voglia ritenere eterno, ma perché oggi mi viene da diffidare di ogni teoria finalistica e deterministica che ne postuli a-priori il prossimo superamento), ma che intanto inizi comunque a rendere gli assetti sociali e  produttivi il più possibile compatibili con l’ambiente e con l’umanità, sia nel primo che nel terzo mondo (ed anche passando per la Cina, che si configura come il moderno ‘secondo mondo’).



SCHEDA 1:
APPROFONDIMENTO SU MARXISMO, TEORIE ECONOMICHE E STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO
Alle sue conclusioni, Mason perviene anche attraverso un lungo ed appassionato percorso di ri-lettura del marxismo (a confronto con altre teorie economiche in merito ai cicli di sviluppo e di crisi) e delle vicende del  movimento operaio (in correlazione alle concrete trasformazioni del lavoro); un percorso da cui, a mio parere, di Mason emergono anche  alcune giovanili simpatie trotzkiste e senili attrazioni verso gli operaisti italiani degli anni ’60 (Quaderni Rossi), nella loro senile trasformazione in post-operaisti (Toni Negri e le sue teorie sulla morte del lavoro e sulle moltitudini variamente sfruttate  dall’Impero, ed infine sui beni comuni)
Di Marx, Paul Mason riprende soprattutto tre elementi:
- la teoria del valore-lavoro (le varie quote di lavoro che direttamente ed indirettamente occorrono per trasformare e consegnare una merce, ed i loro costi di riproduzione) come spiegazione effettiva, nella media, della formazione dei prezzi, comparandola (ma senza dirimere la disputa) con la opposta teoria liberista dell’utilità marginale (nello scambio tra domanda e offerta il prezzo è determinato da chi detiene al momento l’ultima quota disponibile del bene in transazione): per Mason è fondamentale per evidenziare che le informazioni sovrabbondanti hanno costo di produzione tendente a zero (ad esempio, una volta registrata una musica, la sua riproduzione infinite volte sotto la forma di file MP3 non ha alcun costo effettivo);
- il principio della “caduta tendenziale del saggio di profitto” (per effetto della concorrenza, dei maggiori investimenti necessari ad elevare la produttività, della saturazione degli specifici mercati e della concentrazione finanziaria), che è alla base delle crisi cicliche del capitalismo e potenzialmente anche di una sua crisi finale: qui Mason spiega anche le modalità con cui il capitalismo è uscito dalle sue precedenti crisi e le spiegazioni che di questi rilanci hanno dato studiosi marxisti (Hilferding, Rosa Luxemburg, il suddetto Kondrat’ev ed altri, disvelando di volta in volta la finanzairizzazione, i monopoli, l’imperialismo, il militarismo) e non marxisti (Schumpeter, Hajek, von Mises, ecc.), sostenendo però che con l’info-capitalismo (che incorpora in monopoli globali un profitto imposto su beni senza un vero prezzo)  si sarebbe intrapresa una strada cieca, priva delle precedenti vie di uscita;
- il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse (appunti paralleli al Capitale, scritti nel 1858, ma resi noti solo a metà Novecento e tradotti in inglese solo nel 1973; ben noti e commentati in Italia già nel decennio precedente), in cui Marx estende il concetto di ”capitale morto” (quello costituito dai beni di investimento) evidenziando come un macchinario perfetto e sempiterno (che incorpora quantità notevoli di sapere sociale stratificato) comporti l’annullamento del valore e quindi dei margini di profitto, processo in cui Mason vede la preconizzazione del prossimo stallo dell’info-capitalismo.

Riguardo alla storia del movimento operaio, Mason lamenta la mancanza di una “storia del lavoro” e cerca di rimediarvi con un rapido ma non superficiale racconto sulle caratteristiche fisiche e organizzative del lavoro, ed in parallelo sulla composizione sociale dei lavoratori e sulle loro aggregazioni politico-sindacali, nelle principali fasi di trasformazione delle fabbriche dal Settecento ad oggi, cercando di fondare su questi aspetti storici anche una fotografia della attuale scomposizione di quello che fu la classe operaia, sotto i colpi inferti dal turbo-liberismo degli anni 80 ed in parallelo dalla globalizzazione, ma anche per effetto dei mutamenti soggettivi, a partire dall’istruzione più elevata, che fanno dei lavoratori di oggi un insieme variegato e plurale, “molteplice” anche nella identità dei singoli (e qui Mason richiama correttamente Andrè Gorz e Eric Hobsbawn, Barry Wellman e Richard Sennet, ed ancor prima Charles W. Milss, Daniel Bell,  Herbert Marcuse, ma manca a mio avviso l’appuntamento con altri antropologi e sociologi, da Augé a Maffesoli, da Castells a Bauman, che secondo me hanno assai utilmente indagato su questi processi). 

Ricapitolando le trasformazioni della classe operaia in Inghilterra degli albori dell’industrializzazione al Novecento, Mason evidenzia i fraintendimenti compiuti dapprima dagli stessi Engels e Marx (l’inchiesta sul campo del primo a Manchester nel 1842, pubblicata solo 50 anni dopo, fu travisata e cristallizzata dal secondo), nell’attribuire all’automazione una conseguente dequalificazione generalizzata del lavoro operaio (proprio mentre si andavano forme nuove figure professionali connesse alle macchine allora in uso), e nel negare la formazione di una “cultura proletaria”, e poi di Engels e Lenin nell’identificare gli operai specializzati come “aristocrazie operaie” asservite all’imperialismo britannico (che solo nella madre-patria dell’Impero avrebbe potuto impiegare le risorse necessarie per  acquisirne il consenso), base sociale sia del sindacalismo gradualista delle Trade Unions (contrapposto alla disponibilità degli operai non specializzati all’avventura rivoluzionaria, guidata però secondo Lenin, da avanguardie intellettuali esterne), sia dello “sciovinismo”, che distrusse la Seconda Internazionale, con l’adesione di parte dei partiti e sindacati socialisti alle mobilitazioni belliche della Prima Guerra Mondiale.
Secondo Mason invece il coinvolgimento patriottico delle organizzazioni operaie nella prima guerra mondiale si fonda sulla stessa “materialità” delle nazioni (cioè su elementi antropologici preesistenti alle classi sociali, se ho ben capito) e la tendenza tradeunionista delle aristocrazie operaie, presenti in tutti paesi industrializzati e non solo in Inghilterra, saldabile pur con difficoltà con gli interessi di operai non specializzati (e tra questi spesso donne e bambini), era tutt’uno con orizzonte a loro modo antagonistico, ma costituito da “controllo delle fabbriche, solidarietà sociale, autoistruzione e creazione di un mondo parallelo”, in competizione con il nascente Taylorismo, che rendeva scientifica la divisione del lavoro e la subordinazione alle macchine.
Così Mason legge l’epopea delle lotte operaie dentro ed oltre la prima guerra mondiale (1916-1921), in numerosi paesi (ed anche all’interno dell’URSS e contro il governo bolscevico), poi abbattuta con violenza da un lato dalla grande crisi del 1929 e dall’altro dalla repressione fascista e nazista (ma anche stalinista), fino all’esito dei campi di concentramento (non dimenticando la larga sovrapposizione tra ebraismo e movimento operaio nella Mitteleuropa).
Meno lineare mi sembra la sua interpretazione della crescita quantitativa e della subordinazione qualitativa della classe operaia (allargata ai settori impiegatizi ed estesa al terziario) nei decenni ‘50-‘60, periodo dello sviluppo keynesiano e fordista del capitalismo occidentale e del compromesso socialdemocratico (anche e soprattutto come risposta preventiva all’alternativa sovietica), ed anche delle grandi rivolte degli anni ’60 e ‘70  (Mason si sofferma in particolare sul caso italiano, assumendo come fonte privilegiata gli “operaisti” Romano Alquati e Toni Negri) connesse al rifiuto del lavoro parcellizzato e ripetitivo, tipico del taylorismo, da parte di una forza-lavoro più istruita, la cui sconfitta Mason (come sopra accennato) attribuisce sia alla violenza anti-sindacale del contrattacco neo-liberista (che ristrutturò spesa pubblica e finanza, moneta e produzione, utilizzando ampiamente anche la de-industrializzazione dell’occidente e la delocalizzazione produttiva su scala globale), sia alle debolezze soggettive dello schieramento operaio, diviso tra vecchia cultura dei mestieri e nuovi atteggiamenti delle masse giovanili e “tradito” dalle rappresentanze politiche socialdemocratiche o filo-sovietiche. 







SCHEDA 2:
SEGNALAZIONE DI DISCREPANZE TRA LE STORIE RACCONTATE DA MASON E ALCUNI DATI A ME DISPONIBILI
Oltre ad esprimere nella recensione alcune le mie valutazioni puntuali e complessive sulla visione di Paul Mason, ritengo necessario esemplificare alcune discrepanze che ho rilevato tra le sue ricostruzioni storiche ed i dati a me disponibili, perché mi aprono molti dubbi sull’attendibilità specifica e generale dell’Autore:
pag. 18: il movimento spagnolo degli Indignados stroncato dalla repressione: a me pare, che a fronte di una dose ‘normale’ di repressione in un ‘normale’ regime democratico, il movimento si sia esaurito per la povertà delle parole d’ordine anti-casta, ‘né di destra né di sinistra’, finendo in buona parte riassorbito dal più strutturato e pensante movimento Podemos;
pag. 233: occupazione di fabbriche automobilistiche in Italia nel 1919 a Torino, Milano e Bologna: a me risultano solo nel settembre del 1920 (e senza fabbriche d’auto a Bologna);
pag. 237: imposizione da parte degli Alleati dopo il 1945 di Costituzioni con elementi sociali a Germania, Giappone e Italia: a me pare che ciò non sia vero per l’Italia, dove gli Alleati hanno imposto molto (abbiamo tuttora basi militari americane, oltre a quelle della NATO), ma almeno NON la Costituzione;
pag.245: in Italia dopo il 68-69, il PCI avrebbe introdotto i Consigli di Fabbrica per imbrigliare le lotte operaie: anche come testimone diretto e indiretto, mi sembra di poter affermare che si tratta di una visione riduttiva e caricaturale di un processo dialettico complesso e con diversi attori, tra cui la sinistra sindacale, comunista e non comunista, in cui i Consigli possono aver fatto da freno in alcune situazioni, ed invece aver costituito le effettive avanguardie in altri;
Pag. 248: percentuale di forza-lavoro residua nell’industria, a fronte alla crescente prevalenza del terziario – secondo Mason “Solo nei colossi dell’export - Germania, Corea del Sud e Giappone – la forza lavoro dell’industria si avvicina al 20% del totale ----“: dall’ISTAT mi risulta che in Italia nel 2014 sia ancora superiore al 25%.

Fonti:
  1. Paul Mason - “POSTCAPITALISMO – Una guida al nostro futuro” – Saggiatore, Milano 2015
  2. Alberto Mingardi - “Post-marxismo” su “Il Sole-24ore” 25-09-2015 www.ilsole24ore.com/art/cultura/.../un-nuovo-libro-fuori-mercato-173540.shtml?
  3. Francesca Coin  - “Il Rifkin dei poveri o il Toni Negri dei ricchi”  su “Il Manifesto”  22-09-2015 www.materialismostorico.blogspot.com/2015/09/il-rifkin-dei-poveri-o-il-toni-negri.html
4.    Jeremy Rifkin – “LA SOCIETÀ A COSTO MARGINALE ZERO. L'Internet delle cose, l'ascesa del Commons collaborativo e l'eclissi del capitalismo” – Oscar Mondadori, Milano 2014
5.    Peter Droege – “LA CITTÀ RINNOVABILE” - Edizioni Ambiente, Milano 2008
6.    Anna FRISA, Carlo RATTI “Progettare la città: come?” Dipartimento Interateneo Territorio, Politecnico di Torino - School of Architecture and Planning, MIT www.senseable.mit.edu/.../20011116_Frisa_Ratti_ProgettareCitta_Proceedings_CittaDiffusa
7.    Giovanni Arrighi - “IL LUNGO XX SECOLO. Denaro, potere e le origini del nostro tempo” – Il Saggiatore, Milano 2014
8.    David Graeber – “DEBITO. I PRIMI 5.000 ANNI” - Il Saggiatore, Milano 2012
9.    David Harvey “CITTA’ RIBELLI – i movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street” - Il Saggiatore, Milano 2013.
10. Toni Negri e  Michel Hardt – Trilogia:  “IMPERO” “MOLTITUDINE” “COMUNE. OLTRE IL PRIVATO E IL PUBBLICO” – Rizzoli, Milano 2010
11. Guy Standing “PRECARI – la nuova classe esplosiva” - Il Mulino, Bologna 2012
12. Daron Acemoglu e James A. Robinson - “PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO - Alle origini di potenza, prosperità, e povertà” – Il Saggiatore, Milano 2014
13. Marc Augé “L'ANTROPOLOGIA DEL MONDO CONTEMPORANEO” - Elèuthera, Milano 2005
14. Zygmunt Bauman “VITA LIQUIDA” - Laterza, Bari 2006
15. Manuel Castells “LA NASCITA DELLA SOCIETÀ IN RETE” - UBE Paperback, Milano 2002
16. Karl Marx “GRUNDRISSE - Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica” – Manifestolibri, Roma 2012

17. Recensioni sui precedenti testi, da 7 a 9 e da 11 a 15, su questo blog in appositi POST e nelle pagine PARTE 1^, nonchè nella presente ULTERIORI LETTURE

marzo 2017

38 - L’UOMO COME TERZO SCIMPANZE’ SECONDO JARED DIAMOND


Diamond ripercorre le tappe dell’evoluzione umana evidenziandone gli aspetti contradditori e non-lineari: in particolare riguardo al successo conseguito dai gruppi umani che svilupparono l’agricoltura, prevalendo sulle tribù di cacciatori/raccoglitori, ma consolidando nuovi problemi quali le disuguaglianze sessuali/sociali, fino al dispotismo, e più pesanti incidenze delle malattie.

Riassunto – La lunga storia della specie umana nel contesto delle altri specie animali, ed in particolare in relazione agli altri “primati”, con cui condividiamo un altissima percentuale del patrimoni genetico, ma da cui ci differenziamo nettamente per il comportamento, a partire dal linguaggio e dall’assetto del ciclo vitale   assomigliando invece in parte ad altri più remoti segmenti del mondo animale per alcune altre peculiarità. Le gravi conseguenze dell’arrivo dell’uomo in porzioni del pianeta prima abitate solo da altre specie animali, in termini di massicce estinzioni di consistenti quote di tali specie; il nesso tra razzismo e genocidio. La globalizzazione pone l’insieme degli uomini di oggi di fronte al pianeta Terra in una situazione concettualmente simile a quella degli abitanti di una remota isola: ormai conosciamo i limiti delle risorse ambientali e la nostra tendenza ad esaurirle, così come la nostra capacità di distruggere l’intero genere umano.

Jared Diamond,  laureato in medicina, come il padre, e divenuto ornitologo e poi geografo, svolgendo in seguito lunghe indagini in Nuova Guinea e altre terre “selvagge” , si sente antropologo e quant’altro occorre alla sua “storia mondiale” anche attraverso l’esperienza di una madre linguista e di una moglie psicologa.
Ben connesso, ma in parte sovrapposto, con il successivo “Armi, acciaio, malattie” del 1997 (vedi mia recensione in questo stesso numero di UTOPIA21) il testo “IL TERZO SCIMPANZÉ - Ascesa e caduta del primate homo sapiens” di Jared Diamond, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 1994 e nel 2006, è stato recentemente editato anche in formato digitale, scelta che indica una fiducia dell’editore nella validità dei contenuti e la sua presentazione quasi come un classico: malgrado risultino superati dalle successive ricerche buona parte degli specifici approfondimenti (e i connessi ampli rimandi bibliografici) nelle singole discipline – biologia, etologia, antropologia, archeologia, paleontologia/paletnologia, genetica, linguistica, ecc. - su cui si appoggiano gli intenti divulgativi ed i ragionamenti di sintesi dell’Autore, ben esposti dal medesimo sia nell’introduzione che nella conclusione del testo.
Ed è perché anche a me appaiono seri e convincenti tali ragionamenti, nonché per la piacevolezza della lettura, che ritengo opportuno dedicare spazio nel recensire e segnalare “Il terzo scimpanzè”, che costituisce un ampio racconto attraverso la lunga storia della specie umana nel contesto delle altri specie animali, ed in particolare in relazione agli altri “primati”, con cui condividiamo un altissima percentuale del patrimoni genetico (fino al 98%), ma da cui ci differenziamo nettamente per il comportamento, a partire dal linguaggio e dall’assetto del ciclo vitale (cura dell’infanzia, struttura familiare, menopausa, longevità)  assomigliando invece in parte ad altri più remoti segmenti del mondo animale per alcune peculiarità, non tutte positive, come l’esercizio dell’agricoltura e dell’allevamento (presenti anche in certe specie di formiche), della tecnologia e dell’arte (vedi gli uccelli giardinieri), il consumo di droghe, ed anche la pratica del genocidio (presente tra altri animali ed anche, in piccola scala, tra i nostri cugini scimpanzé).
Con grande attenzione alle basi materiali (e sessuali) ed alle accumulazioni culturali e tecnologiche (e con una divertente digressione sulle ipotesi di incontrare o meno altre civiltà nell’universo, ragionando però sulla nicchia ecologica del picchio e sull’invenzione della radio)  Diamond ripercorre le tappe dell’evoluzione umana, soprattutto negli ultimi 40.000 anni, evidenziandone gli aspetti contradditori e non-lineari: in particolare riguardo al successo conseguito dai gruppi umani che svilupparono l’agricoltura, circa 10.000 anni addietro, prevalendo infine sulle tribù di cacciatori/raccoglitori, ma consolidando nuovi problemi quali le disuguaglianze sessuali/sociali, fino al dispotismo, e più pesanti incidenze delle malattie.
Tuttavia Diamond si oppone ad ogni visione idilliaca di remote “età dell’oro”: pur constatando la presenza, tra le popolazioni di cacciatori/raccoglitori – sia nei tempi antichi che tra le ultime tribù “selvagge” – di alcune tendenze “conservazioniste” nei confronti delle risorse ambientali, Diamond (anche per conoscenza diretta nelle zone interne della Nuova Guinea) segnala la prevalente spinta, anche tra questi gruppi umani, alla distruzione delle altre specie ed alla contrapposizione violenta tra gli abitanti di villaggi diversi.
In particolare l’Autore – pur scontrandosi talora con alcuni indizi contrastanti, esaltati da altri studiosi –evidenzia le gravi conseguenze dell’arrivo dell’uomo (e dei suoi simbionti, come gli specifici micro-organismi, e poi i ratti e altri animali rapaci) in porzioni del pianeta prima abitate solo da altre specie animali, in termini di massicce estinzioni di consistenti quote di tali specie, sia per sterminio diretto (non solo per scopi alimentari), sia per sottrazione ed alterazione degli habitat preesistenti: nelle Americhe, in Madagascar, in Australia e Nuova Zelanda, in molte isole del Pacifico (simile è la vicenda del predominio delle potenze coloniali europee negli ultimi 5 secoli a danno della restante umanità, cui l’Autore qui accenna, sviluppandola poi in “Acciaio-Armi-Malattie”; in questo testo Diamond approfondisce con molto vigore e rigore il nesso tra razzismo e genocidio, e le sue applicazioni in particolare nella genesi degli Stati Uniti d’America – con fulminante florilegio di pensieri di vari Presidenti statunitensi - e nello sterminio dei primitivi abitanti della Tasmania). 
Emblematico il caso dell’Isola di Pasqua, dove le grandi statue megalitiche, in parte incompiute ed in parte abbattute, testimoniano, insieme ad altri ritrovamenti stratigrafici, l’ascesa ed il declino nel giro di un millennio (tramite guerre e cannibalismo) di una civiltà che ha spinto lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare con l’abbattimento degli alberi di alto fusto, oltre la capacità di rigenerazione dello stesso equilibrio ambientale.
Analoghi i casi – non su isole ma su vaste oasi circondate da deserti - della deforestazione del contesto di Petra, nell’attuale Giordania, sviluppatasi dall’età del ferro fino all’impero bizantino (e rappresentativa di un declino geo-ambientale comune ad altre parti del Levante e del Medio Oriente), e dei “pueblos” degli Anasazi (antichi Navajo) nel New Mexico, che costruirono e poi abbandonarono costruzioni in pietra e legno alte fino a 5 piani e lunghe fino a duecento metri.
Illuminante – riguardo all’esaurimento delle risorse – la citazione di una lettera scritta nel 1855 dal capo indiano Seattle, della tribù Duwanish, al presidente USA Franklin Pierce: “Ogni parte della terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni nebbia nelle foreste buie, ogni radura e ogni insetto sono sacri nella memoria e nell’esperienza del mio popolo --- L’uomo bianco --- è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra tutto ciò di cui ha bisogno. La terra non è sua sorella ma la sua nemica --- Continuate a lordare il vostro letto, e una notte soffocherete soffocati dai vostri escrementi.”
L’attuale globalizzazione pone l’insieme degli uomini di oggi di fronte al pianeta Terra in una situazione concettualmente simile a quella degli abitanti di una remota isola: ormai conosciamo i limiti delle risorse ambientali e la nostra tendenza ad esaurirle, così come la nostra capacità di distruggere l’intero genere umano (se non addirittura ogni forma di vita) mediante le armi di sterminio di massa accumulati negli arsenali chimici, batteriologici e nucleari.
Di fronte a tale constatazione Diamond oscilla tra il pessimismo della ragione (non abbiamo imparato niente dalla precedente storia) e l’ottimismo della ragione stessa (abbiamo più strumenti conoscitivi che mai per imparare dalla precedente storia), e per questo dedica le sue riflessioni ai suoi figli ed alla loro generazione “per aiutarli a capire da dove siamo venuti e dove forse stiamo andando”.

Fonti:

1 - Jared Diamond “IL TERZO SCIMPANZÉ - Ascesa e caduta del primate homo sapiens” Bollati Boringhieri, Torino 1994 e 2006

maggio 2017


36 - “LE CITTA’ FALLITE” DI PAOLO BERDINI COME STIMOLO AD UNA VERIFICA FATTUALE

PAOLO BERDINI, URBANISTA ROMANO, PASSATO ALLA NOTORIETÀ SOPRATTUTTO PER LA BREVE ESPERIENZA COME ASSESSORE DELLA GIUNTA RAGGI, È ANCHE L’AUTORE DI “LE CITTÀ FALLITE. I GRANDI COMUNI ITALIANI E LA CRISI DEL WELFARE URBANO” (DONZELLI, ROMA 2014).
LA TESI DI BERDINI MI APPARE ASSAI SEMPLICISTA E FORSE NON RICHIEDEREBBE UNA RECENSIONE ANALITICA, ANCHE PERCHE’ LA PARABOLA ASSESSORILE DI BERDINI A ROMA SI E’ CHIUSA REPENTINAMENTE ED IN  MODALITA’ NON  PARTICOLARMENTE QUALIFICANTI, CHE NON LO RENDONO CERTO UN “PUNTO DI RIFERIMENTO”.
MA LEGGENDO IL PAMPHLET HO COLTO UN MIO DISAGIO NELLA PERCEZIONE DEI CONCETTI (UNA SORTA DI ALTERAZIONE SENSORIALE: ERO NELLASTESSA SALA CINEMATOGRAFICA, MA HO  VISTO UN ALTRO FILM?) ED HO RITENUTO OPPORTUNO APPROFONDIRLO PER MEGLIO CAPIRE, FINO A SUPPORRE CHE SI TRATTI PROBABILMENTE DI UN ESEMPIO SIGNIFICATIVO DI DISINFORMAZIONE (FAKE NEWS) APPLICATA ALLA SAGGISTICA E CHE PROPRIO PER QUESTO MERITI DI ESSERE STUDIATO E DE-COSTRUITO.

A – RECENSIONE (in corsivo i miei commenti più personali)
L’obiettivo del testo è di denunciare il malessere delle città italiane, ed in particolare dei bilanci comunali, come effetto delle politiche neo-liberiste varate negli anni ’90 dai governi Berlusconi e perpetuate dai governi di centro-sinistra.
Sullo sfondo è tratteggiato in termini più vaghi il rapporto tra queste politiche e la esorbitante finanziarizzazione su scala globale (ma senza approfondire, ad esempio, le differenze tra la crisi dei mutui americani “sub-prime” e le diverse forme dei risvolti immobiliari della crisi post 2007 nei diversi paesi europei, ed in particolare in Italia, dove comunque non è praticato l’indebitamento delle famiglie con mutui ipotecari finalizzati al consumo o ad altre spese, come l’istruzione o la sanità, tipiche del carente welfare statunitense).
Molto sullo sfondo stanno anche le condizioni precedenti del caso italiano; Berdini sembra evocare talora una specie di “età aurea” della città liberale, dotata di servizi e di decoro urbano, che si viene a perdere con lo scellerato neo-liberismo, e richiama solo come incidenti di percorso il rigetto della riforma Sullo per le aree fabbricabili, nei primi anni ’60, il primo condono edilizio di paternità Craxiana (1985) e l’emergere di Tangentopoli: ma non spiega le ragioni profonde della diffusa proprietà della casa, delle periferie degradate e speculative e della corruzione nelle pubbliche amministrazioni e nei pubblici appalti in quella lunga storia, fatta più di continuità che di discontinuità, che ha connotato il nostro Paese (ed i nostri paesaggi) dal regime fascista (e anche dallo stato liberale e giolittiano) al “regime democristiano”, per arrivare “ben preparati” al controverso periodo della cosiddetta “seconda repubblica”.
Lo schema (assai schematico) di Berdini vede solo negli ultimi decenni la crescita esagerata di periferie prive di servizi, anche grazie al dirottamento degli oneri di urbanizzazione verso la spesa corrente dei Comuni, colpiti nel frattempo dai tagli alla spesa pubblica ed al welfare, ed il conseguente fallimento dei bilanci comunali, nel rincorrere invano i fabbisogni di tali periferie disperse, in un quadro di abbattimento delle regole, spreco di risorse concentrate sulle inutili “grandi opere”  e però anche di coinvolgimento della massa dei piccoli proprietari in un consenso fondato sulla crescita speculativa dei valori immobiliari (fino alla svolta della crisi) e sui vari condoni e “piani-casa”.
In particolare, nella vicenda della “seconda repubblica”, i governi di centro-sinistra risultano di fatto assimilati da Berdini a quelli di centro-destra, in “una notte in cui tutte le vacche sono nere”, e le contraddizioni che pure affiorano (ad esempio la legge “Merloni” sugli appalti, che nella sua origine sarebbe stata buona, ed i successivi peggioramenti), non sono affatto spiegate, perché non traspare alcun interesse a capire le diverse basi sociali e coalizioni di interessi, non solo tra centro-destra e centro-sinistra, ma anche all’interno del centro-sinistra; il che sarebbe invece necessario per capirne le oscillazioni tra subalternità e divergenze dal mantra neo-liberista, nell’ipotesi – che Berdini comunque esclude – di un qualche utile coinvolgimento di quest’area politica in un futuro risanamento del Paese.
Infatti invece l’approdo politico che indica Berdini, dando per scontata la perdita della sinistra storica ed a fronte di un avvio incerto e confuso del MoVimento5Stelle (ai cui esponenti Berdini attribuisce comunque una generica patente di sensibilità ambientale), è tutto nella effervescenza molecolare dei Comitati, che qua e là per l’Italia a tutto si oppongono, ed a cui mancherebbe (solo) una teoria unificante, di cui Berdini intravede le premesse nei recenti saggi di Salvatore Settis su paesaggio e costituzione e di Paolo Maddalena sul territorio come bene comune.

B – IL MIO DIVERSO FILM
Nella  narrazione di Berdini ci sono anche alcuni elementi veritieri, però, forse perché lontano dalla specifica ottica romana, la lettura mi ha dato l’impressione di aver vissuto gli ultimi decenni in un'altra realtà, indubbiamente ricca di ombre, ma non così nera: ad esempio, guardando alle periferie delle città settentrionali, ho la sensazione che i quartieri più problematici e peggio serviti non siano i più recenti, ma quelli del primo dopo-guerra colpiti dalla de-industrializzazione, e da peculiari concentrazioni di disoccupati e/o di immigrati; e che la mappa dei comuni falliti non coincida con la massima estensione delle periferie, bensì  con specifiche vicende amministrative e scelte di spesa (ad esempio Alessandria, le cui periferie non sono né peggio né meglio di quelle di altre città analoghe); e, ancora, che in molti casi l’offerta di servizi nei territori sia aumentata, anche qualitativamente, e  non diminuita, dalle piste ciclabili alle aree verdi, dalle piazze ed aree pedonali, ai recuperi di edifici storici per usi universitari (esempi a me prossimi: Università del Piemonte Orientale e Università dell’Insubria) e cultural-museali.
Mi pare anche, sulla scorta della mia esperienza di semplice “fruitore del territorio”, che il peggio nello spreco di suolo e nello spregio del paesaggio non stia tanto nelle criticabili espansioni “urbane”, ma soprattutto nella galassia “extra-urbana” degli outlet e dei centri commerciali, della logistica e dei concessionari d’auto, delle tangenziali e degli svincoli, che in barba alla pianificazione e spesso in applicazione di pessimi piani, sono disseminati “oltre” le periferie, lungo gli assi stradali, ad esempio nelle radiali fuori Milano e nell’arco pedemontano, nei fondovalle ed a corona attorno a poli urbani come Novara, Aosta, Vercelli, Parma, e financo Reggio Emilia.

C – VERIFICA FATTUALE
Per capire questo mio straniamento come lettore e cittadino, ho proceduto ad una ri-lettura più sistematica del libro di Berdini, e mi sono convinto che non dimostra quasi mai ciò che si limita a mostrare, attraverso una serie di passaggi di varia inattendibilità, di cui propongo un breve florilegio:
INESATTEZZE PESANTI (in parte mutuate dalla propaganda berlusconiana):
-          Mario Monti nominato Senatore per “obbedire” all’Europa, “per oscuri motivi” e senza meriti specifici – PAG. 120 – (ma era stato rettore della Bocconi e commissario alla concorrenza dell’Unione Europea);
-          tassazione IMU sulla prima casa da parte del governo Monti senza alcuna detrazione – PAG. 120 –  (mentre permaneva la detrazione di 200 € + 50 per ogni figlio a carico);
-          cessazione degli investimenti per i trasporti urbani (e le linee metropolitane 5 e 4 di Milano? E a Brescia, Genova, Torino?)
-          quarto condono edilizio a firma PD nel 2013 – PAG. 129-130 - (in realtà proposta da una singola senatrice e mai approvato)
SCIATTERIE:
-          il decreto legislativo n° 380 del 2001 definito A PAG. 63 come “codice degli appalti” mentre si tratta del testo unico per l’edilizia;
-          un paragrafo quasi identico per 2 volte A PAGG. 48-49 E 133-134 a proposito del disegno di legge Lupi per l’edilizia, promettendo in ambedue i casi, ma senza spiegarlo a fondo, come la promessa alluvione di diritti edificatori avrebbe attaccato il valore delle abitazioni esistenti e masso “a rischio le case delle famiglie degli italiani“, capovolgendo il coinvolgimento delle masse dei proprietari nella valorizzazione speculativa, in precedenza perseguito dal neo-liberismo nostrano (valorizzazione avvenuta certamente NON in regime di scarsità dei diritti edificatori);
-          milioni di famiglie in stato di disagio abitativo in Italia, che alla fine della stessa frase divengono, più credibilmente, centinaia di migliaia A PAG. 154;
DISTORSIONI:
-          Berdini attribuisce al solo ministro Bassanini (governo Amato) ed al suddetto decreto 380 del 2001 (ultimi giorno del governo Amato) che in effetti e scorrettamente non riportava nel nuovo testo unico l’art. 12 della legge Bucalossi riguardo al conto corrente dedicato per l’introito e l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione (non rispettando la legge delega mirante al mero riordino della legislazione pre-vigente) la sostanza della scelta di consentire l’uso di tali oneri per la spesa corrente; scelta che invece, per divenire operativa in forza di legge, ha avuto bisogno della esplicita formulazione nella finanziaria per il 2002 (governo Berlusconi), variamente confermata nei successivi anni;
-          le “new towns” per l’alloggio temporaneo dei terremotati dell’Aquila (ed il crollo repentino di un balcone in uno di questi moduli) come paradigma generale per la descrizione delle periferie disgregate (e del malaffare negli appalti);
-          IMU sulla seconda casa, sempre introdotta da Monti, che porta a svenderle per eccessivo peso fiscale (ma l’IMU o ICI sulle seconde case c’è dal 1992, non l’ha mai tolta neanche Berlusconi, e le svendite recenti sono a mio avviso prodotto della crisi e non della modesta tassazione ICI/IMU);
-          il suddetto disegno di legge Lupi, accusato di aumentare a dismisura l’offerta di aree edificabili porta al titolo “MAURIZIO LUPI VUOLE TOGLIERE LA CASA AGLI ITALIANI” - A PAG. 133 -
FRIVOLEZZE E PARZIALITA’: pur richiamando (senza riassumerne però i contenuti) una ricca inchiesta de “il Manifesto” tra gennaio e luglio del 2014 sul degrado delle città, a firma di autorevoli commentatori, Berdini perviene a globali giudizi catastrofici menzionando alla rinfusa alcuni episodi (che francamente mi sembrano eterogenei e marginali), quali ad esempio:
-          Renzi che come Sindaco di Firenze mal sopporta la Soprintendenza quando si oppone ad un uso di spazi storici vincolati come show-room di auto Ferrari;
-          un cornicione caduto nella galleria Umberto 1° di Napoli;
-          il Sindaco Doria che accondiscende alla privatizzazione  di parte della municipalizzata per i trasporti;
-          l’ennesima esondazione del Seveso a Milano, malgrado il Sindaco sia Pisapia (il quale, a quanto mi risulta, si è però impegnato per sbloccare il progetto idraulico regionale da tempo incagliato).
SOPRAVVALUTAZIONE di tendenze concrete e pesanti, che però a mio avviso non hanno prevalso né hanno connotato l’insieme del territorio nazionale, e cioè:
-          dei processi derogatori, come i condoni, i piani-casa, i “programmi integrati di intervento” (concordati tra pubblico e privato);
-          dei tentativi e parziali esempi di vendite e svendite del patrimonio pubblico;
-          dei financing project per opere pubbliche fallimentari, scaricati sulle casse dello Stato (esempio autostrada BeBreMI)

SOTTOVALUTAZIONE della continuità del diritto e della prassi urbanistica in migliaia di comuni, anche non particolarmente virtuosi, ma ordinariamente ordinati, con non-devastante impiego anche di strumenti più “moderni” e flessibili, quali i Programmi Integrati di Intervento (e simili) oppure la Finanza-di-Progetto, che non sempre né automaticamente costituiscono fattispecie delittuose. 

 luglio 2017

39 - SETTE PASSI CON BECCHETTI PER CAPIRE L'ECONOMIA  (O ALMENO PROVARCI)


Una introduzione alla moderna economia politica, a metà strada tra un approccio didascalico e la formulazione di critiche e proposte per umanizzare il capitalismo.



Riassunto. Famiglie, imprese, mercati, moneta, prezzi, finanza: a partire dalla illustrazione di questi concetti fondamentali dell’economia moderna, Becchetti introduce elementi critici sia riguardo ai limiti del mercato, che non riesce ad integrare e ad ottimizzare valori pur basilari nelle relazioni umane, quali la “fiducia”, sia riguardo alla finanza, che distorce ulteriormente le funzionalità dell’economia e della società in direzione di un ristretto utilitarismo; da qui la proposta di interventi correttivi innanzitutto da parte dgli stessi consumatori, orientando gli acquisti in favore delle “imprese virtuose”.  Ne segnalo limiti, sottovalutazioni e sopravalutazioni.



Ho letto “CAPIRE L’ECONOMIA IN SETTE PASSI” 1di Lorenzo Becchetti, ordinario di economia a Tor Vergata, giornalista di Avvenire e blogger su Repubblica (nonché pensatore ascoltato dal MoVimento5Stelle): qualcosa ho capito, ma molti dubbi mi sono rimasti.

Certamente la capacità didascalica dell’Autore rende facile l’acquisizione dei concetti basilari dell’economia contemporanea, a cui comunque in buona parte siamo abituati per necessità, decenni di economicismo dominante sulla vita quotidiana, tanto in fase di magnifiche sorti dell’Occidente (dagli anni novanta al 2007) sia in fase di “crisi globale”, dopo il 2008.

Famiglie, imprese, mercati, moneta, prezzi, finanza sono ben raccontati, anche se in qualche misura in termini “statici”, come in una fotografia che coglie un attimo di equilibrio del complesso sistema (e non nei termini più dinamici e drammatici che ho invece riscontrato ad esempio in Paolo Leon “Il capitalismo e lo stato” 2, in un testo altrettanto didattico del defunto esponente neo-keynesiano, ma incentrato sulla impossibilità dell’equilibrio insita nel mercato capitalistico, ruotando attorno alla caduta tendenziale del saggio di profitto che consegue dallo stesso principio di concorrenza). 

“I mercati … sono un meccanismo quasi provvidenziale che automaticamente incrocia i gusti dei consumatori con la disponibilità/scarsità dei beni e le possibilità offerte dalle tecnologie …” “I mercati hanno molti pregi ma altrettanti difetti …”: dentro a questo racconto, Becchetti sviluppa una sua vena critica, evidenziando da un lato la parzialità della visione del mondo della disciplina economica classica, che non riesce ad occuparsi delle molteplici pulsioni e dimensioni delle persone, riducendone i comportamenti all’utilitarismo dell’homo economicus (senza saper dominare variabili pur essenziali e misurabili, come il grado di “fiducia” tra i vari soggetti nel mercato), e dall’altro le degenerazioni del sistema finanziario, che si auto-alimenta perdendo le funzioni essenziali di servizio allo sviluppo dell’economia reale, ed anzi recandole danno.

(Talune argomentazioni si approssimano a quelle di Laura Pennacchi in “Filosofia dei Beni Comuni” 3, che recensisco su questo stesso numero di Utopia21)

Becchetti evidenzia come l’economia classica trascuri il “capitale sociale”, il cui “hardware … sono le organizzazioni e le associazioni …. che segnalano il grado di coesione di un determinato territorio “ (come per l’Italia in Trentino ed in Emilia) ed il cui “software ….”  è costituito da cinque elementi chiave: la fiducia, la meritevolezza di fiducia …, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici … e la fiducia nelle istituzioni” .

Ed illustra tali concetti anche con il resoconto di divertenti test comportamentali, quali quello del “trustor”, in cui al primo giocatore si regala un gruzzoletto, con la possibiltà di sub-regalarne quota-parte al secondo giocatore e con la sola regola che l’eventuale restituzione di parte di questo sub-regalo al primo giocatore, come spontanea gratitudine del secondo giocatore, sarà raddoppiata dal “banco”.

L’autore mostra inoltre come le stesse imprese possano sfuggire alle definizioni rozze quali “massimizzatrici di profitti”, assumendo il profilo di “imprese responsabili” (di Olivettiana memoria4).



Da queste critiche alle teorie dominanti, l’Autore deriva una serie di proposte, dalla valorizzazione di indici alternativi al PIL (quali l’indice di benessere BES, teoricamente ormai ben definito in Europa ed in Italia dallo stesso ISTAT) alla crescita di consapevolezza dei consumatori (e risparmiatori), in favore delle imprese responsabili e contro le distorsioni del mercato, fino a fare di questa “leva di Archimede”, costituita dalla capacità di “votare con il portafoglio” (di cui Becchetti riporta concreti esempi, quali quello dei fondi etici che incentivano le imprese a ridurre le emissioni di CO2), uno strumento quasi rivoluzionario verso una nuova “economia civile”.

Una rivoluzione innanzitutto culturale, attorno ad una nuova “teoria della relatività”, che riesca a integrare negli strumenti di governo delle nazioni e delle imprese i fattori di socialità insiti nell’uomo, dalla fiducia alla solidarietà, oggi considerati quasi come una “materia oscura” dalle teorie economiche dominanti: “I beni relazionali [sono…] ancora una particella oscura e in via di definizione. Il fatto di non averla ancora messa a fuoco è uno dei maggiori problemi dell’economia che da questo punto di vista è un po’ come la fisica prima della scoperta dell’elettrone”.

Il tutto senza uscire dal mercato, bensì forzandolo a subire le ragionate e ragionevoli pretese dei consumatori.

Ritengo molto interessante questo tentativo di sistematizzare i benefici che un orientamento organizzato dei consumatori (ed elettori?) potrebbe apportare per superare distorsioni e storture dell’attuale sistema economico e sociale;  mi permetto però di segnalare quelle che a mio avviso sono le rilevanti sottovalutazioni e sopravvalutazioni nella visione di Becchetti (e che lo rendono in qualche misura subalterno alla cultura dominante che vorrebbe avversare).

Sottovalutazioni:

-          riguardo alle problematiche ecologiche, anche se avverte che “esiste … una contabilità delle risorse ambientali che non può e non deve essere trascurata”, il testo assume come solo esempio i combustibili fossili, in quanto esauribili ma anche inquinanti, e individua nel meccanismo dei prezzi un potenziale alleato in favore della ricerca ed applicazione delle energie alternative (la relativa scarsità di petrolio e carbone rende convenienti le altre risorse energetiche, finché la loro abbondanza e convenienza, con qualche ragionevole aiuto pubblico e sociale, può mettere fuori gioco i fossili); ma non si fa carico per nulla del tema generale dell’esaurimento tendenziale delle materie prime e del degrado ambientale accumulato, che possono surriscaldare i prezzi e “bruciare” il pianeta prima che la svolta dei consumatori consapevoli si decida a civilizzare l’economia;

-          riguardo al divario tra i ricchi e i poveri, il testo lascia molto sullo sfondo alcuni nodi centrali, ovvero che nelle imprese la formazione del valore (o chiamiamolo ancora plus-valore) è ancora e sempre funzione diretta dello sfruttamento del lavoro altrui (anche se non sempre nella forma canonica del lavoro salariato) e quindi che la esistenza dei “poveri” (soprattutto su scala mondiale) è fattore necessario, e non conseguenza accidentale, della accumulazione delle ricchezze (che finisce per alimentare la superfetazione  finanziaria); se i consumatori possono influire sulle imprese, ad esempio penalizzando quelle che sfruttano oltre ogni regola risorse naturali ed umane, perché non assegnare più alcun ruolo alla possibilità di organizzarsi degli stessi lavoratori sfruttati?

-          riguardo alla circolazione della moneta ed alla crescita dei debiti, le immissioni di liquidità variamente sviluppate dalla banche centrali, per uscire da questa crisi, forse richiedono qualche specifica riflessione e preoccupazione sulla futura tenuta strategica degli equilibri macroeconomici (ovvero: vuoi vedere che si stanno alimentando nuove pericolose bolle finanziarie?).

Sopravvalutazioni:

-          riguardo alla estensione delle “lobbies positive” verso nuove forme di democrazia e di civilizzazione dal basso dell’economia, il testo reca (alcuni) esempi positivi, ma non si confronta con un panorama alquanto preoccupante che include nei fatti:

o   gli esempi non esaltanti delle auto-promosse micro-associazioni dei consumatori, che in Italia finora mi sembrano piccole burocrazie in affannosa rincorsa delle più consolidate (e purtroppo un po’ burocratiche) associazioni dei produttori (Confindustria ecc.; sindacati),

o   il mal funzionamento dei social media come amplificatori di campagne non sempre fondate su oggettivi riscontri scientifici (dai vaccini all’olio di palma: nel primo caso una criminale disinformazione, nel secondo una ambigua demonizzazione, che non assicura affatto migliori tutele per la salute, l’ambiente ed il terzo mondo attraverso l’uso di altri grassi alimentari), 

o   la parabola emblematica del MoVimento5Stelle, che parte da una concezione semplicistica del “cittadino eguale”(ovvero “uno-vale-uno”) per approdare alla formazione di un partito politico che nega di essere tale, ma tale si comporta, senza però mai sottoporre a discussione la leadership dei fondatori (ed eredi), in quanto  elemento a-priori ed “indiscutibile”;

o   la frequente cecità parziale dei “movimenti”, dai NoTAv, che mettono a ferro e fuoco la Val di Susa contro i trafori ferroviari, ma nulla dicono e fanno contro il contemporaneo raddoppio del traforo autostradale del Frejus (che trasferirà lì di fatto anche parte del traffico veicolare dal M.Bianco), fino all’acqua-bene-comune che strilla allo scippo referendario contro la presenza dei privati in qualunque ruolo gestionale, mentre altri beni comuni altrettanto delicati e strategici, dall’energia alle telecomunicazioni, dall’informazione ai social media sono per lo più tranquillamente in mani private (e spesso straniere o internazionali), sia come proprietari che come gestori, con poche e instabli eccezioni (RAI, ENEL, ENI, di cui solo la prima con controllo pubblico per legge);

o   la stessa crisi storica delle socialdemocrazie (ed anche dei partiti cattolici solidaristici) e dei connessi sindacati, perché in teoria basterebbe la concorde volontà degli elettori (che sono anche lavoratori, consumatori e risparmiatori) a piegare verso il meglio stati ed imprese: una concordia che oggi appare decisamente poco conseguibile.

Mi sembra che nei limiti delle scienze economiche, anche nella versione civilizzata di Becchetti (anzi soprattutto in questo suo tentativo di organizzare a tal fine  i consumatori), manchi una profonda integrazione con le scienze sociali, che – nell’analisi dei comportamenti dei singoli soggetti: individui, famiglie, imprese – oltre allo studio dei caratteri socializzanti dell’uomo e alle modalità di sedimentazione del “capitale sociale” tendono a includere specificamente le “forme” dei rapporti di aggregazione tra i soggetti (e l’eventuale definizione di “soggetti sociali”): dalla “microfisica del potere” di Foucault5 alla “società liquida” di Bauman6, dalla formazione di “nuove tribù” di Maffesoli7 alla sempiterna selezione delle élites politiche (Pareto, Michels, Revelli)8, dalla costituzione del villaggio globale (McLuhan)9 al funzionamento specifico delle reti (Castells10-11, Morozov12).  E anche Marx può ancora essere utile (il capitalista singolo ed il capitale collettivo)13.



Fonti:

1.    Lorenzo Becchetti “CAPIRE L’ECONOMIA IN SETTE PASSI” - Minimum fax, Roma 2016

2.    Paolo Leon “IL CAPITALISMO E LO STATO” – Castelvecchi editore, Roma 2014

3.    Laura Pennacchi “FILOSOFIA DEI BENI COMUNI. CRISI E PRIMATO DELLA SFERA PUBBLICA” - Donzelli editore, Roma 2012

4.    Adriano Olivetti “SOCIETA’, STATO, COMUNITA’. PER UN’ECONOMIA E POLITICA COMUNITARIA” Edizioni di Comunità, Milano 1952

5.    Michel Foucault “MICROFISICA DEL POTERE: INTERVENTI POLITICI”  Einaudi, Torino 1977

6.    Zygmunt Bauman “VITA LIQUIDA” - Laterza, Bari 2006

7.    Michel Maffesoli “IL TEMPO DELLE TRIBÙ. IL DECLINO DELL'INDIVIDUALISMO NELLE SOCIETÀ POSTMODERNE” - Guerini e Associati, Milano 2004

8.    Marco Revelli “FINALE DI PARTITO” – Einaudi, Torino 2012

9.    Marshall McLuhan “IL VILLAGGIO GLOBALE. XXI SECOLO: TRASFORMAZIONI NELLA VITA E NEI MEDIA” – SugarCo, Milano 1992

10. Manuel Castells “LA NASCITA DELLA SOCIETÀ IN RETE” - UBE Paperback, Milano 2002

11. Manuel Castells “LA CITTÀ DELLE RETI” Marsilio, Padova 2004

12. Evgeny Morozov “SILICON VALLEY: I SIGNORI DEL SILICIO” – Codice, Torino 2017

13. Karl Marx “IL CAPITALE. CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA (libro III)” –Editori Riuniti, Roma 1964

14. Commenti a  Bauman, Castells, Maffesoli su questo blog di Aldo Vecchi PAG.I^ “FILOSOFIA-SOCIOLOGIA-ECONOMIA”

15. Recensione su MARCO REVELLI/FINALE DI PARTITO su questo blog, in questa PAGINA “ULTERIORI LETTURE”

settembre 2017


40 - LA FILOSOFIA DEI BENI COMUNI RAPPRESENTATA DA LAURA PENNACCHI


La dotta articolazione di una proposta di antropologia alternativa all’individualismo economicista come premessa ad un programma di politica economica neo-keynesiana.



Riassunto. L’Autrice muove dalle correnti più sociali dell’illuminismo (fraternité), dal personalismo cattolico e dal femminismo, mantenendo invece le distanze dal comunitarismo (sia identitario sia “bene-comunista”), per impostare una critica radicale al neo-liberismo ed al finanz-capitalismo, sia in termini filosofici, sia sul concreto campo della politica economica. Solo sullo sfondo il tema dei “beni comuni”, mentre mi pare rimossa ogni ricerca sui motivi del fallimento del socialismo reale e sulle ripercussioni psicologiche del suo crollo.



Laura Pennacchi (già parlamentare PDS e PD e sottosegretaria nel 1° governo Prodi) in “FILOSOFIA DEI BENI COMUNI. Crisi e primato della sfera pubblica” si occupa in realtà più di filosofia (e di macroeconomia) che di “beni comuni”.

L’operazione principale del suo testo infatti mi pare che consista nella ambiziosa ricerca di una antropologia (definibile come “personalista”), che si contrapponga al riduttivo utilitarismo dell’ “individuo” neo-liberista, e su cui fondare una teoria delle relazioni sociali, idonea a riqualificare la “sfera pubblica”  e rilanciare una politica economica neo-keynesiana.

A partire dalla riscoperta del filone piuttosto trascurato della “fraternità”, all’interno della triade illuminista con “libertà ed uguaglianza”, la Pennacchi propone una ricomposizione (fin troppo pacificata, a mio avviso) di molte altre diverse correnti di pensiero, dal personalismo cattolico al femminismo della “cura degli altri”, ed un superamento del razionalismo astratto per includere a pieno titolo intuizioni ed emozioni, sia nella fase cognitiva (cercando di risolvere d’incanto le più insolute problematiche filosofiche della modernità in poi), sia nella lettura dei comportamenti umani, individuali e collettivi.

“L’antinomia tra razionalismo (per cui la ragione è totalmente aliena dalla passione) e sentimentalismo (….) va, dunque, superata, e va  scoperto il ruolo epistemologico (…) che le emozioni svolgono nell’articolazione della ragione …” “l’Io quindi non è sostanza, ma relazione, esiste solo nella misura in cui si riferisce ad un Tu la cui esistenza, a sua volta, è data dalla parola con cui risveglia alla vita l’Io.”

In tal modo l’Autrice si contrappone frontalmente al neo-liberismo, cui imputa da un lato l’incapacità di comprendere (e quindi di regolare) tutti i fenomeni sociali di gratuità, dall’amicizia al volontariato, dal dono alla abnegazione sul lavoro di non pochi dipendenti pubblici (anche se mal pagati) e dall’altro le clamorose smentite in merito alla presunta cieca saggezza della “mano invisibile” del mercato, costituite da ripetute instabilità e crisi locali e da ultimo dalla grande crisi finanziaria ed economica quasi mondiale esplosa nel 2007 (di cui l’Autrice descrive modalità e perversioni, non molto diversamente dall’ormai classico “Finanz-capitalismo” di Luciano Gallino2,3).  

Meno sviluppate le demarcazioni che il testo traccia rispetto alle concezioni comunitariste, sia quelle abbarbicate alle identità locali e tradizionali, sia quelle protese alle mitologie “bene-comuniste” (su questo fronte mi è sembrato più chiaro ed esauriente Ermanno Vitale4, da me recensito su Utopia21 nell’ottobre 20165), così come contro i sostenitori del “reddito di cittadinanza”, cui la Pennacchi oppone sia la realtà variegata dei bisogni, sia l’alternativa del “lavoro di cittadinanza”.

Infatti mi pare che l’Autrice tenda più a rivitalizzare, nelle virtù civiche dei soggetti sociali e dei movimenti, la categoria dei beni pubblici, che non a distinguere da questi, approfondendone la natura, i cosiddetti beni comuni (vedi invece ad esempio Paolo Maddalena6 ); di cui per altro paventa giustamente i possibili rischi di uso non-inclusivo da parte delle comunità che si attivano attorno ad essi.

Nella parte finale la Pennacchi traccia una sorta di programma di politica economica per una uscita dalla crisi dell’Europa in direzione neo-keynesiana (simile al Piano per il Lavoro che la stessa Pennacchi ha suggerito alla CGIL nel 20137), attraverso un rilancio qualificato della spesa pubblica e la priorità ai “consumi collettivi” (come scuola, sanità e cultura) ed una non ben precisata attenzione ecologica.

Su siffatte proposte di uscita dalla crisi (pur sapendo che in giro c’è di peggio) mi permetto di ribadire le mie critiche riguardo a:

-          Scarsa credibilità di un uso tattico di un maggior debito pubblico, soprattutto da parte di paesi già super-indebitati, come l’Italia (e privi del peso imperiale degli U.S.A., che ha giovato comunque alle operazioni in deficit di Obama);

-          Forte difficoltà a mutare il segno della crescita rispetto agli squilibri sociali, come ha mostrato lo stesso limitato successo di Obama (minor disoccupazione ma bassi salari e  aumento delle disuguaglianze);

-          Subalternità culturale al mito della crescita permanente, senza una seria considerazione dei limiti oggettivi allo sviluppo, insiti nell’esaurimento tendenziale delle risorse e non solo nei problemi di clima ed energia;

-          Mancata riflessione sulla debolezza sostanziale delle proposte di intervento pubblico nell’economia, conseguenti al tramonto del “socialismo reale”, non solo, ma soprattutto della dimostrazione di una non-riformabilità del mondo socialista, sancita dalla sconfitta della linea di Gorbaciov: elementi che pesano tuttora nell’immaginario collettivo almeno quanto la attuale palese inefficienza e iniquità della globalizzazione neo-liberista.



Riguardo al modo di scrivere della Pennacchi, in questo testo risulta a mio avviso fin troppo trapuntato di citazioni, che l’Autrice utilizza per conferire autorità ai propri assunti, rischiando però di conseguire l’effetto contrario, cioè di apparire incerta nelle sue affermazioni, se privata dalle preziose fonti (che, per contrappasso, evito di citare).



Fonti:

1.    Laura Pennacchi “FILOSOFIA DEI BENI COMUNI. CRISI E PRIMATO DELLA SFERA PUBBLICA” - Donzelli editore, Roma 2012

2.    Luciano Gallino “FINANZ-CAPITALISMO” – Einaudi, Torino 2011

3.    Commento a "FINANZ-CAPITALISMO" su questo blog: PAG. I^ FILOSOFIA-SOCIOLOGIA-ECONOMIA

4.    Ermanno Vitale “CONTRO I BENI COMUNI – UNA CRITICA ILLUMINISTA” – Editori Laterza, Bari 2013

5.    Aldo Vecchi “ERMANNO VITALE: UN ILLUMINISTA CONTRO IL BENE-COMUNISMO” su UTOPIA21, Ottobre 2016 https://universauser.it/utopia21.html

6.    Paolo Maddalena “IL TERRITORIO BENE COMUNE DEGLI ITALIANI” Donzelli, Roma 2014

7.    CGIL “IL PIANO DEL LAVORO 2013” – www.cgil.it/admin_nv47t8g34/wp-content/.../Piano_Del_Lavoro_CGIL_gen13.pdf
settembre 2017
41 - IL SECONDO SPIRITO DEL CAPITALISMO, INDAGATO DA BOLTANSKI E CHIAPELLO

Il saggio dei sociologi francesi Luc Boltanski ed Eve Chiapello “IL SECONDO SPIRITO DEL CAPITALISMO” mira a focalizzare la profonda trasformazione delle società capitalistiche nell’era della globalizzazione, concentrandosi soprattutto sulla Francia, nel confronto tra apogeo del Fordismo-Taylorismo (ed anche dirigismo e concertazione), nel 2° dopoguerra, e la fase di riorganizzazione neo-liberista successiva alla crisi del ’68 e degli anni Settanta.
Edito in Francia nel 1999 e poi in una seconda edizione (con specifica prefazione) nel 2011, è stato pubblicato in Italia solo nel 2011 (Feltrinelli) e poi nel 2013 e 2014, quando ha raggiunto, con le ricche note e la ricchissima bibliografia la lunghezza di 738 pagg. : non è pertanto facile riassumerlo e recensirlo; rimando perciò anche direttamente alla fonte, perché il capitolo “Conclusioni”, da pagg.529 a 570 dell’edizione Mimesis/2014, costituisce di fatto un valido e rapido riepilogo.

Il pregevole sfondo storico dell’opera individua, dalla rivoluzione industriale ad oggi, essenzialmente 3 fasi, tenendosi in dialettica equidistanza da Karl Marx – che anteponeva le strutture materiali, relegando l’ideologia a sovrastruttura – e da Max Weber – che invece leggeva nelle spinte ideali il motore della storia - :
-       Il “primo spirito” (a cavallo del XIX secolo) rompe con l’organizzazione corporativa del lavoro e con gli assetti tradizionali della società, in nome della libertà di intrapresa e della modernizzazione, ma modella l’azienda sul potere familiare della proprietà e non disdegna il compromesso con le antiche istituzioni (Dio-patria-famiglia) per ottenere il consenso dei salariati;
-       Il “secondo spirito”, nel cuore del Novecento, fa emergere la razionalità dell’organizzazione aziendale, con una piramide (burocratizzata) di dirigenti specializzati, sempre più autonomi dalla mera proprietà, coinvolgendo i dipendenti, strettamente controllati nei ritmi e modi di lavoro parcellizzati, in una realtà o speranza di compensazioni salariali e di welfare, nell’ambito di una società tendenzialmente modellata “razionalmente” come la piramide aziendale;
-       Il “terzo spirito” sta crescendo come ideologia giustificativa dei nuovi modi di produrre valore (decentrati e delocalizzati, flessibili e temporanei, articolati su “reti” internazionali), con cui le imprese hanno superato la rigidità dei modelli fordisti e in parte riassorbito le spinte anti-autoritarie dei nuovi “quadri”, e si diffonde come esaltazione dell’autonomia creativa e dello spirito imprenditoriale, potenzialmente esteso a tutti gli attori in campo, ma in realtà escludendo chi non è abbastanza “mobile”, adeguato alle reti, disponibile ad un sostanziale auto-sfruttamento denominato come “valorizzazione del capitale umano” (che spesso include polivalenza, aggiornamento continuo, reperibilità via smartphone “h24” in cambio di un normale salario, arricchito solo dalla speranza della conservazione del posto, sapendo quanto freddo fà là fuori).

In questa lettura storica, costante dell’organizzazione capitalistica risulta la ricerca di una adesione consensuale dei lavoratori e dell’intera società tramite “giustificazioni” ideologiche (“De la justification” era il titolo di un precedente saggio di Boltanski con Thevenot) e istituzioni o “prove” di apparente trasparenza, ricerca che lascia come residuali ed eccezionali sia le forme schiavistiche più brutali sia le parentesi di militarizzazione e fascistizzazione di stati ed imprese.
Il tema delle “prove” è ricorrente nel testo e riguarda diverse forme codificate nel tempo di regolazione dei rapporti sociali, dove la forza dei gruppi dominanti accetta di essere temperata per farsi accettare dai gruppi più deboli: dalle modalità di assunzione a quelle di licenziamento, dalla scuola pubblica alle norme ambientali e di sicurezza, dalle modalità delle vertenze sindacali alle stesse elezioni democratiche; un complesso di consuetudini e di leggi che – pur confermando e consolidando (in genere) le differenze di potere, consentono ai più deboli di invocare qualche forma di giustizia distributiva, e talvolta di farvi leva per modificare le stesse strutture sociali (salvo innescare nuove prevaricazioni creative da parte di gruppi dominanti, vecchi o nuovi).
Nel testo i processi di trasformazione sono colti nel rapporto dialettico tra gli interessi dei singoli soggetti (capitalisti in testa, in quanto detengono per l’appunto il capitale e non possono mai adagiarsi sugli allori per la presenza ed il timore di iniziative concorrenziali o comunque di perturbazioni dei regimi di monopolio di fatto temporaneamente conseguiti) e la elaborazione collettiva di nuovi assetti socio-culturali, talvolta ‘sinceri’ ed espliciti (ad esempio: occorre rimuovere le resistenze corporative oppure sindacali) e talaltra propagandistici ed edulcoranti (ad esempio: occorrono sacrifici per il bene comune); mai nella visione macchinistica di un diabolico ed occulto ‘grande vecchio’. 

E’ apprezzabile costante degli Autori quella di evitare ogni schematizzazione (come quelle cui io sono invece costretto nel riassumerli in poche cartelle), specificando che in ogni fase possono convivere diversi “spiriti”, che le transizioni non sono cesure nette, che nella dialettica delle trasformazioni ricompaiono modificati elementi in precedenza divenuti marginali o minoritari (ad esempio il peso delle relazioni personali nel “terzo spirito” fa riemergere legami tradizionali negati dalla neutralità burocratica del “secondo spirito”).

Il testo approfondisce soprattutto le condizioni e le modalità del passaggio da “secondo” a “terzo spirito”, esaminando le forme che nella seconda metà del Novecento assumono le forze critiche rispetto all’assetto capitalistico, critiche che gli Autori raggruppano in 2 filoni (derivanti già dalle vicende ottocentesche): la critica “sociale”, orientata a richiedere maggiore giustizia distributiva in termini di orari e fatica, salari e previdenze (con esiti, in Francia, soprattutto centralizzati a livello di contratti nazionali, concertazioni confederali, provvidenze statali, e con tipica rappresentanza sindacale nella CGT), e la critica “artistica”, incentrata sull’autonomia e la creatività, contro l’autoritarismo aziendale e la ripetitività del lavoro parcellizzato, la rigidità dei ruoli sociali e la burocraticità dei rapporti (da cui in particolare derivarono in Francia rivendicazioni specifiche dei “quadri”, spesso rappresentate dal sindacato CFDT ed altri).         
(Qui colgo però un qualche schematismo di Chiapello e Boltanski, che pure ammettono il vario intreccio concreto tra le “due critiche”: è esistito a mio avviso, non solo in Italia, un terzo filone critico, più esistenziale e radicale, che stava tra il rifiuto quasi luddistico dello sfruttamento da parte dei salariati stessi ed il ripudio delle ingiustizie – viste patire da altri - da parte degli intellettuali, su basi concettuali anarchiche o religiose, con sbocco nella fuga eremitica dal mondo mercificato oppure nella guerriglia terroristica, ma anche in tentativi di rielaborazione  originale della lotta di classe come nelle teorie non-violente di Aldo Capitini oppure in alcune esperienze di Lotta Continua).
La parte del testo che mostra maggior originalità, con documentazione esibita forse anche con troppa meticolosità, è la ricerca compiuta dagli Autori su un ampio campione di “letteratura di formazione” per quadri e manager, con raffronto diacronico tra i testi correnti al tempo del “secondo spirito” e quelli elaborati nel trentennio successivo per il “terzo spirito”; ma a mio avviso hanno una notevole utilità, documentale e argomentativa, anche le numerose e ben articolate osservazioni, tratte da diverse fonti (statistiche, articoli, ricerche di altri autori) sulle modalità molecolari di trasformazione dei cicli produttivi negli ultimi trenta anni del Novecento, riguardo a diversi aspetti della vita aziendale (assunzioni, carriere, nuovi profili professionali, sub-appalti, de-localizzazioni, scorpori di rami aziendali e conseguenti frantumazioni contrattuali, autocontrollo nei gruppi di lavoro, gestione reticolare e “per progetti”) e della vita sociale connessa (formazione, occupazione/disoccupazione, mobilità, auto-imprenditorialità, ecc.), nonché sui provvedimenti sociali dello Stato (talvolta contro-producenti rispetto alle finalità perseguite).
Parimenti analitico e documentato è il racconto sui successi ed insuccessi delle diverse forme di critica, “sociale” ed “artistica” (ed anche dei reciproci conflitti tra di esse), sottolineando come da un lato parte delle critiche sono state accolte ed inglobate, ma determinando mutamenti che hanno finito per spiazzare le stesse forze critiche, rese incapaci di aggiornarsi dalla stessa natura dei cambiamenti introdotti nell’organizzazione del lavoro. Ad esempio nel ruolo dei delegati sindacali – in Francia eletti con modalità ‘elettoralistiche’ -  sempre più assorbiti a tempo pieno in compiti complessi ed infine separati di fatto dai reparti di provenienza, ormai  riorganizzati in termini sconosciuti ai delegati stessi; oppure – fuori dalle fabbriche – con l’emergere di nuove tematiche altruistiche di carattere umanitario, che assumono come oggetto i “diversi” – emarginati, immigrati, ecc. – senza più riuscire a coglierne i nessi con le condizioni occupazionali potenziali, cioè con la moderna realtà del mercato del lavoro, dove l’”esercito di riserva” si confonde con lo ‘spauracchio sociale’ del fallimento personale e crescono le situazioni di disagio psichico derivanti dall’endemico precariato.

Tra le difficoltà delle “due critiche”, Boltanski e Chiapello evidenziano anche fattori specifici in qualche misura esogeni rispetto alla dialettica capitale-lavoro, quali, per la “critica sociale”, il discredito ricaduto sul Partito Comunista Francese (ma anche sulla collaterale CGT) in relazione alla crisi del blocco sovietico (e dei connessi ideali di redenzione finale del proletariato, sempre rimandati ad una mitica presa del potere), e, per la “critica artistica” dal logoramento della parole d’ordine della “autenticità”, massimizzate dall’esistenzialismo di Sartre (ed anche dalla scuola di Francoforte9, attraverso la elaborazione di nuovi modi di pensiero, de-strutturanti del soggetto e della originalità (Bourdieu, Deleuze, Derrida), che paradossalmente hanno finito per giustificare la resa degli intellettuali alla mercificazione della cultura e l’abbandono di precedenti posizioni più sobrie ed austere, ora giudicate come elitarie.

Al culmine della rappresentazione del “terzo spirito”, gli Autori tendono a proporre un nuovo paradigma di lettura delle contraddizioni sociali, tipico del “mondo connessionista” che tende a prevalere, in cui ciò che conta è l’accumulazione di connessioni e dove dominano le persone che riescono ad essere mobili, da un luogo ad un altro, da un progetto ad un altro, carpendo e non condividendo informazioni (se non per il minimo indispensabile al successo di singoli ”progetti”), in quanto con ciò stesso sfruttano gli altri, che in qualche misura non possono o non vogliono essere altrettanto “mobili”, gli “immobili” (o addirittura gli emarginati) di cui i “mobili e connessi” hanno però assolutamente bisogno per esprimere in pieno il loro dominio. (Paradigma brillante, sulla cui utilità e soprattutto generalizzabilità però nutro molti dubbi).
Nelle parti finali Chiapello e Boltanski formulano anche qualche proposta e qualche auspicio, temendo una deriva sempre più individualistica e socialmente destrutturante dell’assetto capitalistico globale, ma non rassegnandosi ad essa: contro il fatalismo è possibile un rilancio della critica (attraverso la sociologia, e non fondandosi su antropologie negative, secondo cui l’uomo sarebbe naturalmente e puramente egoista, come in Hobbes, ma anche in Durkheim)
Da un lato colgono alcune tendenze alla auto-limitazione del “terzo spirito” per il suo bisogno di giustificazione, da altri lati suggeriscono un rapido ammodernamento degli apparati concettuali di critica allo stato di cose presente e la coltivazione di manovre correttive, a livello di singole aziende come a livello statale ed internazionale, quali ad esempio:
-       l’attribuzione alle aziende dei costi di ricollocazione dei lavoratori temporanei, l’umanizzazione dei rapporti di lavoro attraverso la certificazione delle buon pratiche aziendali (anche verso l’ambiente), l’estensione degli istituti di sostegno al reddito e di ricerca di nuova occupazione; dalla alternativa tra “contratto di lavoro” e “contratto commerciale” (spesso con i lavoratori subalterni mascherati da auto-imprenditori) a nuovi “contratti di attività”, che includano la retribuzione di forme di ”attività” oggi non riconosciute come lavori pagati;
-       (considerando come acquisizioni positive Europa ed Euro) il ritorno a qualche modalità di controllo dei movimenti di capitali e sulla contabilità delle multi-nazionali, la Tobin-Tax contro la volatilità finanziaria a breve termine, una seria lotta all’elusione fiscale internazionale;
-       il riconoscimento degli apporti di tutti i partecipanti ai singoli “progetti;
-       la limitazione alla mercificazione dei beni comuni, della sfera privata, degli altri esseri naturali.

L’ipotesi è di cercare di imbrigliare il “terzo spirito” in una “città per progetti”, così come il “secondo spirito” aveva accettato di coesistere nella “città industriale” con lo stato sociale e le sue espressioni civiche. (Gli autori denominano come “città” un sistema di relazioni sociali, esterno alle aziende, non necessariamente identificato sul territorio, e più normato dei semplici “mondi” culturali che si determinano spontaneamente nell’evolversi della società). 

Gennaio 2018

42 - IL TERRITORIO COME BENE COMUNE PER PAOLO MADDALENA 

“IL TERRITORIO BENE COMUNE DEGLI ITALIANI” di Paolo Maddalena è un volumetto agile ma molto denso (denso anche di citazioni di altri dotti giuristi, e di alcune importanti sentenze), in cui l’ex-vice presidente della Corte Costituzionale (fino al 2011, ed in precedenza docente di diritto, magistrato contabile, consulente del ministero dell’Ambiente) espone le sue posizioni, giuridiche e politiche, alquanto radicali, non solo riguardo al territorio, ma anche riguardo ad altri beni comuni nella sfera ambientale e sociale, fino alla sovranità monetaria.   

Riassunto:
-       i principi dei beni comuni nel diritto romano (e germanico?)
-       dal Medioevo al Codice Napoleonico, dallo Statuto Albertino al (vigente) Codice Civile
-       il salto culturale della Costituzione Repubblicana e la sua mancata attuazione, fino alle tendenze opposte nella legislazione degli ultimi decenni:
o   libertà di impresa
o   cessione di beni pubblici
o   cartolarizzazione dei debiti
-       mercati, debiti e finanza (sotto l’influenza negativa della common law anglo-sassone)
in corsivo gli ampli commenti personali del recensore

I ragionamenti di Maddalena1 si fondano soprattutto sulla storia e sull’evoluzione del diritto, ed in particolare sugli aspetti ‘progressivi’ della Costituzione Repubblicana, di cui l’Autore mostra le ascendenze in diversi istituti del diritto romano (e germanico, talora afferma, ma senza svilupparne la dimostrazione; da lì forse gli insistenti richiami di Maddalena al pensiero di Carl Schmitt – non certo un fior di democratico - sulla “super-proprietà” del popolo sovrano?) ; mentre ritiene fuorvianti le proposte – pur progressiste - derivate dalla common-law anglosassone, dal concetto di comunanza degli usi alla class action, e giudica perniciose le influenze  giuridico-culturali anglo-americane in materia di economia e finanza, dalle cartolarizzazioni dei debiti alla proliferazione dei ‘derivati’).

Il nocciolo del pensiero di Maddalena sta nel rapporto tra proprietà collettiva e proprietà privata, dove la prima prevale sulla seconda, non riconosciuta tra i diritti fondamentali dei cittadini nei primi articoli della Costituzione, e ben delimitata e condizionata negli articoli 41, 42 e 43, che più direttamente se ne occupano (vedi testi in appendice): con qualche filiazione, per l’appunto, da alcune concezioni dell’ AGER PUBLICUS nella Roma dei Re e della Repubblica, che ne vedeva l’assegnazione in proprietà privata (DIVISIO) ma con modalità specifiche (il MANCIPIUM per la sussistenza originaria delle famiglie; la POSSESSIO, commerciabile, ma più simile a un diritto di uso temporaneo),e ferme restando le proprietà collettive dei pascoli e di altre risorse naturali,  nonché – anche in epoca imperiale – la limitazione o ablazione della proprietà, in caso di AGER DESERTUS (terre abbandonate) e gli  interventi di INTERDICTIO (espropri punitivi, anche su istanza di terzi).

Mi permetterei di rilevare tuttavia che in questa rilettura del diritto romano Maddalena da un lato sottovaluta (confinandola alla tarda Repubblica) la  dimensione totalizzante della potestà del PATER-FAMILIAS, anche in materia di immobili, e quindi la profonda radice romanistica del diritto di proprietà (ed in particolare con un’ombra proiettata sullo IUS AEDIFICANDI, che non era certo estraneo al DOMINIUM EX IURE QUIRITIUM), e dall’altro trascuri le peculiari commistioni tra privato e pubblico nella stessa gestione della RES-PUBLICA, dall’armamento degli eserciti alla realizzazione di ‘grandi opere’, fino alle stesse elargizioni di ‘PANEM ET CIRCENSES’ in cambio di consenso (qui le origini del clientelismo e del voto di scambio?).
Non dimenticando inoltre che gran parte dell’ ager publicus era territorio sottratto ai popoli sconfitti, e che la corsa alla POSSESSIO premiava i più forti, un po’ come nel Far West, e veniva poi gestito con un sistema prettamente schiavistico: insomma, non il massimo come precedente ‘ugualitario’ per la dottrina dei beni comuni.

La dissertazione storica per i periodi successivi non è altrettanto dettagliata: il testo evidenzia la formazione di un “demanio” funzionale, distinto dal più generale “dominio” e dai “beni della corona” in pieno Medio Evo (Federico II ed i giuristi del 13° secolo) e poi la contrapposizione tra assolutismo e contrattualismo, da cui nascono le moderne costituzioni; con un prodromo libertario ed egualitario nella rivoluzione francese ed invece una netta involuzione “borghese”, con l’affermazione della centralità della proprietà privata, nel successivo codice napoleonico, matrice anche delle “costituzioni concesse” come lo Statuto Albertino ed il conseguente codice civile del 1942, tuttora vigente in Italia.

Ben si staglia quindi la svolta concettuale della nostra Costituzione che agli artt. 41-42-43-44 tende ad incardinare la libertà di impresa e la proprietà privata in un sistema complesso, con prevalenti finalità sociali (mi pare che Maddalena però esageri nella sua interpretazione, quando vuol forzare in senso collettivista anche il concetto di “rendere [la proprietà] accessibile a tutti”, espressione che a mio avviso invece sta indicare una propensione dei padri costituenti in favore della diffusione della proprietà privata, riguardo alla terra, alla casa e forse all’azionariato popolare); e correttamente l’Autore evidenzia (anche con il supporto di corpose citazioni di illuminanti passi di Stefano Rodotà 2) le contraddizione tra tali enunciati e grossa parte della realtà giuridico-economica della storia repubblicana, dal permanere degli istituti privatistici del suddetto Codice Civile (riguardo alla proprietà e riguardo ai contratti) a diverse sentenze della stessa Corte Costituzionale in materia di urbanistica ed espropri, fino al prevalere – talvolta bipartisan – dei nuovi dogmi neo-liberisti, con passaggi emblematici quali:
-           la legge sulla libertà di impresa (n° 148/2011) che afferma tra l’altro “è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge” e contrasta palesemente con l’art.41 Cost. (articolo che infatti il ministro Tremonti avrebbe voluto esplicitamente modificare, così come l’art 1, laddove fonda la Repubblica sul lavoro)
-           le varie e contorte procedure per la sdemanalizzazione e alienazione di beni pubblici (qui però mi sembra che Maddalena esageri sia nell’ignorare i temperamenti che il centro-sinistra ha apportato all’impostazione berlusconiana, limitandone la portata e passando per lo più dalla cessione dei beni alla concessione temporanea in uso ai privati, sia demonizzando la devoluzione di una parte di tali beni a regioni e  comuni, operazione che – al di là degli aspetti di propaganda ‘federalista’- non coincide con la loro alienazione, essendo comunque gli enti locali “cosa pubblica”; inoltre posso testimoniare di persona che – ad esempio – il passaggio alla gestione intercomunale del demanio costiero dei laghi ha comportato un balzo in avanti in termini di rigore, efficienza ed attenzione agli interessi pubblici ed ambientali, troncando le storiche collusioni tra interessi privati particolari e precedenti gestioni statali). 
-           la cartolarizzazione dei debiti (legge n° 130 del 1999, governo D’Alema), meccanismo poi ampiamente praticata da Tremonti, e significativamente risultato al centro dell’origine americana della crisi finanziaria del 2007.

E qui arriviamo alla seconda parte del testo di Maddalena, che denuncia il prevalere a scala globale del solo principio giuridico della libertà di mercato (e di esigibilità dei crediti), a danno degli interessi collettivi dei popoli e dello stesso potere dei singoli stati, recependo le analisi di Luciano Gallino sul finanz-capitalismo 3, 4 ed a mio avviso accodandosi poi ad un coro ormai un po’ datato di catastrofismo sulle sorti dell’Euro, con uno svolgimento piuttosto propagandistico, ove si perde la chiarezza giuridica della prima parte del testo, anche se ne riprende i concetti fondamentali di “popolo-territorio-sovranità” (con un certo disprezzo invece verso gli istituti sovranazionali ed il cosmopolitismo, visti come asserviti alla globalizzazione  neo-liberista).  

In particolare, pur concordando pienamente con Maddalena nello sgomento di fronte al continuo espandersi delle ricchezze finanziarie virtuali, disuguali e speculative, con permanente e crescente rischio di crollo a danno di tutti, non riesco a capire perché dovrei preferire un crescita esponenziale dei debiti pubblici, anch’essi forieri di potenziali immani squilibri, in particolare se dichiaratamente non esigibili. 
Ma anche nella prima parte del libro, pur apprezzandone stimoli e contributi, mi pare che aleggi un equivoco di fondo, in un contesto che appare di sola ‘storia del diritto’ (quasi idealistica), senza cimentarsi con la storia nel suo insieme, che è concretezza di scontri di potere e di interessi tra le classi ed i gruppi sociali.

Infatti il protagonista immanente delle argomentazioni di Maddalena è un (misconosciuto) soggetto collettivo, ma astratto, il “popolo” e lo “stato come comunità”, proprietario del “territorio”: a partire da una implicita idealizzazione di SENATUSPOPULUSQUEROMANORUM (come se la storia di Roma non fosse invece una selvaggia vicenda di appropriazioni di beni pubblici e di contrapposizioni di interessi, di cui i 2 Gracchi sono solo i più illustri tra le vittime)5 e ad arrivare una idilliaca apparizione della Costituzione Repubblicana (mentre ci sono stati di mezzo: una guerra persa ed una guerra civile; la caduta, ma non la dissoluzione, di un regime dittatoriale che aveva acquisito un consenso di massa;  la semi-continuità di uno stato addirittura pre-borghese, con la sua concretezza di potere poliziesco e burocratico. E mentre si avviava una poderosa discontinuità nello sviluppo economico, con l’industrializzazione di massa).

Significativa in tal senso mi sembra l’insufficiente spiegazione della sconfitta del riformismo del primo centro-sinistra sul disegno di legge Sullo in materia urbanistica (che prevedeva l’esproprio a prezzi agricoli di tutte le aree allora necessarie per l’espansione urbana, e la successiva cessione in diritto di superficie delle aree urbanizzate): secondo Maddalena “prevalse una ideologia borghese”, senza ulteriori spiegazioni.

A mio avviso non è né esatto né sufficiente (e non mi pare che sul tema basti pensare alla complessità del consenso complessivo al regime democristiano di quegli anni).
Penso che – anche tra i ceti non abbienti, in maggioranza tra gli elettori di diversi partiti – abbia pesato il mito contadino (e non strettamente “borghese”) della proprietà della terra (diffuso anche tra i mezzadri, fittavoli e braccianti, che quella terra non avevano mai posseduto ma certo desiderato; ed in parte quindi anche tra gli operai, che contadini erano stati appena ieri, o ancora lo erano a part-time e culturalmente, e nei legami famigliari). 
E penso inoltre che tale meccanismo abbia funzionato ancora, qualche decennio dopo, in favore della propaganda berlusconiana attorno al tema “padroni a casa propria”, dai condoni edilizi alla de-regulation urbanistica, fino all’abolizione dell’IMU, imposta sulla prima casa; non a caso in questa società italiana (non così in altri paesi europei) nel frattempo buona parte dei non-abbienti, pur rimanendo tra i ceti subalterni, erano divenuti ‘piccoli abbienti’, in quanto proprietari della propria casa (o eredi di vecchie case avite nei luoghi di origine).

Tali mie valutazioni non intendono sfociare in un fatalismo disfattista, nel senso della ineluttabilità della sconfitte del primo centro-sinistra degli anni ’60 e dell’ultimo degli anni 2000, ma indicare la necessità di una costruzione laboriosa e socialmente articolata delle possibili vittorie del riformismo.

Con queste mie critiche infatti non voglio negare l’utilità delle enunciazioni giuridiche e delle rivendicazioni in favore dell’attuazione della Costituzione: ma non ritengo che tali proclamazioni siano sufficienti né a definire una linea politica (si tratti di “Articolo 1” oppure del “ritorno alla Costituzione” enunciato tra gli altri da Tomaso Montanari e Anna Falcone) né a conseguire un’evoluzione progressiva del diritto stesso (ad esempio in materia di risparmio del consumo di suolo), se manca una analisi delle dinamiche sociali capace di sostituire alla mitica “comunità dei cittadini” (ben rappresentata nell’Introduzione di Salvatore Settis al libro in esame: cittadini contro i partiti, come è – o era - nella retorica del Movimento5Stelle, e come invece non è esplicitato nel testo di Maddalena) la concreta comprensione della moderne società complesse, degli interessi che le pervadono, dei conflitti che le agitano, dei linguaggi che le attraversano. 

APPENDICE: TESTO DEGLI ARTT. 41-42-43-44 DELLA COSTITUZIONE
Art. 41.
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Art. 42.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Art. 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Art. 44.
Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

Fonti:
1. Paolo Maddalena “IL TERRITORIO BENE COMUNE DEGLI ITALIANI” - Donzelli Editore, Roma 2014
2. Stefano Rodotà “IL TERRIBILE DIRITTO. STUDI SULLA PROPRIETÀ PRIVATA E I BENI COMUNI” - Il Mulino, Bologna 2013
4. Luciano Gallino “FINANZ-CAPITALISMO” - Einaudi 2011
5. Commento a “FINANZ-CAPITALISMO sul blog di Aldo Vecchi “relativamente, sì” – www.aldomarcovecchi.blogspot\pagine – PAG. I^ FILOSOFIA-SOCIOLOGIA-ECONOMIA
6. Francesco De Martino “STORIA ECONOMICA DI ROMA ANTICA” - La nuova Italia, Firenze 1979







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