martedì 31 gennaio 2017

TRUMP, NO GRAZIE

Di fronte alla “escalation” dell’America di Trump, su cui molto è stato detto e non ho nulla da aggiungere, vorrei invece invitare a riflettere su 4 proposte concrete di contro-escalation:

come cittadini consumatori: evitare di acquistare prodotti MADE IN U.S.A.

come cittadini italiani: ridiscutere la presenza di basi americane in Italia (ciò che più brutalmente si diceva come “buttiamo a mare le basi americane”)

come cittadini europei: rilanciare l’Unità Europea a tutti i livelli possibili

come cittadini del mondo: spostare l’ONU da New York (a Ginevra, per cominciare).

Aldo Vecchi

martedì 24 gennaio 2017

URBANISTICA N° 155

casaINU,


Il quarto numero della serie di “Urbanistica” con direzione Oliva, mantiene meglio dei precedenti la promessa di occuparsi più della città (europea) che dei “piani”: ma evidentemente i due aspetti sono troppo intrecciati per consentire un pieno dispiegamento di tale promessa “impossibile”..

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L’insieme degli articoli e dei servizi sui rapporti tra città e “grandi eventi”, con approfondimenti sulle vicende di Barcellona dal post-franchismo ad oggi, sulle “capitali europee della cultura” e su Milano/Expo 2015, propone a mio avviso materiali e punti di vista assai interessanti sulla dibattuta questione se i grandi eventi giovino o meno alla riqualificazione urbana e territoriale (ed alle casse pubbliche) , ma lasciano un po’ delusi nelle conclusioni, perché sia i fautori che i detrattori in sostanza rinunciano ad individuare parametri oggettivi di valutazione.

Certamente le quantificazioni non sono facili, come evidenziano gli stessi testi, sia perché nella materia del confronto entrano rilevanti componenti immateriali (quali ad esempio la crescita o decrescita culturale della popolazione, l’effetto o meno di socializzazione, ecc.), sia perché indefinito è l’ambito territoriale di rilevazione (dove finiscono i territori potenzialmente avvantaggiati e dove iniziano quelli invece svantaggiati).

Come lettore, forse ingenuamente, mi aspettavo comunque di più: forse potrebbe essere utile un ritorno sul caso di Torino/Olimpiadi 2006, dove vistosi sono gli impianti abbandonati, soprattutto fuori città, ed altrettanto innegabile la rinascita della città centrale; dove a suo tempo operava un apposito osservatorio ambientale inter-atenei e dove i bilanci comunali e la condizione delle periferie sono stati pesantemente giudicati da un recente risultato elettorale.

Su  Milano ho apprezzato gli equilibrati giudizi di Pasqui ed altri, sia sui successi e ambiguità dell’esposizione in quanto tale, sia sulle ricadute (per lo più positive) di Expo nelle aree urbane, da quelle di consolidata frequentazione a quelle più di recente offerte alla fruizione pedonale, e la puntuale ricapitolazione delle complesse vicende di direzione politica, di valorizzazione immobiliare e di ridefinizione progettuale, ancora oggi aperte sull’incerta destinazione futura di gran parte dell’area: gli Autori però, oltre a tali incertezze, stigmatizzano soprattutto la scelta di acquisizione dei terreni  a prezzi di mercato, ma mi sembra trascurino il “peccato originale” del consumo di un milione di m2 di terreno agricolo (seppure in nome della nutrizione dell’umanità) e della mancanza di un piano di riutilizzo dei manufatti (emblematica a mio avviso la demolizione tramite ruspe dei discutibili corpi in acciaio e vetro posati in piazza Castello).

Su Barcellona mi limiterei a manifestare la mia personale invidia verso il tipo di alternativa politica che viene narrata come “centro-destra” dopo un trentennio di governi locali di sinistra: malgrado alcune incertezze e confusioni, alla Giunta Comunale del periodo 2011-2015 vengono attribuite attenzioni alla rinaturalizzazione e alla connettività, alla pedonalità ed all’autosufficienza energetica, al rilancio produttivo ed alla qualità abitativa… .Guardando anche all’articolo sulla cintura verde di Colonia, promossa nel lontano 1919 dal giovane borgomastro cattolico Konrad Adenauer, mi chiedo perché in Italia ci debba invece quasi sempre capitare la solita destra immobiliarista e reazionaria.

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Un commento mi pare meriti la ricerca di Montrone,Perchinunno,Rotondo,Selicato sulle aree di disagio sociale ed abitativo nell’ambito delle grandi città italiane, finalizzata a sganciare la selezione delle situazioni più meritevoli di  intervento dalla mera pressione mediatica/elettorale, attraverso l’esame di diversi dati socio-economici che si intersecano con la povertà (istruzione, lavoro, consumi) ed approfondimenti sulle condizioni abitative, con la comparazione  tra diversi sofisticati strumenti statistico/matematici.

Mi pare però che si delinei una sproporzione tra la raffinatezza dei processi di calcolo e:

- da un lato la obiettiva rozzezza dei dati di base utilizzati (i collaudati censimenti ISTAT con cadenza decennale e riferiti alle difformi ed eterogenee “sezioni di censimento”)

- d’altro lato al ricorso, da parte degli stessi Autori, al vecchio “buon senso comune”, ovvero alla buona o cattiva fama dei quartieri in esame, come unico elemento di riscontro sul campo per la verifica della bontà delle operazioni intraprese, oppure della maggiore o minore bontà dei singoli algoritmi sperimentati.

Forse l’argomento richiede un maggior impegno, sia da parte del sistema statistico nazionale (innanzitutto nel rivedere la mappa delle sezioni) sia da parte dei ricercatori indipendenti, nella ricerca di riscontri da nuove fonti (ad esempio dal flusso delle informazioni di natura telematica) e con rinnovate missioni sul campo.

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In “Primo Piano” dovrebbe risultare l’intervista del Direttore (ed ex-presidente dell’INU) Federico Oliva, all’attuale Presidente Silvia Viviani: ma, se posso esprimermi francamente, mentre mi sono risultate assai chiare (ed opportune) le domande (del tipo: dove va l’INU, che bilancio trarre da 20 anni di leggi regionali variamente influenzate dal modello INU del 1995, che fare dei Piani oggi, ecc.) , le ampie e argomentare risposte mi sono giunte al fine oscurate dal diluvio di parole impiegate dalla Presidente. Ho l’impressione che di fronte ad una “società liquida” e quindi difficile da misurare con i vecchi strumenti disciplinari, si finisca per delineare una vaga “urbanistica gassosa”, “transcalare” forse, ma molto evanescente.

KUWAIT, CRIMEA


Mentre molti personaggi politici italiani (da Salvini a Grillo, da Berlusconi allo stesso Prodi), sulla via di Trump, propongono di togliere le sanzioni alla Russia di Putin per l’invasione della Crimea, mi sfuggono le differenze di merito rispetto all’invasione del Kuwait da parte dell’Irak di Saddam Hussein, che nel 1991 si meritò una guerra di invasione benedetta dall’ONU.

giovedì 19 gennaio 2017

L’ANTROPOLOGIA, “CONTRO L’URBANISTICA” DI FRANCO LA CECLA


“Contro l’urbanistica. La cultura delle città” dell’antropologo Franco La Cecla è un agile libretto (150 pagg. nel formato tascabile della collana “Le Vele” dell’editore Einaudi – Torino 2015), che coinvolge anche temi molto importanti, forse più grandi del testo stesso, nel senso che richiederebbero un maggior approfondimento, critico e bibliografico (e non solo dotte citazioni volanti).

All’inizio del testo, che è intervallato da piacevoli resoconti di viaggio in diverse città del globo (invero non sempre pertinenti alle parti più strettamente saggistiche), La Cecla prende spunto dai movimenti delle masse che in anni recenti hanno occupato piazze e parchi, in Egitto, Turchia, Hong Kong (e U.S.A., con una qualche sopravvalutazione, a mio avviso, del movimento Occupy Wall Street), per evidenziarne la “corporeità”, in contrasto con i teorici di una realtà sociale ormai solo virtuale e “smart”.

L’argomento più rilevante, esplicitato nei capitoli centrali del libro (che allora forse andava intitolato ”Contro l’urbanesimo”, se non sembrasse nostalgia di Bottai), è però quello della crescita tendenziale degli insediamenti urbani, che l’organizzazione dell’ONU HABITAT presenta come inevitabile ed auspicabile, fonte di universale prosperità, mentre l’Autore, anche sulla scorta dei divergenti rapporti di altri organismi internazionali (e più in generale appoggiandosi, senza svilupparlo, al pensiero alternativo di correnti come TERRA MADRE), non ritiene invece:

-          né ineluttabile, perché incentivato dalle politiche di sostegno all’agricoltura capitalistica monocolturale che espelle di continuo i piccoli agricoltori dalle campagne (espulsione accentuata dai mutamenti climatici indotti dallo stesso sviluppo agri-intensivo ed urbano-centrico),

-          né positivo, perché l’incremento della popolazione inurbata, nella maggior parte delle aree metropolitane, va solo ad ingrossare gli “slums”  e la povertà di massa (La Cecla accenna all’eccezione di Singapore, che immagino dirigista ed ecologica, ma da La Cecla di più non è dato di sapere).

Nella sua urbano-clastia, La Cecla sbeffeggia le teorie e le consulenze di Richard Florida sulla cresta dell’onda delle “classi creative”, secondo La Cecla   travolte inesorabilmente dalla crisi iniziata nel 2007, e stigmatizza più in generale tutta la competizione verso il “marketing urbano” delle “città mondiali”, sul modello drogato di Barcellona/Olimpiadi   (e qui secondo me va ascoltato solo in parte, perché guardando a Torino/Olimpiadi ed a Milano/Expo, pur nutrendo molti dubbi sul rapporto costi-benefici, caricando sui costi non solo gli investimenti, ma anche l’innegabile consumo di suolo agricolo o forestale, resta da valutare un indubbio salto di quantità e di qualità permanente riguardo ai flussi turistici acquisito, nel bene e nel male, dalle due città).

Inoltre La Cecla si spinge a censurare gli studi di Saskia Sassens, a suo avviso troppo spinti verso la previsione di una tendenziale prevalenza delle metropoli, anche se in realtà la Sassens ne ipotizza il successo in contrapposizione al declino degli Stati nazionali, e richiama l’attenzione alle nuove disuguaglianze ed alle aree di povertà interne alle metropoli, in sostanziale consonanza con le argomentazioni dello stesso La Cecla.  

Perché comunque è proprio nella vitalità degli slums, ed in generale nelle componenti corporali ed informali del vivere urbano (ad esempio elogiando il cibo di strada, la cui qualità è garantita dall’immediato giudizio dell’utenza popolare – argomento a mio avviso non scevro da un certo liberismo -), che La Cecla vede i materiali di una vera cultura delle città, contro le mortificazioni dei regolamenti di igiene e polizia e contro le colpevoli acquiescenze degli urbanisti verso gli interessi del capitale immobiliare.

Non illuminata dalla capacità di ascolto e dalla curiosità girellona degli antropologi, l’urbanistica, che è l’esplicito bersaglio del testo di La Cecla, si sforza invano di interpretare la realtà urbana, usando statistiche, grafici e paradigmi astratti; e – quando è costretta ad esperire la “partecipazione” – la stinge in modalità edulcorate ed inautentiche, dimenticando le lezioni di Jane Jacobs e i meriti storici di alcuni precursori (in Italia: Doglio, De Carlo) e non seguendo l’esempio di “Architecture for Humanity”, organizzazione non profit di progettisti al servizio dei bisogni delle comunità locali, finanziata mediante lasciti e donazioni di fondazioni filantropiche (non importa se emanazioni di imprese multinazionali).

Soprattutto in Italia, dove si manifesta resistenza ad introdurre lo strumento nord-europeo della Valutazione di Impatto Sociale, che verrebbe disciolta nella più generica valutazione ambientale (La Cecla, pur cogliendo giustamente una certa strumentalità rutinaria nelle applicazioni della Valutazione Ambientale Strategica per i Piani ed i Programmi,  non si misura con la vigente normativa sulla VAS, che ben ne delinea anche le componenti sociale ed economica e la fondamentale chiave partecipativa, e da ultimo gli obblighi di terzietà nel procedimento, rispetto agli autori dei piani).

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Non ritengo necessario espormi troppo nella difesa degli urbanisti italiani, anche perché ha già in buona parte provveduto autorevolmente Federico Oliva (già presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ed ora direttore della rivista “Urbanistica”) sul n° 263 del 2015 di “Urbanistica Informazioni, con l’articolo “Per l’urbanistica”, distinguendo anche riguardo alle effettive responsabilità storiche dei progettisti nella formazione delle “periferie operaie”.

Per parte mia, pur dichiarandomi positivamente stimolato dalle osservazioni e provocazioni di La Cecla, mi sentirei di testimoniare però:

- che esperienze di “committenza alternativa” sono praticabili anche al di fuori del modello “Emergency” di “AFH”: ad esempio lavorando come tecnici negli enti locali, alle dirette dipendenze dei rappresentanti dei cittadini, come mi è capitato di fare nei trascorsi decenni (ma anche nel mondo cooperativo);

- che quasi tutti i contenuti critici ed alternativi di La Cecla li ho potuti conoscere da tempo, oltre che talora sul campo, proprio sulle riviste dell’INU (se gli urbanisti spesso razzolano male, quanto a prediche almeno mi sembrano parecchio aggiornati); 

- che anche La Cecla (come già Guy Standing e David Harvey), mi sembra cadere nella “prova locale”, cioè laddove anch’io, come altri lettori, pur con modesti occhi non specialistici, ho potuto osservare gli stessi fenomeni descritti dall’Autore; mi riferisco alla descrizione di Milano, in coda al capitolo 8, che per La Cecla è vivace solo nei luoghi dei nuovi immigrati (via Padova, via Paolo Sarpi) e per il resto solo insieme di luoghi di shopping devitalizzato (e per giunta con i marciapiedi in asfalto): a me invece negli ultimi anni è parso che milanesi e turisti vivano con una certa soddisfazione, non sempre mercantile, la molteplicità degli spazi e dei percorsi pedonali (e delle panche e sedili pubblici, e dei dehors di bar e ristoranti) che si sono aggiunti al tradizionale asse Castello-Duomo-S.Babila, e cioè ad esempio, quanto meno, da un lato la Darsena/PortaTicinese e dall’altro, malgrado la discutibilità delle torri con e senza alberi sui balconi di piazza Aulenti, il tracciato Garibaldi-Como-Isola.

(nota: a pag. 98 La Cecla afferma perentoriamente che “Milano non ha mai avuto un piano regolatore un progetto pubblico per il suo futuro”; ciò non è vero, e a mio avviso sarebbe più utile conoscerli,  i Piani passati e presenti di Milano, per criticarne meglio la discutibile trasformazione).

UTOPIA21 - GENNAIO 2017: ”LA GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE” DI DANI RODRIK.


”LA GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE” DI DANI RODRIK.

di Aldo Vecchi



La rigorosa e argomentata critica alla globalizzazione e dei suoi colleghi economisti da parte di un Autore accademico e non certo anti-capitalista; i limiti delle sue proposte correttive ed il ruolo dell’Europa.  

Riassunto – L’incapacità di spiegare le crisi da parte del pensiero economico dominante, schiacciato sulla globalizzazione “a prescindere”. La storia dei mercati, sempre creati da un ruolo specifico della mano pubblica. Il “trilemma” globalizzazione/democrazia/stati nazionali, dove uno dei tre poli è sempre incomodo. L’impossibilità di un governo mondiale e i limiti dell’esperienza europea. Consigli per una globalizzazione ben temperata.  Dubbi e diverse opinioni del recensore.

Dani Rodrik, economista accademico statunitense di origini turche, è divenuto abbastanza popolare presso i “sovranisti” e gli anti-europei per le sue critiche alla globalizzazione in parte già anticipate in un testo del 1997 e pienamente sviluppate nel saggio del 2011 “La globalizzazione intelligente” (Laterza, Bari, pagg. 323), rieditato nel 2014 con una ulteriore prefazione dedicata alla crisi dell’Europa.
Il bersaglio contro cui Rodrik lancia le sue acuminate frecce polemiche, tutte ben documentate, è il pensiero pseudo-scientifico prevalente tra i suoi colleghi economisti che sostengono la globalizzazione “a prescindere”, quale buona in sé, così come continuano imperterriti ad esaltare l’automatica intelligenza dei mercati, che nel frattempo, di crisi in crisi, combinano invece immensi guai, sfuggendo alle presuntuose previsioni degli apprendisti stregoni delle Facoltà di economia. 
Già nell’introduzione del 2011 Rodrik sintetizza il suo pensiero, sia riguardo all’inefficienza di una globalizzazione spinta, perché foriera di instabilità dei mercati e soprattutto del mercato dei capitali, sia riguardo al conflitto tra globalizzazione/democrazia/stati nazionali, un “trilemma” in cui, secondo Rodrik sono possibili equilibri ed effettive conciliazioni solo assumendo i termini a due a due: il connubio tra globalizzazione e stati nazionali tende a comprimere la democrazia, la quale può svilupparsi entro gli stati solo difendendosi da troppa globalizzazione, mentre una globalizzazione democratica sarebbe immaginabile (ma secondo Rodrik non è realizzabile) solo disciogliendo gli stati in solide istituzioni planetarie.
Ma il saggio di Rodrik è anche molto di più di questo schema, perché si articola in un lungo e puntuale percorso storico sulla evoluzione del rapporto tra stati e mercati (dopo il medioevo) e – dopo una ricca analisi delle contraddizioni contemporanee di economia ed economisti – si conclude con una ambiziosa gamma di proposte operative.
Poiché “La globalizzazione intelligente” è già stato recensito prima di me da altri più validi autori, cui rimando (vedi “Fonti” in appendice), non mi dilungo più di tanto nel riassumerlo.
Mi sembra rilevante però segnalare che l’Autore, critico della globalizzazione ma convinto sostenitore del capitalismo (come esplicita a chiare lettere nel capitolo XI) ed anche dei vantaggi derivanti dal commercio internazionale (se opportunamente “dosati”), legge correttamente, cioè con il dovuto realismo, i rapporti tra stato e mercato (in termini non dissimili dall’anti-capitalista David Graeber) e le vicende del colonialismo e dell’imperialismo (anche post-coloniale) come un regime di scambi iniqui tra paesi dominanti e dominati (con valutazioni non lontane da quelle dell’anti-imperialista Giovanni Arrighi), ed in questo si differenzia nettamente dai pregiudizi correnti tra gli economisti anglo-americani, come ad esempio il suo  connazionale di origine Acemoglu oppure lo stesso Deaton.. 
Nella parte storica, infatti, Rodrik evidenzia il ruolo preminente degli stati nazionali, e soprattutto delle potenze coloniali, nel costituire le premesse per l’esistenza stessa dei mercati e per il progressivo abbattimento dei “costi di transazione”, che non sono solo i dazi e le monete, bensì le barriere linguistiche e culturali, le incertezze giuridiche e soprattutto la sicurezza/insicurezza militare, ecc.
Malgrado l’orientamento mercantilista dei singoli stati, più favorevoli ai propri monopoli che alla libera concorrenza, nell’Ottocento, sotto l’egemonia dell’imperialismo britannico, sembra affermarsi (più culturalmente che nei fatti, segnala Rodrik) una fase di libero-scambio, connessa alla convertibilità delle monete nazionali in oro (gold standard): ma questa “prima globalizzazione” crolla nei conflitti protezionistici che confluiscono nella prima guerra mondiale ed i suoi principi liberisti non riescono a risollevarsi nelle successive crisi, che precipitano nel secondo conflitto mondiale.
Il nuovo ordine mondiale (emisfero comunista escluso) progettato nel 1944 a  Bretton Woods dai banchieri occidentali, influenzati da Keynes, è oggetto di attenzioni e simpatie da parte di Rodrik, che sottolinea come lo sviluppo di più intensi scambi commerciali tra gli stati industrializzati venga affiancato da un rigoroso controllo dei movimenti dei capitali e da regimi commerciali differenziati con i paesi sottosviluppati che – mentre proteggono l’agricoltura dei paesi ricchi – non escludono per alcune aree del terzo mondo l’avvio di politiche industriali protette, sia per la sostituzione delle importazioni, sia per alcuni tentativi di fondare imprese esportatrici (Taiwan, Sud-Corea e altre “tigri del pacifico”, nel cui successo però Rodrik non sembra cogliere l’importanza del favore geo-politico e militare offerto dagli U.S.A. in chiave anti-comunista, similmente a quanto accaduto per l’Europa occidentale – e in particolare per i paesi sconfitti, Germania Ovest ed Italia - e analogamente a oriente per il Giappone).
Alla crisi degli anni ’70 in occidente, che Rodrik presenta soprattutto sul versante finanziario, con l’eccesso di “petro-dollari” ed “eurodollari” derivante dagli sbilanci commerciali degli U.S.A., (ma che a mio avviso include intraprendenza sindacale e ribellismo giovanile, autonomia dei paesi produttori di petrolio, lotte anti-coloniali e sconfitta nel Vietnam) e a fronte del successivo crollo del blocco sovietico, si risponde con l’abbandono delle regole di Bretton Woods (e della convertibilità aurea del dollaro), promuovendo la piena libertà di movimento dei flussi finanziari ed una crescente riduzione delle barriere daziarie (prima con gli Accordi G.A.T.T. e poi con l’Organizzazione Mondiale del Commercio), mentre il Fondo Monetario Internazionale e la Banca  Mondiale (ed il coro dei principali economisti, Milton Friedman in testa) affermano il cosiddetto “Washington Consensus”, che prescrive, uniformemente per tutti i paesi ricette di privatizzazioni, liberalizzazioni e globalizzazione come garanzie di sicuro successo.
All’opposto, Rodrik rammenta che ogni scelta innovativa di maggior libertà commerciale (ad esempio la riduzione di un dazio) – così come le innovazioni tecnologiche – deve essere valutata nel concreto, misurando tutti i possibili ”benefici comparati”, tenendo conto degli interessi dei vari soggetti sociali coinvolti (imprese, lavoratori dei diversi settori economici; famiglie e consumatori), e che gli economisti non dovrebbero mai innamorarsi di uno specifico paradigma, scambiando così la parte per il tutto.
Proprio nella fede univoca negli automatismi positivi dei mercati, secondo Rodrik, si annida il nocciolo degli errori, che diviene cecità nell’incapacità di vederne i limiti nelle crisi, non solo locali, che si manifestano dagli anni ’90, specificamente analizzate dal testo in esame, dalle stesse “tigri asiatiche” all’Argentina, mentre, nota Rodrik, il diverso sviluppo di India e Cina (ed in passato del Giappone) dimostra proprio di avvenire in contrasto con le regole liberiste e  per la Cina, in particolare, con un uso parziale, pragmatico e spregiudicato degli strumenti offerti dalle esperienze capitalistiche dell’Occidente.
Ulteriore e definitiva controprova dell’insuccesso delle dottrine globaliste/neo-liberiste, per Rodnik è poi ovviamente la grande crisi innescata nel 2007 dai “mutui sub-prime” e dal fallimento di Lehman Brothers, nonché in particolare dai suoi inviluppi nell’area euro, dove Rodnik (come esplica pienamente nella prefazione del 2014) vede confermata la sua teoria del “trilemma” (incompatibilità del “rapporto a tre” tra globalizzazione/stati nazionali/democrazia), perché l’Europa, pur avendo impiantato poderose istituzioni sovranazionali a sostegno della unificazione dei suoi mercati, non ha conseguito ancora la natura di super-stato federale ed integralmente soggetto al controllo democratico dei suoi cittadini: da ciò le sorti divergenti delle singole economie nazionali e l’abbandono dei paesi più deboli alla loro sorte (Rodrik però erroneamente. a pag. 253, trascura alcuni fatti, come il flusso di aiuti europei in favore della Spagna e delle sue banche, superiore a 40 miliardi di € tra 2012 e 2013 – pag. 253).
Anche dai limiti dell’esperienza dell’Unione Europea, l’Autore rafforza la sua convinzione che la soluzione ai problemi emersi nel dilagare della globalizzazione non possa essere la progressiva estensione dei flebili poteri delle autorità sovranazionali, sostanzialmente tecnocratiche, tipo Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale per il Commercio (ma anche la stessa ONU) bensì una serie di correttivi che restituiscano una parziale maggior autonomia agli stati nazionali, soggetti al controllo democratico: ambiti consolidati, in cui credibili autorità possono far valere gli standard di qualità dei prodotti e dei modi di produzione (anche riguardo ad ambiente, salute, lavoro), del tutto aleatori, secondo Rodrik, a scala internazionale.
(Per inciso, Rodrik, per nulla interessato alle tematiche dei limiti ecologici allo sviluppo, affronta il tema del riscaldamento globale come problema comune dell’umanità, ma solo per usarlo come esempio di collaborazione internazionale necessaria e possibile – con un generico ottimismo in proposito -, diversamente dell’economia, che per Rodrik non può essere in quanto tale un “bene comune sovranazionale”, bensì in prevalenza a carattere nazionale).
Nella parte finale del saggio, Rodrik specifica con un certo dettaglio le sue proposte di “globalizzazione intelligente” (ovvero temperata da una minor pretesa di omogeneità normativa e da un maggior spazio per le autonomie nazionali), che però mi sembra oscillino tra il puro buon senso ed una discreta dose di velleitarismo illuminista (non inferiore a mio avviso a quello esibito dai “sovranazionalisti”) e quindi mi risultano assai meno convincenti delle sue analisi.
Ad esempio Rodrik ipotizza la facoltà di deroga temporanea unilaterale per i singoli stati dai trattati di libero scambio, a protezione di specifici settori economici, perché confida che tali deroghe sarebbero comunque moderate dal confronto interno allo Stato promotore, nell’emergere dei diversi interessi, poniamo, dei produttori piuttosto che dei consumatori.
Oppure suggerisce agli stati più progrediti di programmare significativi tassi di immigrazione, legale e temporanea, di lavoratori dai paesi poveri, nell’ordine di un 3%, per favorire il contestuale sviluppo sia delle economie avanzate che di quelle arretrate.
In entrambi i casi mi pare che Rodrik, dopo aver censurato i teorici della perfetta razionalità dei mercati, cada nel simile errore di sopravvalutare la razionalità dei processi politici, trascurando invece i meccanismi reali di cui è fatto il consenso nei paesi democratici (e ne sono recente testimonianza sia il suo paese natale, con Erdogan osannato da una tenace maggioranza nazional-islamista, sia il suo paese di adozione, che ha appena eletto Trump sia pure con risicata maggioranza dei soli “grandi elettori”), e non disponendo d’altronde di alcuna ricetta risolutiva per gli stati autoritari (salvo rifiutare loro clausole commerciali di favore da parte degli stati più democratici).
Altrettanto velleitarie mi sembrano da ultimo le proposte per “ammansire” la Cina, convincendola a rinunciare a politiche commerciali aggressive (quali la persistente sottovalutazione della sua moneta) e il conseguente surplus della bilancia commerciale, accettando invece ampie deroghe in favore degli “aiuti di stato” nelle politiche industriali (che a mio modesto avviso avrebbero lo stesso effetto di dumping sui prezzi).
Cioè, mi chiedo, dacché la globalizzazione finora conosciuta arranca o sta fallendo, applicando invece le ragionevoli prescrizioni di Rodrik, una volta svuotate le pretese pan-razionali dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, si possono veramente esorcizzare i rischi di ritorni a forme di protezionismo e mercantilismo aggressive, e con le guerre commerciali, i conseguenti rischi di fomentare anche le guerre guerreggiate (che già dilagano come conflitti di origine regionale e pseudo-religiosa)?
E – velleitarismo per velleitarismo, utopia per utopia – mi chiedo invece se la strada giusta non possa essere quella tentata dalla vituperata Europa (ora purtroppo veramente in ribasso) e cioè aggregare in forma federale le realtà statuali a scala dei singoli continenti, riducendo il numero dei grandi soggetti mondiali, sia nei mercati che negli interessi geo-politici, e quindi così disinnescare alla radici le ragioni dei conflitti tra nazioni, sia economici che militari. Dando spazio invece ad uno sviluppo delle contraddizioni sociali, attorno alle ragioni del buon vivere e quindi con un debito ascolto alla sofferenza dei poveri ed alla crisi ecologica del pianeta su cui abitiamo.

Fonti:

  1. Dani Rodrik - “LA GLOBALIZZAZIONE INTELLIGENTE” - Laterza, Bari 2014
  2. David Graeber – “DEBITO. I PRIMI 5.000 ANNI” - Il Saggiatore, Milano 2012
  3. Giovanni Arrighi - “IL LUNGO XX SECOLO. Denaro, potere e le origini del nostro tempo” – Il Saggiatore, Milano 2014
  4. Angus Deaton - “LA GRANDE FUGA – salute, ricchezza e origini della disuguaglianza” - Il Mulino, Bologna 2015
  5. Daron Acemoglu e James A. Robinson - “PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO - Alle origini di potenza, prosperità, e povertà” – Il Saggiatore, Milano 2014
VEDI RECENSIONI MIE SU 2-3-4-5 IN APPOSITI POST E NELLA PAGINA "ULTERIORI LETTURE"

UTOPIA 21 - GENNAIO 2017: IL DIFFICILE PERCORSO VERSO LA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE DEI FABBRICATI


IL DIFFICILE PERCORSO VERSO LA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE DEI FABBRICATI.

di Aldo Vecchi



Il tema della sostenibilità ambientale in edilizia sta maturando con difficoltà, a partire dalle più consoliate certificazioni energetiche. Stanti i limiti delle normative vigenti, il settore è stimolato da protocolli volontari di qualificazione energetica, di iniziativa pubblica e privata, la cui applicazione però presenta lacune e contraddizioni.



Riassunto:

sostenibilità dei fabbricati (nuovi e vecchi), energetica ed ambientale;

limiti della normativa e dei piani urbanistici e territoriali;

i protocolli volontari e le certificazioni di qualità ambientale;

pregi e limiti di LEED e di ITACA;

CASA-CLIMA-NATURE.



SOSTENIBILITA’ DEI FABBRICATI (NUOVI E VECCHI), ENERGETICA ED AMBIENTALE; LIMITI DELLA NORMATIVA E DEI PIANI URBANISTICI E TERRITORIALI

Il tema della sostenibilità ambientale dei fabbricati è abbastanza conosciuto riguardo all’aspetto energetico, perché la normativa vigente in Italia (ed in Europa) pone precisi obblighi, operativi per le nuove costruzioni (e per le ristrutturazioni “pesanti”) e conoscitivi anche per parte dei fabbricati esistenti, attraverso la prescrizione della certificazione energetica (A.P.E. ovvero Attestato di Prestazione Energetica) per i passaggi di proprietà e per i contratti di affitto.

Sul mercato delle nuove costruzioni (per quanto in questi anni di crisi piuttosto depresso) la classificazione energetica inizia a contare: si vedono infatti molte pubblicità di interventi immobiliari che vantano “la classe A”.

Invece, per quanto riguarda il patrimonio edilizio consolidato, tale diffusione informativa, benché affiancata da incentivi fiscali in favore della riqualificazione energetica dei fabbricati esistenti, non ha finora prodotto una effettiva crescita comportamentale nella grande massa dei proprietari dei fabbricati stessi, i cui consumi di gasolio, metano ed elettricità continuano a pesare notevolmente sulle emissioni di anidride carbonica del nostro paese; ciò malgrado il relativo successo di alcuni interventi parziali, quali l’inserimento di pannelli solari e fotovoltaici.

Ancora minore è l’incidenza sull’insieme della popolazione degli altri aspetti della sostenibilità ambientale del settore edilizio, che è solo in parte normata da leggi statali e regionali, relative a singoli settori, con cui si vietano scelte nocive (ad esempio in materia di scarichi di acque piovane e fognarie, ecc.) oppure si impongono o incentivano alcune scelte virtuose (ad esempio in materia di acustica, di illuminazione, ecc.); la sensibilità popolare contro gli agenti inquinanti appare invece assai più consistente nei confronti dei fattori esterni alle abitazioni, quali industrie e mezzi di trasporto.

E’ a mio avviso improbabile quindi che a breve termine si verifichi una maturazione culturale tale da rendere necessaria una svolta legislativa (nazionale, ma anche europea) verso un assetto complessivamente sostenibile delle nuove costruzioni (e a maggior ragione per il patrimonio edilizio consolidato), anche se tali tematiche sono largamente presenti nella redazione dei piani urbanistici comunali in questo inizio di secolo, in applicazione della Direttiva Europea sull’obbligo di Valutazione Ambientale Strategica di tali piani (da effettuare con procedure di partecipazione delle popolazioni interessate): valutazioni che purtroppo si svolgono senza linee-guida tecniche unificanti, almeno a scala regionale, tali da consentire serietà di confronti e verifiche; mentre è possibile che gli stessi piani territoriali e comunali includano (come raramente avviene) standard minimi ed incentivazioni organicamente finalizzate ad una maggiore sostenibilità del costruito e del costruendo.



I PROTOCOLLI VOLONTARI E LE CERTIFICAZIONI DI QUALITA’ AMBIENTALE

In questa situazione largamente indefinita e sperimentale, si collocano alcune iniziative volontaristiche, di origine pubblica e privata, ed in parte internazionale, per promuovere standard qualitativi avanzati, tramite la redazione di protocolli procedurali e la formulazione di tabelle di indicatori quantificati, nonché la certificazione dei risultati conseguiti dai singoli progetti.

E’ interessante considerare che l’attuale normativa nazionale sulla Attestazione delle Prestazioni Energetiche era stata anticipata localmente dall’esperienza di Casa-Clima nella Provincia Autonoma di Bolzano (collegata a più evolute realtà internazionali); e non a caso in tale ambito viene ora proposto la procedura più complessiva Casa-Clima-Nature, che rientra tra quelli esaminati in questo articolo.

Le iniziative di certificazione ambientale volontaria prevalenti ad oggi in Italia (trascurando il meno diffuso BREEAM, di origine inglese, ed oltre a Casa-Clima-Nature, che tratto a fine articolo), sono:

-          LEED, (acronimo di The Leadership in Energy and Environmental Design) proposto dall’associazione G.B.C. (Green Building Council), filiazione dell’omonima organizzazione statunitense, U.S.G.B.C., operante dal 1993 e successivamente divenuta  internazionale, e che presenta un modello funzionale simile in qualche misura alle “agenzie di rating” del mercato finanziario;

-          ITACA, realizzato dall’intesa tra le Regioni italiane e confluito, sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nella “Prassi Di Riferimento” (PDR) UNI n° 13/2015, e quindi seguendo il modello pubblicistico delle norme UNI, ISO, ecc., declinato per la residenza e per le diverse destinazioni d’uso non residenziali (contempla inoltre specifiche edizioni regionali).

Tali due iniziative stanno in alterni rapporti di competizione/collaborazione, e sono attorniate da Istituti di Certificazione e da un mondo di professionisti ed aziende che intendono in tal modo valorizzarsi nel mercato. 

Per la descrizione dettagliata di tali procedure valutative, rimando alle fonti primarie e secondarie elencate in appendice; di seguito i titoli dei “capitoli” in cui si inquadrano i singoli indicatori, per le costruzioni residenziali (ambedue i protocolli sono articolati anche per le varie destinazioni non residenziali):

LEED:

Siti sostenibili (22 criteri)

Gestione delle acque (4 criteri)

Energia e atmosfera (9 criteri)

Materiali e risorse (9 criteri)

Innovazione nella progettazione (2 criteri)

Priorità regionale (1 criterio, variabile localmente),

per un totale quindi di 47 indicatori.



ITACA/UNI:

Qualità del sito (6 schede)

Consumo di risorse (16 schede)

Carichi ambientali (6 schede)

Qualità ambientale indoor (6 schede)

Qualità del servizio (2 schede),

per un totale quindi di 36 indicatori.





PREGI E LIMITI DI LEED E DI ITACA

Pur accettando che la scomposizione di un progetto in una molteplicità di aspetti analitici e la ricomposizione del giudizio di sostenibilità attraverso un dosaggio di “punteggi” comporti necessariamente approssimazioni ed una inevitabile distorsione soggettiva, l’orizzonte culturale di tali protocolli ed indicatori, a mio avviso, dovrebbe essere quello di considerare:

-          che la sostenibilità riguarda in un insieme “olistico” e non settoriale gli aspetti economici, sociali ed ambientali;

-          che la città è un organismo complesso e non la semplice sommatoria di singoli edifici ecologici;

-          che la valutazione deve contemplare nel tempo tutto il ciclo di vita del fabbricato e delle sue componenti, nonché gli aspetti specifici dello svolgimento delle attività di cantiere.

Inoltre il “paniere” degli aspetti ambientali e socio-economici da esaminare dovrebbe essere il più possibile esaustivo (diversamente, per capirsi, dal “paniere Istat” per il rilevamento dei prezzi, che può a buona ragione essere campionario e limitarsi alle voci più significative).

Tali concetti sono in buona parte presenti nelle premesse teoriche delle iniziative in esame.

Però, pur esprimendo un doveroso apprezzamento verso gli sforzi comunque compiuti in direzione di un incremento della sensibilità ambientale di committenti, progettisti ed aziende (ed in parte quindi anche verso gli utenti finali), mi sembra doveroso rilevare che nello sviluppo concreto dei protocolli e degli indicatori si riscontrano per ora rilevanti carenze.

In merito all’ampiezza del “paniere”, dal confronto reciproco tra LEED/Italia e l’ultima versione di ITACA (PdR 13/2015, aggiornato nel giugno 2016) emerge ad esempio che il primo trascura fattori quali il benessere acustico e l’inquinamento elettromagnetico, mentre il secondo non contempla la verifica di emissività dei materiali, l’impatto luminoso verso l’esterno e sorvola sull’inquinamento da attività di cantiere.

Ambedue inoltre non si fanno carico in modo esplicito della correttezza dei rapporti di lavoro (rispetto dei contratti, anche nei sub-appalti) né nell’esercizio dei cantieri, né tanto meno nella produzione dei materiali e dei semilavorati.

Analogamente molto limitata è l’attenzione al possibile fine-vita della costruzione, presente in ITACA solo come “materiali riciclabili o smontabili” e non come verifica preventiva dei costi economici e ambientali della complessiva rimozione del manufatto e ripristino del sito.

Totalmente ignorato è il tema sociale ed economico dei costi e dei prezzi rispetto alla accessibilità dei fabbricati in progetto per i ceti meno abbienti: tra le righe si intuisce che al momento le case ecologiche sono un lusso che comunque riguarda solo una committenza agiata che se lo può permettere; ed anche che la gara alla certificazione ambientale si connota spesso più come (costosa) operazione di marketing per prodotti edilizi di alta gamma che non come effettivo sostegno alla ricerca del bene-abitare per tutti.

Come già sopra enunciato, è oggettivamente difficile un raccordo organico e tipizzabile con la strumentazione urbanistica comunale (e tanto meno territoriale), tuttavia i capitoli “Siti sostenibili” di LEED e “Selezione del sito” di ITACA mi sembrano quanto mai astratti dalle effettive problematiche locali e slegati dal quadro normativo che le regola (ciò stupisce soprattutto per ITACA, che promana dalle autorità regionali, le quali detengono ampi poteri proprio in materia di gestione del territorio e di valutazioni ambientali); LEED sembra ignorare il rapporto con le reti di urbanizzazione preesistenti e/o necessarie, mentre ITACA non contempla il tema della densità edilizia ed abitativa.

L’indicatore “adiacenza a infrastrutture”, scheda/criterio “A.10” di ITACA, di cui riproduco il frontespizio e la tabella/punti nella figura 1, mostra infine quello che secondo me è il principale difetto di questi sistemi di valutazione, e cioè la minima incidenza assegnata agli eventuali fattori negativi: nell’esempio della scheda A/10, le situazioni “virtuose” di limitata distanza dalle reti infrastrutturali preesistenti possono fruttare punteggi positivi da 3 a 6, qualora tale distanza risulti inferiore a 100 metri, mentre una distanza maggiore di 100 metri comporterebbe sempre e solo una penalizzazione limitata a “-1”, non proporzionale alla distanza stessa, che per assurdo potrebbe allungarsi nell’ordine dei chilometri.


FIGURA 1 – ESTRATTO DALLA “PRASSI DI RIFERIMENTO” UNI 13.1/2015 PER NUOVE COSTRUZIONI RESIDENZIALI



Tale irrilevanza dei fattori detrattivi si riproduce sistematicamente in tutte le tabelle della “prassi” ITACA/UNI, mentre in LEED esistono solo punteggi positivi: ciò può portare al paradosso che elevate prestazioni in taluni aspetti settoriali della progettazione nascondano di fatto pesanti carenze ambientali.

Sempre in materia di distanze, può essere significativo il fatto che LEED indica come “materiali regionali”, di cui ai “crediti M5.1 e M5.2”, l’impiego di materiali prodotti e lavorati ad una distanza inferiore a 350 km (erano circa 800 nel modello americano): quindi non esattamente “a chilometro zero”; inoltre per acquisire i suddetti crediti è sufficiente utilizzare tali materiali “locali” per una percentuale rispettivamente del 10% (M5.1) o del 20% (M5.2) sul totale del valore degli approvvigionamenti.

Tali peculiarità dei criteri premiali possono portare a sostanziali distorsioni nella procedura di progettazione, impiegando energie organizzative per conseguire i punteggi ITACA o LEED (ove i livelli più alti si chiamano LEED GOLD e LEED PLATINUM...), anziché perseguire più sostanziali livelli di sostenibilità ambientale su altri fronti della costruzione.





CASA-CLIMA-NATURE

Casa-Clima-Nature, ha invece uno schema molto più semplice, in qualche misura privo di alcune aberrazioni sopra descritte, perché fondato su soli 8 parametri (contro i circa 40 degli altri due metodi di valutazione sopra esaminati), per ciascuno dei quali fissa una soglia minima piuttosto elevata, senza ulteriori premialità (o si consegue la certificazione, oppure no): evidentemente però lascia scoperte numerose tematiche ambientali e tutte quelle socio-economiche.

I parametri di Casa-Clima-Nature:


Indice di efficienza dell'involucro

Indice di emissione di CO2

Impatto ambientale dei materiali da costruzione

Indice di impatto idrico WKW

Qualità dell'aria interna

Illuminazione naturale

Comfort acustico

Protezione dal gas radon.



Fonti:

1.    Maurizio Cudicio e Gianpaolo Forese – su EXPOCLIMA settembre 2015: “LA CERTIFICAZIONE DI SOSTENIBILITÀ DEGLI EDIFICI: CONFRONTO TRA I DIVERSI PROTOCOLLI” -  www.expoclima.net

2.    Lisa Bortolotto – su ARCHITETTURA SOSTENIBILE, luglio 2012: “LEED E ITACA: FIRMATO ACCORDO PER CERTIFICAZIONE UNICA” www.architetturaecosostenibile.it

3.    Filippo Simoncelli (JTS engineering) “IL SISTEMA DI CERTIFICAZIONE LEED® - LA SALVAGUARDIA AMBIENTALE NON PIÙ COME ONERE MA COME INVESTIMENTO” in www.albertoapostoli.com

4.    Alberto Lodi, Enrica Roncalli e Ilaria Minora – su ICMQ/I QUADERNI DI EDILIO, novembre 2011 “CREDITI LEED E MATERIALI DA COSTRUZIONE” in www.icmq.it

5.    PRASSI DI RIFERIMENTO UNI 13.1.2015 e UNI 13.1.2016: “Sostenibilità ambientale nelle costruzioni - Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità Inquadramento generale e principi metodologici” in www.itaca.org e www.proitaca.org

6.    PROTOCOLLI ITACA NAZIONALI 2011 e 2015: RESIDENZIALE, NON RESIDENZIALE, COMMERCIO, UFFICI, INDUSTRIA, SCUOLE in www.itaca.org

7.    Direttiva tecnica “CASA CLIMA NATURE” 2013 in www.agenziacasaclima.it

8.    Marino Ferrari e altri: “LA CARTA AMBIENTALE”-  Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2015

9.    Alberto Steidl: “LA CASA CINQUESTELLE – RECENS21 EFFICIENZA ENERGETICA E NON SOLO” – Graffiti, Varese 2011










UTOPIA 21 - GENNAIO 2017 - EDITORIALE: EUORPA, UTOPIA VISSUTA?


EUROPA, UTOPIA VISSUTA?

di Aldo Vecchi



L’unità europea, tra luci ed ombre, rappresenta comunque una esperienza inedita di sovranazionalità ed estensione dei diritti; e costituisce la materiale realizzazione dell’utopia europeista.

Una occasione per riflettere più in generale sulla difficile attuazione delle utopie, indispensabile per il sito “UTOPIA21”.



Riassunto: la percezione dell’Europa, tra diverse generazioni. I limiti intrinseci dell’unità europea, nella sua genesi e nei successivi sviluppi. I pregi ineguagliati dell’Europa nel campo della pace (almeno interna), dei diritti individuali (e in parte sociali) ed anche nella tutela dell’ambiente. Le difficoltà nella incarnazione delle utopie ed il problema della sostenibilità sociale delle scelte ecologiste.



Per Altiero Spinelli ed altri intellettuali di avanguardia tra le due guerre (a maggior ragione se oppressi dal fascismo, o addirittura rinchiusi in carcere o al confino) proporre l’unità europea era chiaramente un’utopia.

Per molti della mia generazione, se non coinvolti direttamente come emigranti, operatori economici o almeno come turisti, l’unità europea è risultata spesso un argomento retorico, da ascoltare nei telegiornali o da affrontare nei temi scolastici.

Per molti giovani è una acquisizione scontata, un territorio aperto per muoversi, studiare, cercare lavoro (quando non accade di cercarlo più lontano).

Per quasi metà degli italiani, stando ai sondaggi, negli ultimi anni l’Europa (o quanto meno la sua unità monetaria) è anche diventata un fastidio, la causa remota o presunta di sofferenze e disagi connessi alla crisi economica ed alle politiche di austerità (ed in altri paesi è anche peggio come ha dimostrato il referendum inglese sulla “Brexit”).



Non intendo trascurare pesanti elementi negativi che a mio avviso connotano l’unità europea fin dal suo nascere (e addirittura nei suoi “cromosomi nazionali”) e nelle ragioni e modalità della sua crescita:

-          la sua costruzione sotto l’ombrello della nuova potenza occidentale, gli U.S.A., in contrapposizione al blocco sovietico durante la “guerra fredda”,

-          la sua connotazione come raduno dei vecchi padroni del mondo, seppure spolpati o sconfitti nel ciclo di 2 guerre generate in Europa e dall’Europa imposte al mondo intero,

-          la permanenza di una politica estera, commerciale ed in parte anche militare, antagonistica rispetto agli interessi dei paesi poveri ed emergenti, dal protrarsi delle colonialismo inglese e francese fino



-          agli anni ’60 a varie forme di neo-colonialismo in seguito, dalla gestione dei prezzi agricoli alla subordinazione agli interessi degli U.S.A. in vari scacchieri geo-politici (Indocina, Medio Oriente, ed altri),

-          la sua impronta costitutiva schiacciata sui dogmi della libertà di impresa, della stabilità monetaria e della circolazione delle merci prioritaria su quelle delle persone, con il benessere sociale come variabile dipendente,

-          la sua architettura istituzionale farraginosa, con prevalenza degli elementi tecnocratici e burocratici, in cui quasi si disperdono le tracce del mandato popolare primario delle istituzioni, pur chiaro nei singoli Stati membri e nel Parlamento Europeo.

Tuttavia l’Unione Europea resta il primo esempio nella storia moderna di una grande confederazione tra stati di eguale dignità, sorta senza alcuna predominanza militare dell’uno su altri (vedi invece le storie dell’unità d’Italia e della Germania, ed anche la federazione Svizzera non maturò senza guerre intestine); nel confronto con gli Stati Uniti d’America va sottolineata  a mio avviso non solo la dilacerante Guerra di Secessione, ma il peccato originale del nuovo stato, che - mentre  proclamava il diritto alla felicità per tutti gli uomini - si fondava sul genocidio degli indigeni e sulla tratta degli schiavi africani.

Il processo di unità europea invece si avvia per lasciarsi alle spalle il peggio delle esperienze nazionaliste, non solo di guerre, ma anche il nazi-fascismo e le persecuzioni razziali.

E si qualifica da 50 anni come spazio di pace e sovranazionalità, un segmento di quel “governo mondiale” ipotizzato da Kant e altri utopisti, e che è molto debolmente riflesso nell’ONU e negli altri organismi internazionali (che attualmente subiscono, e non governano, la globalizzazione dei mercati: si veda su questo tema in questa uscita di UTOPIA21 la recensione a mia cura sul testo di Rodrik)



Nello spazio europeo si affermano concretamente i principali istituti giuridici relativi ai “diritti umani” (con fatica estesi anche in parte a rifugiati e migranti) ed anche ai diritti sociali (seppur non omogenei in favore dei disoccupati, ad esempio proprio in Italia ed in Grecia); condizioni che sono presenti solo sporadicamente in altre parti del Mondo, tolti Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda; e che rispecchiano, in parte, più antiche utopie di avanguardie illuministe, radicali, socialiste.

Inoltre, benché percorso da una quantità eccessiva di automobili (assumendo la motorizzazione privata come paradigma del consumismo anti-ecologico) e da ingombranti interessi industriali e finanziari, il territorio dell’Europa Unita si è venuto a configurare anche per la diffusa sensibilità ambientale, che l’ha portata a svolgere un ruolo di avanguardia, sia come esempio di progresso convergente delle legislazioni nazionali (acque, aria, cicli produttivi, paesaggio, ecc.), sia come protagonista nelle trattative internazionali sul clima e sull’ambiente.   



Come redattore di “UTOPIA21”, mi piace pensare che tale quadro pressoché unico di luci ed ombre, rappresenta anche la concreta realizzazione (non l’unica possibile, ma quella che è stata storicamente attuata) di quella remota utopia europeista di Spinelli e compagni (che pure sognavano un’Europa migliore), e quelle ancor più remote degli illuministi e liberali e socialisti; per capire se è così che si riescono a materializzare le utopie, non solo rose e fiori, ma anche le spine (trascuro l’utopia comunista, perché, a quel che pare, le spine furono più delle rose).

Venendo agli attuali orizzonti, purtroppo utopici, di una piena sostenibilità ambientale del divenire di questa società, mi sembra importante essere consapevoli che un serio mutamento nella struttura produttiva e nei consumi, adeguato alle necessità di riequilibrare il rapporto tra uomo e ambiente, comporta dosi massicce di “austerità”, anche maggiori di quelle che attualmente vengono imposte (spesso con modalità inique) per salvare bilanci statali oppure futuri equilibri demografici, banche oppure monete.

Si pone quindi la problematica della sostenibilità sociale, che non è solo materia di equità (i sacrifici attuali sarebbero certo più sopportabili se più equamente distribuiti), ma anche di puro e semplice consenso, cioè di compatibilità tra democrazia intesa come gestione tendenzialmente egualitaria dei beni comuni (e quindi includente il riequilibrio ambientale, per non togliere il diritto di una vita dignitosa alle generazioni umane future ed agli altri esseri viventi) e democrazia intesa come immediata espressione degli orientamenti di tutti gli attuali cittadini (che comunque ci appare come il primo ed inalienabile “bene comune”); conflitto che appare evidente nei recenti risultati elettorali di diversi paesi occidentali e che viene spesso catalogato come scontro tra “populismi” e razionalità.

Si tratta di un problema con implicazioni antropologiche e sociologiche, prima ancora che politiche, su cui UTOPIA21 si impegna a ritornare (dopo averlo già affrontato in parte, ad esempio, con il contributo di Fulvio Fagiani sull’educazione ambientale - NOV16 -  ed anche marginalmente nel mio contributo sulla prevenzione sismica - OTT16 -).





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domenica 1 gennaio 2017

DOPO IL REFERENDUM 2: DEMOCRAZIA, PARTITI E LEGGI ELETTORALI


A - IL PD E GLI ALTRI

Anche se l’argomento dell’organizzazione del PD interessa, in termini non strumentali ai propri interessi di corrente, quasi solo a Fabrizio Barca, che da anni cerca di formulare sensate e poco ascoltate proposte (ad esempio organismi dirigenti nazionali non elefantiaci e non schiacciati dalla diretta-in-streaming), penso invece che la questione, ancorché ostica, dovrebbe stare a cuore a tutti quegli italiani che ancora tengono veramente alla democrazia in questo paese, compresi coloro che da sinistra hanno votato NO al recente referendum.

Perché tra le altre forze politiche rilevanti di democrazia ce n’è comunque molto poca (se c’è in piccole formazioni di sinistra o di centro, è comunque oggettivamente poca cosa, data la loro attuale dimensione e le incerte prospettive):

-          A destra, Salvini e Meloni &C potrebbero anche essere espressione di meccanismi partitici encomiabili (lo ipotizzo in linea del tutto teorica), ma è comunque anti-democratica l’essenza dei loro programmi, imperniati da un lato sull’esclusione degli immigrati, che nega l’universalità dei diritti umani e dall’altro lato su una proposta di una tassazione dei redditi ad aliquota unica, che contraddice il fondamentale principio democratico della progressività del fisco (e smentisce ogni loro pretesa di rappresentare il popolo)

-          Al centro-destra Forza Italia permane tuttora una struttura monarchica, anche se il vecchio Re rischia di perdere addirittura gli originari possedimenti del Milan e di Mediaset

-          Né a destra né a sinistra, pare veleggiare con favor di sondaggi il Movimento5Stelle, iper-democratico per alcuni aspetti formali (senza dirette-streaming, sia comunque ben chiaro), ma in modo evidente tuttora consustanziato nel potere personale e aziendale di Grillo&Casaleggio Associati (il “passo indietro” di Grillo è stato da lui smentito, quando ha sciolto l’improvvisato Direttorio, non diversamente dal “ritiro dalla politica” annunciato da Renzi&Boschi; il passo oltre di Casaleggio padre, indubbiamente irreversibile, è stato colmato dalla ereditarietà diretta monarchico-aziendale, che nemmeno ad Arcore è stata perseguita).

B: SEGRETARIO E PREMIER?

Riflettendo sulle angustie attuali del PD, ma anche sulla sua precedente breve storia, mi appare sempre più insensata la norma della coincidenza di incarichi tra Segretario del Partito e Presidente del Consiglio (o candidato-presidente), intimamente connessa con la pretesa “vocazione maggioritaria” e con il tipo di legge elettorale in vigore nel tempo.

Sotto il profilo formale già non si combinano le autonome cadenze congressuali del PD con la durata (teorica ed effettiva) delle legislature: che senso ha tenere i congressi nel 2008-2011-2014-2017, quando le elezioni politiche si dovevano svolgere nel (2006)-2011-2016 e cadono poi invece nel (2006)-2008-2013-(2017 o 2018)? E’ ragionevole che un premier in carica sia potenzialmente sconfessato dal congresso del suo partito, dopo un periodo casualmente predeterminato in 1 o 2 o 3 anni?  Oppure che il vincitore di un congresso rimanga comunque candidato-premier in una stagione politica nel contempo radicalmente mutata, perché gli eventi storici non aspettano i congressi?

Bersani, eletto segretario nel 2011, rimediò proponendo volontariamente nuove primarie (per altro di coalizione) prima delle elezioni del 2013; Renzi dovrebbe fare quanto meno altrettanto, ed invece pare che pretenda di ri-candidarsi a premier, dopo la batosta delle comunali e del referendum, sulla base della mozione congressuale con cui vinse il congresso dell’ormai lontano 2014  (dove ad esempio proponeva di svolgere una consultazione  di base, promossa dal partito, sui temi delle riforme della scuola e del lavoro, mentre oggi sappiamo che ha poi condotto la consultazione sulla scuola come Governo ed ha poi concluso la riforma del lavoro senza alcuna consultazione di massa, ed anzi ignorando anche il parere finale del Parlamento ed i saggi consigli di Cesare Damiano).

Sta di fatto che in otto anni il PD ha alternato 3 segretari eletti tramite primarie (Veltroni-Bersani-Renzi) con 2 segretari di transizione (Franceschini ed Epifani), e 3 presidenti del consiglio di cui 2 di transizione, mai eletti segretari (Letta e Gentiloni).

La coincidenza delle due cariche, al vertice di Governo e Partito, è stata sperimentata solo nei mille giorni di Renzi e se sulla sua esperienza di governo sono possibili differenti giudizi, ma è innegabile l’energia profusa e la concretezza di molti risultati, per quanto riguarda il partito è difficile trovare elementi di valutazione positivi, tranne l’attenuante che già prima la Ditta non stava tanto bene: la rottamazione si è fermata, le correnti ed i potentati locali hanno continuato a proliferare, non si è vista iniziativa politica autonoma dal governo, con gli organismi nazionali (segreteria, direzione e assemblea) schierati a difesa di ogni scelta del leader (comprese quelle più improvvisate ed a mio avviso inopportune, come l’abolizione delle tasse sulla prima casa fino ai più alti livello di rendita e di reddito).

C: PD TRA VACAZIONE E VOCAZIONI

Questa condizione di “vuoto sostanziale” del PD come partito lo riduce ad una sorta di “spazio elettorale”, che prospera tuttora perché il campo di forze esterne negative (M5Stelle e Destra) risulta radicalmente indigesto a troppe persone “benpensanti”, ma rischia di essere dilaniato dal “campo di debolezze” che all’interno se ne contendono il controllo: cosicché a breve termine è difficile che maturino serie alternative alla declinante leadership di Renzi, sia nell’area variamente renziana, sia a sinistra, dove tuttora vige l’inesorabile legge della contrapposizione di candidati (sempre quindi a vantaggio di Renzi): ieri Cuperlo-Civati (poi a Milano Majorino-Balzani) ed oggi Speranza-Rossi.

La linea della “vocazione maggioritaria” dovrebbe essere alternativa a quella della “politica delle alleanze”:

-          la prima comporta un partito plurale, ma unito su forti elementi programmatici, capaci di pescare consenso in più direzioni; enunciata da Veltroni, con i suoi flebili “ma anche” e perseguita da Renzi, ha avuto un certo successo nei primi 100 giorni (40% al solo PD alla europee del 2014), ma pare sostanzialmente fallita alla distanza dei 1000 giorni (sempre 40% al referendum costituzionale, ma in condominio con altri flussi elettorali, e quando occorreva almeno  un 51%): sia per il partito, né veramente plurale né tanto meno unito, sia per il programma, che alla fin fine ha scontentato a sinistra senza guadagnare al centro;

-          la seconda invece richiede un più chiaro riconoscimento della propria capacità di rappresentare idealità, ceti e interessi, e la successiva ricerca di mediazioni con altre rappresentanze di idealità, ceti ed interessi: rammenta vecchie cose, dal miglior Pci al miglior Prodi, ma difficilmente può essere riesumata dagli avanzi della ditta D’Alema-Bersani (dove a mio avviso non si è sedimentato il meglio del PCI).

D: QUALE LEGGE ELETTORALE?

In ogni caso mi sembra improbabile riattivare una “vocazione maggioritaria” senza una legge elettorale maggioritaria, e mi pare che tiri un’aria parecchio proporzionale (pienamente proporzionale, d’altronde, è il meccanismo già vigente per il Senato, a seguito della Sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum):

-          l’Italicum, sconfessato indirettamente dal referendum ed abbandonato dallo stesso Renzi (prima con il lodo Cuperlo e poi con l’appello per il ritorno al Mattarellum), in attesa di giudizio parziale presso la Corte Costituzionale, essendo previsto per la sola Camera, sarebbe comunque quasi impossibile da estendere al Senato, sia per motivi tecnici (il precetto costituzionale della base regionale delle rappresentanze, e quindi degli eventuali “premi”, precetto che ha inficiato anche il Porcellum) sia per motivi politici (chi lo voterebbe?)

-          lo stesso Mattarellum, che non è affatto facile da rimettere in pista sotto il profilo tecnico (andrebbe adeguato alle norme costituzionali sopravvenute sulla parità di genere e sul voto degli italiani all’estero, ed anche nel disegno dei collegi, per i mutamenti demografici intercorsi), incontra a quanto pare rilevanti ostilità politiche da parte dei 5Stelle, di Forza Italia e dei centristi; inoltre, anche se non è vero che ai suoi tempi si accompagnava ad un quadro politico bipolare*, tra quota proporzionale e scorporo, non è detto che assicuri, sia alla Camera che al Senato, maggioranze certe a singoli partiti o coalizioni.

Ancora una volta “grande è il disordine sotto il cielo”, e non solo riguardo alle leggi elettorali, ma in compenso, smentendo Mao-Tse-Tung, la “situazione” non mi pare affatto “eccellente”.



NOTA (vedi anche riepilogo di Roberto Roscani su l’Unità di fine dicembre):

-          nel 1994 i poli erano 3: Progressisti – Popolari+Segni – ForzaItalia+LegaNord(al nord)+AlleanzaNazionale(al centro-sud) e Berlusconi vinse solo alla Camera (poi recuperò Tremonti e altri transfughi centristi al Senato);

-          nel 1996 i poli erano tra 3 e 4: Ulivo e Rifondazione con patto di “desistenza” (finché Bertinotti lo lasciò permanere) – ForzaItalia+AlleanzaNazionale – LegaNord da sola;

-          nel 2001 i poli erano ancora 3: Rifondazione da sola – Ulivo – CentroDestra unito;

-          nel 2006, quando i poli finalmente erano 2, il Mattarellum fu abrogato per far posto al Porcellum… (e tentare così di non far ri-vincere Prodi, limitando così le spese per l’acquisto di senatori da parte di Berlusconi: vedi sentenza in giudicato per il caso DeGregorio:; tanto per ricordare cosa può essere in Italia la “democrazia”).