mercoledì 24 maggio 2023

UTOPIA21 - MAGGIO 2023: LA CONCRETEZZA DELL’IMMIGRAZIONE, A SESTO CALENDE E DINTORNI

 

Intervista ai volontari impegnati, da 30 anni ad oggi, nelle attività di sostegno ai migranti, in occasione del convegno “da migranti a cittadini: 30 anni di immigrazione”, tenutosi il 28 gennaio 2023 presso la parrocchia di San Bernardino

 

 

AV Il Vostro convegno mi ha incuriosito, sia per la durata del Vostro impegno di volontari, sia per l’ampiezza del flusso sociale così monitorato.

 

Giovanni 30 anni sono quasi una generazione e infatti i nostri primi giovani alunni e soci ora sono qui con i capelli grigi e figli e nipoti intorno, a raccontarci le loro storie. Assieme a loro gli ultimi arrivati, con sulle spalle e nel cuore un maggior peso di ricordi, sofferenze, delusioni, perché rispetto a 30 anni fa l’Italia e l’Europa non sono più l’approdo di speranze e promesse di vita migliore, ma muri di ostilità, indifferenza, burocrazia, disprezzo se non addirittura cemento e acciaio elettrificati. I volontari di Cittadini del Mondo (in questi 30 anni ci siamo attivati in 202!) si sono messi a disposizione, ciascuno con le sue competenze e la sua buona volontà, per dare a chi veniva a stare tra noi gli strumenti linguistici, culturali e burocratici necessari per vivere con dignità. Abbiamo conosciuto circa quattromila “alunni” da settantadue paesi del mondo. Abbiamo imparato a stimarci, abbiamo allargato amicizie, abbiamo apprezzato altre culture. Alcuni di loro sono rimasti, hanno ricostruito qui la loro vita.

 

AV Dopo le relazioni iniziali sui dati statistici, sulla legislazione e sulle attività istituzionali degli “sportelli” per gli immigrati, il Convegno è stato impostato soprattutto per ascoltare la voce degli stessi migranti?

 

Giovanni Sono i protagonisti di questa giornata, a cui ne seguiranno altre per approfondire diversi aspetti del fenomeno dell’immigrazione (scuola, lavoro, casa….). Gli abbiamo dato la nostra lingua e la useranno per rivolgersi a noi da concittadini.

Dopo diversi anni di conoscenza, scambio, amicizia con cittadini provenienti da tutto il mondo si viene disegnando, a partire dalle loro esperienze, impressioni, consapevolezze, un ritratto di quello che siamo noi, della nostra civiltà, delle nostre pratiche quotidiane, dei nostri “valori”. I loro racconti sono uno specchio nel quale guardarci a volte con sorpresa. Ma come, davvero? Emergono tratti certamente di bellezza, accoglienza, generosità da parte di molti di noi. Purtroppo si evidenziano aspetti del nostro Paese che ostacolano, che rendono molto difficile intraprendere qualsiasi iniziativa. Non che non lo sappiamo e non ce ne lamentiamo tra di noi quotidianamente. Ma ascoltarli da “altri” – anche se inizialmente forse un pochino ci irrita – “Del mio Paese, come della mia famiglia, posso parlar male solo io!” – ci conferma che lavorare per risolvere i problemi degli altri significa lavorare per vivere meglio tutti.

 

AV Poiché mi risulta difficile sintetizzare in questa intervista la ricchezza e la molteplicità dei punti di vista e dei linguaggi nelle decine di interventi (che si possono leggere sul sito https://cittadinidelmondo.blog/ ), mi limiterò a riportare invece le voci dei volontari, che riassumono le principali attività svolte ed in corso: innanzitutto, com’è nata la Vostra Associazione?

 

Mirella Non è nata da un progetto, ma da una serie di incontri e situazioni che a loro volta ne hanno generato altri: Hicham cerca Giovanni per un posto di lavoro, Giovanni parla con Elena che sente Maria che conosce Sylla …. Esce la legge Martelli (1990), sull’immigrazione. Giovanni organizza incontri pubblici per spiegarla, Mamadou Mansur e Mohamed si offrono di aiutare a tradurla, ne nasce una versione plurilingue che viene pubblicata dalla CGIL Lombardia. E con la versione nasce la scuola di italiano, con l’aiuto di qualche insegnante disponibile. E’ a questo punto che da un confuso, ma splendido, coinvolgimento di persone diverse sorge la necessità di diventare interlocutori ufficiali delle scuole, del sindacato, del Comune e nel 1999 viene  fondata “Cittadini del Mondo”, da subito internazionale: presidente Giovanni, vicepresidente Mamadou. Poi sono continuati gli incontri e le situazioni che a loro volta ne hanno generato altri….

 

AV Operate in un campo che vi porta a misurarvi spesso sui temi della cultura, della religione, delle tradizioni… la vostra associazione rivendica uno statuto laico…

 

Giovanni Che significa carattere laico? Lo statuto dice che siamo aconfessionali e apolitici. I nostri volontari sono venuti per motivi diversi: andare in paradiso, fare la rivoluzione, aiutare il prossimo, sentirsi realizzati, preparare la tesi di laurea sulla mediazione interculturale... il resto lo spiega la nostra storia di incontri con tante persone diverse.

 

Mirella In realtà non ci siamo mai posti il problema. Credo che siamo un po’ tutti come l’Arlecchino di Serres (in “Laicità”, 1992): vestiti di tutti i colori, un po’ laici, un po’ credenti, tutti sospesi in una molteplicità senza fondamenta. Bene: così possiamo guardarci e darci la mano senza troppi pregiudizi. 

 

AV Oltre ai corsi di italiano per adulti, vi occupate anche di sostegno didattico ai più giovani?

 

Laura Il doposcuola dell’associazione Cittadini del Mondo nasce tanti anni fa su richiesta degli adulti che frequentavano la scuola d’italiano per stranieri, per dare sostegno alle attività scolastiche dei loro figli/e. Parte per alunni e alunne della scuola elementare con persone volontarie che si alternano negli anni. Negli ultimi anni, dal 2015, è stato avviato anche un doposcuola per la scuola media, che ora si svolge due pomeriggi alla settimana, in collaborazione con una educatrice assegnataci dall’Amministrazione Comunale. Alunni e alunne vengono segnalati/e dalle insegnanti in base alle difficoltà. Volontarie e insegnanti si coordinano sugli obiettivi prioritari: il doposcuola è un aiuto per i compiti, per lo studio e per l’organizzazione e la costruzione di un metodo di studio. Sottolineo che la scuola media è un passaggio importante di crescita, anche per la successiva scelta per la continuazione degli studi, che condizionerà il futuro, ed è quindi importante sostenere alunni e alunne di famiglie di origine straniera per pari opportunità. Anche i doposcuola sono (con limiti e a volte con “frustrazioni”) uno strumento di accoglienza e inserimento. Alunni e alunne che a casa parlano la lingua di origine della famiglia hanno in questo una doppia esperienza: positiva, perché è importante mantenere viva la cultura d’origine; a volte manca il supporto dei genitori perché sono scolarizzati in altra lingua, ma c’è l’opportunità di fare un’esperienza preziosa di bilinguismo, che è un rinforzo/allargamento lessicale e strutturale e di orizzonti. Ci sono difficoltà iniziali, ma ragazzi e ragazze bilingui hanno competenze in più da riconoscere e valorizzare.

Un altro punto di collaborazione tra scuola media e Cittadini del mondo è il progetto NAI, Nuovi Arrivati in Italia. Vengono integrati gli interventi di insegnanti, educatrici e di una volontaria dell’Associazione. Anche qui è importante avere dei momenti dedicati di ascolto e scambio con ragazzi e ragazze appena arrivati (dall’inizio dell’anno scolastico ne sono arrivati 6 alla scuola media), anche per poter conoscere le loro competenze, nascoste dalle barriere linguistiche. Fortunatamente alunni e alunne assorbono velocemente la nuova lingua, anche attraverso la vita quotidiana condivisa con coetanei/e a scuola e fuori.

 

Al convegno si sono alternati anche interventi di altre associazioni e realtà sul territorio che si interessano dei cittadini stranieri. In particolare sentiamo la voce della San Vincenzo di Sesto Calende e di don Matteo Rivolta (Caritas provinciale)

 

AV Le attività di carattere didattico si intrecciano anche con attività più propriamente assistenziali?

 

Isabella La nostra Associazione ODV San Vincenzo De’ Paoli si occupa da anni di assistere famiglie in difficoltà sul nostro territorio. Attualmente le famiglie che assistiamo sono circa 50, la maggior parte delle quali sono extracomunitari, per Io più nordafricanï. In termini numerici, un aumento considerevole, pari al 30%, si è registrato in seguito alla pandemia da Covid19. Motivo rilevante nell’aumento degli immigrati nel nostro paese è indubbiamente il ricongiungimento famigliare e di conseguenza una seconda generazione di figli nati in Italia, più integrati, scolarizzati, con conoscenza della lingua italiana e una dicotomia da gestire tra valori culturali della terra di origine, ai quali i loro genitori sono fortemente legati, e la cultura del paese di accoglienza. Le difficoltà nascono principalmente dalla mancanza di lavoro di uno o in molti casi, di entrambi i coniugi. Da qui l’impossibilità di far fronte ai pagamenti di canoni di affitto e bollette, con conseguenti azioni di sfratto e sospensione di erogazione di luce e gas. L’impossibilità di avere in Sesto abitazioni in affitto è un altro aspetto rilevante, che comporta non poter aiutare le famiglie sfrattate (anche con figli minori) a trovare una nuova sistemazione, soprattutto per quanto concerne persone straniere, che spesso non hanno gestito al meglio le abitazioni a loro assegnate.

 

AV Questa rete di iniziative non è limitata a Sesto Calende …

 

Don Matteo La storia dell’accoglienza degli immigrati ad Angera inizia nel luglio 2017, quando la cooperativa Integra ha avuto in affido ad Angera 16 giovani immigrati e l’Amministrazione Comunale ha chiesto un aiuto alla parrocchia. Ne è nata subito una scuola di italiano, in collaborazione con le Acli di Angera e Cittadini del Mondo di Sesto Calende. Per la scuola di italiano in breve si sono resi disponibili più di 20 volontari che hanno coinvolto anche altri alunni: giovani e donne da Marocco, Tunisia, Eritrea, Ukraina, Sud America e SriLanka. La collaborazione si è allargata a Casa Cecilia di Taino, che ospitava minori stranieri non accompagnati e nel 2019, tramite anche Cittadini del Mondo, i ragazzi hanno conseguito i certificati A1, A2, di licenza media o hanno comunque imparato a leggere e scrivere. Nel frattempo i ragazzi hanno trovato in parrocchia diverse possibilità di lavoro, da piccoli lavoretti per dare una mano a nuovi laboratori artigianali: sartoria, falegnameria, giardinaggio, bigiotteria, ravioli, frutta disidratata. Il risultato di queste attività, sia la scuola che i laboratori, è stata una maggiore partecipazione diretta e dignitosa alla vita di Angera, la possibilità di guadagnare qualcosa per sé e le proprie famiglie. Tutto ciò ha favorito anche una maggiore capacità di accoglienza da parte degli impresari della zona: nel 2019, a due anni di distanza dal loro arrivo, tutti i ragazzi stavano lavorando con regolari contratti di lavoro. Il contesto di Angera è diventato così accogliente per i ragazzi immigrati (e anche grazie a loro) che quando il 31 maggio 2019 la Prefettura volle trasferirli a Varese in altre comunità protette, chiudendo il CAS di Angera, dieci di loro, su quattordici, hanno rinunciato al programma di protezione per rimanere ospitati nella comunità parrocchiale, dove evidentemente si sentivano più sicuri, che ha gestito questa emergenza sempre in contatto con la Questura, con la Prefettura di Varese e la diocesi di Milano tramite la Caritas. In questo modo la comunità parrocchiale è diventata punto di riferimento per tanti altri ragazzi immigrati che si sono rivolti a noi per chiedere un lavoro, una casa, un aiuto burocratico o una relazione umana e accogliente. Tutti i ragazzi accolti nel 2017 hanno avuto permessi di soggiorno definitivi e quasi tutti sono riusciti a tornare nel proprio paese a salutare le proprie famiglie. Il cammino intrapreso in questi anni ha portato molti di noi a scoprire nuove conoscenze e stringere amicizie inaspettate, non solo con coloro che si sono accolti, ma anche all’interno della nostra comunità. L’esperienza arricchente di questi anni ha consentito alla nostra comunità di sviluppare una capacità di accoglienza che ha permesso di rispondere prontamente anche all’emergenza ucraina che si è presentata nel 2022.

 

 

 

aldovecchi@hotmail.it

 

 

Fonti:

1.    Associazione Cittadini del Mondo ODV – DA MIGRANTI A CITTADINI. 30 ANNI DI MIGRAZIONE – 1° INCONTRO “LA VOCE DEI PROTAGONISTI – 28 GENNAIO 2023 - https://cittadinidelmondo.blog/

 

giovedì 23 marzo 2023

UTOPIA21 - MARZO2023: RECENSIONE - SUGLI “APPUNTI DI STORIA E TEORIA DELL’UTOPIA” DI CARLO ALTINI

 SUGLI “APPUNTI DI STORIA E TEORIA DELL’UTOPIA” DI CARLO ALTINI

di Aldo Vecchi

 

Breve riepilogo di un sintetico panorama sull’ampio ventaglio delle utopie nella storia dell’Occidente

 

Sommario:

-       utopia e distopia nella crisi della modernità’

-       dai filosofi greci al Rinascimento, ed oltre

-       utopia degli anti-utopisti

-       llluminismo, e considerazioni finali

 

UTOPIA E DISTOPIA NELLA CRISI DELLA MODERNITA’

 

L’introduzione di Carlo Altini al testo, edito da “Il Mulino” nel 2013, “Utopia – storia e teoria di un’esperienza filosofica e politica” 1 (di cui mi riservo di recensire in futuro anche i singoli contributi dei diversi Autori che lo compongono[1]) costituisce una sintetica esposizione del pensiero utopico (occidentale), inquadrato storicamente, anche se non è interamente proposta lungo una sequenza temporale lineare.

 

Infatti il primo capitolo si apre con il ri-proporre le note categorie utopia/distopia, evidenziando che la distopia pretende “omologazione culturale” ed una ‘perfezione sociale’ che bandiscono ogni ulteriore utopia, mentre l’utopia “giusta” comporta apertura e incompiutezza, attesa e libertà; e colloca le radici di tale dicotomia nella “modernità”, dove l’homo faber inizia a progettare la stessa società umana.

Mentre il secondo capitolo ne attualizza il dibattito rispetto alle recenti fasi storiche:

-       della caduta del socialismo reale e della connessa utopia liberale di un mondo senza barriere e senza guerre;

-       della realtà della globalizzazione con l’emergere di nuovi conflitti e nuove crisi, sociali e migratorie, economiche e finanziarie, climatiche ed ambientali, politiche e religiose, e con il rinascere di soggetti pre-moderni come il fondamentalismo islamico;

-       della inadeguatezza dei modelli dello stato di diritto e del welfare ed anche in particolare degli incerti sviluppi dell’Unione Europea (in cui comunque l’Autore ripone residue speranze).

Altini puntualizza la crisi della modernità nel passaggio da un “sapere è potere” (Bacon) assunto dall’Illuminismo come “prassi rivoluzionaria” ad un assetto attuale in cui i poteri monopolistici usano il sapere come dominio classista, acquisendo il consenso delle masse attraverso “il controllo dell’immaginario” (una sorta di “utopia dell’eterno presente”): e vede una speranza di democrazia solo attraverso la riappropriazione dal basso del sapere e dell’immaginario.

 

 

DAI FILOSOFI GRECI AL RINASCIMENTO, ED OLTRE

 

Dopo questo scorcio quasi militante sulla contemporaneità, l’Autore inizia ad esporre nei capitoli terzo e quarto una rassegna (in ordine cronologico) dei principali passaggi storici di maturazione della problematica dell’utopia, focalizzando in particolare l’attenzione sulla filosofia dell’antica Grecia e sulla svolta rinascimentale:

-       nel triangolo Sofisti/Socrate/Platone, evidenzia soprattutto il nascente conflitto tra la “filosofia” – che ricerca la “verità” contro le credenze tradizionali – e la “politica” – che invece esercita prudenza verso le tradizioni e verso gli interessi, perché ha bisogno di fondarsi su qualche mito e non può “sconfiggere la resistenza radicata nell’’amor proprio’ degli uomini, in definitiva nel corpo”; se nella pratica occorre accontentarsi della soluzione migliore tra quelle (imperfette) che sono possibili, si apre al peso delle “opinioni” soggettive, ma ci si allontana dalla “verità” ipotizzata dai filosofi;

-       nella ricerca di “renovatio” innescata nel Rinascimento, e proseguita nei secoli successivi, oltre all’immaginazione (poi divenuta ‘canonica’) di Thomas More, Altini sottolinea la dialettica tra la consapevolezza sulla tragicità della condizione umana e le tensioni profetiche e apocalittiche, dal disincanto di Macchiavelli e Guicciardini alla spirale innovativa di Giordano Bruno (e poi di Campanella, però con risvolti totalitari).

 

Il capitolo quarto esamina poi il consolidarsi – a partire dal Seicento -  della letteratura utopica come ‘genere letterario’, connesso in parte agli sviluppi delle scienze (dalla Nuova Atlantide di Bacone al Sogno di Keplero), ma anche come manifestazione e strumento di ribellioni sociali: in particolare, nelle “… utopie politiche fondate su fedi religiose…” come “La legge della Libertà” di Gerard Winstanley (1652) “…le rivendicazioni sociali – di libertà, uguaglianza e giustizia – si fondono con le attese escatologiche e millenaristiche…” e vi “… emergono tratti di contestazione radicale nei confronti della società esistente che determinano violente rivolte e sollevazioni popolari in cui la dimensione utopica non ha alcun carattere consolatorio; al contrario essa è il motore attivo del mutamento politico”.

Sorvolando sull’Illuminismo, che viene trattato in un successivo capitolo, l’Autore passa ai grandi disegni utopici dell’Ottocento, tra cui i più noti quelli di Owen, Saint-Simon, Fourier e Proudhon (in parte sperimentati ‘sul campo’), caratterizzati dal confronto con la nascente industria capitalistica, e differenziati dall’accentuazione dei temi liberali (individualismo, concorrenza, proprietà) in alternativa ai temi socialisti (lavoro, solidarietà, cooperazione).

 

 

UTOPIA DEGLI ANTI-UTOPISTI

 

Nel quinto capitolo Altini analizza il nesso tra utopia, attivismo e fiducia nel progresso e rileva come una sorta di progettualità politica (e quindi oggettivamente di utopia) emerga anche dalle posizioni anti-utopistiche di pensatori come Hobbes e Spinoza: quest’ultimo si riferisce non ad un “uomo ideale”, ma concreto, e quindi impastato dei suoi “vizi”, e in tale contesto – in contrapposizione ai filosofi utopisti – rivaluta i politici in quanto conoscitori della realtà delle relazioni umane; ed è da simili considerazioni che si fonda poi il giusnaturalismo, che presuppone una uguaglianza tra gli uomini che delegano la sovranità allo stato, concepito quindi come una costruzione artificiale.

Esplicitamente anti-utopista è anche Marx, che vede negli esperimenti comunitari dei vari ‘falansteri’ una fuga romantica rispetto alla realtà della lotta di classe, sulla cui lettura, con pretese di scientificità, Marx stesso invece proietta un necessario futuro di superamento del potere della borghesia. Cristallizzando il quale, si sconfina nuovamente nell’utopia, in questo caso nell’utopia del comunismo, che Altini così articola tra le successive tendenze del marxismo:

-       riformisti, che sfumano il comunismo al termine di un processo graduale, ancorché ineluttabile,

-       rivoluzionari leninisti, che – attraverso la coscienza rivoluzionaria del partito – ipotizzano la dittatura del proletariato, con l’orizzonte del comunismo come utopia finale,

-       rivoluzionari radicali, come gli spartachisti, che partono dalla spontaneità rivoluzionaria delle masse e leggono nella dittatura proletaria l’affermarsi di una casta burocratica.

Al termine di questo ventaglio divergente[2] Altini segnala anche il messianismo utopistico di Ernst Bloch, per il quale “… il comunismo non è solo una dottrina economica o politica, ma un progetto di salvezza dell’essere umano in grado di riscattare la condizione di miseria sofferta dagli oppressi e dai perseguitati. …contro ogni autoritarismo, l’utopia svolge un ruolo decisivo nel sostenere la speranza di una possibilità di rigenerazione sociale e politica. … Una tale prospettiva utopica … costituisce l’essenza stessa dell’umano attraverso cui può trovare compimento la conciliazione, da un lato, tra uomo e uomo e, dall’altro, tra uomo e natura.”

 

 

ILLUMINISMO, E CONSIDERAZIONI FINALI

 

Il testo ritorna poi, nel capitolo sesto, agli illuministi (soprattutto Voltaire e Kant), di cui vengono sottolineate le battaglie frontali contro l’ignoranza e la miseria - determinate da fanatismo, dispotismo, superstizione e pregiudizio – in un percorso di ricerca della conoscenza e della felicità, attraverso la ragione, lo spirito critico e la tolleranza: un processo di crescita culturale come accumulazione critica delle esperienze, come realizzazione di sè e come crescente influenza dell’opinione pubblica sul potere. Una dinamica di emancipazione e di affermazione progressiva dei diritti, in una dimensione comunque utopica.

 

Il capitolo finale riepiloga alcune caratteristiche delle visioni utopiche sopra esaminate, rilevando che nelle fasi più antiche sono collocate per lo più in luoghi “altrove” (il che sarà ripreso modernamente dalla “fantascienza”), mentre dal Settecento prevalgono le “ucronie”, che si proiettano in tempi futuri (o talvolta nel passato mitico delle “età dell’oro”: tra queste la Kabbalah ebraica).

Dai primi scricchiolii dell’idea di progresso (vedi Leopardi) emergono le prime esplicite “distopie” (“Frankestein” di Mary Shelley, “Erewon” di Samuel Butler), riprese poi largamente nelle recenti finzioni fantascientifiche, però il dominio corrente della scienza e della tecnica produce ipotesi di “nuovo ordine” concrete e dettagliate, che spostano l’utopia del messianismo ad una sorta di “secolarizzazione”.

Poiché il romanticismo, l’idealismo, il marxismo ed il positivismo, con diverse modalità, hanno postulato una sorta di “fattibilità della storia”, si sono profilate proiezioni utopiche del tipo ‘traguardo realizzato’, criticate variamente da Popper, Hajek e Dahrendorf (ci aggiungerei Orwell).

Più interessanti per l’Autore, nel Novecento, le posizioni più dialettiche di Benjamin e di Bloch (vedi sopra), di Mannheim – che contrappone alla “ideologia”, con cui il potere trasfigura l’esistente per stabilizzarlo, la “utopia” come motore critico delle classi subalterne – nonché di Marcuse, che muove dalla negazione del presente per sollevare il possibile contro il reale: con assonanze a quanto espresso dallo stesso Altini nei primi capitoli (passi evidenziati in grassetto).

E con qualche assonanza anche con la sensibilità del recensore: richiamo in proposito le mie precedenti recensioni ad un testo – più generale, ma sul solo ‘900  – di Remo Bodei 2,3 del 2006 ed al testo – assai specifico – di Roberto Mordacci 4,5 del 2020 [3].

 

   

aldovecchi@hotmail.it

 

 

Fonti:

1. Carlo Altini – INTRODUZIONE. APPUNTI DI STORIA E TEORIA DELL’UTOPIA in A.A.V.V., a cura di Carlo Altini: “UTOPIA – STORIA DI UN’ESPERIENZA FILOSOFICA E POLITICA” – Il Mulino, Bologna 2013

2. Remo Bodei - LA FILOSOFIA DEL NOVECENTO (E OLTRE) – Donzelli, Roma 2006

3. Aldo Vecchi - INSEGUENDO L’UTOPIA, ATTRAVERSO “LA FILOSOFIA DEL NOVECENTO (E OLTRE)”  DI REMO BODEI – in Quaderno n° 11 di UTOPIA21, settembre 2019 - https://drive.google.com/file/d/1Dy_lbDf5QqNMiupCd0hPKiDHrLGeIvk-/view?usp=sharing

4. Roberto Mordacci – RITORNO A UTOPIA – Laterza, Bari 2020

5. Aldo Vecchi - L’ELOGIO DELL’UTOPIA DA PARTE DI ROBERTO MORDACCI – su Utopia21, marzo 2020 - https://drive.google.com/file/d/1FBd_mhTAYIX2_RSTLN4dGxn22FhvnaEM/view?usp=sharing



[1] Tra cui Carlo Bertelli, Luciano Canfora, Paolo Rossi, Dario Antiseri.

[2] Ventaglio in cui sarebbe interessante collocare i Trotzkisti, che denunciarono la degenerazione del socialismo reale, ma non credo in nome della spontaneità delle masse.

[3] Mordacci non da’ conto in bibliografia del testo curato da Altini nel 2013

UTOPIA21 - MARZO 2023: RECENSIONE - “PAESI” CONTRO “BORGHI”

                                        “PAESI” CONTRO “BORGHI”

di Aldo Vecchi

 

 

La raccolta di scritti “Contro i borghi” intende decostruirne la retorica, contrapponendole una visione integrata di “paesi” e territori.

 

 

Sommario:

-       la critica alla retorica borghigiana

-       la polemica contro il “Bando Borghi”

-       alcune valutazioni personali

 

 

 

LA CRITICA ALLA RETORICA BORGHIGIANA

 

Il volume collettivo “Contro i borghi – Il Belpaese che dimentica i paesi” 1, a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi – ha come autori una trentina di studiosi (antropologi, sociologi, storici, geografi, urbanisti) e come asse portante la decostruzione della ‘retorica dei borghi’, intesi come luoghi edificati pittoreschi e di eccellenza, decontestualizzati dalle relazioni territoriali storiche e dalle basi socio-economiche tradizionali, ed a rischio di omologazione in circuiti di turismo alienato (talora di élite e talora di massa), con risvolti più di “patrimonializzazione” che di effettiva “valorizzazione”.

Tra i capisaldi della retorica estetizzante vengono indicati il Pasolini del “profilo di Orte”, l’intero Touring Club Italiano (che invece a mio avviso negli ultimi decenni si sta emendando da tale peccato originale) e trasmissioni televisive quali “Sereno Variabile”; nonché il recente mito del rifugio nei borghi come soluzione ‘anti-pandemica’ ai problemi sanitari delle città.

A tale prospettiva il testo contrappone una ‘politica dei paesi’, che ricerchi nelle effettive peculiarità dei territori – e quindi nelle interrelazioni tra i diversi insediamenti, e tra di essi e la circostante ‘campagna’ – le ragioni per contrastare i fenomeni di abbandono e spopolamento, per lo più rivendicando un sostegno pubblico in favore dei servizi indispensabili per la vita delle popolazioni locali (trasporti, scuola, sanità…): posizioni che echeggiano per lo più le concezioni ‘territorialistiche’, o delle bio-regioni’, di Magnaghi&C2,3.

 

Anche se articolato in tre parti (Territorio e policentrismo – Immaginari, tradizioni e ideologie – Politiche e azione pubblica), il testo non propone una trattazione organica del tema (soprattutto sul fronte delle proposte), quanto piuttosto una rassegna di articoli, in gran parte convergenti sull’assunto principale ‘anti-borghi’, ma non sempre: ad esempio

-       l’antropologo Pietro Clemente, nel cap. 3 della parte I “Chiamiamoli paesi, non borghi”, ben chiarendo che non è una questione nominalistica, finisce per assolvere la stessa associazione “I borghi più belli d’Italia” perché ha scoperto che “è una rete dignitosa e meritoria … costruisce relazioni tra vari comuni… ha uno statuto con regole da rispettare … fa riferimento al mondo Unesco in cui chi viene riconosciuto non è per il suo fulgore estetico ma perché una comunità si impegna a curare e a salvare il proprio patrimonio” 

-       il geografo-urbanista Arturo Lanzani (già noto su Utopia21 4,5) conclude così il suo  equilibrato intervento intitolato “Ricollocare i borghi nella provincia italiana” (di cui riferisco anche più avanti): “… non negare quell’immagine un poco semplificata dei borghi inizialmente evocata, ma metterla al lavoro con altri elementi e dentro visioni di futuro e forme d’azione parziali e differenziate”. 

 

Tra gli altri contributi più interessanti segnalo:

-       “Bruttitalia: la vita quotidiana dove i turisti non vogliono andare” (p.I, cap. 1) di Filippo Barbera e Joselle Dagnes, sociologi

-       “Paesi che tremano: la dura storia delle aree interne” (p.I, cap. 6), relativo alla questione sismica, a firma di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, sismologi

-       “Decostruire i borghi per ricostruire i paesi” (p. II, cap. 1) di Antonio de Rossi e Laura Mascino, architetti

-       La testimonianza personale dell’antropologo Vito Teti “Il mio paese non è un borgo” (p. II, cap. 2)

-       “La cucina dei borghi non esiste” (p. II, cap. 8), di Michele A. Fino, giurista ma docente all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo

-       “Piccolo non sempre è bello. Quando i borghi non servono all’ecologia” di Giovanni Carrosio, sociologo (p. III, cap. 4)

ed infine i due capitoli finali, che specificamente si occupano dei ‘Bandi Borghi’ del PNRR, Programma Nazionale di Resilienza e Ripresa (a firma dell’architetto Adelina Picone e degli economisti e politologi Carmela Chiapperini, Emanuela Montenegro, Gianfranco Viesti).

 

 

LA POLEMICA CONTRO IL “BANDO BORGHI”

 

Perché, in particolare, bersaglio polemico della raccolta (o meglio delle ‘punte di lancia’ all’interno della raccolta) è il ‘Bando Borghi’ nella quota dei finanziamenti PNRR di competenza del Ministero della Cultura, e soprattutto la “linea A” di tale Bando, con 21 assegni da 20 milioni di € riservati a 21 singoli “Borghi” di eccellenza (uno per regione), mentre la polemica si stempera riguardo alla “linea B”, che contempla anche la partecipazione di aggregazioni locali policentriche (per un totale quasi equivalente di 380 milioni di €, distribuiti a 229 comuni sulle 1800 richieste pervenute).

Mentre nel testo è poco citata (mai negativamente) e però non è esaminata in modo specifico, la Strategia Nazionale per la Aree Interne (varata dal ministro Fabrizio Barca con il governo Monti 2011-2013), che pure ha rafforzato di circa 1.500 milioni di € con il PNRR le sue dotazioni annuali (circa 700 milioni), assegnate comunque sempre con la logica dei bandi, stante la consapevolezza – esplicita nella SNAI – del divario tra bisogni e risorse.

 

 

ALCUNE VALUTAZIONI PERSONALI

 

Per parte mia, a fronte di tali importi, è giustamente criticabile la scelta del PNRR di affidare al Ministero della Cultura un canale finanziario, per giunta una-tantum, in qualche misura concorrente alla più corretta programmazione territoriale della SNAI, ed esposto ai rischi di spettacolarizzazione e romanticizzazione dei “borghi”, come evidenziati dal testo in esame: nonché fondato sulla competizione anziché sulla collaborazione tra i territori.

 

Però mi chiedo se le energie polemiche degli Autori siano ben riposte rispetto alla contraddizione principale che riguarda i territori emarginati dallo ‘sviluppo’ (territori differenziati, che il contributo di Arturo Lanzani al cap. IV della parte prima aiuta a comprendere nella loro multiforme articolazione): cosa impedisce alle ‘forze endogene’ di affrancare tali territori delle condizioni di vario declino e subalternità? Oppure a selezionare il grano del ‘turismo buono’ dal loglio del ‘turismo cattivo’?

Non credo che l’ostacolo sia l’ideologia dei ‘borghi belli’ né una manciata di milioni riservati al Bando-Borghi-Linea-A, quanto piuttosto una serie di questioni strutturali, cui gli Autori accennano talora, senza approfondirle (forse perché le danno per scontate), quali:

-       la globalizzazione o almeno i suoi eccessi neo-liberisti (che comportano la frattura dei cicli produttivi locali ed a medio raggio, la concentrazione della ricchezza anche a danno degli stessi stati nazionali, la polarizzazione territoriale, la massificazione dei flussi turistici),

-       l’alienazione culturale dei consumi e comportamenti di massa, che da molti decenni privilegia di fatto l’urbano sul rurale e l’artificiale sul naturale, malgrado i labili indizi (e gli imbellettamenti) in senso contrario,

-       lo scambio ineguale tra città e campagna, non solo sui frutti della terra (energia e minerali compresi), ma anche sui ‘servizi eco-sistemici’ (a partire da aria ed acqua).

Poiché la battaglia è impari, e prima di potere ‘abolire il capitalismo’, appare più che motivata una rivendicazione di forte sostegno compensativo in favore delle ‘forze endogene’ da parte dello Stato (sostegno che il ‘bilancio SNAI’ consente di quantificare sommariamente): ma deve trovare ascolto negli equilibri politici, fatalmente condizionati dalla oggettiva prevalenza demografica delle ‘città’.

Può anche aiutare in tal senso l’autocoscienza ‘paesana’ dei ‘paesi’, come sollecitata da una parte degli Autori?

Forse, meglio se accompagnata da una più generale battaglia su qualità e quantità dei consumi, anche nelle aree più urbane.

Molto valida a mio avviso sarebbe comunque anche una riforma dei poteri locali come tratteggiata da Arturo Lanzani nel suddetto capitolo[A]: che potrebbe essere anticipata ‘dal basso’ con stabili aggregazioni volontarie, che superino i tradizionali campanilismi (tanto di ‘borghi’ quanto di ‘paesi’).

 

aldovecchihotmail.it

 

 

Fonti:

1.    AA.VV., a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi - CONTRO I BORGHI – IL BELPAESE CHE DIMENTICA I PAESI – Donzelli, Roma 2022

2.    Alberto Magnaghi – IL PRINCIPIO TERRITORIALE – Bollati Boringhieri, Torino 2020.

3.    Fulvio Fagiani – LA GLOBALIZZAZIONE E IL LOCALE. NOTE SU ‘PRINCIPIO TERRITORIALE’ DI ALBERTO MAGNAGHI – su Utopia21, marzo 2021 - https://drive.google.com/file/d/1UZ3G8HpmYfkmB60RZ9owWH41juxDJGuW/view?usp=sharing

4.    Arturo Lanzani - CITTÀ TERRITORIO URBANISTICA TRA CRISI E CONTRAZIONE - Franco Angeli editore - Milano, 2015

5.    Aldo Vecchi - CONVERSAZIONE-INTERVISTA CON ARTURO LANZANI – su Utopia21, maggio 2017 - https://drive.google.com/file/d/1qt0BKmElvaDb5a7wIsUCtWD9TcchfEUl/view?usp=sharing

6.    Filippo Barbera e Arturo Lanzani - I NUOVI COMUNI, ENTE INTERMEDIO AL POSTO DELLE REGIONI – su “Il Manifesto”, 02/12/2020

7.    Aldo Vecchi - RIFORMARE L’URBANISTICA? – su Utopia21, gennaio 2023 - https://drive.google.com/file/d/16jPw7iqPb7D5vJosaMOcCYghJEtNdlT_/view?usp=sharing

 



[A] Proposta di “nuovi comuni” avanzata  con Filippo Barbera su “Il Manifesto”6; però ipotizzando tali “nuovi comuni” nell’ambito di “città territoriali” in alternativa alle attuali 20 Regioni; vedi anche alcune mie considerazioni in proposito, non convergenti sull’anti-regionalismo. 7