domenica 22 maggio 2016

LE CITTA’ RIBELLI, RAPPRESENTATE DA DAVID HARVEY

“CITTA’ RIBELLI – i movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street” (pagg. 194) è un testo del 2012, tradotto per il Saggiatore nel 2013 e rieditato come e-book nel 2016. L’autore, David Harvey, è un geografo, accademico anglo-americano, piuttosto impegnato su un fronte neo-marxista. 
Gran parte del testo è costituito da una attualizzazione del pensiero marxista riguardo al processo di circolazione ed accumulazione del capitale, con particolare attenzione ai cicli degli investimenti immobiliari e nella ristrutturazione urbana.

L’obiettivo di Harvey sembra essere soprattutto quello di confutare la visione ristretta di alcuni residui teorici marxisti “ortodossi”, che limitano la contrapposizione di classe alla sfera della produzione e non colgono le funzioni di dominio e sfruttamento che completano il capitalismo nelle fasi di “riproduzione della forza-lavoro” attraverso l’abitare ed il consumare, ecc.; senza però confondersi con coloro che stemperano la condizione operaia nelle più generiche “moltitudini” subordinate all’Impero (Toni Negri e Michael Hardt).

Mi sembra che tale polemica sia oggettivamente piuttosto superata, soprattutto in Italia, dove, quando ancora c’era una corposa sinistra “di classe”, le tematiche dello sfruttamento esterno al ciclo produttivo sono state ampiamente indagate e praticate, sia in versione “riformista” (dal ruolo storico del PCI ed altri nei quartieri al “pan-sindacalismo” della FLM – e non solo -, con rivendicazioni su casa scuola e trasporti), sia in versione “rivoluzionaria” (da Lotta Continua di “prendiamoci la città” alle migliori elaborazioni di Manifesto/PDUP): semmai dovrebbe essere di stimolo riflettere sul sostanziale fallimento storico di tali esperienze italiane, a  mio avviso non dovuto ad errori nella analisi sui flussi del capitale, bensì ai limiti di comprensione antropologica della cultura marxista rispetto alla complessità dei fenomeni sociali e culturali (cosicché dagli anni ’80 i partiti più votati dagli operai possono essere stati di volta in volta persino la LegaNord o ForzaItalia…).

Più interessante e aggiornata, ma ancora frammentaria, mi è apparsa la lettura di Harvey sui processi di appropriazione capitalistica (talora anche predatoria)
-          sia dei “valori urbani” monetari, materialmente spremibili torchiando inquilini e mutuatari (ma in Europa, Spagna esclusa, non abbiamo esperienza di così selvagge e massicce rapine legalizzate ai danni degli utenti poveri del bene casa, quali quelle raccontate da Harvey per gli USA),
-          sia dei “valori urbani immateriali” espressi dagli usi alternativi popolari dei beni pubblici, che spesso vengono incorporati nell’immagine vendibile di nuovi quartieri alla moda (da cui però gli stessi ceti poveri – originari promotori dei valori creativi - vengono espulsi mediante l’innalzamento dei fitti e dei prezzi).   

Meno convincente risulta a mio parere il tentativo di recuperare le categorie di interpretazione di Henry Lefebvre sul “diritto alla città”, il cui soggettivismo è difficilmente emendabile. 

Alle varie modalità di manifestazione (e mascheramento) dei conflitti di classe riguardo alla formazione e all’accesso ai “beni comuni”, nel tentativo di proporre una unificazione classista di tutte le lotte di cittadinanza, si agganciano le parti propositive del testo di Harvey, che si appoggiano però soprattutto su una sua lettura “finalistica” di un secolo e mezzo di rivolte urbane (come dice il sottotitolo, dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street), a mio avviso con colossale abbaglio riguardo al segno e alle prospettive della più recente ondata del 2012 (dalle primavere arabe alle sommosse di Londra), come possiamo meglio vedere esaminando gli esiti di tali singole ribellioni pochissimi anni dopo, e soprattutto riscontrando che non maturano convergenze effettive, ad esempio,  tra gli antagonisti di El Alto (Bolivia) e gli ex dimostranti di piazza Tahrir.  

Sulla credibilità di una simile narrazione, pesano inoltre a mio avviso i riscontri puntuali possibili a scala locale per il lettore italiano, che francamente non ha visto nelle precedenti tappe della ribellione urbana né 3 milioni di pacifisti in piazza a Roma nel 2003, né lo sviluppo di contro-poteri territoriali nella rossa  Bologna di alcuni anni prima (così come - leggendo Guy Standing, un altro teorico del precariato come classe rivoluzionaria - non ha trovato riscontro al sorpasso delle manifestazioni alternative per il 1° Maggio, in Italia, rispetto a quelle ufficiali del sindacato, secondo Standing già avvenuto da alcuni anni).

Harvey mostra nel corso del testo come siano impossibili isole produttive anti-capitaliste (autogestione, cooperazione, ecc.) perché circondate dal mercato finanziario; ed evidenzia i limiti di un federalismo localista come proposto da Murray Bookchin ed altri (vale anche per il territorialismo di Alberto Magnaghi & C: ?)
D’altro canto 70 anni di “socialismo reale” hanno mostrato (anche ad Harvey) l’insuccesso della proprietà pubblica dei mezzi di produzione e della “dittatura del proletariato”; mentre in Cina resta abbastanza dittatura, ma la proprietà dei mezzi di produzione è più capitalista che altrove. 

Che le rivolte più significative in questa società globalizzata ed urbanizzata possano avvenire nelle città anziché nelle campagne, pare una inutile tautologia: non mi pare premessa sufficiente per dimostrare che a forza di ribellioni urbane si riesca a costruire una alternativa al capitalismo (per quanto predatorio esso sia); e nemmeno per dimostrare che  ciò sia auspicabile, come invece Harvey dà per scontato, ma senza spiegare quale sia l’organizzazione sociale e politica alternativa oggi effettivamente praticabile a partire dalle probabili ribellioni.


Occupy Wall Street ha dimostrato a mio avviso tutta la sua debolezza (una Comune di Parigi che si ripete in farsa, potrebbe dire lo stesso Marx): se il suo frutto più significativo fosse l’inatteso consenso elettorale verso Bernie Sanders, il cui programma socialista è però chiaramente di carattere riformistico (salvo che poi oggettivamente la sua candidatura rischi di favorire il successo di Trump---), sarebbe una ulteriore lezione da approfondire sulle rivolte urbane, da un lato, e sulle possibili correzioni non-rivoluzionarie al capitalismo, dall’altro. 

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