martedì 24 gennaio 2017

URBANISTICA N° 155

casaINU,


Il quarto numero della serie di “Urbanistica” con direzione Oliva, mantiene meglio dei precedenti la promessa di occuparsi più della città (europea) che dei “piani”: ma evidentemente i due aspetti sono troppo intrecciati per consentire un pieno dispiegamento di tale promessa “impossibile”..

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L’insieme degli articoli e dei servizi sui rapporti tra città e “grandi eventi”, con approfondimenti sulle vicende di Barcellona dal post-franchismo ad oggi, sulle “capitali europee della cultura” e su Milano/Expo 2015, propone a mio avviso materiali e punti di vista assai interessanti sulla dibattuta questione se i grandi eventi giovino o meno alla riqualificazione urbana e territoriale (ed alle casse pubbliche) , ma lasciano un po’ delusi nelle conclusioni, perché sia i fautori che i detrattori in sostanza rinunciano ad individuare parametri oggettivi di valutazione.

Certamente le quantificazioni non sono facili, come evidenziano gli stessi testi, sia perché nella materia del confronto entrano rilevanti componenti immateriali (quali ad esempio la crescita o decrescita culturale della popolazione, l’effetto o meno di socializzazione, ecc.), sia perché indefinito è l’ambito territoriale di rilevazione (dove finiscono i territori potenzialmente avvantaggiati e dove iniziano quelli invece svantaggiati).

Come lettore, forse ingenuamente, mi aspettavo comunque di più: forse potrebbe essere utile un ritorno sul caso di Torino/Olimpiadi 2006, dove vistosi sono gli impianti abbandonati, soprattutto fuori città, ed altrettanto innegabile la rinascita della città centrale; dove a suo tempo operava un apposito osservatorio ambientale inter-atenei e dove i bilanci comunali e la condizione delle periferie sono stati pesantemente giudicati da un recente risultato elettorale.

Su  Milano ho apprezzato gli equilibrati giudizi di Pasqui ed altri, sia sui successi e ambiguità dell’esposizione in quanto tale, sia sulle ricadute (per lo più positive) di Expo nelle aree urbane, da quelle di consolidata frequentazione a quelle più di recente offerte alla fruizione pedonale, e la puntuale ricapitolazione delle complesse vicende di direzione politica, di valorizzazione immobiliare e di ridefinizione progettuale, ancora oggi aperte sull’incerta destinazione futura di gran parte dell’area: gli Autori però, oltre a tali incertezze, stigmatizzano soprattutto la scelta di acquisizione dei terreni  a prezzi di mercato, ma mi sembra trascurino il “peccato originale” del consumo di un milione di m2 di terreno agricolo (seppure in nome della nutrizione dell’umanità) e della mancanza di un piano di riutilizzo dei manufatti (emblematica a mio avviso la demolizione tramite ruspe dei discutibili corpi in acciaio e vetro posati in piazza Castello).

Su Barcellona mi limiterei a manifestare la mia personale invidia verso il tipo di alternativa politica che viene narrata come “centro-destra” dopo un trentennio di governi locali di sinistra: malgrado alcune incertezze e confusioni, alla Giunta Comunale del periodo 2011-2015 vengono attribuite attenzioni alla rinaturalizzazione e alla connettività, alla pedonalità ed all’autosufficienza energetica, al rilancio produttivo ed alla qualità abitativa… .Guardando anche all’articolo sulla cintura verde di Colonia, promossa nel lontano 1919 dal giovane borgomastro cattolico Konrad Adenauer, mi chiedo perché in Italia ci debba invece quasi sempre capitare la solita destra immobiliarista e reazionaria.

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Un commento mi pare meriti la ricerca di Montrone,Perchinunno,Rotondo,Selicato sulle aree di disagio sociale ed abitativo nell’ambito delle grandi città italiane, finalizzata a sganciare la selezione delle situazioni più meritevoli di  intervento dalla mera pressione mediatica/elettorale, attraverso l’esame di diversi dati socio-economici che si intersecano con la povertà (istruzione, lavoro, consumi) ed approfondimenti sulle condizioni abitative, con la comparazione  tra diversi sofisticati strumenti statistico/matematici.

Mi pare però che si delinei una sproporzione tra la raffinatezza dei processi di calcolo e:

- da un lato la obiettiva rozzezza dei dati di base utilizzati (i collaudati censimenti ISTAT con cadenza decennale e riferiti alle difformi ed eterogenee “sezioni di censimento”)

- d’altro lato al ricorso, da parte degli stessi Autori, al vecchio “buon senso comune”, ovvero alla buona o cattiva fama dei quartieri in esame, come unico elemento di riscontro sul campo per la verifica della bontà delle operazioni intraprese, oppure della maggiore o minore bontà dei singoli algoritmi sperimentati.

Forse l’argomento richiede un maggior impegno, sia da parte del sistema statistico nazionale (innanzitutto nel rivedere la mappa delle sezioni) sia da parte dei ricercatori indipendenti, nella ricerca di riscontri da nuove fonti (ad esempio dal flusso delle informazioni di natura telematica) e con rinnovate missioni sul campo.

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In “Primo Piano” dovrebbe risultare l’intervista del Direttore (ed ex-presidente dell’INU) Federico Oliva, all’attuale Presidente Silvia Viviani: ma, se posso esprimermi francamente, mentre mi sono risultate assai chiare (ed opportune) le domande (del tipo: dove va l’INU, che bilancio trarre da 20 anni di leggi regionali variamente influenzate dal modello INU del 1995, che fare dei Piani oggi, ecc.) , le ampie e argomentare risposte mi sono giunte al fine oscurate dal diluvio di parole impiegate dalla Presidente. Ho l’impressione che di fronte ad una “società liquida” e quindi difficile da misurare con i vecchi strumenti disciplinari, si finisca per delineare una vaga “urbanistica gassosa”, “transcalare” forse, ma molto evanescente.

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