lunedì 6 gennaio 2014

MATRIMONI E PATRIMONI, RELIGIONI E MERCATO NELLE RICERCHE DI GERARD DELILLE



MATRIMONI E PATRIMONI, RELIGIONI E MERCATO NELLE RICERCHE DI GERARD DELILLE

Attratto dalla recensione di Miguel Gotor su “la Repubblica” dell’ormai lontano 21-agosto 2013, ho letto “L’economia di Dio”  di Gèrard Delille (ed. Salerno, pagg. 276, € 16, e-book € 8,99), scegliendolo tra altri saggi anche perché era tra i non molti disponibili su e-book (purtroppo in formato “pdf”, che – quanto meno sul mio lettore Sony - perde qualche riga a inizio e fine-pagina se si sceglie un carattere tipografico più grande dell’originale, obbligandomi così a leggerlo in proporzioni micro)

La presentazione di Gotor mira alle tesi sostanziali del testo di Delille, e cioè la correlazione tra “matrimoni” e “patrimoni”, tra i precetti religiosi, soprattutto in materia di matrimoni tra parenti (cognati, nipoti e zii) nelle 3 religioni monoteiste del mediterraneo (ebraismo, cristianesimo ed islamismo) e l’evoluzione dei rapporti socio-economici nelle correlate civiltà, nel corso degli ultimi 2 millenni ed a partire dai precedenti assetti sociali e culturali.
Il testo di Delille, in realtà, soprattutto nella prima parte, è anche e soprattutto un resoconto piuttosto analitico sulle ricerche specifiche, dell’Autore e di altri soggetti, sulle vicende dinastico-familiari in segmenti particolari delle suddette storie millenarie: per un verso un po’ noiose, perché dilungano l’attesa del lettore interessato alle conclusioni in materia di economia politica, e per altro verso in sé talvolta divertenti, per la concretezza umana delle vicende indagate (soprattutto quando si intravedono mascheramenti di matrimoni tra cugini, in epoche e luoghi di proibizione, oppure palesi abbellimenti postumi di alberi genealogici di dubbia certezza).
Ed il merito di Delille, a mio avviso, è proprio quello di stare attinente al tema, pur suggerendo linee interpretative di ampio respiro (in sintesi, il divieto di matrimoni “endo-gamici” tra i cristiani per circa un millennio, dal 700 al 1700, motivato forse dal tentativo di privilegiare i patrimoni ed i poteri delle istituzioni ecclesiastiche, innesca di fatto un ruolo più autonomo della donna, una mobilità dei patrimoni e alla fin fine l’autonomia dei mercati dai sovrani e l’intraprendenza delle imprese capitalistiche) registrando però le aporie, le contraddizioni e le incertezze degli sviluppi storici, in cui le correlazioni tra dinamiche matri-patrimoniali ed assetti socio-politici non assurgono mai a leggi oggettive ed univoche (come invece traspare dalla recensione di Gotor).

Ad esempio, segnala Gotor, tra i cristiani “il divieto di unione tra parenti e la capacità della donna di ereditare --- hanno consentito una maggiore circolazione delle ricchezze e la formazione di un mercato autonomo, ma anche l’unione di Regni diversi, senza guerra né sangue, bensì per via matrimoniale”; laddove Delille rileva anche la compresenza di tendenze opposte, e cioè il permanere della distinzione delle eredità paterne da quelle materne, con la trasmissione separata a diversi successori (esempio due fratelli), sia al livello delle massime potenze (vedi la divisione tra Asburgo d’Austria e di Spagna dopo Carlo V e le successive norme dinastiche in tal senso nelle principali monarchie) sia al livello “molecolare” dei “masi” e di simili possedimenti agrari in diverse regioni europee, dove vige il maggiorascato (e quindi un quasi-schiavismo verso i cadetti), e però i singoli poderi non possono essere ridotte o ampliate fuori da sostanziali parametri di equilibrio con le forze e i bisogni del nucleo familiare e di equità tra i capo-famiglia.
Una limitazione comunitaria (non comunista) alla proprietà fondiaria, che inibisce l’accumulazione di tipo capitalista (limita le forme di schiavitù extra-familiari), e contrasta l’altra linea di tendenza rilevata da Delille nel medio-evo cristiano (sulla scia di un testo di Paolo Prodi che mi incuriosisce leggere), e cioè la trasformazione dei feudi da beni imperiali a proprietà private, con la disgregazione definitiva dello stato imperiale romano e del connesso sistema schiavistico.

            Lasciando a parte l’ebraismo, di forte interesse antropologico, ma di scarso peso socio-politico, trattandosi di minoranze “in diaspora” senza un proprio stato fino alla metà del secolo XX (seppur con forte impatto nelle società occidentali, dopo l’emancipazione dai ghetti), il testo si profila in sostanza come una comparazione tra società cristiane e società islamiche, individuando una sorta di arretratezza od inferiorità crescente di queste ultime, tutt’ora in atto riguardo allo status di inferiorità giuridica e sociale della donna ed alla mancanza di distinzione tra stato e mercato, mentre ai cristiani, pur attribuendo anche a loro una giusta dose di misfatti, Delille (sulla scia del suddetto Paolo Prodi), riconosce meriti sostanziali, non solo sulle 2 questioni specifiche (donna e mercato), ma sull’indotto effetto del dinamismo imprenditoriale (e parallela crescita delle più diverse norme di regolazione dell’economia; fino alla fase più recente della globalizzazione, in cui Delille rileva lo strapotere del mercato e l’indebolimento delle regole).
            Dietro questo giudizio (o pre-giudizio?) ci sono a mio avviso un bel po’ di nodi da districare, a partire dallo schiavismo, dissolto in Europa ma nel contempo decisivo per le “sorti progressive” dell’umanità occidentale, fondate di fatto sull’espansione coloniale ed imperialista, di nuovo schiavismo assai impregnata.
Mi sembra interessante in proposito il parallelo oppositivo con i testi di Graeber, già da me recensiti, che viceversa – fondandosi probabilmente su simmetrici pre-giudizi - esalta l’onestà e funzionalità del mercato islamico (in asenza di prestiti ad interesse), e la neutralità del potere politico e religioso verso di esso e vede nell’origine teologica del capitalismo cristiano (attraverso il lungo dibattito sull’usura e la finale vittoria della finanza) una solida ragione della sostanziale nefandezza degli ultimi secoli di sviluppo della globalizzazione.

ANNO NUOVO E VECCHI PROBLEMI



La telenovela dell’IMU (ora IUC?) non è ancora finita, ma grosso modo si intuiscono i seguenti elementi:
-          nel 2014, rispetto al 2012, l’aliquota sulla prima casa sarà più bassa, ma più basse saranno anche le detrazioni; pertanto i proprietari di case ricche (o meglio “catastalmente ricche”) pagheranno sicuramente di meno, mentre i proprietari di case “catastalmente medie o povere” probabilmente pagheranno di più;
-          i Comuni rischiano di incassare di meno, oppure di avere compensazioni trasferite dallo Stato (alla faccia del fu-federalismo fiscale);
-          una parte dell’imposta sulle case affittate sarà trasferita dai padroni di casa agli inquilini, mentre le spese per gli affitti continuano a non essere detraibili dai redditi soggetti ad IRPEF, nemmeno nella parte equivalente alla detrazione ex-IMU in favore di chi abita in casa propria;
-          l’anno sabbatico 2013, senza IMU sulla prima casa (o quasi), a costo di insostenibili ed inconclusi contorcimenti legislativi e finanziari da parte di Governo e Parlamento, si sta concludendo senza che si veda alcun risultato in termini di rilancio dell’economia, nemmeno nel settore edilizio (come era  facile prevedere: forse sarà più utile fverifcare i possibili benefici effetti di una auspicabile stabilità normativa). 
Un bel cumulo di inefficienze ed iniquità (aspettando la riforma dei valori catastali, la cui mancanza è alla base delle iniquità ulteriori, e che invece sarebbe facile attuare anche in termini provvisori, applicando i valori stimati dall’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia del Territorio alle superfici effettive degli alloggi).
(Su IMU ed equità mi permetto di richiamare le mie precedenti note, che mi sento di confermare).

Nel frattempo, sulla scorta di un saggia decisione del periodo Monti, che ha esplicitato l’obbligo di trascrizione nei registri immobiliari dei “diritti edificatori” separati dalla proprietà originaria dei suoli nei processi di “perequazione” immobiliare attuativi dei Piani urbanistici (fugando le fantasiose aspettative “alla lombarda” di un mero ricorso ai registri comunali e/o ad ambiziose borse-valori del metro-cubo), la Commissione Tributaria di  Novara ha emesso il 14-11-2013 una sentenza che giudica corretto applicare su tali “diritti edificatori” l’imposta di registro nella misura ridotta del 3% anziché dell’8%.Al di là delle sottili motivazioni giuridico-fiscali, mi sembra un negativo paradosso, come dimostra il seguente esempio:
-          dal terreno A con edificabilità complessiva 10.000 metri cubi vengono scorporati diritti per 5.000 mc, oggetto di una transazione dal sig. X al sig. Y, tassata al 3%;
-          in una seconda fase il restante terreno A viene ceduto, poniamo sempre da X a Y, con la residua volumetria di altri 5.000 mc, tassati invece all’8%;
-          nel frattempo il terreno B, con eguale edificabilità di 10.000 mc viene compravenduto, poniamo dal sig. X al sig. Z in unica soluzione, con tassazione all’8%;
-          pare evidente che il sig. Y è potentemente avvantaggiato rispetto al sig. Z.

L’occasione mi rimanda a considerare la mancanza di logica e di finalità sociali del sistema di imposizione sulle transazioni immobiliari, che preleva costantemente dai patrimoni con l’imposta tassa di registro (più ammennicoli di imposte catastali e ipotecarie) su tutti i trasferimenti onerosi di terreni e case usate, frenando la “mobilità degli immobili”, ma anche il trasferimento di residenza, mentre preleva solo in parte e capricciosamente gli incrementi dei valori degli immobili, ove si annidano e sviluppano le rendite generate dai “beni pubblici” che costituiscono la realtà complessa dell’urbanizzazione.
(Ribadisco la mia nostalgia per l’INVIM - Imposta sugli incrementi di valore degli immobili -, in vigore  qualche decennio addietro).
Il tema, presente nelle riflessioni degli specialisti, a partire dalle riviste dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (purtroppo il bel saggio di Roberto Camagni in “Le città sostenibili”, a cura di Domenico Cecchini e Giordana Castelli, Cangemi editore - 2013, è limitato alle imposizioni sulle trasformazioni urbane e trascura i prelievi ordinari sulle transazioni), ma è sostanzialmente assente dalla scena politica.
(Troppo complesso per i grandi semplificatori alla Matteo Renzi?).

lunedì 23 dicembre 2013

DOPO LE PRIMARIE

Come Prodi, diversi miei conoscenti che avevano preannunciato di non partecipare a queste primarie (per esempio, "se non ci dicono chi erano i 101"), hanno poi invece votato per Cuperlo o Civati, qualcuno addirittura scheda bianca (continuando  non sapere chi erano i 101).
Io, come altra parte dei miei interlocutori, invece no.
E non me ne rammarico.
Anche se ho sbagliato previsione (pensavo ad una vittoria netta di Renzi, ma con votanti in calo).
La grande affluenza è stata anche una adeguata risposta, nelle difficili contingenze, a Berlusconi, Grillo e Forconi vari.

Ma non la sento come la mia risposta: con Veltroni e con Bersani, pur poco convinto, mi ero detto "proviamo"; adesso mi sento di dire "provino" (oppure "provate").

Forte del consenso delle primarie, Renzi ha un poco anche stupito dicendo alcune cose di sinistra, come  sulla bossi Fini e sullo ius soli, le coppie di fatto; sul lavoro non si è capito ancora bene cosa vuol fare, anche se la chiamata in Segreteria di Madia e Taddei pare meglio che – ad esempio, Davide Serra o Pietro Ichino.

Il consenso accumulato (e coerentemente tradotto in posti in direzione per i Renziani, senza molte chances di influenza dai vari Franceschini “saliti sul carro”), unito alla conclamata vaghezza della sua piattaforma politica, potrà consentire a Renzi anche di dire e fare, se ne coglierà l’opportunistica opportunità (leggi: sondaggi), anche “cose di destra”: una modalità mediatica della democrazia che merita di essere studiata, ma non mi persuade; personalmente preferirei una leadership con un progetto definito da mettere alla prova; personalmente preferirei un progetto che partisse dalla Terra (il pianeta da salvare) e gli Ultimi ed i Penultimi della Terra (poveri e sfruttati di tutto il mondo e anche di casa nostra).

Quello che mi è sembrato meno valido di Renzi è stata la sfida a Grillo, sia per il modo (non è chiaro se è una sfida propagandistica od un vero invito a trattare, con un interlocutore che si conferma inaffidabile), sia per i contenuti: continuo a credere che la casta non sia il nemico principale (guardare un po’ di più a piazza Affari e a Wall Street)  e che la pur necessaria riduzione dei costi della politica non sia la priorità per uscire dalla crisi (esempi alternativi: patrimoniale, abbattimento elusione ed evasione fiscale, riduzione degli orari di lavoro); ma se si ritine giusto restituire i contributi elettorali al PD (e magari anche auto-ridurre gli stipendi dei parlamentari alla media degli stipendi italiani e non “europei”), lo si faccia, subito, senza ma e soprattutto senza se , “se Grillo firma le nostre riforme): Grillo non le firma, e intanto restituisce gli stipendi dei suoi (non gli stipendi suoi) e continua ad incassare il vantaggio  propagandistico.

Nel frattempo i “Forconi”, malgrado il flop della “marcia-su-Roma”, e per fortuna finora molto minoritari nelle categorie di partenza, come i camionisti (una cui im-mobilitazione di massa avrebbe effetti devastanti), sono stati tuttavia mediaticamente egemoni per alcuni giorni, non solo come espressione attiva di una destra sociale che ha scoperto che “i ristoranti sono vuoti” (e non si cura molto delle persecuzioni subite da Silvio e Dudù), ma anche come potenziali catalizzatori di un disagio sociale interclassista, ridotto alla pura esibizione dei bisogni “contro tutti” (ma soprattutto contro la casta politica) ed esteso ai disoccupati, ai precari ed – ahimé – anche a parte degli studenti.

Il rischio è che la destra passi da una effimera egemonia mediatica alla conquista di una effettiva, ancorché parziale egemonia politica, nella sostanziale assenza di un credibile alternativa della sinistra, finora in piazza, nella crisi, solo con gli ordinati gazebo del PD oppure con parole d’ordine difensive – sindacati, manifestazioni pro Costituzione - oppure ancora –sul versante antagonista – con altrettanto pura e simmetrica esibizione dei nudi bisogni.   
Non è che manchino proposte serie (ad esempio da parte della CGIL, su tasse, lavoro ed Europa; ed in prte anche nei documenti congressuali di Civati, Cuperlo, Vendola): ma si fa fatica a credere che recitando tali proposte si possano veramente “cambiare le cose”.

Con Renzi si sta (solo? almeno?) provando a cambiare le persone e lo stile di comunicazione.

 

domenica 15 dicembre 2013

QUALCOSA DI DESTRA

Da quel che ho letto stamane su l’Unità, l’emendamento spiagge alla legge di stabilità sembra proprio una gran schifezza: cessione delle aree edificate e condono dei canoni non pagati.
Fabbricati e manufatti sono sorti (supponiamo legittimamente) in regime di concessione e cioè con la consapevolezza da parte dei titolari di doverle rimuovere o cedere gratuitamente al demanio: la facoltà di poter conservare i fabbricati e manufatti e di acquistare la proprietà delle aree di sedime è certamente un gran regalo.
L’effetto, su gran parte dei litorali italiani, dove gli stabilimenti balneari sono quasi continui e sorti senza alcun piano di tutela dell’ambiente e del paesaggio, sarà quello di precludere definitivamente l’accesso alle residue spiagge ed al mare, che così cesseranno di essere un “bene comune” (come invece è su gran parte dei litorali francesi e spagnoli, ad esempio).
Con il rinnovo delle concessioni temporanee, e gare aperte, si potrebbe al contrario coltivare la speranza di un futuro migliore per gli interessi pubblici
Il condono è un ulteriore regalo, gravissimo perché non è uno sconto su sanzioni o interessi, ma – pare - direttamente sull’importo dovuto.

domenica 8 dicembre 2013

DIVERSAMENTE PORCELLI

Secondo Brunetta e secondo Grillo, dopo la Sentenza della Corte Costituzionale sono molto illegittimi i parlamentari eletti con il premio di maggioranza alla Camera.

 Non quelli eletti con il premio Porcellum al Senato.

E soprattutto non tutti gli altri, comunque eletti senza espressione di preferenze, e nominati dai vertici dei partiti e dei movimenti (o da ristrette cerchie di iscritti).

GRAEBER E LA VIOLENZA DI PIAZZA


Di David Graeber, antropologo americano del dissenso e teorico movimento “Occupy Wall Street”,  ho dedicato impegno a leggere e recensire “Critica della democrazia occidentale” e “Debito – i primi 5.000 anni”, che ho ritenuto molto stimolanti (a fronte della dominante rimozione dei conflitti sociali oppure di una stanca riproposizione del marxismo classico ed economicista, ed anche per curiosità verso “Occupy Wall Street”), pur non condividendo diverse valutazioni e conclusioni.
Tantomeno ho apprezzato la prefazione di Stefano Boni a “Critica della democrazia occidentale“, cui ho attribuito una interpretazione forzata di Graeber come maestro dello scontro “antagonista” al centro della scena mediatica,  lontana da quelle che mi erano sembrate le proposte, velleitarie, ma “decentrate”, dello stesso Graeber nelle parti in qualche modo propositive dei 2 testi: una democrazia diretta in comunità locali “zapatiste” nel primo ed una rivoluzione diffusa dei debitori “a partire dall’Irak” nel secondo.

Il brano da un nuovo saggio di Graeber, pubblicato su “l’Unità” del 27 novembre scorso, mi fa invece ricredere in favore di Stefano Boni (come giusto interprete) e contro Boni (per la mia distanza dai contenuti proposti), perché Graeber si diletta ad approfondire la dialettica dello scontro di piazza tra il monopolio statale della violenza (polizia) e la fantasia creatrice della ribellione anarchica, il cui punto di forza è essenzialmente la de-mistificazione dell’ideologia repressiva del potere (il re è nudo).
Anche se la narrazione di Graeber è brillante, non mi pare che aggiunga (almeno in quel brano, che però non mi attira a leggere il testo intero) un gran ché a quello che già abbiamo imparato su potere e contro-potere, monumenti e pupazzi, uomini e caporali,  e sui valori teatrali ed evocativi delle manifestazioni e degli scontri di piazza (da Marx a Manzoni, da Brecht a Canetti, da Totò a Dario Fo, da Foucault a Debord, ecc. ecc., fino ad Adriano Sofri ed al Movimento Studentesco di Capanna e Toscano).
In questi giorni stiamo vedendo in diretta  nuovi esempi di lotta fisica per il potere tramite accerchiamento e invasione dei palazzi di regime, in Ucraina ed in Thailandia (emblematica la foto di elmi e scudi abbandonati dai poliziotti), e pochi anni orsono così è crollato Milosevic a Belgrado (diversi i movimenti di piazza delle “primavere arabe” e della caduta del blocco sovietico culminata nel 1989): in tali contesti le riflessioni di Greaber possono venire utili, e l’aspetto militare del potere e del contro-potere è una imprescindibile chiave di lettura della storia, e purtroppo può tornare in auge anche in un nostro futuro, se la crisi socio-economica continua a procedere indisturbata.
Tuttavia non capisco quanto sia produttivo, a fronte della complessità delle società occidentali (complessità economica e sociale, politica ed antropologica), focalizzare l’attenzione sullo scontro di piazza: si pensa di acquisire l’egemonia sulle masse attraverso la teatralità (e la ricaduta mediatica) degli scontri delle avanguardie? Oppure ancora più banalmente di conquistare il potere con la canna del fucile (come se il potere stesse lì buono buono – od anche cattivo - ad abitare nei palazzi, di inverno o meno, e non fosse invece maledettamente articolato e diffuso, anche “in seno al popolo”)?
Se Occupy Wall Street intende rappresentare il 99% della popolazione, ma riesce a raccogliere nelle aiuole delle metropoli meno dello 0,1%, non è il caso di pensare ad altre forme, più decentrate ed efficaci, di accumulazione di “contro-potere”  (disdegnando o meno i vecchi corpi intermedi, tipo sindacati e partiti), valorizzando la presenza potenzialmente  capillare delle avanguardie nella rete informativa, tra i cittadini, tra i consumatori, tra i produttori? 

Una credibile opposizione, radicale e di massa, e tranquillamente non-violenta, potrebbe fare molta più paura a Wall Street, a mio avviso,  orientando comportamenti alternativi nell’uso della ”rete”, negli acquisti, nei depositi bancari, nei contratti per luce/gas/telefonia, in nuove forme di sciopero in difesa – ovunque possibile –della dignità dei lavoratori.
Una anarchia (ed una antropologia…) che mirano ad “abbattere lo stato” attraverso la “propaganda armata” delle avanguardie, piuttosto che a diffondere nuove forme di lotta e di consapevolezza alla base della società, assumono di fatto toni tardo-leninisti (vicini anche al filone Potere Operaio/Brigate Rosse).
Mi sembra più utile rileggere Gramsci, meglio se con l’ausilio di Luciano Gallino e di Manuel Castells, e di altri studiosi del capitalismo post-moderno e della “società in rete”; e anche di antropologia, a partire da Zygmunt  Bauman.