giovedì 1 maggio 2014

IL PRECARIATO ANTI-LABURISTA DI GUY STANDING

Guy Standing, sociologo inglese e già collaboratore dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha scritto nel 2011 il saggio “PRECARI – la nuova classe esplosiva” (tradotto nel 2012 da Il Mulino, Bologna, pagine 289, € 19,00), recentemente recensito con favore da l’Unità, che francamente non mi ha convinto per niente.
La descrizione dei vari fenomeni che – nell’ambito della globalizzazione - confluiscono nella crescente precarietà di larghe fasce delle classi subalterne nei paesi ricchi è ampia e documentata (in particolare riguardo a donne, giovani, anziani, migranti), e si estende in taluni casi ad aspetti a me poco noti, come la rilevante componente sommersa delle attività agricole ed alimentari nel Regno Unito (anche se il romanzo “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe mi aveva messo sull’avviso) oppure la rilevante protezione statale, in varie forme,  degli emigranti da parte di potenze quali India e Cina.
Nel complesso però non aggiunge molto a ciò che già si conosce, non solo in letteratura (vedi post su Bauman, Castells, Gallino), ma nella cronaca quotidiana e nella conoscenza personale diretta.
In connessione ai rapporti  di lavoro/non-lavoro ed alle condizioni sociali dei precari, Standing affronta anche le tematiche del controllo telematico/informativo/selettivo che pervade le nostre società (nota, a merito di Standing: il testo è stato scritto prima dello scandalo NSA), a scapito in particolare dei lavoratori, della assurdità dei sistemi  formativi sempre più privatizzati ed inefficaci, nonché  della degradazione del “tempo”, anche di non lavoro, che per i precari assorbe notevoli fatiche dispersive di “lavoro per il lavoro” (cioè per la ricerca del lavoro e/o dei sussidi). 

Qualche dubbio sorge però sulla attendibilità delle informazioni riferite da Standing, dal momento che buona parte di quelle relative all’Italia, dall’Autore riportate con gran rilievo, non mi tornano in realtà così vere (mi sembra di essere un po’ come il protagonista del romanzo “Adua”, travolto nella omonima battaglia mentre constata che la ragione della disfatta sta anche nel fatto che i cartografi dello Stato Maggiore non hanno riportato correttamente le informazioni geografiche che lui stesso aveva comunicato): dal ruolo della Lega Nord contro i cinesi di Prato (luogo in cui la Lega è sempre rimasta ben sotto 10% dei voti) alle invettive di Berlusconi nel 2008 contro “l’esercito del male”, che per Standing coincideva con gli immigrati (mentre a mio avviso nella propaganda Berlusconiana corrispondeva alla sinistra, allargata semmai al terrorismo internazionale, avendo Forza Italia appaltato la questione migranti in prevalenza agli alleati Bossi&Fini), e per finire alla dimensione ed importanza dei cortei alternativi del 1° Maggio a Milano (San Precario, ma anche la solita extra-sinistra dei COBAS e dei Centri sociali) in confronto con i cortei ufficiali di CGIL-CISL-UIL (rammento che i sindacati principali da anni sono impegnati in quella data soprattutto con il concertone di Roma, operazione forse un po’ superficiale, però indirizzata proprio alla saldatura tra i lavoratori ed i giovani, anche non inseriti nel mondo del lavoro).

I limiti della posizione di Standing stanno soprattutto nelle sue sintesi.

A priori, nella lettura della divisione in classi delle attuali società occidentali, Standing  rileva 7 gruppi:
-          Élite di super-ricchi
-          Tecno-professionisti
-          Salariati (impiegatizi)
-          Salariati manuali
-          Precari
-          Disoccupati
-          Emarginati e Disagiati.
Stupisce, in questa scala, la totale assenza dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, assai rilevanti invece, in specie in Italia, e  mediamente assai lontani sia dagli interessi della super-élite, sia dal precariato, in cui pure in parte ora  rischiano di sconfinare.
E colpisce la assimilazione dei salariati tra i detentori del capitale finanziario , anche se forse è giustificata dalla angolatura anglosassone dell’osservazione (fondi pensione e azionariato diffuso).

A posteriori, nelle conclusioni spiccatamente anti-laburiste, nella doppia accezione di negazione del lavoro produttivo come valore positivo  e fattore “di felicità” e di contrapposizione  a teorie e pratiche del Laburismo blairiano, in particolare riguardo al salvataggio delle banche con soldi pubblici (senza però nazionalizzarle), al coinvolgimento dei lavoratori nei privilegi dei benefit aziendali (che Standing vorrebbe tutti monetizzati, disvelando una piena mercificazione del lavoro), al miraggio di una ripresa con estensione del lavoro produttivo (e comunque del carico ambientale) e soprattutto nella “condizionalità” paternalistica con cui vengono gestiti i sussidi di disoccupazione, subordinandoli ad offerte di lavoro coatto e dequalificato.

(Obiettivamente forse in Italia la sinistra e i sindacati, nell’insieme e malgrado tutto, sono meno peggio, ed anche lo Stato, perché tra Tremonti-bonds e Monti-bonds, alle banche si è solo prestato e non regalato, e il Monte dei Paschi rischia tuttora la nazionalizzazione).

Standing coglie lucidamente come le tendenze in atto possano innescare sulla diffusione del precariato forme di populismo e rischi di involuzioni autoritarie (“Inferno”).

Ma, decretato il fallimento di ogni soluzione socialdemocratica (nei fatti  incoraggiato in questo da molte concrete scelte delle storiche sinistre europee e dal Labour party in ispecie), delinea una alternativa esplicitamente utopistica (“Paradiso”),  fondata a mio avviso su affermazioni, come l’analogia di ruolo con le teorie  neo-liberiste di Milton Friedman &C., che  alcuni decenni orsono erano state enunciate come posizione minoritaria, e poi invece non vedi che successo ….
I contenuti dell’alternativa prospettata da Standing, passando vagamente attraverso una autocoscienza di classe e auspicate ed imprecisate forme di rappresentanza del precariato, sono tutte macro-economiche, ovvero affidate ad una improvvisa nuova politica economica degli Stati nazionali: ferme restando le modalità di accumulazione del surplus, Standing ipotizza una armoniosa redistribuzione tramite il reddito minimo garantito (senza imporre a nessuno di lavorare, ma solo incentivarlo, ed impegnandolo, ma solo moralmente, a votare alle elezioni), un nuovo welfare universalistico, istruzione di qualità, valorizzazione del volontariato e di ogni prestazione socialmente utile, riqualificazione dei beni comuni e  del tempo libero.

Come non essere d’accordo con tali orizzonti “Paradisiaci”? 
Ma la loro enunciazione ci fa far qualche passo in avanti, considerando che tra coloro che non concordano c’è anche qualcuno che continua a “detenere il potere” (e a gestire consenso anche  tra lavoratori e precari)?.
E perché mai, a fronte di un lungo processo di crisi delle rappresentanze  dei lavoratori e delle sinistre, processo  strettamente connesso alla globalizzazione e alla precarizzazione, dovrebbe venire facile impostare un sistema di rappresentanza del solo precariato? (vedi post su Maffesoli e su Revelli)
Se le nuove rappresentanze sono quelle del M5S, la cosa non promette bene.
E poi mi viene un altro dubbio fondamentale: se la “nuova classe esplosiva” si profila così forte, non può affrontare anche i contratti  di lavoro, il conflitto tra salari e profitti, ed occuparsi della discussione su  cosa produrre, come lavorare, come re-distribuire le mansioni scomode e dequalificate  che qualcuno deve pur fare, possibilmente su scala globale?
Oppure ci va bene il reddito garantito in occidente, e la redistribuzione del capitale finanziario (sul modello dei fondi sovrani del petrolio norvegese o dell’Alaska, dice Standing), ma sulla pelle dei lavoratori sfruttati di Cindia e terzo mondo, che sono pure loro precari, però massicciamente sfruttati per salari da fame?

Personalmente penso che le riflessioni sulla concreta disarticolazione delle classi subalterne, sui contenuti sociali del lavoro produttivo ed “improduttivo”, del sapere e dell’ozio, sui rapporti di potere insiti nell’informazione e nell’informatica siano estremamente positive, ma che per passare nuovamente alla articolazioni di programmi da un lato convenga contemplare, se possibile, la riunificazione degli sfruttati (salariati e precari d’altronde convivono strettamente nelle famiglie e nel tessuto sociale, almeno in Italia), tendenzialmente su scala globale, e dall’altro capire come si può ri-organizzare la condivisione degli obiettivi, dal basso e dall’alto: con quali linguaggi, con quali rappresentanze, ed anche con quali utopie, se per caso le utopie possono essere utili; persino l’opposta utopia della ricerca della felicità nel lavoro (cara ad esempio anche ad Aldo Capitini) potrebbe disputarsi il diritto di cittadinanza.     

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