sabato 1 febbraio 2014

XVII CONGRESSO C.G.I.L.

E’ in corso il congresso della CGIL: mi sono recato alla sede del Sindacato Pensionati e ho deposto la mia brava scheda nell’urna, pro-Camusso e contro Cremaschi, dopo avere, con qualche fatica, letto le 2 mozioni e (quasi tutti) gli emendamenti, nel formato grafico poco accattivante del giornale sindacale “SPI/insieme” (di noi pensionati).
Oltre all’impaginazione, anche il linguaggio sembra un po’ vetusto, e soprattutto un po’ stanco: ma non voglio farmi condizionare dalle apparenze (mi basta il Renzismo, ed anche la grafica di Cuperlo non era male) e quindi vengo ai contenuti.

L’insieme dei documenti si presenta come “complessivo”, forse anche troppo, ma i testi mi sembrano più “enciclopedici” che “strategici”: una sorta di “pansindacalismo virtuale” a fronte di una  capacità operativa limitata di fatto alla contrattazione di categoria e di azienda (troppo spesso purtroppo nella difficile difesa dei posti di lavoro che sfuggono), a fronte di una scarsa capacità di mobilitazione (rispetto al passato anche di soli pochi anni orsono – rammento Cofferati al Circo Massimo per l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e connessa limitata influenza culturale.

Guardando nella mozione firmata Camusso, ho ritrovato diversi spunti positivi, ma obiettivamente piuttosto deboli nel loro sviluppo: l’attenzione a cosa produrre (“la riconversione eco-compatibile dei prodotti”), il desiderio di ricomposizione del mondo del lavoro, frammentato de precarietà e varietà contrattuali, un’aspirazione alla riduzione degli orari lavorativi.

Ed un solo punto decisamente negativo: l’accettazione degli sgravi fiscali per il salario di produttività (vedi mio post), attenuata (o forse aggravata)  e peggio (sgravi – per fortuna temporanei - per gli interi aumenti  contrattuali: alla faccia dei lavoratori che non i percepiscono, e quindi pagano l’IRPEF intera).

Il limite generale del documento a mio parere è il quadro internazionale di fatto limitato a Europa/migranti/Mediterraneo, senza riflessioni su paesi emergenti e popoli sommersi (dalla miseria, dallo sfruttamento e talora sommersi anche materialmente dai livelli del mare che salgono a causa del mutamento climatico: manca il nesso tra crisi del sistema/limiti ecologici/sfruttamento internazionale.
Perciò le proposte neo-keynesiane di rilancio dello “sviluppo” – con articolazione di proposte per modificare radicalmente entrate ed uscite dalle casse pubbliche (per me molto condivisibili, ma per quanti altri lo sono? non c’è un ragionamento sulle necessarie alleanze sociali per concretizzarle) – non fanno i conti con le ragioni intrinseche della crisi, che non risiedono solo nell’austerità europea, ma anche, mi sembra:
-          nella natura stessa del finanz-capitalismo internazionale (e non esclusivamente nella cattiveria del FMI, come indica la mozione Cremaschi, confondendo la “casta” con il tutto)
-          nell’artificiosità del rilancio dell’economia USA fondato sul denaro facile e l’ulteriore espansione di tutti i debiti
-          nel progressivo - benché non lineare –impatto con l’esaurimento delle risorse ambientali.  

Mi sembra comunque valido il discorso sull’Europa e la rivendicazione di una diversa politica economica e sociale a questa scala, anche se non vi corrisponde un’adeguata prospettiva di iniziative sindacali, né organizzative né di mobilitazione (mi rendo ben conto che non è facile, ma mi aspettavo qualcosa di più).

Anche riguardo al precariato rilevo una discrepanza tra ricchezza di analisi e rivendicazioni, da un lato, e la genericità delle indicazioni  operative per l’azione sindacale (come sopra, mi rendo ben conto che non è facile, ma mi aspettavo qualcosa di più).

Nella mozione Cremaschi ho riscontrato, grosso modo sul medesimo asse culturale, una maggior chiarezza e radicalità rivendicativa, ma una certa vaghezza su strumenti e lotte; la differenza fondamentale tra le due linee, a quel che ho capito, è che il gruppo dirigente uscente intende  rifondare la democrazia sindacale attraverso gli accordi (e l’eventuale legge) sulla rappresentanza, cui sta arrivando  attraverso l’accordo con la Confindustria di Squinzi (ben lontana dagli accordi separati alla Marchionne) e l’unità con UIL e CISL (che pertanto rinuncia al suo postulato storico della democrazia per i soli iscritti, radice anche della conservazione degli apparati), mentre il gruppo più estremo propone la rottura e l’autonomia della CGIL per nuova democrazia sindacale dal basso.
Visti i tempi, e l’oggettiva debolezza delle lotte operaie, preferisco scommettere (da pensionato) sulla esplorazione di una nuova democrazia nella elezione dei delegati e nella ratifica degli accordi, piuttosto che sulla rottura e l’agitazione delle avanguardie (non capisco Landini e gruppo dirigente FIOM che – partiti dalla linea Camusso – si impuntano sulla singola questione della “esigibilità” degli accordi e connesse possibili sanzioni alle organizzazioni sindacali: negli accordi qualcosa si deve ingoiare, e in altri casi si è ingoiato ben di peggio). 

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