giovedì 2 giugno 2016

URBANISTICA N° 154


Il terzo numero della serie di “Urbanistica” con direzione Oliva, pur molto interessante, mantiene abbastanza poco la promessa di occuparsi più della città (europea) che dei “piani”.

Così è infatti:

-          per la commemorazione di Bruno Gabrielli, perché il delicato e avvincente racconto di Paolo Fusero tratta più di Piani travolti da cambi di maggioranze comunali (Piacenza, Parma) che non dei Piani attuati o dell’esperienza decennale di Gabrielli a Genova come Assessore (colgo l’occasione per aggiungere il mio piccolo personale ricordo di Gabrielli come comunicatore chiaro, concreto e assai poco presuntuoso, in vari convegni dell’INU, così come appariva anche dai suoi testi);

-          per gli articoli sui “piani di rigenerazione” proposti da Arturo Lanzani in Brianza, fondati sulla ricucitura dei margini tra urbano e “ambientale”, e da Carlo Gasparrini in varie località del Centro-Sud, assumendo il paesaggio come chiave di ricomposizione progettuale, ed a maggior ragione per il commento di Bertrando Bonfantini che li accompagna, ravvisandone una svolta di paradigma rispetto al modello di Piano conforme allo “schema INU”, ormai codificato da un serie di manuali (sempre parlando di Piani, dalle riflessioni di Lanzani su Desio e Monza, che si aprono in parte anche ad una rivisitazione della figura sociale/politica degli urbanisti ed ai limiti della legislazione regionale lombarda, mi sarei aspettato un maggior approfondimento critico sulla esperienza del primo ciclo dei Piani di Governo del Territorio in Lombardia, ed in particolare sulle diverse versioni del primo PGT di Monza, avviato da Massimo Giuliani con il criterio della “selezione-concorsuale” tra possibili ambiti di trasformazione, ampiamente illustrato in incontri e riviste dell’INU) ;

-          per gli interventi di Calavita e Coppola sul prelievo “laterale” sulla rendita urbana attraverso le peculiari forme locali dell’urbanistica contrattata negli USA, sia perché per l’appunto si parla di America e non di Europa (come invece sul tema rendita fanno più avanti Munoz e Cuadrado), ma anche perché si espongono casi in fase progettuale più che non nelle successive fasi di attuazione e gestione;

-          ed in parte anche per il servizio centrale sul rischio sismico, perché, pur riferendo concretamente i diversi esiti parziali dei processi di ricostruzione in Abruzzo ed in Emilia, l’accento è posto soprattutto sul mancato utilizzo operativo degli specifici contributi offerti dagli urbanisti (in particolare per L’Aquila) e sulle difficoltà del recupero dei centri storici emiliani, pur nell’ambito di un successo complessivo degli altri aspetti di questa vicenda di rapida ricostruzione.

A partire dai temi di fondo di questo numero di “Urbanistica”, attinenti alla ricerca di una maggior “resilienza” nell’auspicata “rigenerazione urbana”, mi appare opportuno connettere alcune proposizioni emergenti da singoli articoli:

-          Stefano Storchi, nel riassumere l’esperienza di Bruno Gabrielli alla guida (trentennale) dell’ANCSA - Associazione Nazionale Centri Storici – ne ricordava la soddisfazione per avere vinto come Associazione, dal 1960 al 2010, la battaglia culturale per l’idea della salvaguardia dei tessuti storici, e nel contempo la preoccupazione per le difficoltà di rendere effettiva tale salvaguardia sul terreno concreto della manutenzione, dalla ri-progettazione funzionale, della gestione;

-          Federico Oliva evidenzia un ulteriore grado di importanza della ri-progettazione per comparti (impiantistica, energetica, catastale e funzionale, oltre il “dov’era e com’era”) per una efficace recupero dei centri storici colpiti dai terremoti;

-          Scira Menoni, in forma più scientifica, e Giuseppe Campos Venuti, in forma memorial-anedottica, richiamano la qualità culturale acquisita nelle esperienze italiane di ricostruzione post-terremoti ed anche di prevenzione del rischio sismico;

-          L’intervista di Federico Oliva al prefetto Franco Gabrielli, evidenzia invece la sproporzione tra quanto l’Italia spende ogni anno per la riparazione dei danni derivanti dai terremoti (oltre 3 miliardi di €, che includono l’adeguamento anti-sismico dei territori colpiti), il poco che investe per la prevenzione nei restanti territori (3 miliardi di € in 30 anni, destinati alla classificazione dei rischi ed al rafforzamento di edifici strategici quali scuole, ospedali ecc.) e l’enorme importo che avrebbe un programma integrale di messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato (centinaia di miliardi di €).
Un programma che – anche attuandolo gradualmente, ma sul serio, cioè in 20 anni ad esempio, e non in un secolo -  comporterebbe il capovolgimento di priorità tra consumi e investimenti, tassazione e debito pubblico, e che la società italiana (prima ancora dei partiti che la rappresentano) non mostra affatto di volersi prendere in carico (le cose stanno un po’ meno peggio, a quel che ho capito, nella sproporzione tra bisogni e risorse sul fronte dei rischi idrogeologici, dove comunque finora pesa una rilevante inefficienza nella attuazione dei programmi delineati): il che a mio avviso vanifica nella sostanza gran parte della bontà culturale accumulata  in materia di resilienza, di rigenerazione urbana e di salvaguardia del patrimonio storico.

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