venerdì 15 giugno 2018

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO


A fronte della faticosa gestazione del nuovo governo 5Stelle/Lega, molti commentatori hanno già evidenziato le anomalie di metodo rispetto al dettato costituzionale (da ultimo riguardo al rispetto del ruolo del Presidente della Repubblica nella nomina sia del Primo che degli altri Ministri); mi pare di poter sottolineare che in questi comportamenti affiorano molte analogie con le abitudini in atto nella cosiddetta Prima Repubblica per la formazione di governi di coalizione (abitudini attenuate ma non scomparse nel periodo delle leggi elettorali maggioritarie, tra il 1994 ed il 2013, cosiddetta Seconda Repubblica):

-              gli accordi di governo comportavano lunghe negoziazioni preliminari sui programmi (e non solo sulle “poltrone”: un ministero del Bilancio affidato al socialista Antonio Giolitti, negli anni 60 o 70, ad esempio, implicava precise, anche se poi spesso disattese, concessioni della DC in materia di politica economica), anche se non assumevano la forma quasi privatistica del “contratto”, ma quella più sfumata delle “dichiarazioni programmatiche” (la riduzione di 7 decenni di storia repubblicana ad un mero balletto di poltrone mi sembrerebbe una inaccettabile caricatura);

-              il “manuale Cencelli” per la spartizione ed il bilanciamento delle cariche parlamentari, governative e sotto-governative vigeva allora come vige oggi, perché è una oggettiva legge della politica, salvo che dagli anni ’40 ad oggi nessuno aveva promesso di trasmettere tutte le trattative in diretta streaming, mentre oggi chi lo ha promesso ha anche poi rapidamente cancellato tale dogma;

-              il ventilato “comitato di conciliazione” tra gli alleati di governo per dirimere eventuali controversie, assomiglia parecchio, in sostanza, alla tradizione delle “verifiche di maggioranza” in cui i maggiorenti dei partiti sottoponevano Governi e Ministri (ma anche Sindaci e Assessori, ecc., un po’ meno dopo le leggi sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione).

Quanto sopra a mio avviso può attenuare lo scandalo per gli strappi istituzionali (anche se vigilare è comunque opportuno da parte dell’opinione pubblica, che ad oggi però può contare sul Presidente  Mattarella), ma evidenzia quanto poco di nuovo ci sia – sotto questo profilo – nel conclamato “Governo di Cambiamento”.

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Riguardo ai contenuti, con riserva di un esame approfondito del programma governativo sotto il profilo della “sostenibilità ambientale”, la maggior parte dei commentatori (tra cui gli autorevoli professori Cottarelli e Perotti) ne ha evidenziato la probabile insostenibilità economica, che potrebbe tradursi in una insostenibilità sociale quando l’Italia cominciasse a risentire dei contraccolpi finanziari evocati dall’allegro ricorso ad un ulteriore indebitamento, anche se a breve termine potrà prevalere il consenso demagogico alle diverse promesse elettorali enunciate. Il “cambiamento” promesso è vasto, resta da vedere quanto sarà attuabile  quanto (poco?) sarà apprezzabile; perché propone alcuni rimedi agli effetti del neo-liberismo, mentre ne rafforza gli elementi strutturali (disuguaglianze).

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Mi pare invece che si possa esprimere di già qualche giudizio sull’asse politico del contratto programmatico tra Lega e 5Stelle, valutando ciò che effettivamente unisce le 2 componenti, oltre alla semplice sommatoria delle rispettive istanze programmatiche (pur talora contraddittorie), che ciascuna parte cercherà di far valere dalle postazioni ministeriali conquistate (Salvini agli Interni contro i migranti; Di Maio al Lavoro per il reddito di cittadinanza, ecc. ecc. ecc.).

Per una valutazione di questo genere, a mio avviso occorre risalire a monte della crisi economica dell’ultimo decennio, e cioè alle radici del declino delle democrazie parlamentari (nonché in particolare delle forze politiche socialdemocratiche) e degli stessi stati nazionali, manifestatosi sul finire del Novecento, a fronte della globalizzazione e dell’offensiva neo-liberista.

Le risposte tentate, con qualche parziale successo dagli anni ’90 fino a ieri, dal multiforme schieramento del Centro-Sinistra italiano, sono consistite da un lato nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali (Europa innanzitutto, ovvero una nuova sovranità condivisa e con dimensioni adeguate al mondo contemporaneo, ma anche ONU, WTO, ecc.) e dall’altro lato in una riforma del sistema politico nazionale (primarie, leggi elettorali maggioritarie, bipartitismo, aggiornamenti della Costituzione). Senza una sostanziale alternativa, ma solo parziali attenuazioni, rispetto alle politiche economiche neo-liberiste

Alle loro origini, i due movimenti, che ora convergono al Governo, hanno incarnato invece due divergenti possibili correttivi:

- la Lega, quando era Nord, aveva raccolto l’egoismo sociale delle provincie più ricche sotto le bandiere delle identità locali e del federalismo (non antagonistico alla ”Europa delle Regioni”, ma contrapposto a “Roma Ladrona”),

- i 5Stelle, allo stato nascente, avevano polarizzato il rancore diffuso contro “la casta” in direzione della democrazia diretta (uno-vale-uno, i portavoce a rotazione, la diretta streaming, le votazioni in rete).

Entrambe queste posizioni sono state progressivamente o repentinamente abbandonate e superate, senza un granché di spiegazioni (anche se permane un ministro senza portafoglio “alla democrazia diretta”, e e talvolta circa quarantamila fedelissimi della piattaforma Rousseau vengono chiamati a ratificare le scelte dei vertici del non-partito, decidendo per conto di milioni di elettori), assumendo come elemento unificante e caratterizzante la contrapposizione allo spirito solidaristico sovranazionale, ed in particolare verso l’Europa e verso i profughi e migranti.

In particolare il cemento sovranista che unisce Lega e 5Stelle (e sull’onda dell’entusiasmo anti-europeo, ora attrae anche i Fratelli d’Italia) si alimenta del disagio provocato dalla crisi e lo indirizza “contro la Germania”, fomentando un vittimismo nazionalista che ricorda (spero ripetendola in farsa, e non in tragedia) la sindrome della “vittoria mutilata”, che dopo la prima guerra mondiale polarizzo l’insoddisfazione dei combattenti-e-reduci verso i complotti delle potenze dominanti (Francia, Gran Bretagna, USA).

(Dimenticando che il più grande debito pubblico d’Europa è stato accumulato nei decenni dagli stessi Italiani, votando Andreotti&C, Craxi, e da ultimo Berlusconi).

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Non escludo che il declino della democrazia rappresentativa e del welfare state (sullo sfondo dei limiti ecologici del pianeta) comporti la ricerca di nuove strade (democrazia inclusiva di piccole comunità in orizzonti universalisti pacifici?); il ritorno al nazionalismo va nella direzione opposta e reazionaria: è di certo un “cambiamento”, di certo non è il mio “cambiamento”.

7 commenti:

  1. PERVENUTO VIA E-MAIL
    Grazie per aver condiviso le tue riflessioni.
    M.P.

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  2. PERVENUTO VIA E-MAIL
    Caro Aldo,
    concordiamo su quanto scrivi, punto per punto.
    Grazie.
    G&G

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  3. PERVENUTO VIA E-MAIL
    Dopo passaggi da “tragedia” con tanto di accusa di tradimento a Mattarella, eccoci alla soluzione proprio in vista del 2 giugno, in tempo massima per unificare tutti, o quasi, in celebrazione della Repubblica. Le forme della democrazia soffrono e ne è un risultato questa fase di consultazione per formare un governo, il presidente del consiglio scelto dai due “azionisti”, riunioni informali, e drammatizzazione su Savona. Sempre i presidenti hanno posto problemi su qualche ministro proposto anche se il fatto non era ben conosciuto e trapelava fuori dal Quirinale. Bene! Riassumendo, “ dal dire al fare c’e’ di mezzo il mare” , vedremo i fatti, per ora vedo una compagine contraddittoria, si può anche dire che per certi aspetti destra e sinistra sono davvero superate; certo quello che mi piace meno è Salvini anche se in questi momenti sembra un po’ moderato, saluti
    A.P.

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  4. PERVENUTO V IA E-MAIL
    Condivido.
    Ciao.
    gb.

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  5. PERVENUTO VIA E-MAIL
    ..dunque stiamo a vedere!
    ciao
    M.F.

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  6. PERVENUTO VIA E-MAIL
    Grazie per l'acuta analisi della situazione presente e ... passata.
    E.P.

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  7. PERVENUTO VIA E-MAIL
    ….quanto al governo del cambiamento, concordo con quanto scrivi ed aggiungo che il vero cambiamento mi sembra il seguente.
    Il ruolo della politica è stato raccordare ed integrare legittime richieste individuali e di categoria in un quadro unitario dettato dalle esigenze nazionali, o meglio dall'interpretazione delle esigenze da parte della coalizione di governo. In questo consisteva il ruolo di governo, con una componente pedagogica: ti convinco che esistono altre esigenze, compatibilità, relazioni internazionali, con cui bisogna costruire equilibri.
    Ora invece, vedi intervento di Di Maio alla Confcommercio, con chiunque parli li convinco che le loro esigenze saranno soddisfatte, al pari di tutte le altre, anche se incompatibili. E' la rinuncia a fare politica, a collegare tanti spezzoni di società in un disegno collettivo unitario, ed al ruolo pedagogico che ogni autorità istituzionale dovrebbe avere. E 'il "collasso della politica" che segue anziché dirigere, di cui parlava Roberto Esposito in un articolo su Repubblica ....
    F.F

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