sabato 16 febbraio 2013

GRAEBER, CRITICA ANARCHICA ALLA DEMOCRAZIA


"CRITICA DELLA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE” di David Graeber ed. Eleuthera

David Graeber, antropologo americano, entrato in contrasto con il sistema accademico e divenuto ispiratore del movimento Occupy Wall Street, nel suo volumetto del 2007 (tradotto in Italia nel 2012 con il titolo “Critica della democrazia occidentale”) offre spunti interessanti, ed in parte per me nuovi, di lettura storica dei sistemi politici, anche se a mio avviso si chiude infine in una visione anarchica di scarsa prospettiva.

Nella rassegna storica presentata da Graeber emergono:

-          la confutazione della pretesa continuità di un “modello occidentale”  da Atene a Roma e poi dal Rinascimento all’Illuminismo, a partire dai limiti stessi della democrazia ateniese (sessista, schiavista, ostracista, bellicista, ecc.) e considerando poi anzi:

o   il disprezzo della democrazia in molte fasi della storia dell’Occidente, dalla stessa Roma al Cristianesimo, e poi nelle fasi iniziali delle rivoluzioni liberali,

o   la sistematica repressione dei movimenti democratici nelle colonie degli imperi occidentali;

-          la negazione del monopolio occidentale dei valori democratici, con il richiamo invece ad altre fasi e luoghi di potere diffuso, quali l’antica Mesopotamia, alcuni interstizi tra India e mondo Mussulmano, l’assetto delle tribù Maya dopo la distruzione dell’omonimo impero;

-          il disvelamento di specifici influssi esterni, nella formazione dei moderni stati occidentali, alternativi a quelli ideologicamente sbandierati (Atene e Rom repubblicana), e solo in parte ammessi od ammissibili dagli storici ufficiali, tra cui sugli stati nazionali europei l’impero cinese e sui nascenti Stati Americani sia la federazione degli irochesi (in particolare con il loro modello educativo non-repressivo) sia la stessa comunità dei pirati atlantici.

Nel suo ragionamento di fondo emerge a  mio avviso una giusta critica ai limiti teorici della stessa democrazia, in quanto “voto a maggioranza tra eguali”, sia per la frequente irrealtà della presupposta uguaglianza, sia per la violenza implicita nella decisione a maggioranza (suo limite esemplare l’ostracismo verso le minoranze).

Secondo Graeber tale assetto comporta o la diffusione del potere armato tra tutti i partecipanti al potere democratico, oppure un potere armato concentrato nello Stato per rendere effettive le decisioni della maggioranza.

Ne consegue una visione anarchica, che contempla la diffusione ugualitaria del potere in piccole comunità assembleari, dove si pratichi la ricerca del massimo consenso e della tendenziale unanimità, e si evitino le “spaccature” che prima o poi evocano la vendetta dei perdenti.

E sopra nessuna delega, nessuno stato, nessuna burocrazia.

Apprezzo questa attenzione all’inclusione (vedi Luigi Bobbio ed altri) ma non condivido questa visione “zapatista” che non prospetta nessun orizzonte di convivenza per i grandi gruppi sociali che la storia ha prodotto (vedi anche la mia recensione su Magnaghi in PAGINE, PARTE TERZA); come burocrate, seppure in pensione, mi sentirei inoltre assai disoccupato...

Mi sembra inoltre che la visione di Graeber, forse anche perché americano, trascuri parecchio la nostra esperienza europea:

-           di democrazia come stato di diritto (vedi Costituzione Italiana) e non solo come regime di decisioni a maggioranza: e quindi connotata innanzitutto da uno statuto dei diritti, sia delle persone che delle comunità, in particolare se minoritarie;

-          della democrazia come “patto sociale”, gestito storicamente dai corpi intermedi e capace in qualche misura di rendere organici i conflitti (di classe e non solo) e di far loro sopravvivere la convivenza statuale;

-          nonché, come mi segnala giustamente Anna, la fondamentale conquista illuminista della laicità (seppure radicata in alcuni aspetti della stessa etica cristiana), che differenzia parecchio l’Occidente da altre storie seppur interessanti di diffusione del potere in altre civiltà.

Suggerirei infine di non farsi fuorviare dalla prefazione all’edizione italiana,  di Stefano Boni, che piega il pensiero di Graeber in direzione assai più “antagonista”, con motivazioni poco condivisibili (del tipo, schematizzando: “lo scontro è necessario perché altrimenti i media non ci vedono”), soprattutto per chi, come me, ha attraversato l’estremismo degli anni ’70 con sofferenza e qualche consapevolezza (anche se l’emendamento in senso non-violento alle tesi del 1° congresso nazionale di Lotta Continua fu respinto, con qualche dileggio da parte di Guido Viale sulla pelle del Segretario provinciale di Varese, che correttamente aveva riportato la proposta votata dal congresso locale).

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