martedì 12 febbraio 2013

RAPPRESENTANZE


RAPPRESENTANZE

 

ASL, Fondazioni Bancarie, RAI:

pare generalizzato l’insuccesso delle rappresentanze “politiche” in questi centri di potere; si lamentano spesso prevaricazioni “partitocratiche” di vario genere, a scapito degli stessi “beni comuni” da governare.

Un giudizio più favorevole è invece generalmente assegnato alle amministrazioni comunali, anche se l’elezione diretta dei sindaci e la preferenza unica per i consiglieri convivono largamente con fenomeni di populismo, corruzione e infiltrazioni criminali.

(Un altro tipo di insuccesso si era verificato negli anni ’80, e poi, riguardo alla partecipazione delle famiglie agli organi collegiali della scuola: esaurita la spinta propulsiva iniziale di carattere sociale, hanno prevalso logiche particolaristiche – tra i genitori – e corporative – tra gli insegnanti -).

Ma, se abolissimo ogni tipo di rappresentanza democratica “indiretta”, che alternative si porrebbero per la gestione di queste fondamentali articolazioni della società?

La completa privatizzazione, che elimina alla radice un certo tipo di problemi, e li sostituisce con il primato del profitto, nonché con la competizione individualistica ed il suo corollario di cordate clientelar-aziendali?

L’auto-gestione dei singoli “corpi separati”, come già è in buona misura – e non senza distorsioni  (necessariamente “corporative”) - ad esempio per l’università, la magistratura, l’esercito?

(Nella mia esperienza lavorativa, in prevalenza come funzionario e secondariamente come libero professionista, ho vissuto in termini anche conflittuali il rapporto, pressoché quotidiano, con gli amministratori locali, talora miopi, clientelari, demagogici - e anche peggio -, ma più spesso lungimiranti ed aperti agli stimoli culturali, e nel contempo sensibili in modo “olistico” al consenso dei cittadini: nell’insieme un salutare contrappeso alle astrattezze illuministiche del sapere disciplinare ed alla tipica autoreferenzialità degli architetti).

Sono pensabili e praticabili nuove forme di rappresentanza democratica, che si esprimano nei vari settori a partire dagli utenti, a scala locale, in parallelo ad una riforma dei partiti quale può trasparire dalla pratica delle “primarie” di PD e SEL ed anche dall’aspetto partecipativo del Movimento 5-stelle (se fosse possibile analizzarlo isolandolo dalla genesi e leadership Grillo-Casaleggio)?

Delle primarie del centro-sinistra mi sembra apprezzabile la correzione “anti-plutocratica” (rispetto al modello USA) del divieto di spot e cartelloni e del contenimento delle spese ammesse per i candidati; del 5 Stelle appaiono positivi gli aspetti di trasparenza, rendicontazione e revocabilità, benché obnubilati dalla irrevocabilità del padre-padrone e dalla opacità complessiva del centro del suo assetto partitico (fintamente non-partitico).

Qualche speranza potrebbe venire da un rinnovamento – oggi paradossalmente possibile forse solo dall’alto, per via legislativa – della democrazia sindacale, purtroppo nei decenni alquanto appannata rispetto alle origini dei Consigli di Fabbrica (e all’utopia del Manifesto sul contro-potere consiliare).

E qualcosa di buono, anche nei metodi di consultazione ed inclusione, è emerso e sta emergendo nei “nuovi movimenti”, come quello sull’acqua pubblica e quello contro il consumo di suolo - www.salviamoilpaesaggio.it.

Più oscuro invece mi sembra l’orizzonte della Cooperazione, del Volontariato e del Terzo settore, nella misura in cui su tale orizzonte si sono profilati negli ultimi anni l’Unipol di Consorte, la Compagnia delle Opere e la Croce Rossa di Scelli.  

Il problema della crisi della democrazia occidentale (in  carenza di altri modelli importabili – come invece lo sono le merci – da altre parti del mondo) è ampio, complesso e variamente dibattuto.

Non intendo in questo testo riepilogare le radici storiche e socio-economiche della questione (vedi PAGINA “PARTE PRIMA E SECONDA” nel mio blog, con recensioni su Castells, Bauman, Maffesoli, Gallino e altri), e resto convinto che solo su questo terreno complessivo possano maturare le condizioni per una eventuale ed auspicabile rinascita organica della democrazia (e dell’Europa sociale).

Tuttavia mi sembra che il problema del governo dei beni comuni si ponga comunque, qui ed ora, e che occorra cercare delle proposte concrete da sperimentare.

In tale direzione  il programma del centro sinistra esprime una corretta sensibilità (ad esempio nel paragrafo “Democrazia” del testo “Italia bene comune”) ma non appare ricco di prospettive sufficientemente articolate: le primarie contro il Porcellum e la connessa parità di genere, il gesto delle nomine RAI e l’impegno a cancellare leggi ad personam e conflitti di interesse sono premesse  importanti, ma non bastano a dirci cosa si vuol fare per banche, scuole, ospedali, ecc.

Non mancano invece suggestioni interessanti in letteratura, e intendo – nel mio piccolo - tornarci prossimamente, dopo aver approfondito i testi, ad esempio di Paolo Prodi (su scienze e consenso), Luigi Bobbio (su inclusione e decisioni), Salvatore Biasco (specificamente sulla governance dei beni comuni), David Graeber (sui limiti della democrazia occidentale); ed altri, se ne avrò il tempo e la pazienza.

12-02-2013

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